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La disperazione

Come si evince dalla Malattia mortale, la disperazione si riferisce al rapporto dell’io con se stesso, alla possibilità di tale rapporto.
Essa nasce dal fatto che l’uomo non accetta la sua condizione umana. L’io, infatti, può volere, come può non volere, essere se stesso. Se vuol essere se stesso, essendo finito e quindi insufficiente a se stesso, l’io non giunge al riposo, all’equilibrio, ma sfocia nella disperazione.
L’esito è nuovamente la disperazione anche nel caso in cui l’io non vuole essere se stesso, in quanto non può rompere il proprio rapporto con se stesso, che gli è costitutivo.
La disperazione è pertanto la malattia mortale, non perché conduca alla morte dell’io, ma perché è il vivere la morte, l’annullamento dell’io. È un’autodistruzione impotente.

Inoltre, l’io è sintesi di necessità e libertà, per cui la disperazione nasce in lui o dalla deficienza di necessità o dalla deficienza di libertà.
•La deficienza della necessità è la fuga dell’io verso possibilità che si moltiplicano indefinitamente e non si solidificano mai. È come se tutto fosse possibile, l’individuo diviene un “miraggio” e viene ingoiato dall’abisso delle infinite possibilità. In questo senso la disperazione è quella che oggi prende il nome di evasione, cioè il rifugio in possibilità fantastiche, illimitate. Poiché nella possibilità tutto è possibile, ci si può smarrire in essa in due modi fondamentali: il desiderio (l’iperattivismo, la ricerca del soddisfacimento) o, in un ambito malinconico-fantastico, la speranza, il timore, l’angoscia, la paralisi.

•La deficienza della libertà (o del possibile) porta alla disperazione perché l’uomo non può vivere senza possibilità; la possibilità salva e fa rinvenire l’uomo, così come l’acqua rianima chi sviene. Tuttavia, l’inventiva della fantasia umana, che consente di trovare una possibilità, non basta il più delle volte come rimedio alla disperazione.
L’unico antidoto alla disperazione è la fede in Dio, in quanto a Lui tutto è possibile.

La disperazione, essendo l’opposto della fede, è il peccato. Quindi l’opposto del peccato non è la virtù (morale e fede sono slegate) ma la fede.
La fede è l’eliminazione della disperazione, è la condizione in cui l’uomo, pur orientandosi verso se stesso e volendo esser se stesso, non si illude sulla sua autosufficienza ma riconosce la sua dipendenza da Dio, dalle proprie origini. In questo caso, la volontà di esser se stesso contro l’impossibilità dell’autosufficienza, e non porta perciò alla disperazione.

Quindi l’opposto della disperazione, che è la fede, è la speranza e la fiducia in Dio (non la salvezza).
Tuttavia, la fede è assurdità, paradosso, scandalo, conduce l’uomo al di là della ragione, della logica, della comprensione.
Lo scandalo fondamentale del cristianesimo è che la realtà dell’uomo sia quella di un individuo isolato di fronte a Dio. Altri paradossi del pensiero religioso sono, ad esempio, la trascendenza (che implica una distanza infinita tra Dio e l’uomo, escludendo la famigliarità tra Dio e uomo anche nell’atto del loro più intimo rapporto, ovvero la fede), il peccato nella sua natura concreta (come esistenza dell’individuo che pecca), l’idea di Dio che si fa uomo e muore per salvare l’uomo.
Nonostante tali paradossi, la fede crede, ma resta comunque qualcosa di incerto, precario, in quanto essa è espressione della condizione esistenziale umana, che è rischiosa perchè dominata dalla precarietà delle possibilità: poiché Dio, cui tutto è possibile, è la gigantografia delle possibilità, l’uomo che ha fede non fa altro che rafforzare la condizione dell’esistenza.
Di fronte all’instabilità costitutiva dell’esistenza dominata dal possibile, la fede si appella alla stabilità di Dio, cui tutto è possibile.

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