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Kierkegaard

Le sue opere presentano tematiche che si pongono in netta antitesi polemica ai temi dell’idealismo. Kierkegaard pone al centro della sua speculazione filosofica l’uomo nella sua singolarità. Difendendo il singolo, Kierkegaard dice che spesso l’esistenza è antitetica alla ragione e, soprattutto, l’esistenza è fatta di alternative inconciliabili. In questo modo si pone contro l’impostazione dialettica della filosofia hegeliana. Egli oppone all’”Et-et” hegeliano, l’”Aut-aut”, per lui intraprendere una via vuole dire evitarne molte altre. Kierkegaard difende la libertà contro il determinismo hegeliano. La libertà non è una necessità, ma una possibilità.
La sua filosofia non avrà seguito nel suo secolo; per la centralità della possibilità, sarà ripresa in filosofia con l’esistenzialismo nel secondo dopo guerra (nel novecento).

Søren Kierkegaard nasce il 5 maggio 1813 a Copenaghen da una famiglia di media borghesia. Viene educato da una famiglia, dove era molto forte il senso del peccato. Il padre era tormentato dal rimorso per una colpa commessa che sarà la causa di tutti i suoi lutti (la prima moglie e tutti i suoi figli). Ciò che tormenta il padre influenzerà molto la vita di Kierkegaard. Il filosofo parla di un gran terremoto che attraversa tutta la sua infanzia. Egli cresce con l’incubo del peccato, una vera e propria “spina nella carne” che lo porta a nutrire una concezione negativa dei rapporti umani e dell’essere dell’uomo. Nel 1841 si fidanza con Regina Olsen, ma dopo pochi mesi ruppe il fidanzamento, convinto di non poter realizzare una vita normale e di essere un’eccezione. Kierkegaard si laurea in filosofia con una tesi dedicata all’ironia socratica, “sul concetto d’ironia con particolare riguardo a Socrate”. Egli apprezza molto Socrate, che per una sua scelta ha pagato con la propria vita. Socrate è l’emblema di quella scelta che Kierkegaard non è mai riuscito a fare. I suoi scritti spesso sono firmati con pseudonimi, come se volesse precisare che quella di cui sta disquisendo si distacca da sé, perché non è mai riuscito a fare scelte importanti.
Opere:
- “Aut-Aut”, pubblicato nel 1843.
- “Timore e tremore”, pubblicato nel 1843.
- “Il concetto di angoscia” pubblicato nel 1844, dove delinea la figura del discepolo dell’angoscia.
- “La malattia mortale” pubblicato nel 1849.
- Nel 1854 pubblica una serie di scritti, dove vuole ricostruire il senso genuino del cristianesimo, accusa la Chiesa di essere troppo legata a interessi mondani. Entrerà, così, in conflitto con la Chiesa.
Kierkegaard muore senza funzioni nel 1855. Si narra che sulla sua lapide lui non desiderasse inciso il suo nome e cognome, ma “quel singolo”, per sottolineare l’assoluta centralità del singolo e per evidenziare la singolarità come solitudine.

