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NIETZCHE (1844 – 1900)

A dodici anni inizia a scrivere poesie e a comporre musica, poi si immatricola come studente di teologia a Bonn; nel 1872 pubblica il suo primo libro, “La nascita della tragedia”, che incontra l'ostilità dei filologi; in questo periodo i suoi modelli sono Schopenhauer e Wagner, dai quali però si distacca nel 1878. nel 1876 interrompe l'insegnamento e da allora in poi la sua vita sarà quella di un malato inquieto e nervoso, in perpetuo vagabondaggio da una città all'altra. Prima che in lui esplodesse la malattia mentale, già da decenni aveva allucinazioni e forse anche la sifilide; immerso nella follia, morì nel 1900.

La prima edizione complessiva delle sue opere è quella pubblicata dall' “Archivio Nietzsche” di Weimar, di cui era custode la sorella; una parte di questi appunti verrà data alle stampe con il titolo “La volontà di potenza”, di cui la prima edizione comprende 483 aforismi, mentre la seconda 1067.

Nel passato la malattia di Nietzsche ha rappresentato un argomento di cui si è servita la critica per screditare il suo pensiero; una sola era l'alternativa presa in considerazione: o si interpretava la filosofia di Nietzsche come “risultato” della sua malattia, o la sua malattia come “risultato” della sua filosofia. In ogni caso, la malattia gettava un'ombra funesta a causa del pregiudizio positivistico secondo cui una filosofia dovuta a una mente malata è anch'essa malata. Alcuni critici hanno invece valorizzato la malattia del filosofo, scorgendo in essa una condizione favorevole alla sua creatività filosofica.

Egli è stato associato alla cultura nazifascista, ad esempio lo storico liberale tedesco Nolte dice che senza alcuni aspetti della filosofia di Nietzsche, il nazismo non sarebbe divenuto ciò che fu; questa interpretazione è stata agevolata dalle operazioni della sorella del filosofo, la quale ha contribuito a diffondere l'immagine del fratello come teorico e propugnatore di una palingenesi reazionaria dell'umanità pubblicando una parte dei frammenti sotto il titolo “Der Wille zur Macht” (La volontà di potenza). La sorella ha finito per assumere i tratti di una leggenda, di una “sorella parafulmine”. Bisogna comunque ammettere che nei testi di Nietzsche si trovano spunti antidemocratici e antiegualitari.

Il pensiero di Nietzsche risulta caratterizzato da una critica della civiltà e della filosofia dell'Ottocento, che si traduce in una distruzione programmatica delle certezze del passato. A questa originalità dei contenuti si accompagna la ricerca di nuove modalità espressive e di nuove forme di comunicazione filosofica; negli scritti giovanili è ancora legato alla forma accademica del saggio e del trattato, in seguito opta per la forma breve dell'aforisma (illuminazione istantanea) e in “Così parlò Zarathustra” si ispira alla scrittura in versetti dei Vangeli e segue il modello della poesia in prosa e dell'annuncio profetico, ricco di simboli, allegorie e parabole.

In “La nascita della tragedia”, il motivo centrale è la distinzione tra apollineo e dionisiaco, che indicano i due impulsi base dello spirito e dell'arte greci e che esistono in tutti gli uomini, in quanto hanno portata universale e antropologica (si trovano anche nella natura). L'apollineo, che scaturisce da un impulso alla forma e da un atteggiamento di fuga di fronte al divenire, si esprime nelle forme limpide e armoniche della scultura e della poesia epica; il dionisiaco, che scaturisce dalla forza vitale e dalla partecipazione al divenire, si esprime nell'esaltazione creatrice della musica e della poesia lirica.

In contrasto con l'immagine dell'Ellade come mondo della serenità e dell'equilibrio (ossia come regno dell'apollineo), Nietzsche insiste sul carattere originariamente dionisiaco (o asiatico) della sensibilità greca, portata a scorgere ovunque il dramma della vita e della morte; tant'è vero che l'apollineo nasce dal tentativo di sublimare il caos nella forma, capace di rendere accettabile la vita.

