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FRIEDRICH WILHELM NIETZSCHE

LA VITA
(1844-1900)

Friedrich Wilhelm Nietzsche nasce a Röcken, vicino Lipsia, nel 1844. Dopo aver frequentato la scuola, si iscrive come studente di teologia all’Università di Bonn, ma l’anno seguente riprende gli studi di filologia a Lipsia. Nel 1869 ottenne la cattedra di filologia classica a Basilea. Nel 1872 esce la Nascita della tragedia, nel quale affronta la questione della classicità della civiltà greca, teorizzando le sue opinioni su spirito apollineo, spirito dionisiaco e loro disposizione nella tragedia classica. Nel 1879 cessa l’attività didattica e si dedica ad una lunga serie di viaggi e soggiorni più o meno prolungati in svariate località soprattutto mediterranee. A partire dal 1883 escono una dietro l’altra le sue più grandi opere: Così parlò Zaratustra, Al di là del bene e del male (1886), la Genealogia della morale (1887). Nel 1889, dopo svariati segni di squilibrio psicofisico, viene ricoverato in una clinica per malattie nervose e muore nel 1900

LA SUA FILOSOFIA

Quello di Nietzsche è un filosofare critico che pone le sue basi sul concetto di ansia di certezza, ovvero ciò che porta l’uomo alla debolezza. Il filosofo è convinto che per poter sopportare una realtà che di per sé non dà certezze, gli esseri umani se le siano dovute creare da soli; questo ha dato vita sia alla Religione che alla Metafisica, chiamate da Nietzsche “menzogne millenarie e vitali”, vitali perché necessarie per placare la paura di un uomo sottomesso e non vigoroso a cui Nietzsche contrappone l’übermensch (o superuomo). Ad esse il filosofo risponde con la volontà di verità, ovvero un atteggiamento di critica verso quelle che venivano considerate verità assolute (Warheit), che a suo parere non esistono, nonostante la Filosofia si sia sempre mossa per cercarle (non a caso egli aderiva alla scuola di pensiero denominata “scuola di sospetto”).

DIONISIACO ED APOLLINEO COME CHIARIMENTO DEL DECADENTISMO

Rappresentano quella dualità simbolo dei due impulsi dell’anima greca:
il Dionisiaco scaturisce dall’imprevedibilità caotica del divenire, è legato dunque alle passioni. La sua arte è estremamente astratta, non figurativa, esprimibile nella musica.
L’Apollineo rappresenta la razionalità che impone la fuga di fronte agli eventi imprevedibili. È legato alla razionalità e alla necessità di dare forma al caos; la sua arte è figurativa, esprimibile nell’Epopea.

In un primo momento i due impulsi vissero separati, in quanto opposti, poi si armonizzarono tra di loro (concetto del miracolo metafisico) fino a riuscire a convivere alimentandosi a vicenda, dando vita all’opera d’arte. In una terza fase la loro unione è stata distrutta dal sopraffare dell’Apollineo sul Dionisiaco, segnando un grave processo di Decadenza che ha travolto l’Occidente.
Nietzsche è a favore di un recupero dell’impulso Dionisiaco, inteso come un atteggiamento antirinunciatario, che accetta la vita nella sua totalità prescindendo dalle menzogne millenarie, qualcosa che si spinge oltre al pessimismo e all’ottimismo, dato che questi ultimi sono troppo separati per comprendere l’unità dei contrari che caratterizza la nostra realtà.

GENEALOGIA DELLA MORALE

È il metodo nietzschiano di accostamento alla morale: egli rifiuta il fatto che siano sempre state prese per buone menzogne millenarie come i dogmi cristiani, e decide di metterle in discussione muovendo loro una critica che ripercorre tutta la storia dell’uomo al fine di scoprire cosa ha mosso determinati comportamenti. Quest’analisi genealogica è stata chiamata da Nietzsche “Chimica delle Idee e dei Sentimenti” e poté muoversi in questo campo grazie alla nascita di quella che egli stesso considerava la Signora delle Scienze, ovvero la Psicologia.
Nietzsche concluse che la voce della coscienza umana non è altro che un sintomo della presenza delle Autorità Sociali, una sorta di voce degli uomini nell’uomo che ha assoggettato per anni il popolo ai dettami delle Elite dominanti.
Il filosofo distingue due concetti differenti di morale:
La morale dei Signori: incarnata nell’aristocrazia, si esprime nella forza, nella salute, nella fierezza, nella gioia.

La morale degli Schiavi: incarnata nel cristianesimo, si esprime nell’umiltà, nella debolezza, nel risentimento, nel disinteresse, nella pietà. È un odio impotente, un auto-tormento da parte dei deboli nei confronti dei più forti, generato dal risentimento verso ciò che vorrebbero essere ma che invece non sono. Esso si esprime con un’aggressività rabbiosa: ecco perché da una religione che predicava umiltà e sottomissione è scaturito un gruppo clericale tanto violento.
Nietzsche, proprio per evitare questo tipo di reazioni, invita l’uomo a non dare importanza alle religioni per non venire sottomessi; l’übermensch è colui che è legato alla realtà, che segue l’impulso dionisiaco.  “[…] Vi scongiuro fratelli, rimanete fedeli alla Terra e non credete a quello che vi parlano di sovraterrene speranze!”

NICHILISMO

Il Nichilismo è la fuga dal nulla della realtà delle menzogne vitali; l’uomo che riesce ad avvertire questo vuoto prova disgusto nei confronti di quel tipo di realtà fittizia e senza significati concreti, fino a cadere nel baratro del Nichilismo; ritrovandosi senza un orientamento avverte il vuoto dell’Esistenza. In questa fase della sua esistenza, l’uomo capisce che il significato della vita non è una realtà data, ma anzi deve trovarlo dentro di sé affidandosi alla sua coscienza, dunque ad una sorta di automorale.
Nietzsche si dichiara il primo nichilista, ma a differenza di molti altri è riuscito a superarlo, dato che egli stesso lo definisce come uno stadio provvisorio di presa di coscienza che lo porterà ad agire secondo la volontà di potenza. Egli descrive questo stadio come:

• INCOMPLETO: distruzione dei vecchi valori con la conseguente costruzione di altri valori tanto effimeri quanto i precedenti.
• COMPLETO: il nichilismo vero e proprio, può essere sintomo di:
o DEBOLEZZA: regresso dello spirito che prende coscienza della menzogna ma rimane fermo nel nulla esistenziale
o FORZA: ammettere che un mondo vero non esiste superando il nichilismo in sé attraverso la propria coscienza. L’uomo è spinto a trovare lo scopo dentro di sé accettando rischi e fatiche, ciò porterà ad uno stadio ulteriore di Estasi e Disperazione, dato che questo corrisponde all’assaporamento totale della vita, ma sarà effettuato non senza la solitudine, l’abbandono o la paura di non potercela fare.

