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Karl Marx

Vita
Karl Marx nacque il 5 maggio 1818 a Treviri, in Renania.
Di orientamento liberale erano il padre (avvocato) e il direttore del liceo locale frequentato da Marx. Nel 1835, conseguita la maturità, Marx si iscrisse alla facoltà di giurisprudenza dell'università di Bonn per poi trasferirsi, l'anno successivo, a Berlino. Marx lascia lo studio del diritto per quello della filosofia, materia nella quale si laurea a Jena nel 1841, con una tesi sulla Differenza fra la filosofia della natura di Democrito e quella di Epicuro (afferma la superiorità di Epicuro).
Si dedica allora al giornalismo politico ("Gazzetta renana", foglio di orientamento liberale). Va ricordata la corrispondenza in cui Marx riferisce dei dibattiti che si tenevano alla Dieta (parlamento provinciale renano). I dibattiti sulla libertà di stampa, per esempio, danno modo a Marx di condurre una battaglia in favore del principio di libertà. Compito della legge è quello di realizzare la libertà positiva, in modo indipendente dall'arbitrio del singolo. È quindi inaccettabile la censura, che viola la libertà. La corrispondenza successiva, relativa ai dibattiti sulla "legge contro i furti di legna" è dominata dal contrasto fra l'universalità del diritto e dello stato, istituzioni chiamate a realizzare un principio di libertà e giustizia, e la realtà, in cui prevale invece una visione particolaristica della legge. Nel 1843 scrive la Critica della filosofia hegeliana del diritto pubblico, pubblicata nel 1927, primo grande confronto critico con la filosofia di Hegel.
Nel 1843 Marx si sposa e si trasferisce a Parigi. Qui entra in contatto con il socialismo francese. Intraprende lo studio degli economisti classici, redigendo i Manoscritti economici - filosofici, pubblicati nel 1932, nei quali espose le proprie riflessioni sul lavoro alienato e sulla società capitalistica. Con l'hegeliano di sinistra Arnold Ruge promuove una rivista, gli Annali franco - tedeschi, usciti nel 1844, articoli che, insieme ai Manoscritti, segnano il passaggio al comunismo.
Nel 1844 conosce Engels. Espulso da Parigi su richiesta del governo prussiano, all'inizio del 1845 Marx si reca a Bruxelles.
Pubblica (durante un viaggio a Londra) nel 1848 il Manifesto del partito comunista (concezione materialistica della storia).
Avendo disatteso l'obbligo di non pubblicare testi di carattere politico, Marx viene arrestato ed espulso dal Belgio. Si reca a Colonia dove fonda la "Nuova gazzetta renana", quindi a Berlino e a Vienna. La sconfitta della rivoluzione determina una nuova espulsione di Marx dalla Germania e il suo ritorno a Parigi. Poiché tuttavia il governo francese è disposto ad accoglierlo solo a condizione che egli accetti di vivere in una zona paludosa della Bretagna, Marx va a Londra, dove lo raggiungono la moglie e i figli. A Londra Marx rimarrà sino alla morte, salvo brevi interruzioni per viaggi. Almeno sino alla metà degli anni Cinquanta, quando alcuni lasciti ereditari miglioreranno la sua condizione, l'esistenza di Marx e della sua famiglia è gravata da uno stato di ristrettezza (le poche entrate provengono dagli articoli che egli pubblica). Marx si dedica a quella grande opera sull'Economia in cui progetta di fornire un'analisi complessiva della società capitalistica borghese e una compiuta teoria sulla quale fondare la prospettiva della rivoluzione proletaria. Rivoluzione che gli appare ancora possibile, ma che richiede un profondo lavoro di preparazione teorica e organizzativa, abbandonando ogni ipotesi insurrezionalista immediata. Produrrà: Lineamenti fondamentali della critica dell'economia politica pubblicata nel 1859 e le Teorie sul plusvalore del 1862-3 ma pubblicate nel 1905-10. Marx aveva pensato questo ultimo testo come quarto volume della sua opera fondamentale: Il Capitale, che reca come sottotitolo Per la critica dell'economia politica, il cui primo volume viene pubblicato, dopo lunghissime revisioni, nel 1867. Il secondo e il terzo libro saranno pubblicati postumi a cura dell'amico Engels nel 1885 e nel 1894. Gli ultimi anni di Marx sono caratterizzati dal rapido peggioramento di una condizione fisica che non era mai stata particolarmente felice. La morte della moglie (1881) è il colpo definitivo per Marx, che si spegne nel marzo 1883.

