pexolo di pexolo
Ominide 5023 punti

Potere paterno

«Chi considererà la diversa fonte ed estensione, e i differenti fini dei vari poteri, vedrà chiaramente che il potere paterno è molto al di sotto di quello del governante, mentre quello dispotico va molto al di là di esso; e che il dominio assoluto, comunque collocato, è molto lontano dal costituire un tipo di società civile, che esso è così incompatibile con essa come la schiavitù con la proprietà. Il potere paterno si ha solo laddove la minore età rende il fanciullo incapace di gestire la sua proprietà; il potere politico laddove gli uomini hanno a loro disposizione la proprietà; e il potere dispotico è su coloro che non hanno alcuna proprietà». Questo passo indica che in Locke il tema della proprietà è così centrale, rispetto al potere politico, da diventare persino il criterio per distinguere tra i vari poteri (paterno, politico, assoluto o dispotico). Il tema del potere paterno è importante per almeno un paio di motivi: anzitutto, esso serve per poter spiegare le differenti forme di potere, in secondo luogo per spiegare che la famiglia e la politica non vivono dello stesso patto. Mentre la famiglia vive di un contratto, la politica vive di un compact (patto, cioè un trust, un esercizio di fiducia). Locke utilizza questa distinzione per ricavare lo spazio legittimo del potere, che non è soltanto quello del potere politico: c’è un potere legittimo, che è insieme il potere paterno e quello politico, da cui va distinto un potere illegittimo, che quello dispotico. I primi due sono legittimi perché garantiscono la proprietà: quello paterno momentaneamente, quello politico per sempre; invece, il potere dispotico c’è solo dove non c’è proprietà. È un potere rispettoso dell’individuo nella sua razionalità il potere politico che nasce dal compact, cioè che nasce tra individui liberi e razionali, mentre il potere paterno si esercita ancora dentro a una forma di diseguaglianza. Potremmo quindi distinguere, tra i poteri legittimi (rispetto a un potere illegittimo), i poteri che si costruiscono su due disuguaglianze, il potere paterno (disuguaglianza momentanea, destinata ad estinguersi quando il figlio raggiunge la maturità) e quello dispotico (la disuguaglianza è la sua ragione di esistere e quindi non si può estinguere), per cui resta in piedi il solo potere politico. Esso è A) legittimo e B) è l’unica forma di potere che si esercita in una condizione di piena uguaglianza e di libertà (si esercita tra individui maggiorenni, che esercitano liberamente la propria ragione). «Si nasce liberi allo stesso modo in cui si nasce razionali; anche se non si ha subito l’esercizio della libertà e della ragione: l’età che porta l’una, porta con sé anche l’altra. […] Sebbene abbia affermato sopra (capitolo II) che tutti gli uomini sono nati eguali, non si può pensare che mi riferisca a ogni tipo di eguaglianza. L’età o la virtù possono conferire ad alcuni una giusta preminenza; e l’eccellenza dei compiti e dei meriti può collocarne altri al di sopra del livello comune. La nascita può costringere alcuni, le alleanze o i benefici ricevuti altri […]. I figli, lo ammetto, non sono nati in questo stato di piena eguaglianza, sebbene siano nati per esso». Diversamente da Hobbes e da molta letteratura moderna, forse per la prima volta ma in una maniera ancora piatta, c’è la questione del rapporto tra le generazioni, che Locke appiattisce sul tema della proprietà. In alcuni capitoli successivi, laddove si parla delle guerre tra i popoli, Locke sostiene che seppure sia lecito uccidere qualcuno non è lecito togliergli la proprietà, i suoi beni: nelle guerre, mentre è possibile fare prigionieri, cioè estirpare un padre di famiglia dalla moglie e dai figli, fino a poterlo uccidere, non è lecito togliergli i beni che spettano alla sua famiglia. In «Ma che cos’è una famiglia?», Fabrice Hadjadj scrive: «L’individualismo, se non si confonde con il totalitarismo, ne è almeno la condizione. Ma questa connivenza negli effetti deriva da un principio identico, ossia che l’individuo, in entrambe le teorie, non nasce. Costui può essere un soggetto autonomo, ma non è mai anzitutto un figlio. Il logico, in questo caso, divora interamente il genealogico: i teorici di una società modellata dal contratto, nella modernità ci hanno proposto individui usciti da nessuna parte, capace di negoziare pur non avendo mai imparato a parlare, senza genitori, senza sesso, senza età, senza lingua. Si comincia allora a credere che più l’individuo venga spogliato dalle sue appartenenze, più sia libero e cittadino, come se chi conoscesse meno la sua lingua materna si esprimesse necessariamente con maggiore scioltezza e non fosse tentato di abbaiare con il primo branco di passaggio. […] La nascita è stata la “bestia nera” della politica moderna, a causa delle dinastie che instaura, delle disuguaglianze che erige, delle libertà che predetermina». La modernità ha eclissato il tema del far nascere perché era problematico: esso era immediatamente associato a ciò tu derivi senza merito, a quello che ti spetta senza esserti guadagnato (tema nobiliare). Se legittimata come valore, essa doveva immediatamente far accettare una forma di diseguaglianza. Essa viene “tolta” perché si costruisce un nuovo inizio e non si mette al mondo, ma si costruisce come il «meccano». In Locke c’è l’apertura alla generazione successiva, ma è un’apertura che rende particolarmente complicato questo tema, che Locke usa semplicemente per spiegare un dato di fatto e per accompagnarlo fino alla maggiore età. Dopo Locke, non a caso, Kant parlerà dell’Illuminismo come della raggiunta «maggiore età della ragione», Rousseau dell’educazione nell’Emilio, portata fuori dalla famiglia con il precettore, perché essa era un luogo di certi interessi.

Hai bisogno di aiuto in Filosofia Moderna?
Trova il tuo insegnante su Skuola.net | Ripetizioni
Registrati via email