Nell'età della tragedia attica (di Sofocle ed Eschilo), i due impulsi si armonizzarono tra loro, dando origine a capolavori sublimi; la grande tragedia manifesta dunque un perfetto accoppiamento tra apollineo e dionisiaco. Nell'arte successiva la sintesi tra apollineo e dionisiaco viene messa in forse dal prevalere dell'apollineo, che trionfa sul dionisiaco fin quasi a soffocarlo; questo processo di decadenza si concretizza nella tragedia di Euripide e attinge la sua espressione paradigmatica nell'insegnamento razionalistico e ottimistico di Socrate. La decadenza della tragedia e della civiltà occidentale nel suo complesso trova il proprio simbolo nell'opposizione tra uomo tragico, portato a dire sì alla vita, e uomo teoretico, portato a violentare la vita con la “sfera dei suoi sillogismi”.

La celebrazione nietzscheana dello spirito tragico e dionisiaco tende a porsi al di là sia del pessimismo, sia dell'ottimismo; da ciò discende il problema dei rapporti tra Nietzsche e Schopenhauer: infatti, se da quest'ultimo Nietzsche deriva la tesi del carattere doloroso dell'essere, di lui respinge la tematica dell'ascesi, contrapponendo un atteggiamento di entusiastica accettazione dell'essere. Per Nietzsche la vita è dolore, lotta, distruzione, crudeltà, incertezza errore, non ha ordine né scopo; due atteggiamenti sono allora possibili: il primo è quello della rinuncia e della fuga, il secondo è quello dell'accettazione della vita così com'è. Tutto ciò sfocia nell'ideale di una rinascita della cultura tragica incentrata sull'arte e sulla musica, di cui il filosofo scorge in Wagner un'incarnazione.

Tra il 1873 e il 1876 Nietzsche scrive le quattro “Considerazioni inattuali”; in “Sull'utilità e il danno della storia”, Nietzsche si schiera contro lo storicismo e lo storiografismo, sostenendo che l'eccesso di storia indebolisce le potenzialità creatrici dell'uomo. Non a caso l'uomo del XIX secolo soffre di una coscienza epigonale ed è propenso a ritenere che non ci sia più alcunché di nuovo sotto, per questo è restio ad impegnarsi. La storia è ugualmente dannosa e utile alla vita; è indispensabile il fattore oblio, perché per poter agire efficacemente nel presente occorre saper dimenticare il passato.

La storia appartiene al vivente per tre aspetti che lo caratterizzano: “essa gli occorre in quanto è attivo e ha aspirazioni, in quanto preserva e venera, in quanto soffre e ha bisogno di liberazione”. A questi tre possibili tipi di rapporto dell'uomo con la storia corrispondono tre possibili specie di storia: la storia monumentale, la storia antiquaria, la storia critica.
la storia monumentale è propria di chi guarda al passato per cercarvi modelli e maestri che non scorge nel presente; tende a mitizzare o ad abbellire il passato cancellandone alcuni accadimenti, oppure stimola il coraggioso alla temerarietà.
La storia antiquaria è propria di chi guarda al passato con fedeltà e amore; tende a mummificare la vira, ossia paralizza l'agire e ostacola ogni progetto di cambiamento.
La storia critica è propria di chi guarda al passato come a un peso da cui liberarsi per poter vivere; crede di poter recidere il passato con il coltello, dimenticando che noi siamo il risultato delle scelte delle precedenti generazioni e che non è possibile liberarsi dal loro condizionamento.

Il periodo illuministico (1878 – 1880) risulta caratterizzato dall'esplicito ripudio dei maestri di un tempo, Schopenhauer e Wagner, e dal privilegiamento della prospettiva della scienza rispetto a quella dell'arte e della metafisica, per cui metafisica, religione e morale vengono sottoposte a giudizio. Nietzsche diviene quindi illuminista e dedica la prima edizione di “Umano, troppo umano” a Voltaire; illuminista, si intende perché impegnato in un'opera di critica della cultura tramite la scienza.