Concezione materialistica della storia
Viene formulata sia nel Manifesto del partito comunista del 1848, sia nell'Ideologia tedesca. L'Ideologia tedesca è un ampio e polemico giudizio critico sulla sinistra hegeliana; ma l'obiettivo finale della critica è l'idealismo hegeliano, affrontato ora sul terreno che gli è più peculiare, la concezione della storia.

La critica a Feuerbach è di grande importanza per intendere il materialismo storico di Marx. In Feuerbach "materialismo" e "storia" rimangono separati. Secondo la concezione del "materialismo storico" - che si propone al tempo stesso come teoria interpretativa dello sviluppo della società, come base per una trasformazione rivoluzionaria della società e come principio metodologico storiografico - ogni epoca storica e ogni formazione sociale si definiscono sulla base delle condizioni sotto cui ha luogo la produzione della vita materiale, definite come rapporto tra forze produttive e rapporti di produzione. Sono questi i fattori che condizionano le forme giuridiche, politiche e culturali di ogni società. La divisione del lavoro gioca un ruolo importante nella produzione della vita materiale. Implica non solo la distribuzione a individui diversi dell'attività materiale e di quella spirituale, ma anche la ripartizione ineguale dei prodotti e quindi la proprietà. L'affermazione "non è la coscienza che determina la vita, ma è la vita che determina la coscienza" è un principio metodologico contrapposto al modo idealistico di concepire la storia. Per coscienza si intende lo sviluppo della percezione della realtà. La coscienza è un'attività fondamentale dell'uomo le cui diverse forme vengono raggiunte all'interno del processo storico. La coscienza porta su di sé la "maledizione" di essere "infetta" dalla materia: negare questo è produrre una ideologia. Con quest'ultimo termine Marx indica tutte le costruzioni teoriche che producono una falsa universalizzazione di contenuti storici determinati. La produzione ideologica è da Marx ricondotta alla divisione del lavoro manuale da quello intellettuale. L'ideologia è dunque lo strumento attraverso il quale la borghesia sfrutta il proletariato. Le forme ideologiche sono le forme artistiche, giuridiche, filosofiche, religiose….

"Manifesto del Partito Comunista"
Pubblicato nel 1848. In quest'opera mantiene il procedimento dialettico di Hegel, di cui però ne attua un ribaltamento (non era un idealista, ma un materialista). Ritiene che la struttura sia più importante della sovrastruttura. Struttura: è data dalle Forze produttive più i Rapporti di produzione Sovrastruttura : Arte, religione, filosofia…ecc. Le forze produttive comprendono mezzi, uomini, macchinari…. Per rapporti di produzione si intende i contratti sindacali, le leggi che regolano i rapporti di lavoro. Sono le disposizioni legislative e contrattuali. Tutto il resto, arte, filosofia, religione, sport…, che non rientra nella struttura fa parte della sovrastruttura. In ogni epoca c'è un rapporto dialettico tra struttura e sovrastruttura, ma è più importante la struttura. In ultima analisi si vede che è determinante la struttura. Es: il liberalismo di Looke è una conseguenza del fatto che era cambiato il sistema produttivo e quindi era cambiato l'approccio alle concezioni politiche, perché così era più funzionale ai bisogni dell'economia. Secondo Marx abbiamo però casi opposti, nei quali la sovrastruttura condiziona la struttura: il calvinismo (una sovrastruttura in quanto religione) ha dato un forte impulso allo sviluppo del capitalismo. In ultima analisi, però, è determinante la struttura. Secondo Marx tra forze produttive e rapporti di produzione si crea un contrasto con il passare del tempo: all'inizio nel feudalesimo era giusto che il nobile non pagasse le tasse, perché doveva procurarsi con i suoi soldi l'armatura per combattere nell'esercito; con il passare del tempo gli eserciti diventano professionali (i nobili non ne devono più far parte), perciò la legge che prescrive che i nobili non devono pagare le tasse non ha più senso. Questo conflitto si risolve cambiando il sistema. Le forze produttive tendono a migliorare linearmente, i rapporti rimangono stabili. Questa è una contraddizione che provoca un mutamento sociale. Il Manifesto sviluppa una visione dialettica della storia che ha al suo centro il concetto di lotta di classe. In ogni epoca storica troviamo la classe dominante e la classe sfruttata:

