La rivoluzione e la dittatura del proletariato

Le contraddizioni della società borghese sono il punto di partenza della rivoluzione del proletariato che trasforma la vecchia società con il passaggio al comunismo. Agli occhi di Marx, il proletariato ha una missione storico-universale, ma mentre le rivoluzioni passate portavano al trionfo di un nuovo modo di produrre e distribuire la proprietà, la rivoluzione comunista abolisce ogni forma di proprietà privata e dunque ogni dominio di classe, dando vita a una nuova epoca nella storia del mondo.
Lo strumento attraverso cui si realizza la trasformazione rivoluzionaria è la socializzazione dei mezzi di produzione e di scambio: in sostanza, questi devono passare dalle mani dei privati a quelle della comunità.
Riguardo ai metodi per accedere al potere, Marx ammette una serie di possibilità; sebbene per il filosofo la rivoluzione implichi sempre forme violente, negli ultimi anni della sua vita appare disposto ad ammettere anche delle vie pacifiche alla realizzazione del socialismo. Comunque, violenta o pacifica che sia, la rivoluzione proletaria deve mirare prima di tutto all’abbattimento dello Stato borghese e delle sue forme istituzionali. Il compito del proletariato non è dunque impadronirsi della macchina statale borghese ma distruggerla cambiandone i meccanismi istituzionali di fondo.

Questa visione si lega alle teorie di Marx sullo Stato moderno, il quale viene visto come una sovrastruttura di una società civile pre-statale dominata dagli interessi della borghesia: «lo Stato è la forma in cui gli individui di una classe dominante fanno valere i loro interessi comuni». Lo Stato, dunque, è una serie di apparati istituzionali che permette alla borghesia di esercitare il suo dominio, ma il punto è che lo Stato marxiano è una macchina che tuttavia non può essere utilizzata da tutti a proprio arbitrio e piacimento perché ogni classe dominante genera un meccanismo statale ad hoc.
Il rifiuto netto delle forme istituzionali dello Stato borghese si trova ancora di più nella dottrina della dittatura del proletariato, l’elemento finale della lotta delle classi. Questa nozione è comunque il punto di arrivo di tutto il marxismo e della sua filosofia dello Stato. Se nel capitalismo lo Stato è la dittatura di classe della borghesia, allora se il proletariato vuole davvero instaurare il comunismo deve necessariamente instaurare una sua dittatura, che sarà tuttavia una dittatura di una maggioranza di (ex) oppressi su una minoranza di (ex) oppressori. Di conseguenza la dittatura del proletariato rappresenta la misura politica essenziale affinché si passi dal capitalismo al comunismo. Ad ogni modo rappresenta una misura di transizione e destinata a scomparire; essa stessa mira al suo superamento e al superamento di ogni forma di Stato.

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