Daniele di Daniele
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Psicoanalisi
Capitolo Primo
Introduzione alla Psicoanalisi, tra teoria della Psiche e prassi terapeutica.
Linee generali di una storia della Psicoanalisi.
Introduzione a Freud.

Per introdurre un discorso sulla Psicoanalisi, nulla appare più degno della allocuzione che T. Mann scrisse in onore degli 80 anni di Freud.
"Anche se il futuro plasmerà o modificherà questo o quel risultato delle sue ricerche, mai più potranno essere messi a tacere gli interrogativi che Sigmund Freud ha posto all'Umanità; le sue scoperte scientifiche non si possono né negare né occultare. I concetti che egli ha formulato, le parole che ha scelto per esprimerli sono già entrati con naturalezza nella lingua vivente. In tutti i campi delle scienze e dello spirito, nelle indagini sulla letteratura e sull'arte, nella storia delle religioni e nello studio della storia, della mitologia, del folklore e nella pedagogia, e non da ultimo nella stessa creazione artistica, la sua opera ha lasciato un'impronta profonda, e siamo certi che, se mai alcuna impresa della nostra specie umana rimarrà indimenticabile, questa sarà proprio l'impresa di Freud, che ha penetrato le profondità dell'animo umano. Noi tutti non potremmo immaginare il nostro mondo spirituale senza la coraggiosa opera che Freud ha svolto nell'arco della sua esistenza".

Poiché abbiamo appena celebrato il 1° centenario della nascita della psicoanalisi, che si vuole datata all'anno della pubblicazione di "L'interpretazione dei sogni", si è ormai prodotta la distanza necessaria per considerare la Psicoanalisi in una prospettiva storica.
Eppure si impone una domanda: "È possibile una Storia della Psicoanalisi?"
Da Freud ai giorni nostri, la psicoanalisi ha prodotto:

1. sia una notevole articolazione ed evoluzione del suo quadro teorico, col proliferare di nuove e diverse scuole psicoanalitiche;
2. sia una capillare e diversificata diffusione di pratiche terapeutiche (individuale, relazionale, di gruppo, familiare...).

Pertanto, la Psicoanalisi ha rischiato, e rischia, di smarrire identità e senso univoci.
Unica costante è uno stile cognitivo unitario; ed è in questo che consiste la sua debolezza ed insieme la sua forza: intaccare ogni certezza, abbandonare il noto per l'ignoto, tentare l'impossibile, cercare di comprendere l'inspiegabile, il casuale.
Oggi, nella civiltà occidentale, elementi di lessico ed atteggiamenti psicoanalitici hanno pervaso la nostra vita, perdendo così la loro originaria funzione e problematicità Riportarli alla loro origine storica significa sottrarli alle ovvietà ed alla acriticità con cui termini e teorie sono stati trattati.

È innegabile che "storicizzare" la Psicoanalisi sia, di per sé, un'operazione anti-psicoanalitica.
Potremmo, anzi, dire che costituirebbe una negazione dello stesso statuto epistemologico della Psicoanalisi, in quanto essa presenta una "resistenza strutturale" alla dimensione storica.
Oggetto della Psicoanalisi è, originariamente, l'Inconscio, e carattere costitutivo dell'ES è l'atemporalità, in quanto esso è non-coscienza.
Non dimentichiamo che Freud attribuisce all'Inconscio le caratteristiche dell'irrazionalità, della pulsionalità, della fantasia, della creatività, dell'inconsapevolezza.
Tuttavia, la Psicoanalisi non è:

1. né una teoria astorica;
2. né una pura prassi terapeutica (come alcune scuole e movimenti vorrebbero).

