Il periodo illuministico

Mentre si apre una nuova fase del pensiero nietzschiano, si consuma il distacco da Schopenhauer e la rottura con Wagner. Di Schopenhauer, Nietzsche rifiuta la concezione pessimistico-tragica dell’esistenza: due sono i tipi di pessimismo: 1) il primo è quello romantico, cioè il pessimismo dei rinunciatari, dei falliti e dei vinti; 2) l’altro è quello di chi accetta la vita pur conoscendone la sua tragicità. In nome di quest’ultimo pessimismo Nietzsche rifiuta il primo, quello di Schopenhauer, che da ogni parte gronda rassegnazione e rinuncia, che è fuga dalla vita piuttosto che “volontà di tragicità”. In ciò Schopenhauer è <<null’altro che l’erede dell’interpretazione cristiana>>. Infine Nietzsche non accetta di Schopenhauer la credenza in certe esperienze o valori privilegiati.
Di Wagner, Nietzsche rifiuta la concezione dell’ente come dimensione pura e assoluta; in realtà <<tutto quanto sia mai allignato sul terreno della vita immiserita, tutta quanta la coniazione di monete false della trascendenza e del mondo ultraterreno ha nell’arte di Wagner la sua più sublime difesa>>. La retorica della musica di Wagner è quella di un <<romantico disperato divenuto marcio>>. Alla nuova fase del pensiero nietzschiano corrispondono le opere “Umano, troppo umano”, “Aurora” e “La gaia scienza” che apre anche alla fase successiva. L’arte non pare essere più la forza in grado di contrastare la decadenza e, anzi, la nozione stessa di decadenza (al pari dei giudizi negativi riguardanti la civiltà moderna, la storia e la scienza) sembra essersi fatta problematica. L’esperimento che ora Nietzsche vuole condurre è improntato ad una nuova fiducia nella conoscenza intellettuale e nella scienza (di ogni “fase illuministica”) al punto che ora la rinascita di una civiltà tragica e la liberazione dello spirito dionisiaco non sono più da ricercare in una riattualizzazione del pensiero mitico, ma nel perseguimento, fino ai limiti estremi, dell’impulso alla conoscenza e alla verità. Se l’arte risulta ora inadeguata come terapia della decadenza, ciò non avviene per una sua minore obiettività rispetto alla scienza, ma perché è prodotto di un mondo che non è più il nostro e che sarebbe assurdo voler ricreare artificialmente.

La morale

Il programma di questo periodo è enunciato nel primo celebre aforisma di “Umano, troppo umano” intitolato “Chimica delle idee e dei sentimenti morali, religiosi ed estetici”. Si tratta di mostrare , attraverso un pensiero GENEALOGICO, come i valori più alti derivino da materiali bassi e spregiati, cioè da impulsi egoistici. La morale è qualcosa di DERIVATO e non di originario e si tratta di ricostruire la storia e, appunto, l’origine. L’elevata morale deriva in realtà dagli impulsi e istinti primordiali che scaturiscono tutti dall’istinto di autoconservazione, cioè dall’intenzione di procurarsi il piacere e di evitare il dolore. Si può dire che la morale è il regno dell’“ideologia” in senso marxiano. La virtù, l’altruismo, la sincerità, l’onestà. La giustizia, l’amore per la verità, per ciò che è alto, nobile e puro, per i grandi valori davanti ai quali tutti si inchinano, sono le maschere sotto le quali si presenta il fondo tenebroso e violento dell’uomo, sono cioè sublimazione di quell’umano troppo umano in cui consiste l’istinto di conservazione e di sopravvivenza. All’interno della civiltà consolidata, azioni e sentimenti appaiono e sono vissuti come “morali” perché si è prodotta una forma decisiva di dimenticanza che fa perdere di vista come tali azioni e sentimenti fossero prodotti nella società originaria per “utilità comune”; si che in seguito furono prodotti dalle generazioni successive per altri motivi (paura, rispetto per chi comandava, abitudine) che vivono sovrapposti al motivo originario: l’utilità.

