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Leopardi e Schopenhauer

Oltre al valore della sua produzione poetica, di Leopardi oggi viene riconosciuto un particolare rilievo al suo pensiero filosofico, che è esposto, pur in forma non sistematica, soprattutto nello Zibaldone, nelle Operette morali e nei Pensieri.
Egli muove da una concezione materialistica e meccanicistica della realtà, secondo la quale la natura è "matrigna" e propriamente indifferente nei confronti dell'uomo. L'universo non ha nessuna finalità e la posizione dell'uomo è marginale, non più importante di quella di qualsiasi altro essere vivente.
La vita umana è pervasa, come per Schopenhauer, dal dolore e dalla noia e ha come orizzonte finale la morte. Il pessimismo di Leopardi è tuttavia ancora più radicale di quello del filosofo tedesco, perchè non esiste nessuna possibile liberazione dalla volontà che possa costituire una meta per l'esistenza.

Il piacere è uno stato negativo, inteso come venir meno al dolore, per cui il dolore è l'unica condizione reale dell'esistenza. Non il piacere, ma soltanto la speranza e l'attesa illusoria del piacere possono alleviare il disagio dell'esistenza: la speranza e l'attesa sono dunque gli unici stati d'animo positivi.
Di fronte alla mancanza di senso dell'esistenza(nichilismo), dove essa è "nulla" dal punto di vista ontologico e "male" dal punto di vista morale, la poesia svolge un'importante funzione consolatoria, perchè fa apparire accettabile la vita e dà energia per affrontarla: essa è espressione della facoltà immaginativa dei piaceri che non esistono, creando l'illusione che possano essere soddisfatti, assumendo una funzione catartica pur non conferendo senso all'esistenza.

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