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Kierkegaard

Nasce a Copenaghen (Danimarca), suo padre è un severissimo uomo di 56 anni che condiziona l’infanzia di Kierkegaard con un rigido calvinismo. Per volere del padre si iscrive a teologia e si laurea nel 1840. Nel 1841 diventa magister artium in filosofia e lascia Regina Holsen, sua fidanzata storica, dopo un anno di fidanzamento. A Berlino segue le lezioni di Shelling che lo deludono e così ritorna a Copenaghen per la stesura dei suoi libri. Regina influisce molto sulla stesura, egli parlerà spesso della ‘spina nella carne’ che gli ha impedito di sposarsi (difetto fisico o impotenza o epilessia). Nel 1855 Regina sposa un altro uomo, e Kierkegaard muore (avendola sempre amata) forse il cuore spezzato.

Le opere.
Le sue opere vengono divise in tre grandi periodi: ciclo estetico o di Regina; ciclo filosofico; ciclo religioso. Tutti i suoi scritti vengono firmati con pseudonimi, solo i Discorsi ufficiali del ‘51-‘52 portano la sua firma. Vuole prendere le distanze da un’identità, usa il suo nome solo quando trova la sua ‘strada’, mentre usa pseudonimi quando ancora sta provando le sue riflessioni. Livello teorico dei tre scritti: illustrano il cammino che dalla riflessione sulla condizione umana conduce verso la fede, come unica soluzione della contraddizione dell’io con se stesso. Il ciclo estetico è composto da: 1) Aut Aut (1843), Victor Eremita; 2) Timone e Tremore (1843), Jhonnes de Silentio; 3) Il concetto dell’angoscia (1844), Virgilius Haufniensis, il vigilante di Copenaghen. Il ciclo filosofico comprende: 1) Briciole della filosofia (1844); 2) Postilla conclusiva non scientifica (1846); Entrambi firmati Johannes Climacus; tema della religiosità non centrale. Il ciclo religioso è composto da: 1) La malattia mortale (1849), Anti Climacus; 2) L’esercizio del cristianesimo (1850), Anti Climacus; 3) Discorsi edificanti (1851-52), Kierkegaard.

L’esistenza e il singolo.
La centralità dell’esistenza e la critica alla filosofia sistematica: considerato precursore dell’esistenzialismo poiché propone un recupero del piano dell’esistenza, sia come affermazione del singolo come unica realtà, sia come categoria, cioè come concetto in base al quale pensare e interpretare la realtà stessa. Il singolo è la categoria fondamentale per una filosofia che voglia occuparsi dell’esistenza concreta e non del pensiero astratto in generale. La filosofia di Kierkegaard non è sistematica (contrario di Hegel), ma è una ricerca interiore. La postilla conclusiva non scientifica espone le premesse essenziali della sua filosofia. Postilla critica alla Sistematicità di Hegel che sosteneva di dare un significato a tutto: nello sviluppo storico tutto è razionale, tutte le contraddizioni si risolvono. Ma se all’interno del sistema ritagliamo una singola esistenza, la assumiamo come categoria interpretativa della realtà e guardiamo la storia e l’universo da questa nuova prospettiva, TUTTO CAMBIA: le contraddizioni restano irrisolte. L’orizzonte temporale dello Spirito (eternità) nell’individuo si conclude con la morte e la necessità storica perde significato. Il limite dell’idealismo (Hegel) sta nell’incapacità di cogliere la realtà della vita concreta, l’esistenza. Il singolo non può essere dedotto dall’universale, cioè il singolo non coincide col concetto. Sul piano dell’esistenza la conoscenza è sempre soggettiva, è sempre la ‘mia’ conoscenza e ha significato solo per me. Per l’idealismo riflessione oggettiva e soggettiva rimangono rigidamente separati poiché non riescono a spiegarsi l’un l’altra. Kierkegaard suggerisce un totale mutamento di prospettiva: al pensiero oggettivo viene contrapposto il pensiero soggettivo (esso parte dall’esistente e ha come scopo la spiegazione del singolo). Lo scenario dell’idealismo è la totalità. Quello dell’individuo è il tempo e il divenire. Il pensatore soggettivo è impegnato nell’esistenza, il pensiero deve confrontarsi con i diversi casi e con la pluralità delle situazioni. La definizione di fede si da in poche battute, ma la fede vissuta ha una riflessione inesauribile perché l’individuo ci si confronta quotidianamente.