È diventata dunque morale l’azione di cui è stato dimenticato che il suo principale motivo era stato la sua utilità per un certo gruppo sociale. La morale è quindi una forma di “autoscissione” dell’uomo: chi dà la vita per la patria o per il prossimo non è un altruista; avviene soltanto che costui ami qualcosa di sé (le sue convinzioni sulla patria e sul prossimo) più di qualche altra cosa di sé (la vita di cui egli fa dono) e quindi scinda il suo essere e ne sacrifichi una parte all’altro. In questa autoscissione l’uomo considera come altro da sé quella parte di sé che è da lui preferita. Appunto così si produce l’alienazione religiosa di cui parlavano Fenerbach e Marx: l’uomo considera cioè come altro da sé le sue convinzioni sul bene, la giustizia, l’essere supremo. Quindi la morale e la credenza in essa è una sorta di formidabile errore di cui occorre ricostruire la genesi, così come Marx aveva ricostruito la genesi del modo di produzione capitalistico al di là delle ideologie e aveva spiegato la coscienza a partire dalla vita.
Così Nietzsche spiega e mostra come qualcosa possa nascere dal suo opposto e poi lo nasconda: il razionale dall’irrazionale, la contemplazione disinteressata dalla volontà bramosa degli istinti, l’altruismo dall’egoismo, la verità dall’errore. E ciò richiama la freudiana spiegazione della vita cosciente in base alle produzioni dell’inconscio. È ormai diventato un luogo comune accostare Nietzsche a Freud e a Marx quali pensatori “del sospetto”. Se è vero infatti che tutti e tre hanno messo in luce le basi materiali di ogni produzione spirituale, è anche vero che Nietzsche è ancora più radicale. Il suo discorso non mira infatti ad indicare una verità basilare a cui debbano essere riportate (per demistificarle) le menzogne dell’ideologia (Marx) e i prodotti della sublimazione (Freud).
La “chimica” di Nietzsche scopre invece che non c’è alcuna VERITÀ-BASE, giacché anche la credenza nel valore della verità è, appunto, una credenza storicamente condizionata; l’evidenza che ci fa ritenere vera una proposizione, del resto,non è segno di una sua verità, ma è solo segno che quella proposizione corrisponde meglio di altre ai condizionamenti sociali e psicologici che ci dominano. La coscienza e cui l’evidenza si impone non è nulla di immediato, ma è già il risultato di un gioco di influenze e di un equilibrio gerarchico di forze contrastanti. Tutto ciò si presenta di volta in volta come verità, è solo il configurarsi, provvisoriamente stabile, di rapporti di forze, sia nella società dove prevale un certo criterio del vero imposto da questo o quel gruppo, sia nel singolo, dove prevale l’uno o l’altro impulso, secondo una gerarchia che dipende anche dalle gerarchie sociali. La verità appare così come una menzogna più strutturata e forte di altre menzogne più deboli.
Se in Marx e Freud c’è ancora il tentativo scientifico di andare oltre l’errore e l’ideologia per riportarli alle loro radici vere e non confessate, il pensiero genealogico di Nietzsche giunge alla conclusione che <<con la piena cognizione dell’origine, aumenta l’insignificanza dell’origine>>. Insomma: non si giunge a un fondo più vero indagando gli errori, perché noi stessi che indaghiamo, lo facciamo a partire da un punto di vista. Non usciremo quindi mai dall’errore, dal sogno? Nietzsche risponde che l’unica possibilità è il sapere che <<sognamo sapendo di sognare>>. La morale, la scienza, la teologia sono state create per rispondere ad un bisogno di sicurezza e per predisporre un riparo e un rimedio contro la minaccia del divenire. E il desiderio si sicurezza produce la “volontà di verità”, la volontà cioè che esiste un ordinamento vero del mondo rispecchiato nei principi della metafisica. Ma già qui Nietzsche osserva che <<il rimedio è stato peggiore del male>>: il gigantesco apparato della cultura occidentale che è stato costruito per proteggere l’uomo dal CAOS (che culmina nel concetto di Dio) ha finito col gravare l’esistenza dell’uomo con un peso ben più insopportabile. Bisogna allora riscoprire <<il piacere dell’insicurezza>>.