Nietzsche identifica il nuovo metodo del pensiero come un procedimento critico di tipo storico – genealogico: eleva il sospetto a regola di indagine. Il metodo si articola in due fasi:
procede attraverso un'analisi storico – concettuale che mostra come quei valori che vengono ritenuti eterni appartengano a determinati contesti storici.
Si serve di una critica demistificante attraverso la quale rivela che, al di sotto della presunta assolutezza di quei valori, vi sono motivazioni e interessi comuni.
Nietzsche parla del proprio metodo come di una “chimica delle idee e dei sentimenti”, alludendo sia come anche cose nobili (come i valori) siano in realtà dei composti di cose più vili (come i bisogni e gli interessi degli uomini), sia al suo carattere dialettico, cioè alla capacità di far scaturire un determinato atteggiamento dal suo opposto, mettendo a nudo le matrici umane dei cosiddetti valori sovrumani. Il sapere genealogico studia non soltanto la genesi dei valori, delle idee e dei sentimenti, ma il loro intero sviluppo.

Per Nietzsche Dio è: il simbolo di ogni prospettiva oltremondana che ponga il senso dell'essere al di là dell'essere, ovvero in un altro mondo contrapposto a questo mondo; la personificazione delle certezze ultime dell'umanità, ossia di tutte le credenze metafisiche e religiose elaborate per dare un senso e un ordine alla vita. Dunque, l'immagine di un cosmo ordinato e benefico è soltanto una costruzione della nostra mente, Dio è la più antica delle bugie vitali. Per Nietzsche l'idea di Dio è confutata dalla realtà stessa, cioè dall'essenza malefica e caotica del mondo; del resto, all'origine dell'idea di Dio c'è la paura dell'uomo di fronte all'essere (Schopenhauer).

Nietzsche annuncia la morte di Dio attraverso un racconto simbolico sostenendo che non ancora tutti l'hanno capito e che si tratta di un evento che divide in due la storia; l'uomo folle è il filosofo-profeta, le risa ironiche degli uomini rappresentano l'ateismo ottimistico e superficiale dei filosofi dell'Ottocento, il senso di vertigine e di smarrimento segue al venir meno delle certezze e dei punti di riferimento assoluti. Si tratta della fine di un'epoca apertasi con Platone e con la nascita della metafisica e proseguita con il cristianesimo: adesso avverrà una rinascita e una nuova epoca segnata dalla figura del vagabondo e dello spirito libero, ovvero il superuomo.

La morte di Dio costituisce un trauma solo in relazione a un uomo-non-ancora-superuomo, infatti la morte di Dio coincide con la nascita del superuomo. Solo chi ha il coraggio di guardare in faccia la realtà e di prendere atto del crollo degli assoluti è ormai maturo per varcare l'abisso che divide l'uomo dal superuomo; il superuomo (o quel suo predecessore che è lo "spirito libero") ha dietro di sé la morte di Dio, e davanti a sé il mare aperto delle possibilità connesse a una libera progettazione della propria esistenza al di là di ogni struttura metafisica data.
Il profeta Zarathustra esclamerà: "Morti son tutti gli dei: ora vogliamo che il superuomo viva". Una sola è l'alternativa possibile: o il mondo è caos dionisiaco e Dio non esiste e il superuomo ha senso; o Dio esiste e il mondo non è più caos dionisiaco e il superuomo cessa di avere senso. Il che significa che l'universo nietzscheano è tale solo se si fonda sul presupposto, derivante da Schopenhauer, di un mondo "sdivinizzato".

La morte di Dio rappresenta il tramonto definitivo del platonismo; Nietzsche nello scritto intitolato "Crepuscolo degli idoli" individua sei tappe della progressiva dissoluzione del platonismo: nella quinta il mondo vero si rivela un'idea inutile e superflua, ormai confutata, si tratta del trionfo degli spiriti liberi; la sesta è che con la filosofia di Zarathustra all'eliminazione del mondo apparente dell'aldiqua.