La categoria della possibilità è quella, alla luce della quale, Kierkegaard cerca di far notare chela possibilità ha un accetto negativo e paralizzante. Parlare di possibilità vuol dire ammettere che esiste anche la possibilità “che non” oltre che quella possibilità “che sì”. La possibilità implica in sé la nullità possibile di tutto ciò che è possibile, quindi, legato al concetto di possibilità, vi è sempre la minaccia del nulla. Kierkegaard scrive sempre sotto questa minaccia. Tutti i tratti salienti della sua vita e opere si sono rivestiti di una problematica molto forte: nel testo “il concetto dell’angoscia”, Kierkegaard descrive il discepolo dell’angoscia, colui che sente in sé le possibilità annientatrici e terribili che ogni alternativa dell’esistenza porta in sé. Nella filosofia di Kierkegaard, è centrale il tema dell’angoscia (diverso dalla paura, che ha un oggetto determinato, sul quale vi è un elemento di consapevolezza), che è un sentimento più tormentato perché vi è un’indeterminazione ed è legata al soggetto in rapporto con il mondo. L’angoscia si differenzia anche dalla disperazione, che, invece, riguarda l’uomo in rapporto con se stesso, ed è legata alla malattia mortale, che è ciò che fa provare la morte dell’io. Di fronte alle alternative possibili, l’uomo si sente paralizzato e si trova nel “punto zero”, cioè una situazione d’indecisione permanete, l’uomo non sa scegliere tra le alternative opposte che si aprono. Questo viene definito da Kierkegaard come “vertigine della possibilità”, che sono così tante e diverse che fan sì che l’uomo provi un senso di vertigine. Kierkegaard dice di avere una “scheggia nelle carni”, cioè vive una situazione in cui vede impossibile ridurre la propria vita a un'unica possibilità, a un unico compito preciso, come se denunciasse la condizione a cui il soggetto è destinato. “Il centro del mio io è non avere un centro”, quindi attua uno sforzo volto a determinare le possibilità fondamentali. Ciò lo porta a definire gli stadi dell’esistenza, opzioni fondamentali tra le quali l’uomo è chiamato a scegliere. Egli non ne sa scegliere uno, ma usa pseudonimi, che evidenziano che lui non riuscì mai a scegliere, sottolineano il distacco e dimostrano che lui stesso non è mai riuscito a impegnarsi.

Categoria della fede: non allineata con la fede religiosa. Questa è la categoria centrale e costituisce l’unica ancora di salvezza alla disperazione per ragioni filosofiche. Kierkegaard vede nel cristianesimo quella stessa dottrina dell’esistenza che, per lui, è l’unica vera e che meglio risponde alla sua concezione di esistenza e fede. Il cristianesimo offre, con un aiuto soprannaturale, un modo per sottrarre l’uomo a quell’angoscia e situazione che lo costituiscono ontologicamente.
Il suo modo di concepire la fede lo distanzia dall’hegelismo: in Kierkegaard, la religione è un’antitesi illusoria, perché nella vita le alternative si disgiungono e siamo obbligati a sceglierne una e a scartare le altre, le alternative si oppongono e la ragione non costituisce la realtà. In Hegel, la verità del singolo è assorbita d quella generale. Kierkegaard rivendica, così, l’istanza del singolo. Kierkegaard dice che “la verità è una verità solo quando è una verità per me”, in questo modo egli afferma che la verità non è oggetto de pensiero, ma un processo di acquisizione, attraverso cui l’uomo si appropria di essa. La verità è, quindi, una riflessione soggettiva. La verità che Kierkegaard cerca è quella esistenziale, che è un percorso che porta all’affermazione della superiorità del singolo sull’universale. Il modo di essere del singolo è diverso, un abisso, rispetto al modo di essere di Dio. Tra i due vi è una differenza qualitativa.
STADI DELL’ESISTENZA
Gli stadi dell’esistenza sono tre e Kierkegaard sceglie tre figure per descriverli. I primi due sono contenuti nell’opera “Aut-Aut”, il terzo nel “Timore e tremore”. L’”Aut-aut” è un’opera che raccoglie una serie di scritti firmati con pseudonimi e vi è l’alternativa tra due stadi (estetico e etico). I tre stadi non sono le tappe di un percorso unico, perché tra essi vi è un distacco e ognuno di essi rappresenta un’alternativa rispetto agli altri.