Genealogia del soggetto

Da quanto abbiamo detto, derivano alcune conseguenza. Ci si convince che esistono azioni morali non solo perché si dimentica la loro iniziale utilità per i gruppi umani, ma anche perché si crede che il SOGGETTO possa avere una conoscenza di se stesso e dei motivi che lo spingono ad agire. E invece anche il mondo interiore della coscienza appartiene, come la natura esterna, al “mondo”, ossia a quella dimensione che, se è corredata da tutti gli errori che rendono sopportabile la vita, d’altra parte è il regno dell’incerto, del mutevole, e non ha nulla a che vedere con il mondo uguale a se stesso prevedibile e fisso. Così tutto ciò di cui acquistiamo coscienza è costituito, semplificato, schematizzato, ossia è l’effetto dell’attività dei nostri istinti che lottano per il potere. Tutte le motivazioni che diamo alle nostre azioni e tutti i nostri scopi consapevoli sono fenomeni di superficie dietro i quali sta la lotta dei nostri istinti per il potere. Non si può quindi nemmeno parlare di libertà dell’uomo o del soggetto, giacché la libertà sottende la capacità di conoscere, controllare e dominare ciò che ci spinge ad agire. Non si può parlare né di soggetto né di autore dell’attività psichica, perché anche il soggetto, l’io, la “res cogitans” è una delle forme emergenti di quelle strutture stabili, permanenti, unificatrici, con le quali l’istinto di conservazione si garantisce contro l’instabilità e l’imprevedibilità del divenire. La “genealogia della morale” è quindi insieme genealogia del pensiero, ricostruzione della genesi delle forme del pensiero dall’istinto di conservazione e di dominio.
Il soggetto conoscente è guidato da una “legge generale”. Tale legge è il profondo, insopprimibile bisogno di conoscere ogni cosa come cosa in sé e come oggetto identico a se stesso, come oggetto che esiste di per sé e che rimane sempre uguale e immutabile. La legge generale della conoscenza è il bisogno cioè di conoscere sostanze attorno alle quali possa unificarsi e organizzarsi il mondo caotico e imprevedibile del divenire. In questo bisogno si esprime appunto il bisogno di essere rassicurati ai fini della conservazione del proprio essere. Ma il mondo non è costituito da sostanze: è l’istinto di conservazione che attrezza il mondo con sostanze, e cioè che vuole un mondo costituito da sostanze. Una forma emergente di sostanza è lo stesso soggetto conoscente (l’io, l’animo, ecc.). La forma suprema di sostanza è la sostanza divina, che esplica in sommo grado la funzione rassicuratrice della sostanza (e ciò vale anche per le categorie dell’“essere”, dell’“unità”, dell’“essenza”, della “permanenza”, dell’“evidenza” e, in generale, di tutte le categorie del pensiero filosofico). In definitiva la polemica di Nietzsche si riferisce alla nozione di soggetto come realtà distinta e antecedente rispetto alle proprie azioni: questo soggetto sostanzialistico non esiste (non esiste a rigore nemmeno un interpretante, ma solo un interpretare). Quello di Nietzsche è soprattutto un antisostanzialismo, il soggetto è una categoria mentale attraverso la quale spesso si contrabbandano i caratteri dell’anima sostanzialisticamente intesa (un ente inteso, res cogitans, sede delle facoltà mentali e sussistente per conto proprio). La diffidenza di Nietzsche è rivolta al soggetto inteso come presupposto ipostatizzato, che esiste “Prima” e “sotto” le proprie azioni e le proprie interpretazioni. Il suo obiettivo polemico è l’uso dogmatico di due categorie (causalità e sostanzialità) e di un concetto limite irrigidito (cosa in sé): ne scaturirebbe un soggetto considerato come base sostanziale, come causa prima fondativa, come un “in sé” con valore di essenza indipendente rispetto alle proprie estrinsecazioni: un’entità nascosta a cui ineriscono secondariamente le proprie azioni. Viceversa, per N., il soggetto, per quel che ne sappiamo, coincide col proprio farsi, col proprio divenire attraverso tutte le sue azioni e interpretazioni.