Aut aut: sul piano dell’esistenza la contraddizione fra realtà parziali non si risolve, ma impone una scelta tra alternative inconciliabili. Se la storia è regolata dalla necessità, la singola esistenza si muove nell’ambito della categoria della possibilità, che implica per il singolo una scelta pratica (che riguarda la propria vita). Si presenta quindi una scelta tra possibilità che si escludono a vicenda, come aut-aut. Le categorie del pensatore soggettivo sono il singolo e la possibilità: singolarità e possibilità sono categorie dell’esistenza che possono essere applicate alla propria vita soltanto dall’interno. Kierkegaard si colloca nell’ottica agostiniana della ricerca interiore e il pensiero come analisi di sé. La singolarità può essere compresa solo divenendo un singolo.
Gli stadi dell’esistenza: non c’è mediazione con i momenti dialettici, ma passo con un salto. Momenti contemporanei che possono essere vissuti dal singolo o momenti della vita del singolo. L’individuo (singolo) trova davanti a sé alternative diverse, riconducibili al modello esistenziale, estetico o etico (descritti in aut-aut). Ad essi si aggiunge il modello religioso (tratto in Timore e Tremore). Stati dell’esistenza: estetico, etico, religioso; detti STADI, cioè momenti successivi nella vita del singolo. Dialettica di antitesi radicale: aut-aut tra stadio estetico e etico, uno indica il superamento dell’altro, non vi è sintesi. Finzione letteraria e struttura di aut aut: Victor Eremita ha trovato per caso, in uno scomparto segreto, due pacchi di carte diverse, che chiamerà “carte A” e “carte B”. Carte A: scritti di estetica, saggio sul Don Giovanni di Mozart (il diario del seduttore). Emerge la caratterizzazione dell’esteta (Don Giovanni). L’esteta è colui che non sceglie, che si lascia vivere rifiutando di assumere ruoli o responsabilità sociali, che passa da esperienza a esperienza senza mai definirsi come identità stabile. Egli non costruisce un proprio io, vive nell’istante e perciò rimane privo della continuità che è la base della autoidentificazione, della durata. In quanto legata al godimento estetico privo di continuità, che si ripete in infinite varianti, l’attività di Don Giovanni può essere espressa solo attraverso la musica. Carte B: comprende due saggi di argomento etico e una specie di preghiera in cui si afferma che “di fronte a Dio l’uomo ha sempre torto”. Descrizione di un solo personaggio, il giudice wilhelm (o consigliere guglielmo), cioè una possibilità esistenziale che si contraddistingue per la sua fissità, per l’assunzione di ruoli e di compiti che realizzano in modo univoco l’individuo. Chi vive eticamente sceglie la propria vita, costruendo un’identità e una durata. La vita etica ha durata, ha storia, perché in virtù della scelta ha istituito la personalità. Ha scelto, e ha scelto di volere e di autodeterminarsi (opposto dell’esteta).
Lo stato etico è contradditorio. L’emergere della personalità nello stadio etico conduce immediatamente al riconoscimento di sé che è in pari tempo riconoscimento di fronte a Dio e quindi consapevolezza della propria natura limitata e della propria inadeguatezza. Questa presa di coscienza porta al pentimento. L’uomo etico si sa inadeguato di fronte a dio, non può accettarsi, ma in quanto autocosciente non può nemmeno rifiutarsi. L’uomo è composto da anima e corpo, elementi divergenti mediati dallo spirito, quando l’individuo raggiunge la consapevolezza di sé, la contraddizione diviene cosciente: l’individuo si sa finito, ma aspira all’infinito. A questo punto egli può accettarsi oppure può rifiutarsi, entrando così in conflitto con la sua stessa essenza. La contraddizione resta irrisolta e genera la disperazione (malattia mortale). La contraddizione non può essere risolta, ma può essere superata attraverso un salto qualitativo fondato unicamente sulla volontà, cioè la FEDE. La dimensione religiosa non è derivabile da altre premesse, non vi è continuità dallo stato etico perché la religione è paradosso. La fede come paradosso è la rottura con l’etica sono simboleggiate dalla figura di Abramo. Egli deve immolare suo figlio Isacco in sacrificio, questa vicenda è incomprensibile al di fuori della fede (con il sacrificio Abramo viola ogni norma etica, tradendo i suoi compiti di uomo e di padre, si pone al di fuori dell’etica). Porsi al di fuori dell’etica è fede. Nella fede il singolo è al di sopra del generale, nell’etica l’individuo è subordinato al generale. C’è un rapporto diretto tra l’involucro e dio. L’ordine è dato solo ad Abramo, non vi è alcuna legge che ordina a tutti di immolare a dio il proprio figlio. È un ordine che si comprende soltanto se messo in relazione all’individuo particolare (Abramo).