- Stadio/vita estetica: è trattato nel “Diario di un seduttore”. Racconta la forma di vita id chi esiste nell’attimo, che è qualcosa di utile e irripetibile. L’esteta è colui che vive poeticamente, cioè vuole vivere in un mondo ed è dotato di un senso finissimo per trovare nella vita di qualcosa d’interessante. Egli vuole vivere in un mondo luminoso, escludendo ciò che è banale. L’esteta è colui che compie una ricerca infinita del piacere, anche intellettuale. La vita estetica è ciò che vuole escludere la monotonia. La figura principale dello stadio estetico è quella del Don Giovanni, il quale sa porre il suo godimento nella limitazione e nell’intensità dell’appagamento. La vita estetica rivela la sua insufficienza e monotonia nella noia. L’incarnazione della sensualità, che è quella a cui l’esteta mira, lo porta a disperdere la sua personalità nelle mille esperienze che gli si presentano, ma così facendo passa da una possibilità all’altra, perdendo la sua personalità, quindi il significato del suo essere. Per questo motivo chiunque viva esteticamente è destinato o alla noia o alla disperazione, senza vie d’uscita a meno che, quando si avverto lo smarrimento, l’uomo decide di compiere un salto che potrebbe portarlo a una seconda possibilità, che è la vita etica.
- Stadio/vita etica: implica una continuità, stabilità, cioè quei punti fermi che prima aveva escluso. La figura che rappresenta la vita etica è quello del marito, perché in questa vita si vive la riaffermazione del sé nel dovere e nella fedeltà. Si vive la vita etica soprattutto nel lavoro e nel matrimonio. L’uomo si adegua all’universale e smette di ritenersi eccezione. L’amore, qui, è un compito proprio di tutti, che tutti possono raggiungere ed essere felici. Anche nel lavoro si vive la vita etica, che implica la vocazione, qualcosa che ognuno sente per sé in maniera perfetta. Sia il matrimonio sia il lavoro implicano la responsabilità e il dovere morale. Nel lavoro, l’uomo entra in relazione con altre persone, quindi la caratteristica della vita etica è la scelta che l’uomo fa di se stesso in un contesto di relazioni. Lo stadio etico mira a una felicità stabile e durevole, ma nelle scelte che si rinnovano, l’uomo fa un salto assoluto, quello di se stesso, questa scelta è fatta per la libertà. Quando l’uomo effettua questa scelta scopre in sé una ricchezza infinita, la storia su cui la nostra esistenza si articola, dove noi riconosciamo la nostra identità. In questa scelta riconosciamo l’infinità della storia e ciò ci fa capire che ci sono anche degli aspetti dolorosi, dove l’uomo è responsabile. Nel riconoscersi in quest’aspetto si arriva al pentimento, si pente di aver pensato di essere autosufficiente. L’uomo sente l’esigenza di un salto per superare l’insufficienza. Da questo binomio, tra finito e infinto, si esce solo con la fede.
- Stadio/vita religiosa: la figura che rappresenta la vita religiosa è quella biblica di Abramo, in riferimento al sacrificio del figlio Isacco. Dio ad Abramo chiede ciò di più lontano si può chiedere all’uomo, il quale lo può attuare solo in virtù di un comando divino, in contrasto con la legge morale e l’affetto naturale che l’uomo prova verso i suoi figli. L’azione di Abramo è deprecabile moralmente, ma l’uomo che, come Abramo, ha fede, segue la vita religiosa, anche a costo di una rottura totale con gli altri uomini. La fede implica sempre un salto, che porta l’uomo a una relazione con Dio, dove l’uomo vive un rapporto assoluto con l’Assoluto. Il rapporto viene definito assoluto perché è libero da qualsiasi tipo condizionamento. La fede non è un principio generale, ma una questione individuale, un rapporto assoluto con l’Assoluto, dominata della solitudine, del singolo, non si entra nella fede in compagnia. L’uomo veramente eletto da Dio si sente in uno stato di certezza angosciosa, che è la fede. Questa certezza genera però angoscia che rende incerto ciò che è certo. La fede è anche paradosso, contro l’opinione, e scandalo, qualcosa che rende titubanti, che rende insicuri. Il segno di questo paradosso è Cristo stesso, perché è colui che soffre e muore come un uomo mentre parla e agisce come Dio. È colui che si deve riconoscere come un Dio, mentre soffre come un uomo. L’uomo deve scegliere, quindi arriva a un bivio: credere o non credere? L’uomo deve scegliere ma ogni sua iniziativa è esclusa. Da una parte, l’uomo che deve scegliere, dall’altra, la fede è un dono che esclude l’iniziativa del singolo. La contraddizione della vita religiosa è inesplicabile, ed è la stessa della vita umana. Dal Cristianesimo emergono i tratti dell’esistenza umana. Sia la vita sia la fede sono paradosso, scandalo e contraddizione. È impossibile decidere, e questo genera dubbio e angoscia. Il cristianesimo è lontano dalla religione che la Chiesa olandese presentava e Kierkegaard entra in polemica con il cristianesimo ufficiale, che viene definito dal filosofo come pacifico e accomodate.
