pexolo di pexolo
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[h2]Conoscenza[/h2r]

Tutti gli scritti di Locke sono tenuti insieme da una comune intenzione, a cui si rifaranno Hume e Kant, ovvero da un sostanziale antidogmatismo: l’idea per cui non c’è conoscenza, identità di sé, azione, che debba far capo ad una realtà di verità ereditata. È forte in Locke la convinzione che l’accettazione di una visione dogmatica della conoscenza è funzionale ad un governo assoluto e dispotico: tanto il nostro intelletto recepisce passivamente una verità integralmente partorita da altri (tradizione, religione, impianti metafisici), un dogma, tanto il nostro vivere la dimensione pubblica sarà simile a chi si accontenta passivamente di accettare il potere assoluto (come Ulisse nell’antro di Polifemo). Questo è il nodo che, anzitutto, tiene a grandissima distanza Locke da Hobbes, ma è anche quel nodo per cui, persino in riferimento alla dinamica dialettica dei corpi in Hobbes, quello di Locke diventa più radicalmente empirismo: ciò che si colloca più distante da una visione dogmatica della conoscenza è una conoscenza sperimentale, l’idea che l’intelletto sia una tabula rasa. Locke concepisce persino il tema della riflessione politica coerente con questi presupposti gnoseologici e, come già aveva fatto Hobbes, tiene fortemente connessa la riflessione gnoseologica, antropologica e politica. In Locke questa tessitura si snoda su tre parole fondamentali: conoscenza (gnoseologia), identità (antropologia) e proprietà (politica). Quest’ultima, uno dei motori di propulsione del Secondo trattato sul governo, ha contribuito alla considerazione di Locke come di uno dei padri del Liberalismo, per cui lo Stato è ciò che deve semplicemente arrivare a garantire, non a portare a compimento o a imporre, le proprietà degli individui. Questo tema fa da controcanto alla maniera in cui, in questa stessa logica, Locke riflette sull’identità e sulle nostre conoscenze. «Essendosi cinque o sei amici miei riuniti nella mia stanza a discutere di argomenti molto diversi dal presente soggetto, ben presto ci trovammo in un vicolo cieco... e dopo aver fatto alquanti sforzi senza con ciò progredire verso la soluzione...a me venne il sospetto che avessimo adottato un procedimento errato; e che prima di applicarci a ricerche di quel genere, fosse necessario esaminare le nostre facoltà e vedere con quali oggetti il nostro intelletto fosse atto a trattare e con quali invece non lo fosse» (Saggio sull’intelletto umano). L’idea è quella di andare alle radici delle condizioni della conoscenza e, in un certo senso, possiamo guardare Locke già come a un padre della tradizione critica, del criticismo nel senso kantiano del termine. Locke critica l’intelletto nel senso che ne vuole definire i limiti cosicché quanto è stato definito diventi certo. La produzione di Locke, persino la sua riflessione sulla tolleranza, si inserisce entro questa impostazione; prima del Trattato sul governo, Locke ha già scritto la Lettera sulla tolleranza e, al centro di quella riflessione, già c’è la maniera di come ci si deve rapportare di fronte ad una pluralità di conoscenze, ad una pluralità di verità. L’autore intreccia due coordinate importanti della modernità: anzitutto si mette anch’egli sulla scia del tema delle divisioni religiose-politiche dell’Inghilterra, ma pensa che una delle chiavi per affrontare persino questo tema sia quella di andare all’origine del funzionamento della conoscenza umana. L’origine, la certezza e l’estensione della conoscenza umana non attraverso un’indagine metafisica, che per Locke sarebbe dogmatica, ma su come sono usate le nostre facoltà conoscitive. Qui il parallelismo è forte: alla fine dell’innatismo sul terreno della gnoseologia, nella conoscenza, fa da specchio la fine di ogni origine del potere politico che sia biblico-teologica e che finisca in un nuovo assolutismo. Di colpo, Locke fa fuori sia la tradizione medievale che quella hobbesiana.

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