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Karl Marx

Durante il periodo che intercorre tra la morte di Hegel, nel 1831, e quella di Marx, 1883, assistiamo a grandi trasformazioni dovute sostanzialmente allo sviluppo della rivoluzione industriale, periodo condizionato da momenti di grande instabilità.
La situazione tedesca colloca la Germania come stato protagonista. Durante il periodo bismarkiano la Germania farà un grosso balzo in avanti fino a diventare la massima potenza industriale e militare europea, Germania sarà uno stato modello anche dal punto di vista dell’organizzazione politica.
In questo contesta si assiste alla nascita del grande proletariato industriale.

Destra e sinistra hegeliana
A seguito della morte del maestro nel 1831 i suoi numerosi discepoli andranno incontro ad una scissione a causa di due questioni in particolare:
- questione religiosa;
- questione politica.

Costituiranno due orientamenti, la destra e la sinistra hegeliana.
Espressione coniata da David Fredrich Strauss che riprende la distinzione già presente nel parlamento francese: destra indicava conservatori, sinistra invece la parte più progressista.
In un primo momento le divergenze riguardavano il problema della religione.

Divergenze sulla questione religiosa
L’hegelismo era conciliabile con il cristianesimo?
Destra: si, identifica lo spirito assoluto con il dio cristiano. Da questo punto di vista si potrebbero giustificare razionalmente i principali dogmi dell’incarnazione, trinità immortalità dell’anima.
Sinistra: identificazione con il cristianesimo non è possibile e tende ad identificare l’Assoluto con l’umanità. Considera Gesù come simbolo, mai esistito realmente, non è un personaggio storico, è la metafora che sta ad indicare l’unificazione dell’uomo in dio con l’Assoluto.
Dal 1940 in poi, in seguito alla politica di Guglielmo 4 il dibattito si estende anche sulla questione politica.

Divergenze sulla questione politica
Destra: dalla concezione Hegeliana del metodo secondo cui tutto ciò che è reale è razionale si fa sostenitrice di questo nuovo stato intrapreso da Guglielmo IV, identificando nello stato prussiano le massima espressione dell’Assoluto.
Sinistra: afferma che la dialettica per sua natura deve sempre evolvere e quindi afferma la necessità che lo stato prussiano debba poi essere superato. (per ragioni dialettiche)
Dall’interpretazione del sistema Hegeliano si passa, con Feuerbach e poi soprattutto con Marx, ad una critica dell’hegelismo riguardante questioni di fondo, per esempio: “può lo Spirito giungere a compimento? che cosa sarebbe successo?”.

Se si la traduzione politica sarebbe il conservatorismo, esaltare e celebrare quella forma di stato come massima espressione ma ciò significherebbe anche l’esaurirsi della dialettica nella storia.
Se no bisogna valutare quali passi oltre sia necessario compiere.

Esponenti della sinistra hegeliana
Max Stirner
Scrisse L’unico e la sua proprietà ed era il personaggio considerato il padre dell’anarchia (per alcuni aspetti anticipa il pensiero di Nietzsche).
Poi si allontanerà dai pensieri della sinistra.
Gli esponenti della sinistra venivano chiamati “giovani hegeliani” e li caratterizzava un forte ateismo di fondo.
Inizialmente il suo pensiero si richiama a quello di Feuerbach. Quest’ultimo sostiene che l’uomo si aliena nella divinità e successivamente si sottomette alla legge divina, rinuncia alla sua libertà, la sottomissione ad una realtà trascendente si realizza anche quando al dio classico vengono sostituite altre astrazioni, Stirner di fronte a tutta questa alienazione sostiene che ad esistere è soltanto l’uomo, il singolo, difende l’individuo, l’unico.
Non esiste una fonte della morale universale e nemmeno un riferimento di valori, semplicemente il solo fondamento del mio agire sono io stesso e anche l’amore verso gli altri è accettabile solamente nella misura in cui mi gratifichi, solo se amare gli altri è egoisticamente per me fonte di piacere.

Da questo pensiero Stirner mutua una posizione politica anarchica, radicale.