IL CONTINUO RITORNO DELL’UGUALE

È la dottrina per la quale tutte le realtà e gli eventi sono destinati a tornare infinite volte. L’eterno ritorno dell’uguale corrisponde alla visione di Nietzsche della vita come un’infinita ciclicità di eventi; per questo l’uomo è invitato a vivere una vita da übermensch: stimolante, attiva, dinamica, in continuo sviluppo e svolgimento, dato che sarebbe tremendo dover rivivere in eterno un’esistenza rassegnata, noiosa e monotona.
Credere nel ritorno significa:
1. credere che il senso dell’Essere risieda nell’essere stesso;
2. disporsi a vivere la vita come una coincidenza di essere e senso, ovvero spiegandosi gli eventi solo perché sono, senza cercare verità esistenziali e senza lasciarsi fuorviare dalle menzogne millenarie.
L’estremo ritorno è l’apoteosi del divenire, e deve essere affrontato secondo l’atteggiamento che assumerebbe il superuomo, dandogli un senso accettando la vita in sé, rifiutando la morale tradizionale, accettando il fatto che Dio sia morto, superando il Nichilismo, operando la tra trasvalutazione dei valori (andare oltre la menzogna), essendo collocati nella prospettiva dell’eterno ritorno, essendo volontà di potenza.

LA VOLONTA’ DI POTENZA E IL CONCETTO DI AMOR FATI

La volontà di potenza è il modo d’essere del superuomo, è una LIBERTA’ CREATRICE attraverso cui il superuomo si pone al di sopra del caos della vita imponendo se stesso, le sue convinzioni, le sue interpretazioni; la sua vita diviene l’unica fondamentale, non accetta le menzogne millenarie perché frutto del condizionamento di altri uomini, non può assoggettarvisi perché l’unica realtà che conta per se stesso diventa la sua. Il superuomo ha il compito e il dovere di liberarsi dalle gabbie dei vecchi valori e fondare un nuova morale: è la volontà di potenza, ovvero la volontà di creare e rinnovare in continuazione i valori da seguire abbandonandosi ad una pulsione vitale infinita. Accetta la teoria dell’eterno ritorno perché la vita di chi riesce ad esprimere totalmente se stesso tramite la volontà di potenza è motivo d’orgoglio, di amor fati.
L’ amor fati è una nozione che aveva nell'Antichità e che conserva , per certi versi, anche in Nietzsche, una base cosmologica. Essa significa, infatti, non solo sopportare, ma amare tutto ciò che accade necessariamente nel mondo e, quindi, "non voler nulla di diverso da quello che é". Ciò é indispensabile, a parere di Nietzsche, per procedere alla costruzione del superuomo. Infatti, l'amor fati consente di sostituire alla morale della rinuncia una vita che si vuole eternamente ritornante nel suo libero gioco di distruzione e creazione di nuove forme di vita. Solo la volontà che si potenzia attraverso le sue creazioni può allora dire a se stessa: “così volli che fosse e diventa ciò che sei”. In "Ecce homo", Nietzsche scrive: "La mia formula per la grandezza dell'uomo é amor fati: che cioè non si vuole nulla diverso da quello che é, non nel futuro, non nel passato, non per tutta l'eternità. Non solo sopportare ciò che é necessario, e tanto meno nasconderlo- tutto l'idealismo é una menzogna di fronte alla necessità- ma amarlo..." E il tema dell'eterno ritorno e dell'amore per esso (amor fati) affiora anche nella "Gaia scienza", dove Nietzsche dice: "Che accadrebbe se, un giorno o una notte, un demone strisciasse furtivo nella più solitaria delle tue solitudini e ti dicesse: "Questa vita, come tu ora la vivi e l’hai vissuta, dovrai viverla ancora una volta e ancora innumerevoli volte, e non ci sarà in essa mai niente di nuovo, ma ogni dolore e ogni piacere e ogni pensiero e sospiro, e ogni indicibilmente piccola e grande cosa della tua vita dovrà fare ritorno a te, e tutte nella stessa sequenza e successione - e così pure questo ragno e questo lume di luna tra i rami e così pure questo attimo e io stesso. L’eterna clessidra dell’esistenza viene sempre di nuovo capovolta e tu con essa, granello della polvere!".

