pexolo di pexolo
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Amore di sé e pietà


Nello stato di natura abbiamo due forme di relazione, che in realtà non sono relazioni: una con noi stessi, l’amor proprio, e una con gli altri, la pietà, cioè il fatto che proviamo repulsione quando vediamo qualcuno soffrire, perché non lo accettiamo. In queste due tonalità non c’è relazione perché non c’è moralità, ma soltanto piena naturalità. Entrambi sono impulsi che rompono la solitudine, ma non determinano nessuna forma di società. Il fatto di non poter sopportare la propria fine e di non poter vedere senza emozione una persona sofferente non determinano una forma di società: «Non credo di cadere in contraddizione accordando all’uomo l’unica virtù naturale che anche il più oltranzista detrattore delle virtù umane è stato costretto a riconoscergli: parlo della pietà, disposizione adatta ad esseri così deboli e soggetti a tanti mali quali noi siamo, virtù tanto più universale e utile all’uomo in quanto essa precede in lui l’uso di qualsiasi riflessione; e così naturale che perfino le bestie ne danno talvolta segni tangibili». «Ciò non implica e non crea un legame sociale. C’è in questo un’inclinazione che esplode spontanea per lo spettacolo di dolore, inclinazione necessariamente passeggera e per nulla suscettibile di diventare principio di una relazione permanente come la solidarietà» (Gouhier). In realtà, qui c’è già un pezzo significativo di quello che sarà il Rousseau del Contratto sociale, cioè il fatto che lui sia l’unica voce che ripropone un certo aristotelismo nella modernità.
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