Una delle espressioni che richiama Nietzsche: l’unico deve essere lui stesso fonte di valore, non riconoscendo nessun sistema valoriale fuori di se deve essere lui fondatore dei propri valori e deve essere guidato nella vita solo dalla volontà di aumentare la propria potenza, quindi l’espressione che poi è stata attribuita a Nietzsche, la volontà di potenza, in realtà l’ha coniata Max Stirner.
Volontà di potenza: significa agire per aumentare il proprio essere.
Quindi la società, per Stirner, non può essere fondata su una legge esterna a me che mi costringe e comportarmi in determinati modi, la società è semplicemente un’associazione di persone nella quale ognuno resta indipendente e collabora con gli altri soltanto nella misura in cui questa collaborazione giovi al suo essere.
Feuerbach
Allievo di Hegel, aderisce poi alla sinistra hegeliana, rielabora in maniera molto critica il pensiero del maestro ciò che Feuerbach rimprovera ad Hegel è di aver invertito il corretto rapporto tra essere e pensiero, cioè il pensiero per natura è un predicato dell’essere (prima c’è l’essere e poi questo pensa). Hegel però ha fatto il contrario: prima c’è il pensiero e poi c’è l’essere, facendo dell’essere un predicato del pensiero.
In questo modo ha perso di vista la concretezza e ha reso astratto ciò che è concreto e reso concreto ciò che è astratto.
L’oggetto primo e originario della filosofia non può essere l’essenza ma io devo partire da ciò che c’è, l’essere concreto, cioè l’uomo allo stato naturale.
Questo preciso pensiero fa si che Feuerbach sia diventato il rappresentante principale della sinistra Hegeliana poiché critica esplicitamente il pensiero del maestro elaborando l’umanesimo naturalistico che si contrappone all’idealismo.
Umanesimo naturalista è il punto chiave di riferimento per il materialismo di Marx.
Umanesimo naturalista: l’uomo e ciò che mangia, l’uomo e concreto, non è essenza o pensiero.
Nel 1841, Feuerbach pubblica la sua più importante opera, L’essenza del cristianesimo, dove lui sostiene che il cristianesimo sia la forma più pesante di alienazione.
La religione e anche l’idealismo, poichè pone l’astratto come soggetto concreto e l’uomo come se fosse astratto, l’uomo non sarebbe altro che una manifestazione dell’assoluto. Prospettiva rovesciata, Hegel ha sconvolto la verità ha rovesciato i termini, per Feuerbach non è Dio che crea l’uomo, come sostiene Hegel, ma l'uomo che crea Dio, oggettiva in questo essere superiore tutte le proprie qualità e desideri alienandosi in questa sua creazione.
Alienazione religiosa determina un impoverimento dell’uomo: esaltando Dio l’uomo si declassa.
L’uomo deve rendersi conto delle cause che hanno creato questa alienazione, questo processo di alienazione dipende da:
Sentimento di dipendenza: senso del limite che l’uomo ha verso la natura.
Nella religione l’uomo esprime la tendenza di superare i propri limiti come individuo.
L’uomo, avendo una percezione inconscia dell’immortalità, dell’onnipotenza però non ritrovandole in se stesso, tende ad attribuire queste qualità a Dio. In realtà l’uomo dovrebbe riconoscere queste caratteristiche all’umanità nel suo complesso, considerare l’umanità come genere.
Bisogna vivere l’ateismo come dovere morale perchè ciò mi garantisce la fuoriuscita dalla alienazione.
Nel momento in cui l’uomo nega Dio diventa consapevole di se stesso e, a questo punto, deve riconoscere in se stesso quelle qualità che aveva riferito a Dio, così l’uomo si potenzia, per raggiungere questa coscienza è essenziale che l’uomo non si percepisca come singolo, deve percepirsi come umanità, solo qui vengono cancellati i limiti individuali, è la solitudine la causa della alienazione.
La filosofia di Feuerbach si risolve in un antropologia, teoria sull’uomo in cui esso è considerato il soggetto della conoscenza e della morale.
Feuerbach insiste sulla naturalità dell’uomo e sull’esigenza di contrapporre al soggetto astratto delle filo tradizionali l’uomo in carne ed ossa.