La scienza

Abbiamo parlato, per questo periodo del pensiero nietzschiano, di fase illuministica nella quale viene data importanza alla scienza. Tuttavia è bene tener sempre presente che l’atteggiamento scientifico di Nietzsche non è altro che pensiero genealogico, che intende cioè indagare la genesi dei valori più sacri della tradizione, infrangendo il potere di antichizzare le abitudini che si sono sedimentate nella specie. Ciò permette di collocarsi per un attimo al di sopra dell’intero processo conoscitivo e di prendere coscienza dell’errore come errore e della sua inevitabilità. Si tratterà poi di vedere quali errori favoriscono la vita e quali la amputano. Che, comunque, il pensiero genealogico scientifico nietzschiano non vada confuso con il normale significato che siamo soliti attribuire al termine scienza, è dimostrato dal fatto che esso viene applicato alla stessa scienza e ai suoi dogmi. L’avversario, in tal caso, è la scienza positivistica che pretende di aver cancellato la vecchia metafisica e religione, ma non sa mettere in questione le proprie “evidenze”. Il positivismo contrappone ai valori assoluti dell’antica metafisica il fatto. Nietzsche replica che i fatti non esistono, bensì esistono solo interpretazioni.
Nessun fatto in sé è constatabile; sono constatabili solo fatti interpretati. Di fronte al mondo, rileva N., noi ci troviamo come di fronte a un “testo misterioso” e non ancora decifrato, il cui senso si rivela ma insieme si complica sempre più nella molteplicità delle interrogazioni. Certo, esistono interpretazioni consolidate e dominanti che fanno credere nell’esistenza di un senso oggettivo del mondo, ossia in un mondo di “fatti”. Il testo, cioè il mondo verso cui la nostra interpretazione si dirige, è un caos di elementi tra loro contrastanti e l’attività interpretativa assume tali elementi come oggetto. Il “testo” è “dato”, “constatato”, e l’interpretazione è solo qualcosa di aggiunto. Ma se si guarda meglio, ogni dato e constatato si presenta esso stesso come qualcosa di costruito e interpretato, mai come oggetto di una intuizione; si che il “testo” tende sempre a fare un passo indietro rispetto al punto in cui si crede di averlo individuato. Non solo, ma l’affermazione che tutto ciò esiste nel mondo è interpretato, non equivale all’affermazione che tutto è soggettivo, perché anche quest’ultima è un’interpretazione, anche il “soggetto” è il risultato di un’interpretazione (non è un dato, un fatto), giacché non è necessario che dietro l’interpretazione esista l’interprete, come non è necessario, ma è “invenzione”, “ipotesi”, “abitudine grammaticale”, che quando si pensa ci debba essere “qualcosa che pensa”. Tutte le categorie (sostanza, unità, totalità, essere,essenza, soggetto) sono già interpretazioni, con le quali, come abbiamo visto, l’istinto assicura la conservazione dell’uomo e il suo dominio del mondo. Il rapporto tra testo (caos) e interpretazione fa pensare al rapporto kantiano tra molteplice sensibile e apparato delle forme a-priori. Ma mentre per Kant le forme a priori sono l’interpretazione immutabile e identica in ogni soggetto conoscente, Nietzsche rileva come l’inesistenza di ogni verità definitiva implichi l’impossibilità che una qualsiasi interpretazione del mondo possa acquistare un valore e una verità assoluti.
Ma, dicevamo, interpretazione sono anche le determinazioni empiriche, ossia tutto ciò che nella vita quotidiana consideriamo come cose: questo sole, questa finestra, questo tavolo. Quando l’uomo ignora o dimentica il proprio interpretare e che la massa di immagini e di metafore in cui consiste il mondo sgorgano dal suo istinto più primordiale, allora quella massa si irrigidisce e l’uomo crede (<<con una fede invincibile>> che dà calma, sicurezza e coerenza alla sua vita) che il sole, la finestra, il tavolo esistano come “verità in sé”. Così l’interpretare è ERRORE utile alla vita, ma la conoscenza umana non potrà mai costituirsi come “Sistema” o come comprensione del “tutto”. Il tutto è un’“ombra di Dio”: presume di raccogliere e costringere il divenire all’interno di una suprema unità incondizionata. Ma il pensiero non costituisce il centro da cui si può contemplare tutta la realtà: esiste una pluralità di centri, di prospettive, di punti di vista, e quindi di centri di interpretazione, che lottano tra di loro e si contendono il dominio del mondo. L’interpretazione è volontà di potenza.
