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E’ un danese e potremmo definirlo come un esistenzialista, anche se l’esistenzialismo sarà una corrente più tarda; in lui troviamo un legame strettissimo tra le opere e la biografia, un legame con quello che fu lo scopo fondamentale della sua vita, ovvero quello di diventare un poeta e un filosofo cristiano, quindi il suo obiettivo è la difesa del cristianesimo e l’affermazione della verità di esso (possiamo accostarlo a Pascal da questo punto di vista); sente quindi la necessità di opporsi alla filosogia Hegeliana perché esso non ha fatto altro che tentare di ridurre la realtà alla ragione cercando quindi di ridurre l’esistenza stessa al concetto e quindi alla ragione, dimenticando però che alla base di essa c’è un singolo. C’è quindi una forte riscoperta nella singolarità, nelle scelte esistenziali proprie del singolo. Critica quindi fortemente Hegel e attua una riscoperta della soggettività, della libertà delle scelte dell’individuo.

Legame stretto tra la propria biografia e le proprie opere: pensiero di Kierk è fortemente influenzato dal rapporto con 3 persone:
- Padre  lo influenzò fortemente dal punto di vista cristiano che lo portò a scegliere di portare avanti la sua vita solo ed esclusivamente per difendere la fede da coloro che, come Hegel, vogliono attaccarla. Oltre a questo, Kierkegaard parla più volte di una colpa misteriosa che ha il padre che ha influenzato tutta la sua famiglia provocando una sorta di maledizione e che porta Kierkegaard a interrogarsi sul rapporto tra peccato e redenzione che si possono identificare nelle persone di Adamo (il peccato) e Cristo (il redentore)
- Fidanzata  personaggio importante perché nonostante la ami, si costringe a lasciarla perché per lui amare una persona significa fare di quella persona la ragione stessa della propria esistenza, ma la ragione della sua esistenza è Dio e quindi non può condividere questo amore amore che ho per Dio con una persona, quindi deve arrivare a una scelta esistenziale: quella tra la vita religiosa e la vita etica. Dunque la lascia pur continuando ad amarla.
- Vescovo  visto da Kierkgaard come personificazione della chiesa luterana, una chiesa luterana che però sta andando nella direzione della teologia Hegeliana, sminuendo la religione cristiana visto che fa di essa un semplice momento dello spirito Hegeliano, umanizzando troppo il cristianesimo; quindi il suo insegnamento è diretto a difendere la fede vera, le scelte esistenziali forti, vere e questo lo pongono in disaccordo con la chiesa luterana ufficiale. Lui doveva diventare pastore luterano ma rinuncia a questa carica trovandosi in disaccordo con il vescovo, con la posizione ufficiale della chiesa e per questo sarà oggetto di critiche e di un giornale satirico, il corsaro.

In una delle sue opere parla della COMUNICAZIONE di due tipi:
- DIRETTA: una comunicazione semplice che tratta di temi religiosi; in questa comunicazione Kierkgaard firma le sue opere con il suo nome e si mostra per ciò che è
- INDIRETTA: Questo tipo di comunicazione è anche detta D’ESISTENZA ed è una comunicazione in cui si rifa a Socrate, quindi alla dissimulazione, all’ironia intesa come inganno a fin di bene; utilizza una miriade di pseudonimi con cui firma delle altre opere, crea una personalità dietro questi pseudomini, degli Io particolari che credono in quello che stanno scrivendo in quel momento e li fa interagire con altri pseudonimi a loro volta per dare un effetto verità. Tutto questo ha lo scopo di condurre l’uomo verso la conoscenza del cristianesimo, della fede vera. Però quest’uomo che verrà condotto verso la fede vera non è l’ateo, bensì colui che si crede cristiano ma in realtà non sta facendo altro che vivere una vita falsamente cristiana, sta giocando al cristianesimo.

Kierkgaard esalta però la comunicazione vera di cui i portavoce sono Socrate da un lato, il pensatore che ha saputo insegnare all’uomo quali sono i propri limiti, a guardare in se stesso, a conoscere la verità dentro noi e il Cristo dall’altro che è la verità incarnata; accanto a questi ci sono dei falsi cominicatori, ovvero i giornali, perché il giornalista perde la sua soggettività in essi e diventa un collettivo anonimo (il giornale) che si rivolge ad un altro collettivo anonimo che è la folla e non al singolo. Da qui la critica alla folla, alle masse, perché esse tendono a snaturare la soggettività, la sua grandiosità e particolarità e a farci comportare tutti allo stesso modo, tendono a privarci della nostra soggettività e libertà rispetto agli altri.

