Aleksej di Aleksej
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Marx, problemi aperti:

"Sarà per me benvenuto ogni giudizio di critica scientifica", così scriveva Marx nella Prefazione alla prima edizione del Capitale. Per questo, sono in torto coloro che, invece di studiare e criticare Marx, lo criticano troppo aspramaente, come lo sono anche quei Marxisti che, piuttosto di trattare i fondamentali lavori di Marx come testi scientifici, li considerano come testi religiosi da venerare, proclamare e difendere a tutti i costi. Molti Marxisti, pure ai nostri giorni, si comportano ancora come gli aristotelici ai tempi di Galileo.
In ogni caso, a scanso di equivoci, c'è immediatamente da affermare che, dopo Marx è impossibile un ritorno alla scienza sociale premarxista. Marx ha dato all'umanità occhi nuovi per leggere diversamente il mondo e la storia degli uomini. L'influenza del fattore economico sui fatti umani non è un'invenzione di un sognatore.

La primarietà del fattore economico sulla storia culturale degli uomini non è negata nemmeno nelle considerazioni più elastiche di Engels: l'accentuazione dell'influsso della struttura sulla sovrastruttura fu una questione polemica contro avversari che questo influsso negavano; è vero che Engels scrive che né lui e né Marx ebbero sempre il tempo e l'occasione «di mettere nel giusto risalto gli altri momenti partecipi dell' azione reciproca». Tuttavia, è anche vero che fu sempre Engels ad affermare che "gli uomini consapevolmente o inconsapevolmente, in ultima analisi traggono le loro concezioni morali dai rapporti pratici sui quali è fondata la loro condizione di classe, dai rapporti economici in cui producono e scambiano". In realtà se si ammettesse la reciprocità dell'influsso tra fattore "strutturale" e fattore "soprastrutturale", verrebbe meno una teoria che tipicizza il Marxismo in quanto tale e si equiparerebbe la teoria di Marx a quella di un Max Weber.
Un’ analoga considerazione è da farsi per quanto riguarda la teoria dialettica della storia. La dialettica (non dovendo temere alcuna smentita dai fatti) non è una teoria scientifica. Essa è una filosofia della storia e, in quanto tale, mera fede. Una fede che laicizza la fede cristiana nella Provvidenza. Occorre anche notare che la cosiddetta contraddizione dialettica non ha nulla a che fare con la contraddizione logica (p e non-p). La contraddizione dialettica è un contrasto di interessi, un’opposizione che può e deve venir descritta e spiegata da teorie non contraddittorie.
Né si può accettare la teoria marxista secondo cui « la religione è l'oppio per il popolo ». Questa teoria è il discorso di un fedele di un'altra religione. In effetti, marxismo classico ha confuso un tipo di organizzazione ecclesiastica storicamente dato con la religione in sé e con tutte le religioni. Ha assolutizzato un fatto storico. La coscienza religiosa non è di per sé reazionaria; non distoglie di per sé gli occhi degli uomini da questa terra; non è di per sé l'oppio del popolo. Fu lo stesso Togliatti, tra tanti altri Marxisti, come R. Garaudy, ad affermare e ad insistere che: «l’aspirazione a una società socialista non solo può farsi strada in uomini che hanno una fede religiosa, ma che tale aspirazione può trovare uno stimolo nella coscienza religiosa stessa, posta davanti ai drammatici problemi del mondo contemporaneo».
Anche l'estetica, oltre alla religione, è una breccia che sempre si riapre (fin dagli scritti di Marx) nel seno del Marxismo.
La teoria marxista faceva, inoltre, delle previsioni:
- predisse che il capitalismo avrebbe portato ad una miseria sempre più crescente della classe operaia
- predisse che ci sarebbe stata una rivoluzione che avrebbe portato al socialismo
- predisse che ciò sarebbe accaduto, prima che altrove, in paesi industrialmente avanzati
- predisse che l'evoluzione tecnica dei "mezzi di produzione" avrebbe portato a sviluppi sociali, politici e ideologici, piuttosto che l’inverso.
Ma le predizioni non si sono avverate. E i Marxisti hanno riadattato continuamente la teoria per mezzo di ipotesi ad hoc. Si è così scivolati nel dogmatismo: il Marxismo ha infranto le regole del metodo scientifico. I marxisti, ha detto Karl Popper, hanno diversamente interpretato Marx: si tratta di cambiarlo.
Una filosofia della prassi, come è il Marxismo, non può non badare ai risultati pratici delle politiche che allo stesso Marxismo si richiamano. Le catene che dovevano venire spezzate si sono fatte sempre più strette e sempre più fitte. L'apparato statale che doveva scomparire si è sempre più ingigantito e la libertà del singolo spesso è stata schiacciata. L'abolizione delle classi e dello Stato è stata rimandata ad un futuro imprecisato e imprecisabile, mostrando a chiare lettere il carattere utopistico delle idee di Marx sul futuro della società.
Ma le critiche vanno oltre, per la ragione che la teoria economica di Marx, a differenza della teoria sociologica che ha potentemente influenzato le scienze storico-sociali, è stata considerata dalla stragrande maggioranza degli economisti uno strumento pressoché inservibile e per di più carico di elementi metafisici e teologici. Essa non è in grado di spiegare l'essenziale, e cioè l’andamento dei prezzi. Ciò avviene perché ciò che determina il valore delle merci non è tanto la quantità di lavoro richiesto per produrle, quando la loro rarità rispetto alla domanda globale. In altre parole, il valore non si crea entro le mura della fabbrica, bensì si stabilisce sul mercato. Ogni merce ha un valore per così dire originale, che è il valore-costo, e un valore finale, che è il valore-prezzo. È il mercato che determina quest'ultimo, cioè il complesso delle domande dei consumatori che valorizza le merci, e queste domande nascono dai bisogni, dai gusti e dalle scelte individuali culturalmente plasmate. Tutti elementi che Marx ignora per tener fermo il suo assunto di fondo, e cioè che solo il lavoro dell'operaio valorizza le merci. Se egli avesse ragione, allora tutti quei beni, come la terra, l'oro, ecc., che non richiedono lavoro per essere prodotti non dovrebbero avere alcun valore.
La teoria di Marx ha conseguenze pratiche chiaramente autoritarie, infatti, solo in un sistema economico in cui l'autorità centrale (lo Stato produttore e distributore di tutti i beni e i servizi) obbliga i consumatori a comprare le merci secondo prezzi rigorosamente corrispondenti al costo sociale di produzione, la teoria del valore-lavoro sarebbe in qualche modo valida. I consumatori non avrebbero alcuna possibilità di scelta e quindi il valore della merce non dipenderebbe dalle loro domande, bensì dal prezzo preventivamente stabilito dalla burocrazia statale. Si avrebbe allora quella che Agnes Heller ha chiamato la "dittatura sui bisogni", che è per l'appunto il regime politico-economico che vige nei Paesi dove il Marxismo è diventato la filosofia obbligatoria di Stato.

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