Dopo la morte di Dio si aprono due possibilità, quella dell'ultimo uomo e quella del superuomo; perché Nietzsche elegge la figura arcaica di Zarathustra a portavoce delle proprie idee? Zarathustra viene interpretato secondo il modello dell'autosoppressione della morale, ossia come colui che, essendo stato il primo a tradurre la morale in termini metafisici, è anche il primo ad accorgersi dell'errore della morale. I temi di base di "Così parlò Zarathustra" sono: il superuomo, la volontà di potenza, l'eterno ritorno.

Il superuomo è un concetto filosofico di cui Nietzsche si serve per esprimere un modello di uomo in cui si concretizzano i temi di fondo del suo pensiero. Il superuomo è colui che è in grado di accettare la dimensione tragica e dionisiaca dell'esistenza, dire sì alla vita, di reggere la morte di Dio e la perdita di certezze assolute, di far propria la prospettiva dell'eterno ritorno, di emanciparsi dalla morale e dal cristianesimo, di porsi come volontà di potenza, di procedere oltre il nichilismo, di affermarsi come attività interpretante e prospettica. Il superuomo non può che stagliarsi sull'orizzonte del futuro; è superiore agli altri uomini in quanto non è generalizzabile a tutta l'umanità ma solo ad un'elité di uomini forti che sopraffaranno i deboli.

Nietzsche descrive la genesi del superuomo alla stregua di una libertà che libera se stessa distinguendo tre tappe:
il cammello rappresenta l'uomo che porta i pesi della tradizione e che si piega di fronte a Dio e alla morale, all'insegna del "tu devi".
il leone rappresenta l'uomo che si libera dai fardelli metafisici ed etici, all'insegna di "io voglio", è tuttavia incompleto perché si limita a negare i valori preesistenti, per cui non è propositivo.

il fanciullo rappresenta l'oltreuomo, cioè quella creatura non risentita, di stampo dionisiaco, che, nella sua innocenza ludica, sa dire sì alla vita inventare se stessa al di là del bene e del male, inoltre crea nuovi valori e nuove interpretazioni della realtà.

Nietzsche presenta la teoria dell'eterno ritorno dell'uguale, ovvero della ripetizione eterna di tutte le vicende del mondo, come il pensiero più profondo e decisivo della propria filosofia. Egli recupera una concezione precristiana del mondo che presuppone una visione ciclica del tempo, ma che cos'è veramente la teoria dell'eterno ritorno?
Forse si tratta di una certezza cosmologica.
Oppure è un'ipotesi sull'essere che funge da schema etico o da nuovo imperativo categorico, il quale prescrive di amare la vita e di agire come se tutto dovesse ritornare.
Oppure è l'enunciazione metaforica di un mondo di essere dell'essere che l'uomo può incarnare solo nella misura in cui accetta la vita.

Collocarsi nell'ottica dell'eterno ritorno significa rifiutare la concezione lineare del tempo come catena di momenti in cui ognuno ha senso solo in funzione degli altri, quasi che ogni attimo fosse un figlio che divora il padre, e che è destinato a sua volta a essere divorato dal proprio figlio secondo un processo denominato "struttura epidica del tempo". In una prospettiva temporale di questo tipo nessun momento vissuto ha in sé un significato pieno e autosufficiente, ma credere nell'eterno ritorno significa anche:
ritenere che il senso dell'essere non stia fuori dell'essere, in un oltre irraggiungibile, ma nell'essere stesso.
disporsi a vivere la vita, e ogni attimo di essa, come coincidenza di essere e di senso.

Il tipo di uomo capace di decidere l'eterno ritorno, e quindi di vivere come se tutto dovesse ritornare, non può essere l'uomo risentito dell'Occidente, il quale concepisce il tempo come una tensione angosciosa verso un compimento sempre di là da venire, ma è un oltreuomo, in grado di vivere la vita come un gioco creativo e avente in sé il proprio senso appagante.

