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Søren Kierkegaard

Si riportano qui di seguito, in maniera quanto più possibile schematica, i punti chiave della filosofia di Kierkegaard.

Il rifiuto dell'Hegelismo
Secondo Kierkegaard, Hegel commette degli errori nella sua filosofia, e le alternative dell’esistenza non si lasciano dunque ricondurre ad un processo dialettico.
Infatti per Hegel l’unica realtà è l’unità della ragione con se stessa.
Ma nella ragione il singolo perde la sua identità e ne è assorbito. Questo è l’errore dell’hegelismo.
Kierkegaard reclama pertanto l’importanza del singolo. Con la verità l’uomo si appropria del vero stesso. Tuttavia non è un processo oggettivo, come in Hegel, ma soggettivo: l’uomo è direttamente coinvolto. Inoltre non è un processo disinteressato: è altresì vissuto con passione.

Hegel ha fatto dell’uomo un animale, perché negli animali il genere è superiore al singolo, invece nell’uomo è il contrario. Questo è l’insegnamento del Cristianesimo. Di fronte alla pretesa di identificare l’uomo con Dio egli si batte per affermare l’infinita differenza qualitativa tra i due.

Gli stadi dell'esistenza
Tra uno stadio e un altro c’è un abisso, un salto, e pertanto non è possibile la conciliazione. Gli stadi dell’esistenza sono i seguenti:
1) Vita estetica. E’ la vita di colui che vive poeticamente, usa l’immaginazione e sa ritrovare quanto vi è di interessante nelle cose della vita. Nella sua vita sfugge ciò che vi è di banale e meschino, e questo perché essa non è mai ripetitiva. Il simbolo di questa vita è il Don Giovanni. Tuttavia questa vita non appaga e chiunque viva così si accorge presto o tardi, di essere un “miserabile”. Questa vita degenera infatti nella noia. Per raggiungere un’altra vita e compiere la precedente, occorre passare per la disperazione.
2) Vita etica. L’uomo sceglie allora una vita più stabile. E’ la vita della fedeltà e del dovere. Nella vita etica l’uomo cessa si essere un’eccezione e diventa come tutti gli altri. Ne è simbolo il marito fedele, caratterizzato dal matrimonio e dal lavoro. Essi sono la sua vocazione ed egli li coltiva con piacere. Quello della vita etica è il mondo dei rapporti con gli altri, e qui, integrato con gli altri, l’uomo si riconosce nel loro destino (nella storia). Egli allora si pente. Dopo il pentimento, l’uomo si ritrova in Dio. Solo così ci si recupera in senso assoluto. Il pentimento è dovuto alla consapevolezza. La sua consapevolezza consiste nell’aver scelto una vita che decade nell’abitudine e l’uomo, non sapendo più il perché della sua scelta, vuole andare oltre il solito. La vita etica, quindi, non ha senso.

3) Vita religiosa. In essa vi è uno stacco profondo con le altre due. Ne è simbolo Abramo, poiché, vissuto rispettando la legge morale, riceve da Dio un comando che va contro di essa e non esita a compierlo. Il comando divino è quindi in opposizione con quello morale. Il vero religioso non esiterà quindi a mettersi contro la società. La fede è infatti un rapporto privato tra uomo e Dio, non di compagnia. Ma come fa l’uomo a sapere che quel comando deriva proprio da Dio? Non c’è altro modo se non sentirlo dentro di sé. Tale certezza angosciosa è la fede. La fede è un paradosso, una contraddizione. Ad esempio, Cristo che soffre come un uomo pur essendo un Dio. L’uomo può solo credere o non credere. La fede non ha dimostrazioni logiche.

La normalità
Con la singolarità, dunque, si riporta il cristianesimo al valore originario, al rapporto individuale con Dio. Tale è il rapporto che può ridefinire la comunità umana e le sue leggi.
Per prima cosa occorre dunque rimettersi in rapporto con Dio. Ma la legge divina ha in sé qualcosa di angosciante e l’uomo preferisce rapportarsi prima alla legge umana ed essere come gli altri.
Nasce allora la normalità, che Kierkegaard definisce una “massa di scimmie”.