Possiamo quindi dire che Kierkgaard è il più grande difensore della soggettività e delle scelte esistenziali che sono fondamentali, inconciliabili le une con le altre, non riconducibili a compromesso. Dialettica completamente diversa a quella Hegeliana.
Kierkgaard insiste sul concetto di singolarità e la collega al concetto di scelta, importante poiché ogni uomo quando sceglie si assume la responsabilità della scelta e la responsabilità è qualcosa di personale; dunque solo l’uomo singolo può sperimentare su di sé la propria responsabilità (esempio: si può dire che nel compiere un delitto due o più persone abbiano collaborato, c’è quindi una co responsabilità, ma ognuno ha una sua parte singola di responsabilità).
La scelta dunque a che fare con la responabilità, ma anche con le possibilità: scegliere significa scegliere, appunto, una delle possibilità disponibili; la scelta per eccellenza che l’uomo può fare è quella che riguarda se stesso: l’uomo sceglie di scegliere, ovvero sceglie la propria vita, ovvero di optare per una vita piuttosto che un’altra. Deve dunque compiere una scelta esistenziali e le varie opzioni che l’uomo ha dinnanzi sono tre: stadio estetico, stadio etico e stadio religioso; tra uno stadio e l’altro c’è un abisso, non c’è la possibilità di unire questi stadi alla sintesi come era propria fare la dialettica Hegeliana poiché per Kierkgaard scegliere vuol dire optare per un determinato stadio esistenziale e rimuovere tutti gli altri. Per passare da uno stadio all’altro è quindi necessario un salto vero e proprio, non c’è una continuità.
- STADIO ESTETICO  è lo stadio di chi sceglie di non scegliere: dinnanzi alle infinite possibilità che la vita offre, l’esteta sceglie il godimento, di approfittare di tutte le possibilità. Scegliere, per l’esteta, significa fossilizzarsi in una determinata categoria, per esempio scegliere una donna per tutta la vita e rinunciare alle altre, scegliere un mestiere e rimanere in quello per tutto la vita: dunque l’esteta sceglie di non scegliere per rimanere aperto a tutte le possibilità, vive l’attimo, il momento.
Le figure dello stadio estetico sono molteplici: prima di tutto la figura di Don Giovanni, colui il quale seduce tutte le donne, sempre diverse, per avere nuovi piaceri perché se rimanesse legato ad una donna questa esperienza lo porterebbe alla noia, al disinteresse,; quindi per lui inseguire il piacere vuol dire andare sempre alla ricerca di un’esperienza di piacere nuova; questo suo andare di godimento in godimento è destinato però a fallire perché lui inconsciamente non vuole una singola donna, ma la donna nella dimensione dell’universale perché solo essa gli può dare il godimento massimo: ma questo non lo potrà ottenere mai perché non può ottenere l’infinito attraverso una somma di singoli instanti di piacere finiti.
Un’altra figura è Johannes, l’autore del diario di un seduttore dove è anche il protagonista. Torna ancora una volta il discorso degli pseudonimi, perché non sarebbe credibile Kierkgaard nello scrivere il diario di un seduttore, non è la sua vita quella narrata, è più credibile creare un personaggio che vive lo stadio estetico e che scrive questo diario
La vita di Johannes è su un gradino superiore rispetto a Don Giovanni perché Johannes introduce la rifessione all’interno dello stato estetico mentre prima era assente, perché l’esteta non riflette, non sceglie ma si fa scegliere dagli eventi. Quindi Johannes introduce la riflessione perché lo aiuta a massimizzare il piacere: scopo di Johannes non è la seduzione immediata di Cordelia, la sua preda, ma è il prolungare questo momento, per massimizzare il piacere una volta ottenuto. Quindi il momento della riflessione lo aiuta a rivedere il suo comportamento e orientarlo verso la massimizzazione del piacere. Anche la via di Johannes però è destinata a fallire perché l’esteta, essendo l’uomo che non sceglie, vive in se stesso e non potrà mai avere un rapporto con l’infinito poiché rimane legato a se stesso e quindi non accede all’infinito, non traduce la possibilità in realtà
Anche nella forma del seduttore l’esteta rimane insoddisfatto e questo causa l’inquietudine che in realtà nasconde qualcosa di più ampio, ovvero la disperazione: ogni vita estetica è caratterizzata dalla disperazione che può avere sia valenza negativa, che positiva: è negativa se l’esteta si limita a disperare delle cose vane, mentre è positiva se diventa disperazione nei confronti della propria esistenza che viene percepita come qualcosa di sbagliato: ricordiamoci che Kierkgaard spinge verso la fede, quindi la vita estetica è quanto più lontano possa esserci di una vita vissuta con fede.
A questo punto la disperazione lo porta a compiere una scelta e l’esteta che compie una scelta opera un salto da uno stadio esistenziale ad un altro. Non è un continuum, ma un salto perché si rinuncia completamente alla vita precedente. Quindi l’esteta che sceglie, sceglie di lasciarsi alle spalle lo stadio estetico e sceglie lo stadio etico.

