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Kierkegaard, Soren - Angoscia

L’angoscia: Kierkegaard esprime ne Il concetto dell’angoscia, è intesa come rapporto dell’io con il mondo

E io lo dico a Skuola.net
Angoscia in Kierkegaard

Dopo aver delineato gli stadi fondamentali dell’esistenza, Kierkegaard approfondisce i concetti di angoscia e disperazione.
L’angoscia, come Kierkegaard esprime ne Il concetto dell’angoscia, è intesa come rapporto dell’io con il mondo.
L’angoscia è il sentimento del possibile, la condizione esistenziale generata dalla “vertigine” della libertà, ovvero dalle infinite possibilità dell’esistenza.
A tal proposito, Kierkegaard va alle radici dell’antropologia, rilevando che l’angoscia è il fondamento del peccato originale. Indica così i vari stadi esistenziali di Adamo:
1. INNOCENZA
L’innocenza di Adamo è un’ignoranza (di ciò che può) che contiene un elemento che non è né calma o riposo, né turbamento e lotta (perché non c’è nulla contro cui lottare), ma è un niente, e questo niente genera l’angoscia. L’angoscia, in quanto sentimento del possibile, non si riferisce a nulla di preciso, e differisce quindi dal timore, che si riferisce a qualcosa di determinato.
2. DIVIETO DIVINO
Il divieto divino inquieta Adamo perché lo mette di fronte alla possibilità della libertà, l’angosciante possibilità di potere. Adamo non sa cosa può, perché non conosce a differenza tra bene e male. In lui è presente unicamente la possibilità di potere, che si concretizza, nell’esperienza vissuta, nell’angoscia.
3. AVVENIRE
L’angoscia è connessa al futuro poiché l’angoscia è il sentimento del possibile, e il possibile corrisponde con l’avvenire.

Il passato può angosciare solo quando si ripresenta come una possibilità di ripetizione nel futuro. Pertanto una colpa passata genera angoscia solo se non è realmente passata; infatti, nel caso in cui sia realmente passata, essa genera pentimento, ma non angoscia. L’angoscia è infatti legata alla possibilità, a ciò che non è ma può essere, alla minaccia del nulla (al nulla che è possibile).
L’angoscia è legata alla sola condizione umana e non a quella animale. Infatti, nel caso dell’umanità, il singolo è superiore alla specie.
Invece, l’animale ha un’essenza (caratteristiche fisse) ed è determinato (agisce meccanicamente); l’essenza è il regno della necessità, di cui la scienza cerca le leggi.
Invece, l’esistenza del singolo è il regno della possibilità, del divenire, del contingente, della storia, quindi della libertà: l’uomo è ciò che sceglie di essere, ciò che diventa.
Il modo d’essere dell’esistenza non è la necessità, ma la possibilità.
La possibilità è la più pesante delle categorie, sebbene alcuni, intendendola come possibilità di felicità o di fortuna, ritengono che sia leggera. Invece, nella possibilità tutto è ugualmente possibile, essa ha sia un lato terribile che un risvolto piacevole.
Nelle pagine conclusive de Il concetto dell’angoscia Kierkegaard rileva che l’angoscia è costitutiva della condizione umana ed è legata alla possibilità. In particolare Kierkegaard contraddice Lutero, secondo cui la frase che rivela l’umanità di Cristo è “Mio Dio, perché mi hai abbandonato?”, rintracciandola invece in quella che Cristo rivolge a Giuda: “Ciò che tu fai, affrettalo!”. La prima parte esprime la sofferenza di ciò che accadeva, la seconda l’angoscia di ciò che potrebbe accadere.
L’antidoto all’angoscia non è l’accortezza, ovvero il calcolo delle possibilità, la prevenzione, poiché non può nulla di fronte all’onnipotenza o infinità del possibile (“Nel possibile, tutto è possibile”), cioè l’indeterminatezza delle possibilità che causa l’angoscia.
L’unica soluzione all’angoscia è la fede religiosa in colui al quale “tutto è possibile”.
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