Alla "staticità" del suo oggetto (staticità sia pure relativa, perché l'attenzione si è spostata, dopo Freud, all'Io, al Sé, al rapporto dell'individuo con la società, la morale, la politica, la cultura ed il suo bagaglio archetipico e mitologico) fa riscontro la "storicità" delle domande e degli obiettivi che tale sapere si è posto, in relazione al mutare del contesto socio-culturale ed economico-politico.
Da qui l'attuale coesistenza di diverse, e talvolta conflittuali, scuole psicoanalitiche.
Per questo, nonostante l'assunto di partenza, la ricerca di una dimensione storica del sapere psicoanalitico non fa torto alla Psicoanalisi, anzi ci consente di comprenderne meglio l'essenza.
La psicoanalisi ha infatti un duplice obiettivo:

1. perseguire la conoscenza dell'uomo;
2. conseguire la modificazione dell'uomo, del suo modo di essere, di agire e di reagire, in funzione adattiva, soddisfacente e funzionale a se stesso ed agli altri membri della collettività umana.

Pertanto, il sapere psicoanalitico si configura:

1. sia come sapere descrittivo e normativo, e quindi fuori della dimensione storica;
2. sia come sapere destrutturante ed integrante insieme, inscritto nel sociale, nella cultura e nella storia.

Proprio perché lo statuto epistemologico del sapere psicoanalitico è in continua evoluzione, manca una tradizione storiografica in ambito psicoanalitico.
Una tradizione che, invece, si è consolidata in altri ambiti del sapere.
Mi riferisco, naturalmente, all'ambito delle cosiddette scienze umane, in quanto conosciamo già le resistenze che le scienze fisico-matematiche hanno tuttora nei confronti della storicità. Infatti, nonostante la novecentesca "crisi dei fondamenti", la ricostruzione di tale dimensione storica è, ancora una volta, affidata alla Filosofia!
A questo punto urge un'altra fondamentale domanda: "È la Psicoanalisi una scienza?"
Naturalmente, per rispondere a questa domanda, dovremo riproporci, ancora una volta, la domanda: "Cosa fa di un sapere un sapere scientifico?"
Siamo abituati a ritenere che un sapere viene definito scientifico (cioè oggettivo, universalmente valido ed insieme fecondo) quando ha un preciso oggetto, un preciso campo di indagine, moduli concettuali, strumenti interpretativi e stili cognitivi (metodo) "dati" una volta per tutte.
Tuttavia, la "crisi dei fondamenti" della matematica e della fisica ci ha indotti a ritenere che è necessario andare oltre il modello rinascimentale-illuministico-positivistico di scienza.

Quanto Freud sia, nonostante tutto, ancora dentro quel modello, è rilevabile nella convinzione che esista un "determinismo psichico" che rende tutto l'agire dotato di senso, conoscibile e modificabile sulla base della scoperta di "nuove leggi" della Psiche.
Dagli sviluppi ulteriori della Psicoanalisi non verrà altra risposta se non quella già data da Freud: la Psicoanalisi è "Scienza dell'uomo" sul piano teorico, ma è sul piano delle applicazioni che se ne potrà verificare la scientificità, dal momento che teoria e prassi hanno un nesso profondo, si correggono a vicenda, crescono di pari passo.
Ricordiamo la celebre affermazione di Freud: "La mia vita è la Psicoanalisi".
Questa affermazione sintetizza l'esperienza unica di una disciplina che si costituisce come teoria-prassi, in perpetuo scambio. Non a caso nelle opere di Freud non è possibile, mai, separare il momento applicativo dall'elaborazione teorica (esemplari sono, in tal senso, non solo la collaborazione e poi l'allontanamento tanto da Charcot che da Breuer, ma anche la costante autoanalisi e la sperimentazione in prima persona del transfert da parte di Freud nei confronti dell'amico e collega Fleiss).

Ma "Come definire la Psicoanalisi?"
Freud, che ne è il padre, parlò piuttosto di "Psicologia del Profondo", tuttavia, nel 1922, nel "Dizionario di Sessuologia", egli ne diede la seguente definizione:

"Psicoanalisi è il nome:

1. di un procedimento per l'indagine dei processi psichici, cui altrimenti sarebbe impossibile accedere;

2. di un metodo terapeutico, basato su tale indagine, per il trattamento dei sintomi nevrotici;
3. di una serie di conoscenze psicologiche acquisite per questa via, che gradualmente si sommano e convergono in una nuova disciplina".