* Mondo antico: patrizi / schiavi
* Mondo medioevale: nobili / servi della gleba
* Mondo capitalista: borghesia / proletariato
Fra classi opposte ci sono interessi opposti (più aumenta lo stipendio dell'operaio più diminuisce il profitto dell'imprenditore). Ogni epoca è caratterizzata da questa lotta di classe, dalla quale dipendono le varie strutture sociali. L'economia sta alla base di tutta la storia. Le cose però sono destinate a cambiare (non sempre ci saranno dominatori e sottomessi): si giungerà al socialismo dove verrà meno la lotta di classe, perché verrà meno la proprietà privata dei mezzi di produzione (ossia tutti quei mezzi, come fabbriche, terreni, banche, macchinari, che possono dare un reddito). Secondo Marx il proletariato un giorno prenderà potere, e questo avverrà in due fasi (esposte nella Critica del programma di Gotha, 1875):
1) "Dittatura del proletariato" o socialismo dove viene eliminata la proprietà privata dei mezzi di produzione.
2) Comunismo: una società ideale in cui ognuno dà secondo le sue capacità e riceve in base al suo bisogno.
L'ideale utopico era quello in cui una volta superato il potere dello Stato, si dovevano creare delle piccole comunità che si autoamministravano. Lo stato non veniva proprio eliminato, ma depotenziato. Qualcuno che deve prendere le decisioni ci deve essere comunque.