Il senso del mondo che emerge all’interno dell’interpretare è dunque il risultato della volontà di dominio. L’istinto conoscitivo è istinto di sopraffazione e di assimilazione: esso produce i “valori”, ossia ciò che, conferendo certe forme al caos, soddisfa i bisogni, i desideri, gli interessi dei centri di interpretazione. Conoscere significa VALUTARE quali configurazioni sono utili e quali dannose. Gli oggetti e gli aspetti del mondo esterno sono quindi “valutazioni ereditarie” della razza umana, così come sono valutazioni ereditarie le stesse sensazioni di piacere e di dolore. <<In un mondo in divenire la “realtà” è sempre e solo una semplificazione a fini pratici>>, che deforma e falsifica il flusso eterno del caos riportando le differenze del divenire all’identico, alla somiglianza, all’analogia che consentono il calcolo, la previsione, la tollerabilità del divenire. Anche i nostri organi di senso si sono organizzati in vista dell’errore vitale. Infatti, il divenire, nella sua assoluta imprevedibilità, temibilità e assenza di forme non sopporta di essere “incorporato” nel nostro apparato sensibile. La costituzione fisica dell’uomo è fatta cioè in vista dell’errore e della finzione, non per adattarsi all’orrore, al carattere spaventoso del divenire.
Il superuomo, cioè la volontà al culmine della potenza, che riesce ad accettare il divenire, non realizza quindi soltanto una “trasvalutazione di tutti i valori”, ma anche una trasformazione della costituzione organica dell’uomo: <<stimo la potenza di una volontà da quanta resistenza, sofferenza, tortura tale volontà sopporta e sa trasformare in proprio vantaggio; in base a questo criterio dev’essere ben lungi da me il rimproverare all’esistenza il suo carattere malvagio e doloroso>>. Se volessimo riassumere i punti d’approdo cui perviene la fase illuministica di Nietzsche, potremmo così elencarli:
1) Rifiuto di ogni tipo di metafisica, compresa quella del sapere scientifico: è una balordaggine ammettere una sola interpretazione del mondo che altro non accetta se non numeri e calcoli.
2) Critica delle concezioni antropocentriche e antropomorfiche del mondo: l’universo non è perfetto né nobile, e non mira ad imitare l’uomo.
3) Risoluta contestazione del mito del fatto come ente oggettivo, conoscibile indipendentemente dalla soggettività dell’osservatore.
4) Correlativa elaborazione dei concetti di prospettiva e di interpretazione: il mondo contiene interpretazioni infinite.
5) Avviamento di una sorta di psicoanalisi e di sociologia del sapere: la scienza non è mai qualcosa di puro, ma la si pratica sempre per un desiderio di sicurezza e di dominio.
6) Avviamento sia di un radicale processo alla morale, sia di un’analisi delle esigenze profonde che si esprimono in essa.
7) Primo attacco frontale contro la religione e contro lo stesso concetto di Dio.
Il risultato di questo poderoso “pars destruens”, a colpi di martello, giunge alla necessità di sopprimere la morale proprio per ragioni morali (disdetta alla moralità per moralità). Proprio il dovere di verità predicato dalla morale metafisica e cristiana, dice Nietzsche, obbliga l’uomo moderno a riconoscere come errori insostenibili i valori morali. Come autosoppressione, deve essere anche intesa la “morte di Dio” preannunciata nell’aforisma 125 de “La gaia scienza”. Dio è stato ucciso dalla devozione dell’uomo religioso e dunque, in ultima analisi, la morte di Dio è la conseguenza necessaria della religiosità. Ciò non significa, beninteso, negare metafisicamente l’esistenza di Dio, ma prendere atto dell’evento storico per cui Dio (la più lunga menzogna dell’umanità) è stato reso superfluo dalle mutate condizioni di vita. Quando la vita sociale ha un carattere meno violento, le decisioni ultime perdono di importanza. Smascherare l’errore di Dio non significa proporre qualche nuova verità ad esso antagonista; significa semmai annunciare una nuova consapevolezza finalmente libera dai vincoli di metafisica e religione. L’uomo è un essere menzognero per essenza, e ciò è la sua ricchezza. Il Nietzsche illuminista ha compiuto un grande smascheramento delle nostre più radicate illusioni, ma non per ricondurci a qualcosa di “più vero”; in questo senso egli smaschera lo stesso smascheramento e annuncia una nuova umanità, un nuovo spirito libero che superi la malattia delle catene. Lo spirito libero si fa portatore di una Gaia Scienza, di una Filosofia del mattino (ultimo aforisma di “Umano, tropo umano”) che sappia guardare alla inevitabilità dell’errore senza il risentimento del passato. Lo spirito libero vive nella “prossimità”, alla superficie. Lo “Zarathustra” e le opere seguenti contengono la “pars construens” del progetto nietzschiano e l’annuncio dell’Ooltreuomo, dell’Eterno Ritorno, della Volontà di potenza.

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