Arriverà a dire “l’uomo è ciò che mangia”,nel senso che facciamo talmente parte della natura che ciò che ci determina è quello che mangiamo, diventa carne della nostra carne.
Per natura l’uomo è un essere sociale e aumenta la propria coscienza all’interno di una relazione, da cui deriva il forte senso di umanità, considerata come una vera e propria religione.

Confronto con Hegel
Nella critica all’idealismo di Hegel, Marx è sostanzialmente d’accordo con Feuerbach sulla questione del materialismo: è vero che l’uomo è ciò che mangia, è innanzitutto un essere materiale.
Però poi si distacca dicendo che, se non altro, Hegel aveva capito bene due cose: dialettica e storicità (l’importanza della storia). Come si sviluppa la critica a Hegel?
Marx sostiene che Hegel, in questa sua analisi della realtà, commetta un errore logico: aver rovesciato il rapporto tra soggetto e oggetto.
Li ha scambiati: invece di identificare il soggetto con l’uomo, gli essere reali e concreti, e riconoscere nelle istituzioni, nello stato delle produzioni dell’uomo, Hegel ha affermato che prima c’è lo spazio, come manifestazione dell’assoluto, e poi ci sono gli individui. Hegel considera come originario lo stato e fa derivare gli individui dallo stato. Con questo errore Hegel non sarebbe in grado di spiegare le dinamiche reali che muovono la società e la storia, che non sono solo idee astratte, l’assoluto, lo spirito, ma i rapporti concreti tra individui che compongono la società. In questo modo la realtà empirica non viene messa sotto la luce del riflettore, la realtà effettiva Hegel la deduce dall’idea dell’assoluto, di conseguenza ciò che esiste, in tutti i sensi, finisce sempre per essere giustificato, qualcosa di necessario e razionale, frutto della dialettica.
Quindi paradossalmente la filosofia hegeliana diventa un empirismo mistico nel senso che tutti i fatti empirici vengono rappresentati come manifestazione mistica, dello spirto. Viene divinizzato lo stato la politica le istituzioni, questo è grave perché poi porterà ad una posizione conservatrice, bisogna mantenere lo stato delle cose esistenti: se quella è la manifestazione di dio nella storia, chi è che tocca Dio?
Siamo di fronte ad un conservatorismo che alla fine nega la dialetticità della storia.

Confronto con Feuerbach
Guardando a Feuerbach, esponente della sx Hegeliana, Marx concorda sulla sua concezione del materialismo, Feuerbach ha avuto il grande merito di riaver portato la filosofia con i piedi per terra, di aver fatto oggetto della filosofia la realtà e di aver chiarito (alienazione religiosa di Feuerbach) come la religione sia una proiezione dell’ uomo, per cui Dio non c’ è, l’ ateismo ad un certo punto è un obbligo morale.
Dio è proiettato su un piano superiore, trascendente, così l’uomo si aliena e non è più se stesso, rinuncia alla propria natura, alla vera essenza.
A proposito di tutto questo merito Marx non risparmia però alcune critiche: il limite della posizione di Feuerbach è stato quello di voler combattere l’alienazione religiosa, l’idea di Dio, con altre idee. Di ingaggiare una lotta a livello di idee: al posto delle idee sbagliate sostituiamo idee giuste. Questo è quello che hanno fatto anche altri della sinistra hegeliana, come se il problemi fossero le idee, le teorie. Per Marx non è così, con una metafora fa questo esempio: c’era una volta un uomo galante il quale si immaginava che gli uomini annegassero solo perché fossero ossessionati dal pensiero della gravità, se si fossero tolti di mente questa idea non sarebbero più annegati. Ma il problema non sta nelle idee: uno annega lo stesso anche sena quell’idea.
Per Marx il problema che Feuerbach non ha capito, è che bisogna arrivare al nocciolo delle questioni, anche se si tratta di alienazione religiosa, bisogna spiegare il perché l’uomo proietta tutte queste belle cose in un essere superiore.