La Psicoanalisi si pone così sia come una "scienza sperimentale" fondata sul confronto dinamico delle ipotesi teoriche con la terapia, sia come una "scienza dell'uomo" che si pone come una "scienza delle tracce", varcando così il confine tradizionale tra "scienze umane" e "scienze esatte". A tal proposito, Freud chiarisce che l'interpretazione psicoanalitica ha un duplice scopo: sia "ricostruire" che "costruire".
Quanto alla "ricostruzione", occorre dire che l'interpretazione psicoanalitica non è una "maieutica", in quanto la verità non precede la ricerca, né tanto meno un puro e semplice "svelamento" del contenuto latente di atti, parole, silenzi, sogni, sintomi.
Pur configurandosi inizialmente come "anamnesi", cioè come un lavoro "archeologico" di ricostruzione del passato, la Psicoanalisi va oltre.
Scopo della ricostruzione è dare voce al desiderio inconscio, esplicitare il fantasma in cui il desiderio si rappresenta ed inscriverlo nella storia personale del soggetto, dando forma all'informe, ordine al caos, senso al casuale, così che il ricordo possa essere riconosciuto, riappropriato e rivissuto.
Quanto alla "costruzione", l'interpretazione, scrive Freud, è ricerca di tracce, di indizi (alla Sherlock Holmes), di dettagli secondari che conducano all'originale (come il critico d'arte Morelli per l'attribuzione delle opere iconografiche). Le implicazioni teoriche più forti consistono nell'abolizione del dualismo vero-falso (i contenuti psichici hanno un senso manifesto che ne sottende uno latente) e di quello tra corpo ed anima (il corpo si psicologizza e la psiche si fa corpo), della corrispondenza tra verità e realtà e della coincidenza della realtà con la fattualità (anche l'immaginario è reale).
Si tratta di una vera e propria "rivoluzione epistemica", il cui percorso è complesso e non del tutto compiuto, che induce Freud a scrivere nel 1925:
"Probabilmente il futuro stabilirà che l'importanza della Psicoanalisi come scienza dell'inconscio oltrepassa di gran lunga la sua importanza terapeutica".
(È evidente che già in Freud si prefigura l'odierno problematico rapporto tra teoria e pratica terapeutica, e si pone in nuce la questione dell'ortodossia).
Occorre aggiungere che La Psicologia del Profondo ha inteso costruire un "codice di lettura" non solo della psiche umana, dei comportamenti, del modo di essere e relazionarsi dell'individuo, ma anche delle produzioni culturali, travalicando gli angusti ambiti della psichiatria.
In occasione dell'istituzione a Budapest della prima cattedra universitaria di Psicoanalisi, nel 1918, Freud scriveva:
"Nell'indagine dei processi psichici e delle funzioni intellettuali, la psicoanalisi segue un suo metodo specifico. L'applicazione di tale metodo non è affatto confinata al campo dei disturbi psicologici, ma si estende anche alla soluzione di alcuni problemi nell'ambito dell'arte, della filosofia e della religione: In tale direzione la psicoanalisi ha prodotto parecchi punti di vista nuovi e si è rivelata in grado di fornire delucidazioni preziose su temi come la storia letteraria, la mitologia, la storia delle civiltà e la filosofia delle religioni. Un corso di psicoanalisi generale dovrebbe quindi essere accessibile anche agli studenti di tutte queste materie di studio".
Inoltre, nel 1921, in "Psicologia delle masse ed analisi dell'Io", egli affermerà che le conoscenze apprese nella terapia del sintomo individuale possono estendersi all'indagine delle formazioni sociali. Non che la Psicoanalisi possa dire tutto di tutto, divenire un discorso onnipotente (nonostante il tentativo fatto, ma poi abbandonato da Freud di costruire una "metapsicologia", capace di spiegare anche il soprannaturale come una proiezione verso l'esterno di moti psichici).
Essa può, soprattutto con la sua capacità di decostruzione, mettere in moto alcune domande, far scricchiolare elementari certezze, apportare una maggiore consapevolezza della complessità degli scambi dell'uomo con l'uomo e dell'uomo col mondo.
Così, la comunicazione che intratteniamo con noi stessi e con gli altri perde la sua illusoria limpidezza, in quanto, all'occhio psicoanalitico, il rapporto intrasoggettivo e quello intersoggettivo, la relazione con l'alterità, interiore ed esteriore, si rivelano non solo come prodotto di processi cognitivi, ma anche e soprattutto come prodotto di dinamiche irrazionali profonde, che sono oltre la sfera dell'intenzionalità.
Persino l'osservazione scientifica, considerata l'estremo baluardo della conoscenza obiettiva e neutrale, si dimostra attraversata da dinamiche affettive che entrano in campo all'insaputa dello scienziato.
Occorre, perciò, che la conoscenza riconosca le zone d'ombra, le commistioni che la ragione intrattiene con l'irrazionale. Ma per far questo è necessario porsi in un nuovo vertice, in una posizione che collochi colui che conosce nella posizione di "oggetto tra gli oggetti", in un'ottica che situi il soggetto conoscente dentro e fuori il suo campo di indagine.
Di qui il mutamento del punto di vista anche nel rapporto medico-paziente, e del rapporto del terapeuta con se stesso.