Il Capitale
Sono tre libri, frutto di 25 anni di studio:
* I LIBRO: troviamo il concetto di plusvalore.
* III LIBRO: analisi della società capitalistica e caduta tendenziale del saggio di profitto.
La caratteristica essenziale della merce è la sua duplicità: ogni singola merce è mezzo di soddisfazione di un bisogno e oggetto che viene scambiato sul mercato. Si parla quindi di valore d'uso e di valore di scambio. Il valore d'uso di una merce ha a che fare con le sue caratteristiche qualitative, si realizza nel consumo.
Il valore di scambio prescinde dalle differenze qualitative, nello scambio una merce si rapporta all'altra solo in relazione alla quantità e ciò che conta è la proporzione in cui avviene lo scambio. Lo scambio presuppone quindi un'astrazione dalla caratteristiche fisiche della merce e dalla sua utilità. Il valore di scambio è l'espressione di tale astrazione e il denaro è "la forma in cui tutte le merci si eguagliano, si paragonano, si misurano". Marx osserva che lo scambio fra due merci presuppone un riferimento a una terza cosa che ha qualcosa che le due merci hanno in comune: questa cosa è il lavoro. Il lavoro è una merce. Tutto nella società capitalistica borghese è merce. Prendendo in considerazione il processo produttivo di cui la merce è il risultato, si riscontrerà un duplice aspetto: da un lato il processo produttivo è processo di lavorazione, finalizzato alla produzione di valori d'uso per la soddisfazione di bisogni, dall'altro lato il processo di produzione è un processo di valorizzazione, attraverso il quale il capitale si riproduce e si accresce. Qui il lavoro è finalizzato all'incremento dei valori immessi nella produzione, come capitale, nel processo. Lavorazione e valorizzazione sono assunti dall'economia politica borghese come una cosa sola. "Il capitale non è una cosa, ma un rapporto sociale fra persone mediato da cose". Il capitale presuppone e crea una situazione in cui i mezzi di produzione sono proprietà di una sola classe, mentre l'altra classe non possiede altro che la propria capacità lavorativa, la forza - lavoro. Poiché tutto il valore proviene dal lavoro, il capitale non è che lavoro morto; la funzione del lavoro vivo, del lavoro soggettivo e concreto, è solo quella di valorizzare il capitale in quanto valore esistente.
Valorizzazione significa che vengono prodotte merci le quali realizzano sul mercato un valore di scambio maggiore del valore dei mezzi di produzione. Marx chiama plusvalore questo incremento, ossia questa eccedenza sul valore originario. Si potrebbe pensare che il capitalista ottenga questo plusvalore vendendo la merce a un prezzo superiore al suo valore, ma è evidente che tale spiegazione non avrebbe validità a livello generale, poiché i maggiori profitti realizzati da alcuni operatori sarebbero annullati dalle corrispondenti perdite degli altri. Col capitale iniziale si comprano sia i mezzi di produzione che la forza - lavoro sotto forma di pagamento anticipato di salari. La quantità di lavoro socialmente necessaria per produrre la merce forza - lavoro è pari al salario. Il capitalista non acquista, con il salario, il lavoro dell'operaio, ma la sua forza - lavoro. Ma la forza - lavoro viene utilizzata per un tempo superiore a quello necessario per riprodurne il valore di scambio. Supponiamo che la giornata lavorativa sia formata da 8 ore. L'operaio lavora 4 ore in cui produce il valore pari al salario; nelle altre 4 ore fa del lavoro in più che è il pluslavoro. Questo produce il plusvalore: la quantità di valore in più rispetto al valore di scambio della merce forza lavoro. Per valorizzare il capitale, e quindi il plusvalore, le strade possono essere due. La prima consiste nel "plusvalore assoluto": si aumentano le ore lavorative della giornata a 10 ore in modo tale che il pluslavoro passa a 6 ore. Storicamente però si vede che le ore della giornata lavorativa vengono man mano diminuite. Perciò non essendo questa una strada praticabile si utilizza la seconda, cioè il "plusvalore relativo": le ore lavorative non vengono cambiate e si tende a diminuire le ore che vengono dedicate alla produzione del lavoro pari al salario, e questo si fa aumentando la produttività. Il pluslavoro aumenta e quindi aumenta anche il plusvalore (questo avverrà con il taylorismo). Per ottenere una riduzione delle ore di produzione del valore pari al salario bisogna incrementare l'investimento nei macchinari, aumenta quindi il capitale costante.
* V = c + v + pv
* V = valore di una merce.
* c = capitale costante, investito in mezzi di produzione (materie prime, macchinari, attrezzature, i cui costi vanno computati in proporzione al loro utilizzo nel processo produttivo: come flussi e non come stock).
* v = capitale variabile, investito nell'acquisto di forza - lavoro (lavoratore)
* pv = plusvalore
La somma di capitale costante e variabile sarà minore del valore della merce; la differenza è data dal plusvalore, ossia il profitto del capitalista. Siccome l'incremento del valore è dato dal lavoro, l'operaio da il plusvalore (che rimane però nelle tasche del capitalista). L'operaio quindi un po' lavora per il suo stipendio e un po' per il capitalista. Il saggio di plusvalore è l'indice dello sfruttamento del lavoratore che produce con il suo lavoro questo valore aggiunto, il cui vantaggio sta però nelle mani dell'imprenditore. Dal capitale variabile deriva il plusvalore, il cui saggio (s) è dato dal rapporto tra il plusvalore e il capitale variabile:
* s = pv / v
Questo rapporto dà la misura dello sfruttamento della forza - lavoro. Il profitto non è remunerazione del capitale totale, ma proviene dallo sfruttamento della parte variabile di esso. Il saggio di profitto (p) (percentuale di guadagno) sarà dato dal rapporto tra il plusvalore e il capitale globale investito:
* p = pv / (c+v)
Secondo Marx vi è una caduta tendenziale del saggio di profitto.
Es: Investo 1000 guadagno 10 (I anno)
Investo 2000 guadagno 15 (II anno)
Il saggio di profitto (rapporto fra guadagno e il capitale investito) è diminuito, anche se la massa totale del profitto è aumentata. Secondo Marx il profitto complessivo dei capitalisti può anche aumentare, ma il saggio di profitto tende a diminuire (non linearmente). Siccome il saggio di profitto tende a diminuire, allora il capitalismo ha già in sé i germi della sua distruzione. Possono cercare di ammorbidire la caduta, ma il capitalismo è comunque destinato a crollare. Dal punto di vista psicologico quest'affermazione era incoraggiante per i socialisti rivoluzionari del tempo, perché vuol dire che le lotte sindacali non sono fatte invano. Se crolla il capitalismo, il proletariato prenderà potere e avrà inizio la società socialista.
* q = c / (c+v)
* q è la composizione organica del capitale (che da un indice di densità capitale per addetto).
* q sarà sempre minore di 1!
Con il passare del tempo q non potrà mai arrivare a 1, perché un minimo di lavoro ci vuole sempre.
Se metto a sistema le due formule ne ottengo una terza, che non è contenuta nel Capitale:
* p = s (1-q)
Se q tende a 1 allora (1-q) tende a 0. Quindi s(1-q) tende a 0. Perciò il saggio di profitto tende a 0.
Il progresso tecnico porta a migliorare la produzione. Se ci vogliono sempre più macchine per produrre, l'imprenditore deve investire di più, siccome il plusvalore dipende dal lavoro.
Quindi il profitto anche se aumenterà in proporzione all'investimento diminuirà.
Alcuni marxisti americani (Baran, Sweezy) ritengono che la formula p = s(1-q) valga solo nel caso in cui s è costante. Il realtà, però, il saggio di plus valore non è una costante, perché si ha:
* s = pv / v
se la fabbrica è più meccanizzata l'operaio impiega meno tempo per guadagnare il suo salario e il resto del tempo lo spende per produrre il plusvalore. Quindi s tende ad aumentare.
Perciò il limite di p, se s tende a più infinito e (1-q) tende a 0 sarà indeterminato; quindi non si può dimostrare a livello matematico che ci sarà una caduta del saggio di profitto.
Secondo Baran e Sweezy se andiamo però a vedere l'evoluzione della storia, possiamo notare che è successo effettivamente quello detto da Marx, ossia che il saggio di plusvalore è effettivamente diminuito. Il punto è che non è detto che sia destinato a diminuire per sempre. Queste "previsioni" mostrano come Marx proponga un'interpretazione del capitalismo come realtà intrinsecamente contraddittoria, in quanto fondata sullo sviluppo delle forze produttive non in vista della soddisfazione dei bisogni sociali, ma della realizzazione di plusvalore e dell'autovalorizzazione del capitale.