Feuerbach non è riuscito a compiere un’indagine storico sociale economica, a individuare le contraddizioni concrete, non ideali, che hanno originato l’esigenza di produrre la religione. Questa cosa è quanto mai concreta, l’uomo vive di una società concreta, fa un certo lavoro, ha una certa paga… ecco il senso del materialismo di Marx, dobbiamo guardare all’aspetto concreto se vogliamo modificare le idee. Alla base ci sono situazione sociali, storico concrete dal quale dipendono le idee. Non è vero il contrario.
Tra Feuerbach e Marx ci sono quindi due posizioni di considerare l’uomo: Feuerbach, in fondo in fondo, tratta l’uomo come una specie, proprio perché non riesce a capire cosa sia veramente l uomo, nonostante quello che vuol far credere parla dell’ uomo come un qualcosa di astratto, che si identifica nel suo complesso con il genere umano, ed è sottratto dalla storia, vive nelle idee, fuori dalla concretezza della storia.
Allora fa un analisi su cosa sia invece l’uomo: bisogna ridefinire il rapporto soggetto e oggetto. L'uomo non è espressione della specie umana, un'entità generica, rischia di cadere nell’astratto. È costituito dalla propri esperienza, da quello che fa, dalla società in cui è inserito, da quell’ambiente in cui vive, dalle relazioni umane che intrattiene. Quindi l’ essenza umana ha un contenuto oggettivo, reale, perché l’ uomo dal momento che cresce interiorizza il proprio ambiente, sia quello naturale (mare, lago, collina) sia quello sociale (dato dalle relazioni tra gli uomini).
Anche quella che noi chiamiamo natura, non è un entità originaria indifferenziata, qualcosa di astratto, ma esiste storicamente solo in quanto è in interazione con l’uomo, quando è cioè il prodotto dell’interazione dell’uomo con l’ambiente (poi l’uomo in questo ambiente lavora, fa la casa…).
Anche la natura è soggetta all’ azione dell’ uomo. Quindi qui quello che Marx mette in luce è l’integrazione tra soggetto e oggetto, tra uomo e mondo naturale.
Questa integrazione non si realizza astrattamente, ma lo fa nell’azione concreta che l’uomo lì compie, e Marx la chiama prassi: interazione concreta tra uomo e ambiente.
La prassi è l’ unica che trasforma il mondo, non che nella prassi non ci siano le idee, ci sono anche idee ma è l’ azione concreta.
Nella prassi si costruiscono anche tutti i rapporti concreti sociali, le relazione tra individui.
Marx riconosce a questo punto ad Hegel il merito di aver scoperto la dialettica, in grado di cogliere, nel movimento della realtà, la sintesi degli opposti.
Però la dialettica non è frutto solo del pensiero, c’entra anche la prassi, la dialettica non deve essere qualcosa che dipende solo dalle idee, dal pensiero, come intendeva Hegel (lo spirito muove la storia non la materia). Quindi per Hegel è l’idea che trasforma il mondo, per Marx è la prassi, unione di idea e azione.
La dialettica è mossa dallo sviluppo della realtà storica e sociale, ed è questa realtà che è in continuo divenire dialettico. Attingendo a questa realtà potremo cogliere quelle contraddizione che spingono, attraverso il superamento delle contraddizioni, la storia avanti.
C’è una continuità rispetto ad Hegel, e questa risiede nella dialettica, anche Marx capisce l’importanza della dialettica e la riprende, non in maniera stratta, dove il soggetto è il puro pensiero, l’assoluto, ma come una dialettica agganciata alla concretezza della realtà storica.
Questo è quello che invece non ha capito Feuerbach, ha parlato dell’uomo naturale ma non dell’uomo storico. Parla dell’uomo naturale come genere, specie umana, mentre l’uomo è quello che è rispetto all’ambiente, alla società, al lavoro, alle relazioni, è un essere storico.

Religione
La religione è una forma di alienazione,anche se Feuerbach non ci ha detto però perché l’uomo la crea. Non basta sapere che è un’ alienazione (Dio non c’ è…) per risolvere il problema, bisogna andare alla radice. Alla base della religione c’ è una scissione strutturale da cui essa nasce. In cosa consiste questa frattura?