IL SUPERUOMO

Il superuomo per il filosofo ha il significato di oltreuomo. Il passaggio da uomo a superuomo quindi non è da intendersi come un’evoluzione per la quale dall’homo sapiens si sviluppa una nuova razza di individui superiori. Il superuomo invece oscilla tra la figura di individualità, a quella di avventuriero, che è spinto da un impulso più distruttivo che costruttivo.
Nietzsche considera la compassione una debolezza da combattere. Il suo obiettivo è di pervenire a quell’enorme energia di grandezza che può modellare l’uomo del futuro per mezzo della disciplina e dell’annientamento di milioni di bruti e informi, e che provocherà sofferenza e dolore il cui uguale non è mai stato visto prima. Il filosofo profetizzò con una certa gioia un’era di grandi guerre. Non era tuttavia un adoratore dello Stato era ben lontano dall’esserlo, era un appassionato individualista credente nell’eroe. La miseria di un’intera nazione, dice, ha minore importanza della sofferenza di un grande uomo: “le disgrazie di tutti questi piccoli uomini non costituiscono, se sommate insieme, una somma totale, tranne che nei sentimenti dei forti.”. Nietzsche non è un nazionalista, e non mostra eccessiva ammirazione per la Germania; a questo proposito Thomas Mann, nel suo saggio di critica, afferma:
“Il radicalismo aristocratico, Nietzsche, non l’ha mai visto. Non bisogna lasciarsi ingannare: il fascismo come esca di masse, come ultima volgarità, come la più miserabile e volgare cultura che mai sia riuscita a fare storia, non è forse intimamente estraneo allo spirito di colui che tutto riduce ad un problema: che cos’è aristocratico? Il fascismo è del tutto al di fuori del suo orizzonte mentale, e che la borghesia tedesca abbia scambiato l’avvento del Nazismo con i sogni nietzscheani di una barbarie rinnovatrice della cultura è stato uno degli equivoci più grossolani. Egli si mosse con una disdegnosa noncuranza di ogni nazionalismo, esprimendo un profondo odio contro il Reich e l’ottusa politica tedesca della potenza, schernendosi contro l’antisemitismo e contro ogni inganno razzista.”
Il filosofo vuole una razza che domini internazionalmente, che sia signora della terra, una vasta aristocrazia basata sulla più severa autodisciplina, in cui resti impressa per migliaia di anni la volontà di potenza dei filosofi e dei tiranni. Il Superuomo, che caratterizza lo sbocco finale, la parola conclusiva del pensiero di Nietzsche, affonda, secondo alcuni filosofi, le proprie radici nel darwinismo, liberamente interpretato dal nostro autore. Il Superuomo viene, infatti, concepito come il frutto più alto dell’evoluzione, l’esponente più elevato della specie umana, formatosi attraverso la lotta per l’esistenza: lotta che porta necessariamente alla vittoria del più forte contro gli inetti, contro i deboli e gli impotenti. Il Superuomo esprime il progetto di un nuovo essere qualificato da una serie di caratteristiche, che emergono oggettivamente dall’ opera nietzscheana: egli è colui che è in grado di accettare la vita, vincere le repressioni morali e sociali, superare le contraddizioni e le lacerazioni in cui è costretto da tutta una tradizione di pensiero idealistica e cristiana, operare una trasvalutazione di valori che rifiuti ogni giustificazione della vita che non venga dalla vita stessa, reggere la morte di Dio, presenza invadente ed ossessiva, guardare in faccia la realtà al di la delle illusioni metafisiche, cioè con la libertà e la creatività che un universo di valori già fissati gli negava, vivere e superare l’eterno ritorno e porsi come volontà di potenza. Da ciò emerge la visione del Superuomo in una prospettiva futura, e questo spiega il fatto che la traduzione del termine tedesco "Übermensch" può essere resa anche con "oltre-uomo".
La teoria, o meglio il mito, del Superuomo è presentato da Nietzsche nel suo scritto più importante, "Così parlò Zarathustra" in cui è narrata la desiderata trasformazione dell’uomo in Superuomo. Zarathustra, antico filosofo persiano vissuto nel VII secolo a.C., e fondatore dell’antica religione precristiana, diventa, nella trasfigurazione compiuta da Nietzsche, il profeta del Superuomo. Egli, infatti, dopo un lungo periodo di solitaria meditazione, si reca nella città più vicina ed aiuta l’uomo a liberarsi dai legami che lo tengono avvinto alla "preistoria", annunciando un nuovo messaggio:
"Io vi insegnerò cos’è il Superuomo. L’uomo è qualcosa che deve essere superato. Che cosa avete fatto per superarlo? Tutti gli esseri fino ad oggi hanno creato qualcosa che andava al di là di loro stessi: e voi invece volete essere la bassa marea di questa grande ondata e tornare ad esser bestie piuttosto che superare l’uomo? Che cos’è la scimmia per l’uomo? Qualcosa che fa ridere, oppure suscita un doloroso senso di vergogna. La stessa cosa sarà quindi l’uomo per il Superuomo: un motivo di risa o di dolorosa vergogna. Avete percorso il cammino del verme dell’uomo, ma in voi c’è ancora molto del verme. Una volta eravate scimmie, e anche adesso l’uomo è più scimmia di qualsiasi scimmia del mondo. Ma anche il più saggio di voi non è che un essere ibrido, qualcosa di mezzo fra la pianta e lo spettro. È questo forse ch’io vi comando di essere? Fantasmi o piante? Guardate, io invece vi insegno a diventare Superuomini! Il Superuomo, ecco il vero senso della terra. La vostra volontà quindi dica: il Superuomo diventi il senso della terra. Vi scongiuro, o fratelli, siate fedeli alla terra e non credete a coloro che vi parlano di speranze ultraterrene! Essi sono dei manipolatori di veleni, sia che lo sappiano, o No. Sono degli spregiatori della vita, dei moribondi, degli intossicati dei quali la terra è stanca: se ne vadano in pace! Una volta il peccato contro Dio era il peggiore sacrilegio; ma Dio è morto, e perciò sono morti anche questi esseri sacrileghi. Peccare contro la terra, ecco la cosa più terribile che si può fare oggi; stimare di più le viscere dell’imperscrutabile che non il senso della terra! Un tempo l’anima guardava con disprezzo al corpo: e allora questo disprezzo era la cosa più alta: essa voleva che fosse magro, affamato, orribile. Così pensava di sfuggire a lui e alla terra. Oh, quell’anima era essa stessa orribile, magra, affamata: e la gioia di quell’anima era la crudeltà! Ma anche voi, fratelli miei, ditemi: che cosa vi dice il corpo a proposito di questa vostra anima? Non è essa povertà, sporcizia e un miserabile benessere? In verità, l’anima è un sudicio fiume. Bisogna essere un mare per accogliere in sé un sudicio fiume senza diventare impuri. Ecco, io vi insegnerò a diventare Superuomini; il Superuomo è appunto quel mare, in cui si può perdere il vostro grande disprezzo. Qual è la cosa maggiore che può toccarvi? È l’ora del grande disprezzo. L’ora in