- STADIO ETICO  la scelta etica per eccellenza è il matrimonio, quindi attraverso esso l’uomo estetico diventa uomo etico, scegliendo una donna tutti i giorni, sceglie un lavoro e riconferma quel lavoro tutti i giorni, quindi introduce la routine nella sua vita. Per l’uomo etico la routine diventa la condizione fondamentale della sua vita. L’uomo estetico vive l’attimo, l’uomo etico ha una storia, ha un passato e ha un presente. Non solo, ma l’uomo etico per eccellenza è il marito, non si hanno più diverse figure come nella vita estetica, ma ne abbiamo solo una personificata dal giudice Wilhem, un marito, un giudice riconosciuto e quindi che svolge bene la sua funzione di giudice, che ha fatto una scelta, quella di scegliere sua moglie e il suo lavoro tutti i giorni, di scegliere la routine; quindi vive la sua scelta nella dimensione dell’universale, dimensione preclusa invece all’esteta. Quindi a prima vista sembrerebbe che lo stadio dell’uomo più importante sia quello etico, perché si opera una scelta definitiva che ci permette di vivere l’universale; ma in realtà le opere di Kierkgaard sono legate alla sua biografia, infatti lui non si sposa e rinuncia alla sua fidanzata non perché non la ami ma perché amare una donna significherebbe metterla al primo posto ma al primo posto nella sua vita c’è Dio. Quindi, nonostante l’uomo etico sembri un uomo realizzato che ha fatto una scelta etica rispettabilissima, c’è un problema legato, paradossalmente, alla scelta: l’uomo che ha scelto si è sottomesso alla legge morale e questa sottomissione gli impone di rinunciare alla sua singolarità, perché il sottomettersi alla legge morale vuol dire conformarsi ad essa e comportarsi come tutti gli altri. C’è quindi una negazione della singolarità nello stadio etico.
Si esce dallo stadio etico grazie al legame tra l’uomo ed il pentimento, perché l’uomo si pente di non riuscire a conformarsi alla legge morale e quando l’uomo non riesce a raggiungere questo ideale prova un senso di insoddisfazione, di frustrazione, quindi la non conformità alla legge morale porta l’uomo al pentimento che ha ache fare con il peccato e quindi entra in gioco il problema della redenzione. Attraverso la redenzione l’uomo può salvarsi dal peccato, ma questa redenzione non appartiene allo stadio etico, ma a quello religioso. Quindi ancora una volta c’è una spinta ad abbandonare uno stadio e saltare un altro: ecco perché Kierkgaard lascia la sua fidanzata, è obbligato a fare questo salto: una scelta esistenziale deve far rinunciare ad una delle due vite e se vogliamo redimerci dobbiamo necessariamente passare allo stadio religioso.