Compreso che gli stadi fondamentali sono alternative che si escludono, il punto in comune tra i tre stadi è intendere l’esistenza come possibilità. Kierkegaard affronta l’esistenza nelle situazioni di radicale incertezza, nei testi “il concetto dell’angoscia” e “malattia mortale”. In questi due testi, l’esistenza è presentata nella sua situazione di radicale incertezza, ma nel primo testo affronta l’esistenza dell’uomo di fronte alla possibilità che il modo gli offre, nel secondo parla di disperazione, dell’esistenza dell’uomo in rapporto con se stesso. L’angoscia è generata nell’uomo di fronte alla possibilità che lo costituisce. Secondo Kierkegaard è strettamente connessa con il peccato originale, ed è a fondamento di esso. Il divieto posto ad Adamo era di non mangiare il frutto che faceva divenire l’uomo come Dio, perché permetteva di avere la conoscenza assoluta di bene e male. Il divieto divino rende inquieto Adamo, perché risveglia in lui il sentimento della possibilità di libertà, che lui non aveva contemplato e che gli fa rendere conto che la sua libertà è limitata e la sua connessione con il possibile lo apre all’avvenire. Questo esempio chiarisce come la possibilità porti all’avvenire, all’angoscia, al futuro. L’angoscia è l’infinità e l’indeterminatezza della possibilità che si presentano all’uomo, quindi è una condizione insuperabile.
La disperazione si riferisce al suo io, al rapporto che l’uomo ha con se stesso. È la malattia mortale, cioè vivere la morte dell’io, che conduce l’uomo al tentativo, impossibile, di negare la possibilità dell’io. Per fare ciò bisogna o rendere l’io autosufficiente, cosa impossibile perché l’uomo è finito e non potrà mai bastare, o distruggendo la natura dell’io, rompendo quel rapporto che l’uomo ha con se stesso, che è ontologicamente impossibile. Siccome è umanamente impossibile la disperazione, la fede è la condizione e l’unico modo in cui l’uomo può volere se stesso ma senza illudersi della sua autosufficienza. La fede porta l’uomo a riconoscere la sua dipendenza da Dio. L'uomo può volere se stesso solo affidandosi alla potenza di chi l’ha posti, cioè di Dio. La fede consente di sostituire all’angoscia e alla disperazione l’affidamento a Dio. Tuttavia questo passaggio va al di là della ragione e di ogni comprensione, quindi la fede è assurdità, paradosso e scandalo. La fede consente di capovolgere la dimensione paradossale dell’esistenza che l’uomo vive perché sostituisce all’instabilità, la stabilità che solo Dio può dare. La storia non è una teofania, perché i rapporti tra uomo e Dio non si giocano nella storia, ma nell’istante. L’uomo vive storicamente non nella verità, ma solo l’istante lo apre alla verità. L’uomo deve rinascere per rendersi aperto a quella verità, che viene fuori da lui. Dio, perciò è il salvatore che determina la nascita di un uomo nuovo, capace di accogliere la verità di Dio nell’istante, in quanto Dio va al di là a qualsiasi punto di arrivo della ricerca umana. L’istante “è l’inserzione paradossale e incomprensibile dell’eternità del tempo”. La venuta di Dio nel mondo è un fatto storico che fa appello alla fede e la fede esige una decisione (credere che un uomo sia Dio, credere che nel tempo si sia rivelato l’eterno) che è, contradditoria.

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