cui anche la vostra felicità vi ripugnerà, come pure la vostra ragione e la vostra virtù. L’ora in cui: "Che importa la mia felicità? Essa è povertà e sudiciume e misera soddisfazione di sé. Eppure la mia felicità doveva giustificare la sua esistenza!" L’ora in cui mi direte: "Che importa la mia ragione? È essa avida di scienza come di cibo il leone? Essa è povertà e sudiciume e misero appagamento di sé". L’ora in cui direte: "Che importa la mia virtù? Ancora non mi ha reso demente. Come sono stanco del mio bene e del mio male! Tutto ciò è povertà e sudiciume e misero a pagamento di sé". L’ ora in cui direte : " Che importa la mia giustizia? Non mi accorgo di essere un carbone ardente. Ma il giusto è un carbone ardente!". L’ora in cui direte: "Che importa la mia compassione? La compassione non è forse la croce a cui è inchiodato colui che ama gli uomini? Passione non è forse la croce a cui è inchiodato colui che ama gli uomini? Ma la mia compassione non è crocifissione". Parlaste già così? Gridaste già così? Ah, vi avessi io già udito parlare così! Non il vostro peccato, la vostra rassegnazione grida al cielo, la vostra parsimonia anche nel peccato grida al cielo! Dov’è il lampo che vi lambisca con la sua lingua? Dove la demenza che bisognerebbe inocularvi? Vedete io vi rivelo il Superuomo: egli è questo lampo, è questa demenza!... L’ uomo è una corda tesa tra l’ animale e il superuomo, una corda al di sopra di un precipizio".
La difficoltà che si incontra nell’interpretazione di tale passo, come per tutto il resto delle sue opere, nasce dal fatto che la speculazione di Nietzsche non si basa su analisi e costruzioni razionali, ma è anzi un "pensare selvaggio", sfrenato nei confronti della razionalità. Deriva da un ambito, che, dall’immediatezza dell’esperienza, coglie profonde intuizioni e le elabora in un linguaggio mitico e poetico. Zarathustra esprime e definisce qualcosa che è oltre l’uomo e che tuttavia è proprio dell’uomo. Che sia oltre l’uomo, significa spesso che l’uomo viene distanziato con disprezzo dal Superuomo: l’uomo, nella sua essenza, e in particolare l’uomo così com’è nella sua realtà attuale, è, secondo la prospettiva del Superuomo, un sottouomo, al di sotto della sua misura. Il confronto con la scimmia non deve far pensare che Nietzsche aderisca all’evoluzionismo e creda che il Superuomo sarà il prodotto di un’evoluzione della specie umana. Al contrario, egli ritiene che vi sia stata una lunga decadenza dell’uomo e il confronto serve semplicemente di sprone all’uomo. Il senso di vergogna di cui parla Zarathustra indica che l’uomo comune, quello che si vede sulla piazza, appartiene in qualche modo al Superuomo. Il rapporto quindi tra uomo e Superuomo non è soltanto negativo: l’uomo, nella sua ridicolezza, fa parte del Superuomo, ma in modo tale che quest’ultimo se ne vergogna. Ma anche il Superuomo fa parte dell’uomo. Egli si può e si deve portare alla luce. Egli è "la folgore della nube oscura chiamata uomo". Il Superuomo è, però, ancora ben lontano dato che il più saggio degli uomini è paragonabile ad un ibrido tra una pianta e uno spettro, cioè devia verso il disumano, visto nell’insensibilità (la pianta) e nella fuga nell’irreale (lo spettro). Zarathustra si propone di far nascere questo nuovo tipo di uomo, nel quale confluiscono il superamento dell’uomo e l’affermazione dell’uomo fedele all’impegno. La "terra" indica tutto ciò che ha fatto percepire all’uomo l’appello all’impegno. Resta tuttavia vincere il sospetto che la terra stessa costituisca una zona di rifugio rispetto ad un ambito più impegnativo, il "sopraterreno" appunto. Diventa allora importante per Nietzsche chiarire che il Superuomo, nella sua armonia di essere oltre l’umano e di fedeltà alla terra, apre un orizzonte che è in grado di smascherare immediatamente i tentativi di limitarlo. Il disprezzo per l’uomo è suscitato dallo stesso disprezzo che tale uomo ha per le proprie capacità; si tratta infatti di un uomo che si lascia condizionare da tutto ciò che limita prospetticamente la sua potenza. Il primo dei condizionamenti che Nietzsche elenca li comprende potenzialmente tutti: una felicità che nasce dalla limitazione del proprio compito può ben essere giudicata qualcosa di "miserabile"; si tratta di un auto impoverimento, reso possibile da un “autoaccecamento” circa il valore della vita. La felicità può essere tale solo se nulla della realtà la rende infelice, solo se essa è in grado di dare un senso positivo ad ogni cosa, di "giustificarla". Non si tratta di ridurre il mondo alla propria misura, ma di rendere se stessi capaci di misurare effettivamente il mondo alla propria misura, a nulla rinunciando e nulla giudicando dualisticamente indegno di esistere. Il Superuomo è il mare che può accogliere e purificare il fiume immondo, non perché sia dotato di una superiore capacità, ma semplicemente perché toglie l’alienazione che rende immondo l’uomo. La vittoria sulla tentazione rinunciataria non può avvenire per gradi; è in gioco la radicalità dell’uomo, che può essere rifiutata o accolta. Il Superuomo è il fulmine che risolve d’un sol colpo le tensioni accumulate dai comportamenti evasivi. Nietzsche associa l’immagine del fulmine a quella della demenza, che qui sta ad indicare che il Superuomo introduce una logica completamente estranea alla mentalità rinunciataria. I verbi che sono usati per il fulmine (lecken) e per la demenza (geimpfen) denotano che il Superuomo non è una meta sublime e lontana, ma un’iniziativa che incalza dall’interno e dall’esterno l’uomo rinunciatario, non lasciandogli ulteriori motivazioni per sottrarsi all’impegno, costringendolo all’alternativa fra l’autodisprezzo e il rischio integrale per la grandezza. L’uomo deve intraprendere il pericoloso passaggio al di là dei propri condizionamenti prospettici, oppure resterà definitivamente schiavo di questi. "La grandezza dell’uomo è di essere un ponte e non uno scopo: nell’uomo si può amare che sia una transizione e un tramonto." Il Superuomo è il filosofo dell’avvenire. Gli "operai della filosofia", come Hegel, non sono veri filosofi. I veri filosofi sono dominatori e legislatori: dicono "così deve essere", prestabiliscono la meta dell’uomo e per far ciò utilizzano i lavori preparatori di tutti gli operai della filosofia e di tutti i dominatori del passato. "Essi spingono nell’avvenire la mano creatrice e tutto ciò che è e fu diventa per loro un mezzo, uno strumento, un martello. Il loro conoscere equivale a creare, il loro creare a legiferare, il loro volere la verità a volere la potenza". Essi hanno virtù che non hanno niente a che fare con quelle degli altri, possono sopportare la verità, l’intera e crudele verità sulla vita e sul mondo; e così possono accettare veramente la vita e il mondo.