Influsso di Hegel
Marx era un hegeliano di sinistra, sosteneva quindi che era compito del filosofo cambiare la società. Marx utilizza un'immagine: il filosofo deve fare come il gallo, il cui canto preannuncia l'alba", nel senso che il filosofo deve guidare il cambiamento (non deve essere come la nottola di Minerva di Hegel e interpretare la realtà solo quando un'epoca giunge al tramonto).
Marx vede nella filosofia una funzione pratica. Secondo Marx non tutto di Hegel deve essere messo da parte: bisogna conservare la dialettica, anche se deve essere ribaltata. La differenza sta nel fatto che Hegel era idealista, Marx no. Quindi Marx usa la dialettica per dimostrare che la realtà vera è materiale.
Marx fa un esempio: se abbiamo un piatto di frutta, lo vedo e penso che esistano le pere, mele, arance… ma poiché l'uomo sintetizza dice che è un piatto di frutta. La nostra conoscenza parte dal particolare e giunge all'astratto. Hegel direbbe il contrario. Differenza tra Marx e gli idealisti: per Marx ci sono prima le cose e poi l'idea, per gli idealisti c'è prima l'idea poi le cose. La dialettica è comunque considerata come uno strumento indispensabile per comprendere la realtà.

Lavoro Alienato
Hegel aveva fatto varie osservazioni sul lavoro, e per primo aveva sviluppato un concetto di alienazione del lavoro: aveva notato che l'artigiano contribuisce a trasformare la realtà secondo i bisogni dell'uomo, mentre nel mondo moderno il lavoro è considerato come una necessità per vivere. Per Hegel alienazione significa snaturamento, il lavoro ha perso la sua caratteristica di essere creativo. Marx riprende quest'idea e aggiunge quella che per lui è la cosa più importante: l'artigiano fatica per produrre beni e merci che sono suoi, mentre il moderno operaio produce merci che non sono sue. Il lavoro è alienato non solo nel senso che è monotono, ma anche perché l'operaio è espropriato del suo lavoro (perché tutto è del capitalista). C'è sfruttamento del lavoratore.
Il lavoro non è più momento di realizzazione per l'uomo. Si tratta di alienazione del genere umano, in quanto l'uomo vi perde quella che è la caratteristica più propria della sua essenza, il poter trasformare la natura secondo un progetto consapevole. La rivoluzione proletaria la vede come un'abolizione del lavoro alienante.

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