Per Marx, che guarda all’uomo storico, questa scissione dipende dal fatto che gli uomini vivono in una società classista, dove non siamo tutti uguali, c’è chi comanda e chi deve obbedire, c’è chi ha il potere e lo esercita e chi lo deve subire. In ultima istanza potremo dire: c’è chi domina e chi è dominato.
Questo però genera un grosso problema di ingiustizie sociali in tutto il mondo.
Allora questi uomini che subiscono ingiustizie proiettano i loro problemi e le possibili soluzioni in un altro mondo immaginato, in una vita ultraterrena, in paradiso, dove ogni ingiustizia sarà tolta e dove ci si potrà redimere.
Allora ecco che, dal desiderio di sfuggire a questi soprusi, nasce la religione. In questo senso la religione è l’oppio dei popoli, una forma di consolazione che l’uomo cerca di procurarsi pensando alla vita eterna, al paradiso. Tuttavia in questo modo ammettiamo una consolazione che ci viene dal cielo, che sta fuori dal mondo reale, e così l’ uomo rinuncia a lottare. La conseguenza peggiore non è che l’uomo creda in Dio, ma che, credendo in Dio, rinunci a lottare qui sulla terra, subisce e non ci mette l’energia necessaria per cambiare quella situazione concreta, quella realtà storicamente data. Ecco perché il potere ha sempre sostenuto la religione, perché era come dare un tranquillante al popolo per impedire la lotta necessaria a trasformare quella situazione.

Lavoro
Come premessa possiamo tenere presente anche la figura del servo padrone della Fenomenologia dello Spirito.
Marx sviluppa nell’ambito di questa critica a Feuerbach anche una riflessione molto profonda sul lavoro, ossia il modo con cui l’ uomo concretamente trasforma il mondo naturale.
Uno nasce in un certo ambiente, poi però l’ uomo lo trasforma. Il lavoro è l’oggettivazione delle idee umane, oggettivazione proprio nel senso hegeliano del termine: l’uomo attraverso il suo lavoro rende oggettivo ciò che ha pensato. Le idee diventano materia: una casa, un campo da coltivare, una strada…
Questo è il momento oggettivo del processo dialettico, prima l’uomo ha un’idea, poi, nel momento in cui passa alla fase operativa, la realizza. Si tratta di un momento necessario, necessario affinchè l’uomo possa riconoscersi tale, possa riconoscere quanto vale, chi è lui. L’individuo prende atto di sé guardando al prodotto dell’azione delle proprie mani, e lì si riconosce come un essere sociale. La cosa che produce non è solo prodotto di utilità sua, ma anche per la propria famiglia, gli altri individui.
Attraverso l’oggettivazione delle idee uno riconosce se stesso, e nel riconoscersi si riconosce come un essere sciale, che vive in una società. Quindi, proprio in senso hegeliano, il lavoro rappresenta l’oggettivazione del soggetto che, mediante l’ atto di modificare la natura attraverso l’azione, estrinseca le proprie caratteristiche (infatti ognuno fa una cosa secondo le proprie caratteristiche): quella cosa porta la sua firma.

Valenza storica e filosofica del lavoro
La riflessione del lavoro di Marx va oltre e introduce il discorso dell’alienazione del lavoro.
Facendo una riflessone sul proprio periodo storico (prima fase della rivoluzione industriale) Marx constata che nella società a lui contemporanea, capitalista, industriale, il lavoro non è più l’oggettivazione delle proprie idee, ma è fonte di alienazione, una cosa negativa che non permette più all’ uomo di riconoscersi come tale.
Il lavoro, da momento positivo, in cui uno afferma se stesso, si riappropria di sé, passa a momento di separazione, alienazione.
Presso il lavoro nelle fabbriche l’operaio è costretto ad una ripetizione degli stessi gesti meccanici, con gravissime conseguenze: l’alienazione umana. Questa giunge non soltanto perché l’operaio non ha modo di vedere l’inizio e la fine del suo prodotto, come avveniva invece nel lavoro artigianale, ma principalmente come conseguenza dell’impoverimento della personalità individuale, i lavoratori sono ridotti alla stregua delle bestie (gravi condizioni sanitarie, nessun diritto di prevenzione sul lavoro, nessuna pausa…), automi.