IL SUPERUOMO ED IL NAZISMO

Il mito del Superuomo, nella prima metà del secolo scorso, non affascina solo l’ambiente letterario, ma anche quello politico, anche se le questioni di tale ambiente rimangono estranee al filosofo, dato che il nazionalismo per lui è un punto di vista troppo angusto. Egli è toccato solo da una questione che è già stata messa in gioco nel suo tempo e particolarmente in Germania: l’antisemitismo. Il suo rifiuto energico, spesso direttamente astioso di questo movimento, che determinò la rottura perfino con l’unica sorella, le sue numerose conoscenze ebree, ci fanno oggi apparire completamente incomprensibile il fatto che la Germania razzista del 1933 potesse esaltare proprio Nietzsche come "suo" filosofo. E ancor più grottesco si fa poi la storia, quando si viene a sapere che l’archivio nietzschiano di Weimar, temporaneamente covo ideologico di questa idea di Stato, era stato fondato con capitali ebrei!
L’interpretazione nazista di Nietzsche, che ha trovato la più emblematica espressione nel libro di Alfred Baeumler "Nietzsche, il filosofo e il politico" (1931), è stata facilitata da una singolare vicenda filologica, consistente nel fatto che la sorella, Elisabeth Forster-Nietzsche, nel desiderio di fare del fratello il teorico di una rigenerazione reazionaria dell’umanità, non esitò, dopo essersi impadronita degli inediti, a manipolare i testi del filosofo, pubblicando nel 1906 la "Volontà di potenza" nella quale il pensiero di Nietzsche assume quella fisionomia anti-umanitaria ed anti-democratica sulla quale farà leva la lettura nazista.
Nella cultura tedesca tra le due guerra, Baeumler gioca un ruolo di primo piano. Egli può essere considerato il filosofo classico della cultura di quel tempo, anzi, il maestro cui si rifanno molti intellettuali del partito nazionalsocialista. Come esprime lo stesso titolo della sua opera, Baeumler sostiene la tesi che Nietzsche sarebbe a un tempo filosofo e politico; non a caso lo studio si divide in due parti fondamentali, rispettivamente intitolate "Nietzsche filosofo" e "Nietzsche politico", che sono tra loro strettamente unite. Con ciò Baeumler vuole sottolineare che nel pensiero nietzscheano non si può distinguere il momento teorico da quello pratico. Tale unità inscindibile tra teoria e prassi viene messa particolarmente in evidenza nella seconda parte del suo studio, quando considera Nietzsche come un "pensatore esistenziale", la sua tematica culturale non si esaurisce nelle polemiche che egli conduce in tutti i suoi scritti nei confronti della cultura del suo tempo, ma è sorretta da un’impostazione metafisica che si esprime nella sua dottrina della volontà di potenza. L’opera che va sotto la denominazione di "Volontà di potenza", secondo Baeumler, rappresenta il complesso dei pensieri postumi del filosofo, collegati tra loro secondo una interna coerenza; essi presentano un pensare che ci richiama da vicino quello eracliteo. Considerare uomo e mondo secondo una concezione eraclitea significa considerarli in un continuo divenire che come tale non può mai esaurirsi. Tale concezione filosofica prende il nome di "realismo eroico". Così le due espressioni "pensiero esistenziale" e "realismo eroico" sono in fondo affini e intendono mettere in luce un filosofare eracliteo come continuo superamento, anzi, come continua lotta. Ora, proprio il concetto di lotta (Kampf), inteso appunto in senso metafisico porta Baeumler a cogliere l’unità del filosofare nietzscheano nei due momenti indissolubili, quello teorico e quello pratico. In altre parole, il concetto metafisico di lotta presenta il terreno comune tra filosofia e politica. si può così dire che Nietzsche è filosofo in quanto è politico o, che è lo stesso, è politico in quanto è filosofo. Così riceve un senso nuovo l’individualismo nietzscheano, dato che l’essenza dell’individuo può realizzarsi solo in una dimensione politica che trova la sua espressione ultima nella concezione dello stato. Lo stato riceve in tal modo una sua configurazione metafisica, anzi, si rivela come l’espressione ultima del filosofare eroico o del filosofare esistenziale. Baeumler è convinto che, sebbene non si possa dedurre dagli scritti di Nietzsche una dottrina sullo stato, tuttavia le sue riflessioni aprono la via per una nuova dottrina su di esso. D’altra parte, è pure convinzione di Baeumler che il ben noto individualismo nietzscheano non esclude un suo legame intrinseco con lo stato. Infatti, se Nietzsche parla di individuo, egli intende alludere soltanto alla superiorità dello spirito e non già a una dimensione anarchica dell’individuo. Anzi, Baeumler ritiene che sia possibile mettere in luce nel pensiero di Nietzsche un terreno comune tra questa concezione dell’individuo come superiorità dello spirito e la dimensione del collettivo a partire dalla tematica del corpo che è centrale nel filosofare nietzscheano. Non occorre far notare che per Baeumler il terreno del collettivo nel quale si radica il momento di individualità non è tanto un vago concetto di umanità quanto un’unità concreta, come può essere una razza, un popolo o uno stato. Del resto Baeumler è di avviso che chi pensa secondo l’angolo visivo del corpo, non può essere un individualista nel senso negativo del termine. D’altra parte, il singolo batte il cammino della grandezza solo quando partecipa delle tensioni che hanno luogo tra le unità storiche del mondo. Sotto questo aspetto si può vedere come il momento filosofico incominci a prendere forma proprio in quello pratico che, come detto, trova nel concetto di stato l’espressione filosofica più alta. Ora, se si tiene presente tale filosofare eroico o filosofare esistenziale, assume un suo preciso significato, la concezione del Superuomo che non sarebbe altro, secondo Baeumler, che un’espressione per denotare tutto ciò che è eroico nel puro concetto terrestre. Zarathustra sarebbe proprio colui che annuncia tale pensiero esistenziale ed eroico a un tempo. Questo spiega perchè Baeumler faccia di continuo presente che con la sua interpretazione egli intende porsi decisamente in polemica con quella interpretazione che egli denomina dionisiaca e che è purtroppo predominante nei primi decenni del secolo. Baeumler è convinto che ponendo in primo piano la componente dionisiaca che è senza dubbio presente in Nietzsche, ci si espone al pericolo che rimanga in realtà coperta la dimensione autentica del suo filosofare. Nietzsche è in primo luogo amico dei Greci ed è scolaro di Eraclito e non già di Dioniso. Senza dubbio, proprio questa interpretazione del Superuomo porta Baeumler alla convinzione che il pensiero dell’eterno ritorno non può rientrare nell’ambito del filosofare nietzscheano che è dominato da una interna coerenza. Questa è data proprio dal carattere eracliteo del mondo. Di qui la conclusione che la concezione dell’eterno ritorno, che sostiene una concezione dionisiaca del reale, si trova in opposizione alla concezione eraclitea e perciò non può rientrare nel pensare unitario tipico della problematica nietzscheana. In fondo, la concezione dell’eterno ritorno può essere considerata come concezione di un’esperienza personale e non può quindi essere inserita nel contesto oggettivo di un sistema unitario e coerente come è appunto quello nietzscheano. Quindi il rapporto tra la dimensione dell’eterno ritorno e quella della volontà di potenza è soltanto un rapporto esterno e non già interno. L’eterno ritorno non rientra nell’ambito dell’accadere dell’essere. Si può dire pertanto che la concezione dell’eterno ritorno è a livello religioso, mentre quella della volontà di potenza è a livello filosofico. Questo comporta che la concezione dell’eterno ritorno non può più rientrare nella problematica della verità, che ha luogo soltanto su un terreno strettamente filosofico come quello della volontà di potenza. Nell’eterno ritorno domina la dimensione dell’amore, mentre nella volontà di potenza domina l’opposizione, la divisione, la lotta, che sono momenti tipici della dimensione eraclitea. Nietzsche ha voluto in tal modo delineare l’immagine di un filosofo aperto al rischio, il quale ha il coraggio di opporsi al filosofare sognatore, chiuso in una realtà religiosa e mistica che rappresenta appunto la realtà del dionisiaco.
