pexolo di pexolo
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Stato di natura


L’incipit del Contratto sociale può essere visto come l’ideale passaggio di testimone tra il Rousseau che scrive l’Origine dell’ineguaglianza e il Rousseau che intende scrivere il Contratto sociale. In questo testo Rousseau descrive quello che per lui è lo stato di natura, partendo da una critica dei modelli contrattualisti precedenti al suo, in particolari a quello hobbesiano e lockeano. Ai due filosofi Rousseau muove esplicitamente l’accusa di aver esclusivamente basato la loro idea di contratto su tutta una serie di presupposti criticabili: la tecnicizzazione della politica, un individualismo di fondo e, per spiegare la sua posizione, si mette a descrivere cosa egli intenda per stato di natura. Questo testo è importante per due motivi: anzitutto permette di capire cosa non c’è e che precede il Contratto sociale, ma anche perché, per la prima volta, introduce una figura assente negli altri autori. Rousseau non parla soltanto del patto che genera la volontà generale, ma anche di un patto iniquo: storicamente, a suo avviso, si è verificato un primo ingresso nella socievolezza che è stato frutto di un patto; esso si è poi rivelato ingiusto e rappresenta l’antitesi storica della sua proposta politica, cioè del patto di cui parla nel Contratto sociale. Nell’opera Rousseau esordisce scrivendo: «I filosofi che hanno studiato i fondamenti della società, hanno tutti sentito il bisogno di risalire fino allo stato di natura», perciò egli si propone di intraprendere come gli altri questa strada. Rousseau lo definisce principalmente in base a due caratteristiche: una comune a Hobbes e Locke, così come a tutti gli autori moderni che riflettono su di esso, cioè l’uguaglianza, la seconda, che invece è una modalità più tipicamente rousseauiana, è l’indipendenza.
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