La folla sembra avere una grande forza, ma idealmente vale zero. Le manca infatti la coscienza, e l’unico suo scopo è trovare qualcosa su cui far quattro chiacchiere. Chi si rapporta agli altri è anonimo.
Ma questo genera angoscia verso la morte (perché la paura è solo verso qualcosa di concreto) perché uscire dal gregge è traumatico. Infatti con la morte l’uomo diventa spirito, ed è – così - da solo.
Allora l’uomo deve assumere un atteggiamento ironico, cioè “avere dolore dove gli altri hanno desiderio”.

Ironia
L’ironia è denuncia dell’inconsistenza delle cose, ed implica la fine dei rapporti con gli altri.
Nella vita etica l’uomo ha creduto di poter dare una senso alla propria vita, ma non può, perché manca la sua individualità. Solo una vita che ne tiene conto è autentica. Questa è la vita religiosa.
Con la fede ci si ripropone rinnovati, come se il sacrificio di Cristo si ripetesse ogni istante. Nella fede l’individuo è oltre il generale, la società, e nello stesso tempo la fonda sulla base dell’assoluto.
Bisogna avere il coraggio di uscire dal gregge, fondare la società dopo esserci messi in rapporto con l’assoluto. E qui nasce un altro problema, perché nessuno ci dice se siamo davvero in rapporto con Dio o siamo folli.

L’angoscia
L’uomo non è né puro animale né puro spirito, ma è un animale che può diventare spirito. Ma questa è solo una possibilità, ed essa comporta incertezza, rischio, ed angoscia. L’angoscia è il sentimento della possibilità verso il futuro ed il passato (perché esso può ripetersi).

Essa nasce verso qualcosa di indeterminato, come la libertà.
L’angoscia prepara alla fede, poiché essa è la certezza di tutte le possibilità, e ci libera dalle paure.
Essa rende possibile l’esistenza di Dio.
Ecco dunque che “il cavaliere della fede è discepolo dell’angoscia”, perché essa rende possibile la liberazione e ci fa capire la futilità delle cose. Se l’uomo fosse solo animale o angelo, non avrebbe angoscia.
La vita è quindi possibilità e l’uomo non può, per questo, pretendere niente da lei.
Essa porta al fallimento estremo: la morte.
Tempo, peccato e morte ci limitano. Come sfuggire a ciò? Con la fede, che è la piena fiducia in Dio.
Essa fa infatti capo a Dio, ed Egli va oltre ogni possibilità, perché a lui tutto è possibile.

Disperazione
La disperazione è la condizione dell’uomo di fronte al suo io.
Nella vita è possibile scegliere di essere se stessi oppure no.
Nel primo caso, anche volendo non si può essere se stessi, perché l’uomo non si può bastare e vive perciò senza equilibrio.
Nel secondo caso, se decidiamo di non essere noi stessi, non possiamo stare con gli latri, perché nel momento in cui gli altri mi riconoscono, ecco che divento un io.
Quindi non potremo mai essere noi stessi e da questo deriva la disperazione dell’uomo.
In ogni caso, poi, occorre MORIRE. Per morire basta vivere. La vita è quindi una malattia mortale in cui non potremo mai realizzarci.

L’unica medicina è la fede. Essa ci fa riconoscere la nostra dipendenza da Dio. I nostri rischi li possiamo quindi mettere sulle sue spalle e tornare sereni.
Riguardo la storia, poi, secondo Kierkegaard essa non è manifestazione divina: è una non verità.
Come il paradosso del Cristianesimo: rivivere il sacrificio di Cristo, cioè l’eterno che si definisce in Cristo. Il suo sacrificio è rivissuto dai credenti. Il paradosso è che l’eterno si cala nel tempo.

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