Secondo Baeumler, inoltre, la dimensione politica del pensiero di Nietzsche ha anche una valenza storica. Il filosofo fa propria la tematica nietzscheana del destino, la forza che agisce nella storia sarebbe in fondo solo quella del destino e non già quella del singolo essere umano. Secondo questo modo di considerare il reale, le azioni sarebbero momenti accidentali a servizio di un’idea. Ciò porta però alla conseguenza che viene offuscato il fondamento ultimo della stessa azione. In fondo, Baeumler vuole mettere in guardia il tedesco da quella visione storica secondo la quale le singole rivoluzioni che ci sono state in Germania non avrebbero fatto altro che preparare ciò che nella cultura del suo tempo viene riconosciuta come "la rivoluzione tedesca". A suo avviso non ha senso enumerare i motivi che hanno concorso al successo di queste rivoluzioni, poiché ciò significherebbe scambiare la fisiologia con la politica. È fondamentale, per capire il pensiero di Baeumler a riguardo, tener presente che nel terreno nietzschiano della tematica politica non si deve distinguere il piano della possibilità dal piano della realtà. Questo implica che si deve finalmente superare la concezione di una idea che agisce sulla storia non solo sul piano puramente teoretico ma pure su quello pratico. La rivoluzione autentica non è frutto di una pura somma di azioni ma è qualche cosa di più profondo che secondo Baeumler sarebbe dato da una forza misteriosa che sin dai tempi antichi è conosciuta come destino. Solo in forza di questo si può parlare di autentica unità. Il momento di unità non segue l’azione ma è ciò che la precede. È determinante quindi il momento di anticipazione che ha luogo in una dimensione di decisione che sfugge alla comprensione del singolo. Il momento profondo di tale unità non è però a livello di pura idea ma soltanto a livello di un’esistere fattuale. Così, l’azione storica non è il momento particolare che deve essere realizzato nell’ambito di un orizzonte più generale, ma è quella sua realizzazione fattuale il segno di una forza misteriosa che è in sé dominata dalla legge della necessità.
Secondo Baeumler, Hitler non ha criticato la Repubblica di Weimar con argomenti a livello teorico, ma la sua stessa azione in quanto azione storica si pone come critica a tutto l’apparato culturale che sosteneva la concezione di una simile repubblica. In altre parole, la legittimità dell’azione di Hitler è da cogliersi solo nel fatto della sua azione. Agli occhi della borghesia ciò doveva essere considerato come una mostruosità. Però proprio tale carattere di mostruosità sarebbe tipico di chi agisce. Il popolo tedesco deve pertanto, secondo Baeumler, divenire cosciente della grandezza delle singole azioni del Fuhrer, anche se queste hanno un simile carattere di mostruosità. Questo momento è del resto contenuto nella dimensione esistenziale di decisione, che supera il puro piano individuale per rivelarsi come decisione del destino. Nella decisione non c’è fiducia in un particolare svolgimento di un’azione considerata in un contesto più ampio, ma c’è solo la fiducia nell’azione per se stessa. Il rapporto di chi compie l’azione si conclude solo con la propria decisione che fa tutt’uno con l’orizzonte del destino. Perciò, secondo Baeumler, le azioni di Hitler ricevono il loro senso profondo nel loro contesto politico come azioni in rapporto con l’orizzonte del destino. Si tratta di azioni del tutto particolari che superano il piano etico, dato che ricevono il loro senso ultimo soltanto dalla realtà della decisione. Queste considerazioni ci mostrano il momento di fondo in forza del quale è possibile distinguere l’azione politica dall’azione non-politica. Pertanto, l’azione diventa politica solo perchè si trova in rapporto con la dimensione del destino. Si deve pure precisare che solo così tale azione politica diventa un’azione storica. Inoltre il momento storico determinante acquista la dimensione di grandezza solo se mantiene la sua carica esistenziale originaria della quale è il sigillo vivente. Ciò implica il problema di un’educazione autenticamente politica. Si capisce così perchè Baeumler dica che l’autentica educazione politica per il popolo tedesco consiste nel tener lo sguardo aperto alla misteriosa forza del destino. In tal modo, Baeumler mette in rilievo un rapporto intrinseco tra la sua posizione dell’essere nietzscheano come volontà di potenza, con la concezione politica del nazionalsocialismo. O meglio, Baeumler intende dare a tale concezione un fondamento filosofico, anche se riconosce i limiti profondi della problematica nietzscheana nell’ambito di tale cultura: in Nietzsche il concetto di vita non viene inteso in modo univoco in chiave biologica di razza.
Nell’ambito del nazionalsocialismo un altro interprete del pensiero di Nietzsche è Oehler. Egli vede nel filosofo il momento culminante di tutta l’anima tedesca che nel corso della storia tende nostalgicamente a realizzare il sogno romantico di grandezza di tutto un popolo, che diventa realtà solo grazie a Hitler. Purtroppo Oehler è affascinato dalla figura di Hitler in modo tale che talvolta arriva ad offuscare la stessa figura del filosofo. Così, Hitler viene considerato non solo come uomo d’eccezione per le sue qualità personali, ma soprattutto come uomo del destino,il cui compito sarebbe proprio quello di realizzare la missione storica del popolo tedesco. Hitler diventa la più autentica realizzazione storica del Superuomo nitzscheano. Ciò spiega perché Oehler intrecci di continuo alla tematica di Nietzsche dei brani presi dall'opera Mein Kampf di Hitler. L'interpretazione nazista del filosofo trova una sua giustificazione anche nella critica nietzscheana del popolo tedesco e della Germania: secondo Oehler, infatti, egli critica solo la cultura tedesca del suo tempo, poiché la struttura dello stato è molto lontana dal creare ciò che solo il Terzo Reich stava creando; inoltre, il filosofo si mostra contro la democrazia perchè essa rivela un triste livellamento dei più autentici valori della persona. La democrazia rappresenta la perdita della fede nei confronti dell'uomo grande. Di conseguenza, tale forma di stato porta al nichilismo, la cui espressione storica più oggettiva sarebbe data dal marxismo. Pertanto nella sua lotta contro il marxismo Hitler può considerarsi il Superuomo capace di superare il fenomeno culturale del nichilismo. Meglio nota è anche un'altra interpretazione del pensiero nietzscheano, fornita da Walther Spethmann, e che considera il Superuomo non soltanto sotto l'aspetto politico, ma addirittura sotto l'aspetto famigerato dell'igiene della razza. Secondo lui la cultura politica doveva ricevere il suo significato e quindi la sua ultima giustificazione solo dal potere, o più esattamente solo da coloro che via via si succedevano nell'affermazione del potere. Spethmann difende Nietzsce dalle accuse di follia e di ateismo affermando che se il filosofo si mostra critico nei confronti della Chiesa cristiana, lo fa perché vede in essa uno strumento politico, dato che la Chiesa pretende di ridurre tutti gli uomini alla stesso livello di eguaglianza. La dottrina del Superuomo e quindi la distinzione tra signori e schiavi viene letta alla luce della dottrina del nazionalsocialismo come eliminazione dei malati e dei deboli per la formazione di una razza superiore che deve dominare su altri popoli. Anzi, Spethmann si rifà esplicitamente a Hitler come a quelli cui é dato il compito di formare una razza pura che deve coincidere con quella autenticamente germanica. Anche Muller-Rathenow interpreta la figura di Hitler come nuova espressione storica del Superuomo: per Hitler, come Fuhrer destinato da Dio, é determinante, come nel Superuomo nietzscheano, la volontà di potenza intesa come forza che non ha altro scopo che quello dell'ebbrezza dionisiaca dell'atto continuo di forza. Tutte queste riflessioni essenzialmente di natura politica sulla dimensione del Superuomo nietzscheano mostrano come l'ambiguità e talvolta la scarsa chiarezza della concezione del filosofo abbiano condotto gli esponenti dell'ideologia nazista ad usufruire del suo pensiero, in realtà esente da ogni carattere politico, per giustificare una cultura che prevede come fine ultimo la conquista del potere assoluto e l’ideologia di un uomo, che è stato per l’Europa come la nube che porta con sé la folgore:Hitler.