La medicina ufficiale ottocentesca si muoveva in un orizzonte teorico di tipo positivistico-materialistico. Pertanto la psichiatria del tempo interpretava tutti i disturbi della personalità in chiave somatica. Era "scienza del corpo", non "scienza dell'uomo", "reificava" il malato, riducendolo al sintomo, all'effetto patologico di una causa organica.
L'isteria diveniva così un problema irrisolvibile, dal momento che in essa non erano rintracciabili lesioni organiche corrispondenti ai sintomi nevrotici.
Non è un caso che tutta l'elaborazione teorico-terapeutica di Freud prenda l'avvio dallo studio dell'isteria.
L'isterica è la grande protagonista della clinica psichiatrica di fine Ottocento.
"Di fronte ai fenomeni isterici - scrive Freud - tutta la scienza, tutta la anatomo-fisiologia è sterile". L'isteria, in quanto mima tutte le malattie, è una sfida per la medicina del tempo: le si sottrae come oggetto. L'isterica parla col corpo, col sintomo, benché in assenza di lesioni organiche. Recatosi a Parigi, grazie ad una borsa di studio, Freud conobbe Charcot, uno psichiatra che aveva adottato la tecnica dell'ipnosi come metodo terapeutico dell'isteria. Mediante l'ipnosi, Charcot era riuscito ad inibire, per suggestione, i sintomi isterici. Tornato a Vienna, Freud divenne collaboratore di Breuer, che utilizzava il metodo ipnotico non come strumento di repressione del sintomo, ma come strumento di rievocazione di avvenimenti penosi dimenticati. Infatti, egli aveva notato che il superamento delle amnesie circa i fatti spiacevoli del vissuto personale passato consentiva una liquidazione delle cariche emotive connesse ad essi e quindi l'eliminazione dei sintomi. Freud e Breuer scoprono così il valore liberatorio (e non repressivo-suggestivo) della parola e mettono a punto il "metodo catartico". Il distacco da Charcot è segnato proprio dalla scoperta del potere liberatorio della parola. La rievocazione indotta ipnoticamente, provocava una scarica emotiva (abreazione) capace di liberare il paziente dal disturbo nevrotico. Emblematico è il caso di Anna O., una colta e facoltosa giovane viennese, paziente di Breuer, che aveva sviluppato i sintomi isterici dopo essersi dedicata per mesi all'assistenza del padre, poi deceduto dopo lunga malattia. Fra gli altri sintomi (paralisi motorie, turbe della vista e dell'udito, tosse nervosa, afasia, anoressia), vi era pure una accentuata idrofobia. Mediante l'ipnosi, Breuer aveva scoperto che la paziente aveva "rimosso" un avvenimento della sua infanzia: Anna aveva visto il cane della sua governante (verso la quale nutriva forte ostilità) bere in un bicchiere. La rievocazione di quell'episodio aveva fatto scomparire i sintomi idrofobici. Ma ben presto Freud si distacca anche da Breuer.
I motivi di tale distacco sono essenzialmente tre:

1. l'abbandono di Freud dell'ipnosi in favore del "metodo delle libere associazioni";
2. il rifiuto di Breuer del transfert;
3. la non accettazione di Breuer dell'eziologia sessuale dei sintomi isterici.

