Soren Kierkegaard

1) La vita e il pensiero. Søren Kierkegaard si concentrò sul problema dell’uomo e dell’esistenza, tanto da essere ritenuto il precursore dell’ esistenzialismo (da existo), che nasce dopo la seconda guerra mondiale. L’esistenzialista è colui che riflette sull’esistenza, sul nostro modo di essere, esistere e vivere. Nato nel 1813 a Copenaghen, si formò nel clima di una cupa religiosità in cui era forte il senso del peccato (Lutero, invece, rinnegava il libero arbitrio, introducendo il servo arbitrio, con il quale sosteneva che per quanti sforzi l’uomo compie per uscire dal peccato, egli alla fine non ci riuscirà). Il giovane Søren crebbe con l’incubo del peccato, che lo portò a nutrire una concezione negativa dei rapporti umani e, più in generale, dell’essere umano. Si laureò con una tesi intitolata “Sul concetto di ironia con particolare riguardo a Socrate”, in cui critica l’ironia dei romantici (proponeva una conoscenza corrosiva), apprezzando invece l’ironia socratica, inteso come mezzo per condurre gli uomini alla coscienza della drammaticità della vita. Nella figura e nella vita del filosofo greco, Kierkegaard riprende i temi della necessità della scelta e l’indagine filosofica intesa come impegno sociale, e non verità astratta. Nutriva, inoltre, un’insofferenza per le “chiacchiere” filosofiche (“la filosofia deve occuparsi dell’essere umano”). L’opera più importante di Kierkegaard è “Aut-Aut” (cioè “o-o”): l’atto di scegliere è considerato un dramma per due motivi: a) indecisione di scelta tra A e B; b) non si sa la conseguenza della scelta fatta. Il filosofo afferma che qualunque scelta è fallimentare. All’interno di “Aut-Aut” troviamo inoltre il “diario di un seduttore”. Il suo cristianesimo non deve essere confuso con quello della Chiesa ufficiale: quest’ultima è accusata dal filosofo di occuparsi solo degli aspetti mondani dell’esistenza, perdendo il carattere drammatico. Gli uomini di Chiesa vennero criticati per aver tralasciato del cristianesimo la parte più importante: l’imitazione di Cristo, l’impegno a seguire una vita all’insegna del sacrificio e dell’ascesi. Mentre in Hegel vi è un processo dialettico, per Kierkegaard non si arriverà mai a una sintesi, ma ci sarà sempre una lotta dei contrari. A differenza di Hegel, che tendeva a conciliare gli opposti in una sintesi superiore, Kierkegaard pone l’uomo di fronte alla drammaticità dell’essere.

2) Gli stadi dell'esistenza. Kierkegaard sostiene che esistono tre possibilità di scelta: la vita estetica, etica e religiosa.

 Vita estetica: la prima è caratterizzata dalla continua ricerca del piacere (non è una scelta, frutto di una decisione: in essa l’individuo si lascia vivere). Il simbolo della vita estetica è quella del Don Giovanni: seduttore per eccellenza, affascina le donne con eleganza e cultura, utilizzando bene la parola. La donna è vista, quindi, come un mezzo: si crea, così un gioco perverso che porta il seduttore ad avere numerose donne. A lungo andare questa vita porta l’uomo alla noia e alla disperazione; perciò sostiene che è meglio la disperazione (perchè si sa per cosa si sta disperando), che la noia, visto che con essa non si riesce a capire il motivo per cui ci si annoia.
 Vita etica: è una vita in cui si sceglie di seguire i principi morali e la responsabilità, il sacrificio. Il marito è la figura simbolica, il quale torna a casa e porta da mangiare e si accomuna agli altri uomini nel lavoro. La donna, nella vita etica, diventa il simbolo dell’amabilità e della felicità stabile e durevole. La descrizione della vita etica coincide con il modello di vita borghese, incentrato sulle figure del matrimonio, della famiglia e del lavoro. Anche la vita etica nasconde l’insidia dell’insoddisfazione e della noia e il rischio della sua degenerazione nel conformismo. Da ciò deriva un senso di colpa per aver creduto nella propria autosufficienza; schiacciato dal peso di tanta responsabilità, il marito chiede aiuto a Dio.
 Vita religiosa: è considerata una scelta dura, poiché chiede troppo all’uomo: è paradossale e scandalosa per la nostra natura. La figura esemplificativa è Abramo. In “Timore e tremore”, un’opera incentrata sulla sua figura, Kierkegaard mostra che il fine ultimo dell’uomo consiste nella realizzazione della vita religiosa. Il patriarca biblico accetta di sacrificare Isacco, il suo unico figlio, perchè Dio gliel’ha ordinato. Ecco il paradosso della fede: Abramo, in qualità di padre, era tenuto a salvaguardare la vita del figlio, ma la fede gli comanda l’opposto di quanto è ragionevole dal punto di vista degli uomini e delle leggi. La fede è irrazionale, non può essere riportata alle leggi dell’etica; eppure è l’unica via di uscita dalla disperazione, perchè in virtù della fede l’uomo si accetta come “colui che si abbandona nelle mani di Dio”. La fede è paradosso e scandalo e la figura che meglio rappresenta questo carattere è Cristo, il Dio fatto uomo, concetto incomprensibile alla ragione umana.