NIETZSCHE E LA GUERRA

Non si è mai presentato però alla mente di Nietzsche che la brama di potere che lui attribuisce al suo superuomo è anch’essa un prodotto della paura. Coloro che non temono i loro vicini non vedono la necessità di padroneggiare su di essi. Gli uomini che hanno dominato la paura non hanno le qualità frenetiche del “tiranno” che il filosofo esalta, infatti non ha mai concepito un uomo che, pur con la mancanza di paura e l’orgoglio inflessibile del superuomo, non infligge dolori perché non ha il desiderio di farlo. Il problema etico più significativo sollevato da Nietzsche riguarda la natura di essa, ovvero: la nostra etica deve essere aristocratica o deve trattare in qualche modo tutti gli uomini come se fossero uguali? Si potrebbe pensare che la felicità generale possa essere favorita da una forma di governo aristocratica, ma questa non è la posizione di Nietzsche. Egli sostiene che la felicitò della gente comune non rappresenti il bene in sé. Tutto ciò che è bene o male in sé esiste solo per quei pochi esseri superiori, ciò che accade agli altri non conta. Ma come sono definiti questi pochi esseri superiori? In pratica sono una razza conquistatrice; infatti Nietzsche scrisse: “Senza una buona nascita non è possibile alcuna moralità”, essi avranno dunque più moralità, saranno biologicamente superiori ai propri sudditi, più forza di volontà, più coraggio, maggiore aspirazione alla potenza, meno simpatia (intesa come il sentimento di infelicità nei confronti della sofferenza altrui), meno gentilezza, meno paura. I vincitori della guerra e i loro discendenti sono di solito biologicamente superiori ai vinti. È naturale, quindi, che essi detengano tutto il potere e conducano gli affari esclusivamente nel loro interesse. Secondo il filosofo, inoltre, in un combattimento tutti contro tutti è probabile che il vincitore possegga certe qualità che Nietzsche ammira, come il coraggio, l’abbondanza di risorse, e la forza di volontà. Ma se uomini che non posseggono queste qualità aristocratiche si uniscono insieme possono vincere, malgrado la loro inferiorità individuale. In questo combattimento, il Cristianesimo rappresenta l’unione tra coloro che sono individualmente deboli e che per timore di non potercela fare, ritengono necessario e vitale unirsi tra di sé.


BUDDISMO E CRISTIANESIMO

L’obiezione che Nietzsche fa al Cristianesimo è che questo fece accettare quella che egli chiama la moralità degli schiavi. Il filosofo ritiene invece, che esseri umani che abbiano del rispetto per sé stessi non dovrebbero inchinarsi di fronte a nessun potere più alto e che le chiese cristiane sono divenute le alleate dei tiranni e stanno aiutando i nemici della democrazia a negare la libertà ed a continuare ancora ad affamare il povero. Nietzsche non si interessa della verità metafisica del Cristianesimo come di qualunque altra religione; convinto com’è che nessuna religione sia realmente vera, le giudica tutte solamente dai loro effetti sociali. È d’accordo con i philosophes francesi nell’opporsi all’obbedienza alla presunta volontà di Dio ma le sostituirebbe la volontà del terreno “tiranno artista”. L’obbedienza è giusta, tranne che per i superuomini, ma non l’obbedienza al Dio cristiano. Quanto al fatto che le Chiese cristiane siano alleate dei tiranni e nemiche della democrazia, questo egli dice, è proprio il contrario della verità. La Rivoluzione francese ed il socialismo sono secondo lui identici nello spirito al Cristianesimo; a tutto ciò Nietzsche si oppone e sempre per la stessa ragione: non tratterà mai tutti gli uomini come se fossero uguali.
Il Buddismo ed il Cristianesimo sono entrambe religioni “nichiliste”, nel senso che negano ogni definitiva differenza di valore tra un uomo ed un altro, ma il Buddismo è di gran lunga meno contestabile dei due.
Il Cristianesimo è degenerativo, pieno di elementi decadenti; la sua forza motrice è la rivolta dei bruti e degli informi. Questa rivolta fu iniziata dagli ebrei e introdotta nel Cristianesimo da santi come San Paolo, privi d ‘ogni onestà. Egli condanna l’amore cristiano perché pensa che sia un prodotto della paura: ho paura che il mio vicino possa colpirmi e così lo assicuro che lo amo. Se fossi più forte e più coraggioso mostrerei apertamente il disprezzo che sento per lui. Non sembra possibile a Nietzsche che un uomo possa sentire un vero amore universale, evidentemente perché egli stesso sente un odio ed una paura quasi universali, che ama travestire da indifferenza. Il suo “uomo nobile” (lui stesso nei suoi sogni) è un essere completamente privo di simpatia, spietato, astuto, crudele, che pensa solo al potere. Il problema etico, al contrario di quello politico, ha a che fare con la simpatia, che in un certo senso è naturale, dato che i bambini si agitano se sentono altri bambini piangere. Ma è comunque naturale, per Nietzsche, che molti trovino piacere nell’infliggere torture, oppure che altri, come il Buddha, senta di non poter essere completamente felice finché qualcosa che è vivo soffra (questa è la ragione per cui il filosofo lo trova meno contestabile del Cristianesimo). La maggior parte della gente civile divide l’umanità sentimentale in amici e nemici, provando simpatia per i primi e non per i secondi. Un’etica costruita sul Cristianesimo e sul Buddismo ha le sue basi in una simpatia universale, mentre Nietzsche professa in un’etica basata sulla sua completa assenza, in cui la gloria è basata sulla bravura nel causare la morte degli uomini, in cui vengono ammirati i conquistatori, totalmente priva di amore; per questo motivo si trovò nettamente in contrasto con le Religioni.