Infatti, Freud, procedendo autonomamente rispetto a Breuer, giunge alla scoperta che la causa delle nevrosi è da ricercarsi in un conflitto tra forze psichiche inconsce, ossia operanti al di là della sfera di consapevolezza del soggetto, i cui sintomi risultano quindi psicogeni, cioè non derivanti da disturbi organici. È proprio la scoperta dell'Inconscio a segnare l'atto di nascita della Psicoanalisi, che si configura così come "Psicologia del profondo", dell'abissale. Prima di Freud si riteneva che la psiche si identificasse con la coscienza, Freud invece ritiene che il conscio sia solo la manifestazione visibile di una realtà profonda, non cosciente, costituita da elementi psichici rimossi. Dopo aver verificata la scarsa efficacia del metodo ipnotico nell'opera di rievocazione, dal momento che esso "forzava" il paziente, egli elaborò il metodo delle libere associazioni, capace di rilassare il paziente (di qui l'idea del divano) e consentirgli di abbandonarsi al corso dei propri pensieri, così che ne derivassero delle catene associative collegate con il materiale rimosso da portare alla luce. Il rimosso, infatti, funziona come una sorta di campo gravitazionale in grado di attrarre i pensieri. Questo metodo, inoltre, richiede un nuovo rapporto tra paziente (colui che parla) e terapeuta (colui che ascolta), in quanto esclude ogni manipolazione da parte del secondo. La necessità della non manipolazione fu suggerita a Freud da una sua paziente, Emma Von N., nel 1888, che gli disse: "Non mi parli, stia zitto! Non mi tocchi". Il terapeuta, così, ascolta, di parola in parola, il fluire del discorso, fino al blocco della catena associativa, all'interruzione della sequenza, interruzione che indica la via al rimosso. Necessario presupposto teorico di tale metodo è che tutto l'agire, anche il non intenzionale, è dotato di senso, un senso che è latente e può essere reso manifesto.
La Psicoanalisi si configura, già al suo esordio, come una "scienza delle tracce", resa possibile dal principio del "determinismo inconscio": negando allo psichico ogni causalità, tutti i nostri atti (verbali e non) risultano collegati in una ferrea catena associativa (limite "positivistico" di Freud, nonostante la rivoluzionaria concezione della psiche come unità complessa e conflittuale).
Questo metodo, pur avendo la capacità di aggirare più facilmente censure e rimozioni (operate dal Super Io, dirà in seguito Freud), presenta tuttavia, nella concretezza dell'analisi, notevoli difficoltà, che solo lo sforzo solidale del paziente e dello psicoterapeuta sono in grado di superare. Nasce così il fenomeno del "transfert", o translazione affettiva, che consiste nel trasferimento, sulla persona del terapeuta, di stati d'animo ambivalenti (di amore e di odio), provati dal paziente nei confronti delle figure genitoriali durante l'infanzia. Esso ha un aspetto positivo ed un aspetto negativo. Nel suo aspetto positivo (guadagnare l'approvazione del genitore) implica una sorta di attaccamento amoroso verso il terapeuta, che funge da condizione preliminare per il successo dell'analisi. Infatti, lasciando in disparte l'intento razionale di guarire e di liberarsi delle sofferenze, l'Io indebolito diventa forte sotto l'influenza della translazione e riesce a fare cose che altrimenti gli sarebbero impossibili, fa cessare i sintomi per amore. Nel suo aspetto negativo, il transfert si manifesta come rifiuto, opposizione. Ovviamente, l'induzione di quella che Freud chiama una "nevrosi da transfert" implica il distacco emotivo del terapeuta, perché sia feconda. È questo un importante motivo del distacco da Breuer, il quale non avendo compreso la natura ed il valore del transfert, rifiutò di continuare il rapporto terapeutico con Anna O. a causa dell"innamoramento" della donna nei suoi confronti.