- STADIO RELIGIOSO  figura di questo stadio per eccellenza è Abramo che, vecchio, viene chiamato da Dio il quale gli promette una discendenza numerorissima. Alla fine avrà un figlio Isacco dalla moglie, che ovviamente amerà, ma Dio gli chiede di sacrificarlo, uccidendolo. La scelta di obbedire a Dio è una scelta che va al di là della scelta etica: Abramo ha dinnanzi la morale, quindi se operasse una scelta in base alla morale deciderebbe di non uccidere suo figlio perché va contro la morale, è omicidio; se invece operasse una scelta non seguendo la legge morale, sarebbe quella di rinunciare a suo figlio e fidarsi di Dio, quindi sceglierebbe l’assurdo: in questa scelta Abramo è solo ed è qui che ritorna la categoria del singolo, si sottolinea la responsabilità di esso e la categoria del singolo si pone al di sopra della legge morale. La scelta di Abramo va al di là della vita etica, sceglie l’assurdo e nello scegliere l’assurdo è solo, con le sue responsabilità. L’uomo quindi è solo nel suo rapporto con Dio.
Alla fine Dio manda l’angelo che ferma la mano di Abramo, Isacco quindi è salvo. Ma Abramo ha scelto e scegliendo l’assurdo ha l’infinito, ha quindi l’universale e può tornare a vivere nel mondo, recuperando normalmente la legge morale. Ma non è propriamente la legge morale che aveva messo in crisi lo stadio etico, bensì è la legge morale recuperata in un’altra dimensione, partendo dal concetto di peccato e dando una visione diversa del peccato originale compiuto da Adamo, simile al peccato di ogni singolo uomo: nel paradiso terrestre Adamo aveva l’innocenza e non sapeva distinguere il bene ed il male; quindi il peccato da dove viene fuori se Adamo è innocente? Nasce dall’angoscia, il sentimento che l’uomo prova dinnanzi alla vertigine della possibilità della libertà. L’angoscia non è paura di qualcosa, ma paura del nulla, paradossalmente: quando io opero una scelta seria, esistenziale, elimino tutte le altre, tutte le altre diventano nulla per me quindi posso anche sbagliare, quindi l’angoscia è vista come categoria fondamentale che sta alla base della possibilità. Adamo quindi pecca a causa dell’angoscia, questa vertigine della libertà lo porta a sbagliare e a peccare e dopo aver peccato però l’angoscia continua a perpeturare nelle sue scelte. Quindi l’angoscia è legata all’uomo, che la prova ogni qualvolta deve compiere una scelta. Per Kierkgaard però l’angoscia può essere anche positiva perché ci aiuta a capire il nulla che è connesso alle varie scelte umane e ci spinge verso l’alto, verso Dio.

Andiamo a distinguere due personaggi: climacus e anticlimacus.
• Climacus è il filosofo scettico che si occupa del cristianesimo dal punto di vista filosofico e comunque lo difende filosoficamente dalla filosofia hegeliana, ne prende quindi le distanze.
• Anticlimacus è il cristiano vero e proprio, il cristiano perfetto, che è l’anello di congiunzione tra la comunicazione di esistenza, ovvero la comunicazione fatta attraverso le opere pseudonimi, e la comunicazione diretta cioè quelle in cui Kierkegaard scrive di cristianesimo e firma le sue opere con il suo nome, non più con lo pseudonimo.
Concetti fondamentali sono tre:
• ESISTENZA: la colpa di Hegel, secondo Kierkgaard, è quella di aver voluto spiegare razionalmente la totalità del reale; da questa spiegazione rimane comunque fuori l’esistenza, perché un’esistenza pensata non è più esistente, essendo le caratteristiche proprie dell’esistenza il movimento, la possibilità, la libertà, tutti elementi che non possiamo trovare all’interno del pensiero. Se per Hegel il pensiero, lo spirito, era qualcosa di dinamico, per Kierkegaard il pensiero è qualcosa di statico, perché un sistema filosofico deve essere un sistema filosofico della necessità e dell’universalità, che hanno a che fare con la staticità e non con il divenire che è proprio dell’esistenza. Dunque, l’esistenza è una cosa, il sistema proprio di Hegel assolutamente è un'altra cosa. Il pensiero e l’esistenza sono separati, ma Hegel ha commesso un altro errore: ha messo il pensiero prima dell’esistente, cioè di colui che pensa, ha considerato come elemento precursore di tutto ciò che esiste il pensiero, e poi l’uomo; ma il pensiero non può esistere prima di colui che pensa, è un assurdo logico dice Kierkegaard, non si può ammettere prima dell’esistente, sennò si cade nel ridicolo come ridicola è la filosofia Hegeliana.
Dunque, la sintesi Hegeliana non viene riconosciuta essendo esistenza e pensiero separate.
• VERITÀ: abbiamo visto che Kierkegaard muove delle dure critiche al sistema di Hegel perché dice che il soggetto esistente non può essere ricondotto ad un sistema.
La filosofia Hegeliana è considerata vera da un pensatore oggettivo, che considera la verità come qualcosa di esterno, ma dice Kierkegaard che non la verità non può essere considerata come qualcosa di esterno, ma c’è bisogno di un pensatore soggettivo poiché il punto di vista del pensatore soggettivo è quello che si pone dinnanzi alla verità apprendendo la verità. L’unico modo che ha l’uomo, come pensatore soggettivo, di rapportarsi alla verità è quella di farla sua. Quindi la verità corrisponde al processo di apprendimento della verità stessa, al processo di crescita esistenziale dell’uomo, è qualcosa che si impara ad apprendere dall’interno. In ciò Kierkegaard riprende la lezione socratica: Socrate, infatti, non ha mai insegnato nulla, non ha mai dato dei comandamenti ai suoi discepoli, attraverso la maieutica faceva “partorire” i suoi discepoli. Erano loro che dall’interno, guardando in se stessi, partorivano la verità.
I cristiani, però, devono affrontare il problema della fede, si trovano davanti al problema di Dio e la scelta di credere o non credere, di aderire o non aderire alla verità, è una scelta che ognuno di noi può compiere solo nella propria interiorità; la scelta della fede è una scelta esistenziale forte perché è una scelta personale, per questo la verità deve avere sempre un rapporto personale con il pensatore soggettivo e non può essere considerato come qualcosa di oggettivo. (La fede non è qualcosa di oggettivo, tu puoi averla o non averla, nessuno ti può dire che è assolutamente vero che Gesù è dio e ci devi credere)
Quindi, il tentativo della filosofia Hegeliana di spiegare la fede con la ragione, è inutile poiché la fede è sempre una scelta. Fidarsi di qualcuno non significa avere la certezza di qualcuno. Quindi la fede è questa e non può essere spiegata attraverso la storia, la filosofia, mediato.