LA MORTE DI DIO

“Dio non esiste, perché se veramente esistesse, che motivo avrei io di non esserlo?”
La morte di Dio è un punto fondamentale nella Filosofia di Nietzsche. Secondo il filosofo, Dio non era altro che il simbolo di un mondo perfetto, contrapposto a quello in cui viviamo; questa concezione invita l’uomo a rivoltarsi contro la nostra situazione di esseri umani, invitandolo a fuggire dalla vita. Dio è la personificazione delle convinzioni umane che scaturiscono dall’ansia di certezza, ovvero una menzogna vitale a cui gli uomini hanno dato la forma di un essere umano. L’uomo si è creato tali certezze per porre rimedio alla realtà caotica ed irrazionale, ponendo come punto fermo qualcosa di buono ed armonico.
Gli occhi del filosofo sono però disincantati e scorgono la natura effimera di tali credenze, Dio appare a Nietzsche come la più antica delle menzogne vitali, diventa l’espressione della paura umana. Egli, come Schopenhauer afferma che l’unica certezza sia nell’ ateismo (dato, palpabile, indiscutibile).
Nietzsche vuole annunciare la morte di Dio e nel suo saggio lo fa tramite la voce dell’uomo folle, folle perché in contrasto con la morale: è l’essenza vera dell’übermensch, nessuno lo ascolta perché non riescono a capirlo o più semplicemente non vogliono farlo, dato che il rinnegamento della morale li porterebbero ad un eterno precipitare nel niente, nel vuoto di senso del Nichilismo e quindi anche alla creazione di altre divinità altrettanto fittizie. Di conseguenza, la morte di Dio corrisponde alla nascita del superuomo  Zarathustra: “[…] Morti sono tutti gli Dei, ora vogliamo che il Superuomo viva.”

SCIENZA, POSITIVISMO E STORICISMO

La vita per Nietzsche non può quindi essere un insieme di dati certi, ma un insieme di interpretazioni. Egli non crede che la scienza sia una realtà oggettiva legata a certezze matematiche: il nostro non è un mondo che può lasciar spazio alla concretezza, questa contrasterebbe notevolmente con la realtà caotica (dionisiaca) da cui è formata la sua natura.
Lo storicismo è negativo per Nietzsche, esso inchioda l’uomo al passato, lo lega ad una cultura effimera basata sulle menzogne millenarie nate dall’ansia di certezza. L’uomo non deve guardare al passato, deve evolversi facendo prevalere la natura del superuomo. La storia è considerata positiva soltanto se intesa come: Monumentale, Archeologica, Critica.


SUL SUPERUOMO:
F. NIETZSCHE, “COSI’ PARLO’ ZARATHUSTRA”

“I fichi cadono dagli alberi, essi sono buoni e dolci; la loro rossa pelle si screpola, quando cadono. Io sono un vento del settentrione per fichi maturi. Così, simili a fichi, cadono a voi questi insegnamenti, amici miei: bevetene il succo, la loro dolce polpa! Tutt'intorno é Autunno e cielo puro e pomeriggio. Guardate la pienezza intorno a noi! Bello é guardare verso mari lontani, dalla sovrabbondanza. Un tempo nel guardare verso mari lontani si diceva Dio; ora però io vi ho insegnato a dire: Superuomo. Dio é una supposizione; ma io voglio che il vostro supporre non si spinga oltre i confini della vostra volontà creatrice. Forse che potreste creare un Dio ? Dunque non parlatemi di dèi! Certo, voi potreste creare il superuomo. Forse non voi stessi, fratelli! Ma potreste creare in voi i padri e gli antenati del superuomo: e questo sia il vostro creare migliore! Dio é una supposizione: ma io voglio che il vostro supporre trovi i suoi confini entro ciò che é possibile pensare. Forse che potreste pensare un Dio? Ma ciò significhi per voi volontà di verità: che tutto sia trasformato sì da poter essere pensato, visto e sentito dall' uomo! Voi dovete pensare fino in fondo i vostri sensi stessi! E ciò che avete chiamato mondo, deve ancora essere da voi creato: esso deve diventare la vostra ragione, la vostra immagine , la vostra volontà, il vostro amore! E in verità per la vostra beatitudine, o voi che conoscete! E come vorreste sopportare la vita senza questa speranza, voi che conoscete? Voi non dovreste essere generati né nell'incomprensibile né nell'irrazionale. Ma, affinché vi apra tutto il mio cuore, amici: se vi fossero degli dèi, come potrei sopportare di non essere Dio! Dunque non vi sono dèi. Bene, ora ho tratto la conclusione; ora però essa trae me: Dio é una supposizione: ma chi potrebbe bere tutto il tormento di questa supposizione senza morire? Deve essere tolta al creatore la sua fede e all'aquila il suo librarsi in lontananze d' aquila ? Dio é un pensiero che rende storte tutte le cose dritte e fa girare tutto quanto é fermo. Come? Il tempo sarebbe abolito, e tutto ciò che é temporaneo sarebbe solo una menzogna? Pensare queste cose é vortice e vertigine per gambe umane, e vomito per lo stomaco: davvero, abbandonarsi a simili ipotesi io lo chiamo avere il male del capogiro. Io lo chiamo cattivo e ostile all'uomo tutto questo insegnare l'Uno e il Pieno e l'Immobile e il Soddisfatto e l'Immortale. Ogni Immortale non é che un simbolo! E i poeti mentono troppo. Invece i migliori simboli debbono parlare del tempo e del divenire: una lode essi debbono essere e una giustificazione di tutto quanto é momentaneo! Creare, questa é la grande redenzione dalla sofferenza, e il divenire lieve della vita. Ma perchè vi sia colui che crea é necessaria molta sofferenza e molta trasformazione. Sì, molto amaro morire dev'essere nella vostra vita, o voi che create! Solo così siete coloro che difendono e giustificano ogni cosa momentanea. Per essere il figlio di nuovo generato, colui che crea non può non voler essere anche la partoriente e non volere i dolori della partoriente. Davvero, attraverso cento anime io ho camminato la mia via e attraverso cento culle e dolori del parto. Molte volte ho già preso congedo: io conosco gli ultimi istanti che spezzano il cuore. Ma così vuole la mia volontà creatrice, il mio destino. O, se debbo parlarvi più sinceramente: proprio un tal destino vuole la mia volontà. Tutto quanto é sensibile soffre in me ed é in ceppi: ma il mio volere viene sempre a me come mio liberatore e apportatore di gioia. Volere libera: questa é la vera dottrina della volontà e della libertà, così ve la insegna Zarathustra. Non più volere e non più valutare e non più creare! Ah, rimanga sempre da me lontana questa grande stanchezza! Anche nel conoscere io sento solo la mia volontà che gode di generare e di divenire; e se nella mia conoscenza é innocenza, ciò accade perchè in essa é volontà di generare. Via da Dio e dagli dèi mi ha allettato questa volontà: che cosa mai resterebbe da creare, se gli dèi esistessero! Ma la mia ardente volontà creatrice mi spinge sempre di nuovo verso l'uomo; così il martello viene spinto verso la pietra. Ah, uomini, nella pietra é addormentata un'immagine, l' immagine delle mie immagini! Ah, che essa debba dormire nella pietra più dura e più informe! E ora il mio martello infuria crudelmente contro la sua prigione. Dalla pietra un polverio di frammenti: che mi importa? Io voglio compiere la mia opera: un' ombra venne infatti a me, la più silenziosa e lieve di tutte le cose é venuta una volta da me! La bellezza del superuomo venne a me come un'ombra. Ah, fratelli! Che mai possono importarmi ancora gli dèi!”

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