Il lavoro non è più un’ attività vitale, che promuove l’essere umano, ma qualcosa che l’uomo è costretto a fare per procurarsi lo stretto necessario, i mezzi di sussistenza, e in questo modo l’uomo viene ogni giorno depauperato sempre più.
È come se ogni giorno dovesse rinunciare un po’ di più a se stesso, gli viene sottratta la vita autentica.
Per superare questo grave stato di cose non c’è altra scelta che quella di modificare la realtà economica sociale, non si possono fare predice, scrivere libri per denunciare questa cosa, non bastano le idee per cambiare il mondo, bisogna passare alla prassi.
L individuo è espressione, oggettività della società in cui vive, quindi per uscire da questa alienazione bisogna cambiare la causa di tutto questo, la base, la struttura socio economica.
Per Marx il processo di oggettivazione del soggetto si realizza nel lavoro ed è importante per l’auto riconoscimento del singolo e per la sua personalità, si riconosce negli altri o nel prodotto, si forma l’essenza dell’uomo. Ma affinché sia un buon processo c’è bisogno:
- che l’attività sia l’espressione della sua umanità;
- che alla fine il processo si chiuda con il riappropriamento del soggetto di quelli aspetti che aveva messo nel oggetto
Questo nella società capitalistica non avviene, non c’è umanizzazione nei rapporti con gli altri ne la soddisfazione del prodotto perché il lavoro è diviso, parcellizzato.
Un’altra questione è: a chi va il prodotto? Non è dell’operaio, il suo lavoro gli viene sottratto prchè i soldi vanno al capitalista.
I rapporti sociali tra operai sono rapporti tra cose (processo di reificazione dice Marx), non umani.
Quindi l’alienazione di Marx è negativa (al contrario di quella in Hegel), mentre l’oggettivazione è positiva.
Bisognerebbe che l’uomo potesse tornare alla sua natura umanizzata. Però per Marx l’alienazione ha una dimensione più ampia, nel senso che il capitalismo fa si che l’individuo diventi una specie di schiavo, il capitalista ha bisogno dell’operaio e viceversa, si crea una situazione di dipendenza e chi domina è quello che si appropria del lavoro degli altri,tutto questo nasce dalla proprietà privata. La proprietà privata: ci sono pochi che detengono i mezzi di fabbrica e una grande massa che lavora, alla base la proprietà privata, che non è un accumulo di ricchezze ma è dovuta al cristallizzarsi di rapporti sociali che l’hanno prodotta. Quindi è la forma oggettiva che hanno assunto alcune dinamiche sociali che l’hanno prodotta. Marx tratta ogni aspetto dell’economia con l’ottica dell’analisi dei rapporti di produzioni, studia le dinamiche sociali che sono alla base di questi aspetti dell’economia, le strutture fondamentali della società, in maniera scientifica. Guarda l’economia come prodotto storico di dinamiche sociali.
Materialismo storico: l’uomo è in continua interazione con l’ambiente, il modo in cui si rapporta all’ambiente è dato dal fatto che l’uomo è capace di produrre i mezzi di sussistenza cosa che gli animali non fanno. In ogni parte della storia un modo di produzione si caratterizza sempre in base al tipo di economia che è prevalente. Dipendono da questo le tecnologie e i rapporti sociali. L’economia prevalente, il livello di tecnologia, i rapporti sociali costituiscono il modo di produzione, ogni società è determinata da un modo specifico di produzione. La storia dell’occidente è scandita da tre modi di produzione: schiavistico (latifondo e servi), feudale (agricoltura di sussistenza) e capitalistico (industria e operai). Il ruolo dei diversi individui rispetto ai mezzi di produzione determina la divisione in classi sociali: proprietari terrieri o servi, capitalisti o operai. Divisione sociale in classi. L’appartenenza a una o l’altra definisce il tipo di relazioni in cui è inserito l’individuo.L’uomo è l’insieme dei suoi rapporti sociali,non è solo il lavoro che fa.Perché l’uomo cambia in base ai suoi rapporti,con chi parla,chi frequenta ecc.