3) L’esistenza come possibilità. Per Kierkegaard l’uomo è ex-sistenza, vale a dire un essere che “può uscire da se”, oltrepassare i propri impulsi e riflettere su ciò che accade e sulla sua esistenza; egli è progettualità e possibilità. Quest’ultima è considerata dal filosofo come “la più pesante delle categorie”, in quanto è priva di qualsiasi garanzia di successo. L’uomo, di fronte a essa, prova un sentimento di angoscia, con timore di sbagliare; si trova perciò dalla presa di posizione rischiando l’errore e il peccato. L’angoscia nasce nell’essere umano dalle scelte che si fa tra diverse possibilità. L’altro sentimento fondamentale che caratterizza l’esistenza umana è la disperazione, che riguarda anch’essa la possibilità, ma non si riferisce al mondo, ma all’essere umano, tormentato da un’interna contraddizione: da un lato vuole il proprio essere; dall’altro vuole disfarsi di se per arrivare ad un io migliore. La disperazione che ne deriva è la “malattia mortale” dell’uomo che, in ogni caso, non riesce a trovare la pace. L’unica via di uscita dall’angoscia è la fede, poiché scegliendo la vita religiosa, grazie all’aiuto di Dio, l’uomo può riconciliarsi con se stesso e recuperare un’esistenza autentica.

Diario del Seduttore. Il libro è parte dell'opera filosofica Aut-Aut, pubblicata nel 1843. Nell’introduzione il filosofo racconta come in una scrivania trova un “commentarius perpetuum n°4”, un diario redatto accuratamente che trattava d’amore. Giovanni è un giovane seduttore senza scrupoli, la sua vita ha un unico scopo: sedurre ragazze e poi abbandonarle, usando la sua facoltà intellettuale, egli sapeva indurre una ragazza in tentazione, senza neppur fare una promessa. Cordelia è una ragazza di diciassette anni ingenua: la vittima perfetta per Giovanni, che le rovinerà l'esistenza. Protagonista del libro è la seduzione intellettuale. Giovanni è infatti un seduttore che cerca di dominare la mente di Cordelia con mosse studiate. Il suo è un gioco astuto ed elegante. Poi, quando la donna è in suo potere, la abbandona, lasciandola disperata, perchè Giovanni non cerca l'amore: gli interessa solo il potere che può avere su una donna. Può così passare alla donna successiva. Kierkegaard ha scelto come protagonista un seduttore per parlare di come vede la vita. Nel Diario, spiega anche come deve essere un filosofo. Giovanni (cioè il filosofo per Kierkegaard), prima d'agire, osserva la realtà e riflette su di essa. Inoltre, valuta ogni volta le conseguenze delle sue azioni: cerca sempre risposte pratiche alle sue teorie. Per Kierkegaard, il filosofo è proprio un uomo che pensa cose in armonia con la realtà. Giovanni cerca il possesso mentale della donna, ossia vuole che lei s'innamori di lui. Per ottenere ciò, s'innamora sempre almeno un po' della donna. Egli mente alla donna e anche a se stesso, perché se la racconta. Il fatto che s'innamori fa parte della strategia. Ha avuto molte donne, ma non ne ha mai conosciuta una. Conosce solo le tecniche per fare una conquista, ma non conosce l'anima di una donna.

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