Ma non ultima, in importanza teorico-pratica, risulta la scoperta dell'eziologia sessuale dei sintomi nevrotici. Ai suoi esordi, l'esplorazione dell'Inconscio mette in luce esperienze senza sapere, avvenimenti senza storia, rappresentazioni senza spazio, consequenzialità senza causa. Il tutto con un radicamento nel corpo e nelle "pulsioni" (non istinti), che ne svela l'inequivocabile coinvolgimento con la sessualità. La scoperta è talmente perturbante da ammutolire lo stesso Freud, che inizialmente allude alla sessualità usando il termine "die Sache" ( la Cosa). Ciò che costituiva scandalo non era parlare di sessualità o di patologia sessuale, lo scandalo era la stretta connessione della sessualità con il pensiero, con la fantasia, con la parola. Per la medicina tradizionale la sessualità coincideva con il processo riproduttivo. Era considerata una funzione corporea che aveva inizio con la pubertà ed era esclusivamente finalizzata alla generazione. Ogni comportamento erotico, che non fosse finalizzato alla procreazione, era considerato anormale. Tale concezione restrittiva della sessualità produceva una molteplicità di patologie sessuali, di perversioni (siamo in epoca vittoriana).
La novità di Freud è il separare sessualità e meccanismo generativo e riconoscere che la sessualità non è riducibile a parti anatomiche o a funzioni organiche, ma è un'energia vitale che informa tanto il corpo che la psiche: è "Libido". In quest'ottica, cade il dualismo tra corpo ed anima.
Il corpo parla (Freud definisce il sintomo isterico come "linguaggio d'organo"), e la parola può curare, perché sia il corpo che la parola sono animati da una medesima energia sessuata. La parola può svelare o velare, modificare o deformare le pulsioni sessuali (questo distingue l'uomo dagli altri appartenenti alla specie animale). Nel suo organizzarsi, la società civile affida alla famiglia un compito di "riproduzione sociale", che richiede una regolamentazione della sessualità.
La "camera dei genitori" diviene, allora, il luogo dove la sessualità si rappresenta legittimamente, bollando come illegittima ogni forma di espressione sessuale esterna al suo perimetro. In questo modo la sessualità viene socialmente amministrata, incanalata, finalizzata. Nell'Inconscio Freud ritrova rappresentato questo modello sociale e lo definisce come la "scena primaria", che fissa per sempre la coppia parentale (la quale esclude ed include, al tempo stesso, il figlio) quale unico modello "normale" e "normativo" della sessualità.
La sessualità sterile, "pre-genitale" (il bambino è asessuato) non ha spazio sociale legittimo, è "anormale". Diviene, dunque, una patologia e la medicina ne fa oggetto del suo sapere, e pertanto del suo potere. L'isterica, per Freud, rappresenta, così, il "sesso non sessualizzato", e perciò canonicamente non traducibile in discorso. A lei, donna borghese e colta, l'educazione, la morale, il costume non permettevano l'assunzione degli aspetti sessuali della sua personalità. La sessualità le era interdetta non solo in quanto sterile, ma in quanto femminile. Al carattere "notturno", "demoniaco" della sessualità femminile, la cultura del tempo contrapponeva "l'angelicità" della donna, incastonata nella fissità dei suoi ruoli familiari: figlia, sorella, moglie, madre. L'anatema che cade sulla sessualità femminile ne blocca la normale espressione e la incanala nelle forme patologiche, ma socialmente accettate, del sintomo. E Freud vede nel sintomo il bandolo terminale di una matassa da dipanare sino al suo estremo: il "trauma".
Il trauma è un trauma della "seduzione del padre" (complesso edipico), che ha origine nella prima infanzia ed è quasi sempre non fattuale, ma vissuto, pensato, immaginato nella sfera psichica profonda, e diviene fonte di patologia solo in età postpuberale in occasione di avvenimenti riattualizzanti. Grande rilevanza ha, in tal senso, la "scoperta della sessualità infantile", di cui parleremo in seguito. Per ora, è importante sottolineare che Freud non legge nella famiglia una causa patogena, né riconosce la specificità della condizione femminile. Ma non dobbiamo dimenticare che egli stesso è condizionato dalla cultura dominante del tempo.
Abbiamo già individuato un primo limite "positivistico" di Freud nel suo determinismo psichico, che lo aveva indotto a ritenere che nella mente ogni evento è prodotto necessario di una causa: grazie alla scoperta di "nuove leggi" della psiche, diviene, così, conoscibile, e pertanto modificabile, ciò che prima sembrava dominato dal caos.