La società è una cosa molto complessa perché è l’insieme di relazioni tra uomini e con l’ambiente, queste non dipendono dalla volontà singola, ma sono indipendenti dalle volontà, dipendono dalla struttura economica oggettiva che dipende dal modo di produzione, che costituisce il fondamento su cui si sviluppano le relazioni. Questi rapporti sono oggettivamente e storicamente dati, io mi trovo a vivere in una determinata società e non dipende da me. Da questa struttura (modo di produzione) dipendono poi anche le idee, il pensiero, un insieme di cose che Marx chiama sovrastruttura. Secondo questa interpretazione la realtà che è sempre in divenire, il divenire storico(il modo di produzione è dinamico), comporta il cambiamento della struttura e della sovrastruttura.
Tra le due c’è un rapporto dialettico, un’interazione, ma non si può ridurre a una relazione di causa effetto, cioè che la struttura porta alla sovrastruttura, perché la sovrastruttura esercita un’influenza sulla struttura, infatti le idee, le concezioni politiche, trasformano le condizioni economiche nella misura in cui riescono a produrre comportamenti concreti, quando le idee si trasformano in prassi (atteggiamenti concreti, sociali) allora si riescono ad incidere. Se le idee non diventano prassi sono ideologie, cioè riflessi della struttura e avranno la funzione di giustificare quello che esiste senza produrre nex cambiamento. Cioè hanno la funzione storica di mantenere le cose così come stanno, lo status quo. Per Marx c’è un forte legame tra filosofia e prassi perché lui riconosce l’importanza delle idee, la filosofia è importante solo quando è legata alla prassi. Marx dice che l’esistenza di una realtà oggettiva esiste al di là del pensiero, però dice che non ci sono parametri in grado di accertare che una teoria abbia interpretato questa realtà oggettiva correttamente (contrario all’idealismo, realista). Qual è l’unico criterio che noi abbiamo per verificare una teoria? La prassi, perché noi possiamo verificare che una teoria è vera nel momento in cui è in grado di incidere sulla realtà se no sono solo chiacchere.
Il rapporto tra struttura e sovrastruttura è un rapporto dialettico. La struttura è a base economico -storica (mezzi, tecniche, ecc di produzione in una certa epoca), mentre la sovrastruttura è l’insieme che va dalle idee del diritto, della filosofia, della religione, della politica, ecc… Questa gigantesca sovrastruttura che si erge sopra la struttura. Secondo questa interpretazione, possiamo dire che il divenire della realtà è dettato dalla struttura che è una variabile indipendente dalla quale dipende, appunto, la sovrastruttura. Ma questo rapporto è dialettico, cioè non esiste solamente il rapporto causa - effetto ma è molto più complesso, infatti la sovrastruttura esercita un’influenza sulla struttura stessa creando una sorta di interazione.
Secondo Marx le idee possono intervenire nella storia nel momento in cui queste divengono prassi, riescono cioè a modificare il corso della storia in caso contrario rimangono delle ideologie (che hanno il compito di mantenere lo status quo delle cose – es le idee politiche, le idee dominanti, la situazione economica, serve cioè a giustificare ciò che già c’è senza promuovere cambiamenti).
Quindi il legame tra filosofia e prassi è importante anche dal punto di vista ontologico infatti, affinchè si producano dei cambiamenti deve esserci questo legame.
Questo vale anche per quel che concerne la conoscenza. Marx infatti, non mette in discussione l’esistenza di una realtà oggettiva (indipendente dall’uomo), ma i mezzi o i parametri che utilizziamo per interpretarla, l’unico parametro corretto è la prassi. Attraverso la prassi l’uomo può verificare la validità di una teoria (che è semplicemente un’interpretazione della realtà), non in base all’idea in sé, visto che le idee non sono oggettive ma personali, ma in base all’incidenza storica cioè in base a quanto, o meglio se la teoria presa in considerazione è in grado o meno di cambiare la realtà.

