pexolo di pexolo
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Identità


Locke è una delle prime figure che inaugura, potremmo dire, una serie di esperimenti che nella contemporaneità sarebbe rubricati come esperimenti mente-corpo. In un passo del Saggio sull’intelletto umano fa l’esperimento del principe e del ciabattino, in cui si chiede: «Se l’anima di un principe, portando con sé la consapevolezza della vita passata del principe, entrasse a informare di sé il corpo di un ciabattino subito dopo che questo fosse stato abbandonato della propria anima, ognuno vede che egli sarebbe la stessa persona che il principe, responsabile solo delle azioni del principe; ma chi direbbe che si tratta dello stesso uomo?». In virtù di che cosa posso dire che sono “io”? Noi possiamo dire “io” in virtù della proprietà di noi: è per questo che Locke legherà indissolubilmente la nostra identità al tema della coscienza di noi, dove per coscienza s’intende la consapevolezza e non il tribunale morale (fino a spingersi radicalmente a legare la dimensione della consapevolezza con il tema della memoria: siamo in grado di dire “io” quando vediamo una nostra immagine del passato, a cui magari non assomigliamo affatto, se la ragione ci rende possibile l’esercizio della memoria. Sono “io” perché ho memoria di me stesso). La versione storico-filosofica del discorso di Locke si colloca dentro alla mutazione più radicale del concetto di sostanza che la storia della filosofia abbia mai fatto, perché Locke sta provando a costruire una sub-stantia senza nulla di sostanziale, non è una proprietà ma è un esercizio, non ha un carattere ontologico. Questo tema, rispetto alla riflessione politica, comporta che l’identità divenga una proprietà. «La personalità si estende oltre l’esistenza presente fino a quel che è passato, solo tramite la coscienza, mediante la quale avviene ch’essa si preoccupi e renda conto, si assuma e attribuisca a se stessa le azioni passate, sulla stessa base e per le stesse ragioni per cui lo fa al presente» (Ibi). L’ideale dell’unità di una coscienza, che è in grado di dire “io” nella misura in cui si appropria dei suoi atti riconoscendoli consapevolmente come i propri, può definirsi come atto appropriativo che si lascia progressivamente alle spalle l’idea di un’identità sostanziale. Attraverso l’analisi della maniera di dire “io” e del modo in cui, secondo Locke, è possibile dire “io”, egli sta portando avanti due operazioni: anzitutto demolisce la sostanzialità insita nell’idea di natura umana e sta introducendo una distinzione tra identità umana e identità personale. L’identità umana è legata ad una persistenza del corpo, mentre quella personale è legata all’esercizio della razionalità, nella maniera in cui la facciamo e la riconosciamo nostra, nella nostra singolarità: in questo passaggio, una delle chiavi più significative per leggere Locke è quella che riscontra come il tema della diversità entra dentro all’impianto sostanziale e lo faccia esplodere. A Locke non interessa ciò che ci accomuna, ma in virtù di cosa posso dire “io”; in secondo luogo, vivendo una serie di esperienze tra di esse differenti, come si costruisce continuità in quella differenza? La questione detonativa è dovuta al fatto che Locke mette il tema della differenza all’interno di quello della nostra identità: è il tema della differenza che fa saltare quello della nostra sostanzialità, perché al cospetto della differenza che entra dentro al nostro “farci” possiamo solo “raccontarci e riconoscerci” come coloro che detengono quelle singole esperienze e che non ne hanno una funzione frammentata. Attraverso una riflessione congiuntamente gnoseologia e antropologica (conoscenza e identità) Locke ci restituisce, attraverso la chiave di lettura della proprietà, un problema costante fino ad oggi: la possibilità di un ordine, il suo criterio, senza che questo ci sia dato dall’alto e senza che, qualora lo costruiamo noi, sfoci in un assolutismo (Hobbes). Se possiamo ammettere di costruire un ordine, questo non deve sfociare in un monopolio assolutistico della coercizione; sul versante della conoscenza, questo indica che non abbiamo idee innate, non ci arrivano coercitivamente dei dogmi, ma la conoscenza è tutto frutto della nostra esperienza; sul versante dell’identità, questo indica che non devo caricarmi sulle spalle il bagaglio sostanziale della natura umana, di cui sono espressione, non ho questo bagaglio perché io sono costituito semplicemente dalle mie esperienze e dalla capacità di legarle tra di loro. Così, l’ordine politico è possibile perché, in realtà, non partiamo da uno stato di guerra e perché ci sono una serie di poteri che devono costruire una situazione di garanzia, non c’è un potere assoluto.
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