Dall’angoscia alla fede.
La fede implica un salto, un’uscita dall’etica. L’esigenza per l’uomo di compiere questo salto viene ricondotta all’angoscia, essa deriva dalla possibilità del peccato, che entra nel mondo con Adamo e si rinnova in ogni individuo.
La possibilità e l’angoscia: l’angoscia fa parte dell’uomo nel momento in cui acquista coscienza di sé. È la premessa per il salto della fede perché pone l’uomo di fronte alla consapevolezza della propria infinita libertà (sentimento del possibile). L’angoscia è completa responsabilità del proprio destino, che si manifesta con l’aprirsi delle infinite possibilità, anche quelle del peccato. Ogni scelta è irreversibile e ogni individuo è solo di fronte ad esse. L’angoscia è preparazione alla fede e deriva dal peccato. Prima della ascita del peccato, l’uomo non è peccatore perché non può scegliere, ma così non è libero e non è quindi un individuo. Egli è anima e corpo ma non è spirito. Il divieto divino dà all’uomo la possibilità di scegliere di infrangerlo (come i bambini, non farlo, loro lo fanno per curiosità). La possibilità di peccare è essenziale perché l’uomo diventi spirito, ma al tempo stesso espone all’eventualità della colpa e della dannazione. Il paradosso dell’esistenza: l’uomo è un essere paradossale, se non potesse peccare non sarebbe in sé, ma in quanto può peccare è preda dell’angoscia. Metafora vertigine-angoscia. Con la libertà nasce lo spirito, cioè l’autocoscienza, ma anche la consapevolezza di potersi separare dall’esterno con il peccato e la dannazione. Il peccato è una contraddizione che resta insolubile, che genera angoscia e che apre l’individuo alla possibilità della fede.
La disperazione: il primo momento della coscienza di sé produce la disperazione (malattia mortale 1849 – Anticlimacus). Il singolo, io, è eterno, ma soltanto in rapporto a dio. Senza la fede, l’eternità del singolo diventa un paradosso e lo getta nella disperazione. Un io immortale e peccatore vive il proprio peccato come morte che è proiezione della morte stessa nell’eternità, è morire in eterno. La DISPERAZIONE, che sorge dal rapporto del singolo con se stesso, è vivere la morte dell’IO, avvertire se stesso come insufficiente e non poter andare oltre a se stesso (come un moribondo che vive un’eterna agonia). L’unica soluzione è accettare la disperazione, negandosi come autosufficienza per sentire la propria dipendenza da dio. Così la disperazione è positiva, perché lascia una sola via d’uscita, la fede, e costringe a cercarla.
Dalla disperazione alla fede: rapportarsi con dio potenzia enormemente la consapevolezza di sé, ma al tempo stesso anche quella del proprio peccato. Il salto nella fede è l’incontro, sul piano esistenziale, con cristo. La religione ha senso solo come scelta sul piano esistenziale e personale. La fede non può essere giustificata né dalla ragione, né dalla logica. La fede è un “SALTO MORTALE”, una scelta che l’uomo fa per superare la disperazione. Essa è una risposta alle proprie contraddizioni, alla contraddittorietà del proprio essere.
Il cristianesimo come paradosso e come scandalo: lo scandalo è una categoria, un concetto in base al quale ordinare e interpretare l’esperienza religiosa dell’uomo. Consiste nell’unione di dio, mediante l’incarnazione, con ogni singolo individuo. Il cristianesimo deve essere inteso come una trasfigurazione della vita, un allontanamento dal mondo per andare verso cristo, dimenticando tutto ciò che ci lega alle cose terrene. Il cristianesimo è un’esperienza esistenziale profonda, che coinvolge la totalità dell’individuo. Kierkegaard critica la chiesa trionfante, istituzionalizzata, come abitudine.

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