• Disperazione: se l’angoscia era il sentimento della vertigine che l’uomo prova dinnanzi alla libertà, alla possibilità, la disperazione è qualcosa che ha a che fare con il rapporto dell’uomo con se stesso. Per Kierkgaard, l’uomo che rinuncia a Dio è di per sé disperato, perché deve rapportarsi a se stesso e in questo suo rapporto non riesce a spiegare la sua provenienza, non riesce a spiegare tutta una serie di contraddizioni che lo caratterizzano e che lo pongono a metà tra due estemi; le contraddizioni che l’uomo si trova a vivere sono:
o La contraddizione tra infinito e finito: l’uomo può anche scegliere l’infinito, dimenticando la propria finitudine, ma alla fine devo sempre fare i conti con il mio essere finito, quindi sono disperato; stessa cosa se scelgo il finito, io posso accontentami della mia finitudine ma quando mi sarò rinchiuso nella mia finitudine avrò sempre l’ansia dell’infinito e questa mancanza di sintesi tra questi due estremi mi crea la disperazione.
o La contraddizione tra libertà e determinismo: l’uomo può lasciarsi andare alla libertà assoluta, non scegliendo come fa l’esteta che si apre e a tutte le possibilità; ma nel momento in cui non sceglie, l’uomo è prigioniero delle sue fantasie: ha davanti tutte le possibilità del mondo ma non ha fatto nulla, non è diventato nulla, sono fantasie astratte che non ri realizzano e lo rendono disperato.
Viceversa posso abbandonarmi al determinismo più assoluto, credendo che la mia vita è deterministicamente regolata da delle leggi ferree ed universali. Ma ovviamente devo soffocare l’ansia nei confronti della libertà che è propria della mia esistenza. Quindi sarò comunque disperato perché non riesco a portare a sintesi questi due opposti (libertà e determinismo).
o Il desiderio di essere se stessi e di non essere se stessi: porta l’uomo alla disperazione, perché io desidero di non essere me stesso, vorrei essere qualcun altro ma non posso essere quel qualcun altro; Oppure posso accontentarmi di essere me stesso, di accontentami di quello che sono (essere finito) ma anche in quel caso sarò disperato.
Quindi l’uomo che non riesce a mediare tra queste coppie di opposti è un uomo disperato e, la disperazione, in quanto disperazione, è il contrario della fede, perché la fede può darmi una speranza; la fede infatti sostituisce la speranza alla disperazione e chiede di accettare il paradosso di Cristo, che è motivo di scandalo per la ragione poiché propone la fede in Cristo come Uomo-Dio, come infinito che si è incarnato nel finito, soffrendo per la salvezza dell’uomo. Il rifiuto del cristianesimo, dichiarato una falsità, costituisce la massima disperazione poiché preclude all’uomo l’apertura al suo destino eterno, in quanto esso non accetta la propria natura di essere derivato da Dio. Ancora una volta, però, l’accettazione di questa fede è qualcosa di personale, che non può essere mediata, è una scelta personale, non è una certezza oggettiva che ci viene data.
Da qui la critica alla chiesa danese luterana che si apre alla teologia Hegeliana e quindi diventa blasfema perché pretende di spiegare filosoficamente ciò che filosoficamente non è spiegabile: l’assurdità del cristianesimo.

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