Un ulteriore influsso positivistico è riscontrabile nella sua concezione "astorica" della famiglia, e nella convinzione che la dimensione biologica e l'opposizione maschio-attivo/femmina-passiva sono ribadite e riflesse nella dimensione psichica, oltre che sociale. In tal senso è possibile comprendere il "maschilismo" di Freud, nel suo disconoscere la specificità della sessualità femminile.
Una prima, doverosa considerazione è che le caratteristiche tradizionalmente attribuite al femminile (irrazionalità, sessualità, fantasia, creatività, inconsapevolezza) sono le stesse che Freud attribuisce all'Inconscio. Ma c'è ben altro. Anticipiamo qui temi che poi riprenderemo, e sui quali il discorso non può che rimanere aperto e problematico. La femmina è, per Freud, un "maschio mancato", evirato. È indubbio che egli abbia inaugurato un nuovo, importante punto di vista sulla sessualità, tuttavia oggetto privilegiato della sua osservazione è il bambino maschio, sia come protagonista di uno sviluppo sessuale volto al primato del fallo, sia come perno delle relazioni familiari nella triangolazione edipica. Infatti, nell'analizzare i momenti di sviluppo della sessualità infantile, egli sostiene una "originaria bisessualità psichica di tutti gli esseri umani", poi, in fase fallica, il "complesso di castrazione si manifesta nel maschio come "paura di evirazione" e nella femmina come "invidia del pene". Una volta scoperta la diversità corporea, il bambino vede nel corpo della coetanea la conferma dei propri timori di castrazione, mentre la bambina sperimenta, con vergogna, un senso di inferiorità organica (perfino il clitoride è visto come l'omologo imperfetto del pene).
Da questo primo scambio di sguardi, il maschietto si sente autorizzato a disprezzare la femminilità, la bambina, invece, è spinta alla protesta virile. Come vedremo (v. gli stadi della sessualità infantile, ed in particolare la fase fallica), l'esperienza della castrazione ha un valore strutturante opposto per il maschile ed il femminile. Mentre il bambino è indotto dal timore di perdere la propria identità anatomica ad uscire dall'Edipo, ad abbandonare la contesa con il padre, la bambina, di contro, entra nell'Edipo proprio nel momento in cui si riconosce biologicamente deprivata. Se fino a quel momento anche lei, come il maschio, aveva avuto come oggetto l'amore della madre, ora se ne allontana con ostilità, attribuendole la responsabilità della propria insufficienza somatica. È per questo che nella femmina, secondo Freud, non essendoci una minaccia di castrazione, i legami edipici col padre non saranno mai spezzati del tutto, rimarrà pertanto dipendente dall'autorità, priva di iniziativa, con deboli interessi sociali e scarsa capacità di sublimazione.
Combattuta tra protesta virile e desiderio di appagamento nella maternità, la donna introietta le pulsioni aggressive dando origine alla disposizione masochistica, passiva e ricettiva femminile, indispensabile alle vicende riproduttive del coito, della gestazione, del parto e dell'allattamento (funzionali sia in termine di produzione biologica che di riproduzione sociale). All'esterno di questo quadro, per lei non c'è che la mascolinità e la nevrosi. Non a caso, Freud propone due diversi tipi femminili: da una parte la madre, oblativa, masochista, tutta realizzata nel suo oggetto e nella sua funzione, dall'altra l'amante, narcisistica, autoerotica, incapace di amare e tesa solo ad essere amata. Benché in un primo tempo gli fosse sembrato sufficiente ipotizzare per la femmina un modello speculare a quello maschile, Freud si rende conto ben presto della sua insufficienza ed egli stesso invita le psicoanaliste ad occuparsi della sessualità femminile, sia sul piano teorico (arrivare dove lui non era riuscito), sia sul piano pratico (il transfert che una donna stabilisce con la psicoterapeuta attualizza il legame materno).

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