Nelle opere dell'ultimo periodo campeggia il tema della critica della morale e del cristianesimo, in quanto Nietzsche si propone di distruggere le credenze dominanti per far posto all'avvento di un nuovo pensiero. Secondo il filosofo in ogni scienza della morale esistita fino a oggi è sempre mancato il problema stesso della morale: il sospetto che ci potesse essere qualcosa di problematico. Il primo passo da compiere, come Nietzsche afferma nella prefazione alla "Genealogia della morale", è pertanto quello di mettere in discussione la morale stessa: "Abbiamo bisogno di una critica dei valori morali, di cominciare a porre in questione il valore stesso di questi valori".

Nietzsche intraprende un'analisi genealogica della morale al fine di svelarne l'origine psicologica; egli ritiene che i pretesi valori trascendenti della morale e la morale stessa non siano altro che la proiezione di determinate tendenze umane. Anche la "voce della coscienza", da cui procederebbe la morale, non è altro che la presenza in noi ella autorità sociali dalle quali siamo stati educati; per cui, la coscienza risulta piuttosto "la voce di alcuni uomini nell'uomo". La moralità è "l'istinto del gregge nel singolo", i valori etici sono "il risultato di determinate prospettive di unità per il dominio umano".

Mentre in un primo momento, nel mondo classico, la morale era l'espressione di un'aristocrazia cavalleresca e risultava improntata ai valori vitali della forza, della salute, della fierezza, della gioia (morale dei signori), in un secondo momento, che raggiunge il proprio apice con il cristianesimo, appare improntata ai valori antivitali dell'interesse, dell'abnegazione, del sacrificio di sé (morale degli schiavi).
Ma come si spiega la vittoria della morale degli schiavi su quella dei signori? Ciò è avvenuto perché la morale dei signori originariamente comprendeva in sé non solo l'etica dei guerrieri, ma anche quella dei sacerdoti; e se il guerriero si rispecchiava nelle virtù del corpo, il sacerdote perseguiva le virtù dello spirito. Ma il sacerdote non poté fare a meno di provare verso il guerriero un certo risentimento, ovvero una segreta invidia e un latente desiderio di rivalsa; la casta sacerdotale cercò di affermare se stessa elaborando una tavola di valori antitetica a quella dei cavalieri: al corpo si antepose lo spirito.

Questo rovesciamento di valori caratterizza soprattutto il popolo ebraico, che Nietzsche identifica co,e il popolo sacerdotale per eccellenza. Questo tipo di morale mette a capo il cristianesimo: umiliata dai Romani, la Giudea capovolge i valori del mondo antico attraverso una religione che è il frutto di un risentimento dell'uomo debole verso la vita. Poiché ha inibito gli impulsi primari dell'esistenza e ha corrotto le sorgenti naturali della gioia e del piacere mediante la nozione di peccato, il cristianesimo ha prodotto un tipo d'uomo malato e represso, in preda a continui sensi di colpa: l'uomo cristiano, che nasconde in sé un'aggressività rabbiosa contro la vita e uno spirito d vendetta contro il prossimo (ipocrisia).

A tutte le negazioni della morale e del cristianesimo, Nietzsche contrappone la proposta di una radicale "trasvalutazione di tutti i valori", intesa come un nuovo modo di rapportarsi ai valori, concepiti come libere proiezioni dell'uomo e ella sua antiascetica volontà di potenza. Egli vuole quindi distruggere la morale degli schiavi (stazione del leone) e che il superuomo crei nuovi valori che rispecchino la morale dei signori.

Nietzsche identifica la volontà di potenza con "l'intima essenza dell'essere"; corrisponde alla volontà di vivere di Schopenhauer. Essa si identifica poi con la vita stessa, intesa come forza espansiva a scapito degli altri; la molla fondamentale della vita non sono gli impulsi autoconservativi, ma la spinta all'autoaffermazione (lotta di tutti contro tutti). Questo continuo espandersi della vita trova la propria espressione più alta nel superuomo, in quanto la sua senza consiste nel continuo oltrepassamento di sé; la vita dunque è autocreazione, cioè libera produzione di se medesima al di là di ogni piano prestabilito.

L'essenza creativa della volontà di potenza si manifesta nella produzione dei valori, che sono proiezioni della vita e condizioni del suo esercizio. Da ciò l'essenza interpretativa della volontà di potenza, che si configura come "la forza con cui gli uomini progettano valutazioni e interpretazioni"; tale forza trova il proprio apice nella creazione superomistica di nuovi valori nel tentativo di dare un senso all'insensatezza caotica del mondo. La volontà di potenza ha il proprio culmine nell'atto tramite il quale il superuomo si libera dal peso del passato e redime il tempo.

La volontà di potenza contiene anche valenze più crude connesse al concetto di volontà di potenza come sopraffazione e dominio, che si trova non solo nei frammenti postumi, ma anche nelle opere edite da Nietzsche.

Il problema del nichilismo costituisce uno dei motivi più rilevanti della riflessione di Nietzsche:
in una prima accezione, Nietzsche intende la "volontà del nulla" (noluntas di Schopenhauer), ovvero ogni atteggiamento di fuga e di disgusto nei confronti del mondo concreto;
in una seconda accezione, Nietzsche intende la specifica situazione dell'uomo moderno e contemporaneo, che, non credendo più nei valori supremi di Dio né in un senso o in uno scopo metafisico delle cose, finisce per avvertire lo sgomento del vuoto e del nulla.

Nietzsche presenta se stesso come "il primo perfetto nichilista d'Europa, che però ha già vissuto il nichilismo che lo ha dietro di sé, sotto di sé, fuori di sé"; alla domanda "che cos'è il nichilismo?", Nietzsche risponde: "manca il fine,manca la risposta al perché?" e "i valori supremi si svalorizzano".

Ci sono due tipi di nichilismo:
il nichilismo incompleto è quello in cui i vecchi valori vengono distrutti, ma i nuovi hanno la medesima fisionomia dei precedenti (è quello del 1800, di cui un esempio è il socialismo);
il nichilismo completo è il nichilismo vero e proprio; esso può rappresentare un segno di debolezza o di forza. Nel primo caso, cioè come espressione del "declino regresso della potenza dello spirito", si ha il nichilismo passivo (decadentismo e noluntas di Schopenhauer), che si limita a prendere atto del declino dei valori e a crogiolarsi nel nulla. Nel secondo caso, cioè come espressione della "cresciuta potenza dello spirito", si ha il nichilismo attivo (figura del leone), che si esercita come forza violenta di distruzione. Nietzsche chiama nichilismo estremo (tipico del superuomo, quindi figura del fanciullo) quella forma di nichilismo attivo che distrugge ogni residua credenza in qualche verità di tipo metafisico.

In riferimento al fatto che il nichilismo estremo crea sazio per nuove possibilità, Nietzsche parla di nichilismo estatico. Il nichilismo attivo raggiunge la propria completezza, cioè diviene classico, quando passa dal momento distruttivo (o reattivo) al momento costruttivo (o creativo), ovvero quando si rende conto che il senso, non essendo (ontologicamente)) dato, deve essere (umanamente) inventato.

Nell'ultimo Nietzsche assistiamo a una radicalizzazione del suo "prospettivismo", ovvero la teoria secondo cui non esistono cose o fatti, ma solo interpretazioni di cose o fatti: "il fatto è sempre stupido" in quanto non ci dice niente; il filosofo polemizza dunque contro il positivismo. Sostiene che però non tutte le interpretazioni sono equivalenti: alcune sono dannose, altre utili per la vita (il superuomo impone quelle utili per la vita). Ne segue che il mondo non ha un senso, ma innumerevoli sensi, che corrispondono ad altrettante interpretazioni formulate da angoli prospettici diversi.

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