Lo sviluppo storico del materialismo
Lo sviluppo della struttura non avviene a caso, ma è in qualche modo predeterminato. Ciò comporta che l’emergere di un modo di produzione piuttosto che un altro, l’evoluzione o il superamento del modo di produzione stesso sono tappe di un percorso necessario. Quello che sarà è già insito in ciò che è.
Ad esempio: il modo di produzione feudale era già contenuto in quello schiavistico, così come la sua evoluzione, il capitalismo, era già contenuto in esso.
Quindi si può riassumere in una frase: ogni momento è il necessario sviluppo del momento precedente (pensiero che richiama un po’ alla concezione deterministica di Hegel).
Da ciò, deriva che il divenire storico può essere oggetto di studio scientifico (visto che non è casuale), e che più lo studio è rigoroso e scientifico più le leggi sono precise, tanto da poter prevedere gli eventi che ancora devono accadere.
La dinamica della storia, cioè questo continuo movimento della storia, è dato dalle contraddizioni che sono insite in ognuno dei modi di produzione, cioè ogni modo di produzione contiene degli errori/contraddizioni. E ad ogni contraddizione corrisponde sempre un contrasto, una lotta di classe. Le classi sociali infatti sono sempre esistite nella storia. Ciò fa sì che i membri di una stessa classe condividono la stessa visione del mondo, la stessa ideologia. La visione della classe dominante, cioè la classe che in quel momento storico risulta egemone, fa sì chetutta la società di quel periodo sia dominata da una certa impostazione. La classe dominante si pone, in quel momento, come classe universale.
Quindi, di conseguenza, tutte le istituzioni divengono espressione dell’ideologia dominante. In apparenza le istituzioni sono neutrali, ma in realtà hanno la funzione di perpetuare e cristallizzare i rapporti economici che le hanno prodotte. A sua volta la classe dominante è l’oggettivazione, l’espressione di quei rapporti di produzione, perché alla base di tutto vi è la struttura economica.
E proprio in questi rapporti, secondo Marx, sono racchiuse le contraddizioni che porteranno alla loro rottura, cioè al momento della loro crisi e necessario al loro superamento.
Parallelamente alla crisi interna alla struttura, si verifica sempre una crisi del sistema politico, delle istituzioni in generale, poiché struttura e sovrastruttura sono fortemente legate. Ma è proprio a queste crisi che i rapporti vengono ridefiniti e superati.
Marx a sostegno di questo suo pensiero porta la rivoluzione francese: infatti si è passati dall’ancient regime alla società borghese con una lotta di classi: tra aristocratici e borghesi.
Il manifesto del partito comunista fu scritto da Marx ed Engel nel 1848, dove vengono esposti i valori del comunismo. Esso si basa (interamente) sul rapporto di struttura e sovrastruttura cioè tra la base economica e la sua sovrastruttura.
In questo manifesto Marx ed Engels portano avanti un analisi molto complessa dello sviluppo storico che ha portato poi al capitalismo (cioè come, quando e perché è nato il capitalismo). L’intento di Marx è quello di dimostrare che la trasformazione rivoluzionaria della realtà economica e sociale del suo tempo è una necessità strutturale, essa dovrà avvenire necessariamente a breve. Questo perché il capitalismo come tutti i modi di produzione precedenti, ha al suo interno delle contraddizioni che lo porteranno all’implosione e ad una trasformazione rivoluzionaria.
Marx quindi si concentra sulla storia della società occidentale. Essa è passata dal sistema schiavistico, a quello feudale e quindi a quello capitalistico. Questo passaggio è stato determinato dal cambiamento dei mezzi di produzione che hanno ridefinito le istituzioni e le concezioni ideologiche.
Quindi cambiando la base, cioè la struttura, la sovrastruttura è cambiata di conseguenza. In particolare nel passaggio che c’è stato dal sistema di produzione feudale a quello capitalistico è stata la borghesia a svolgere un ruolo chiave, si è posta come forza sociale oggettivamente rivoluzionaria ovvero si è fatta interprete dei rapporti di produzione che di fatto erano già mutati.
Parallelamente al momento in cui si stava modificando il modello economico basato sull’agricoltura e sul feudo, anche le istituzioni (papato, l’impero, le ideologie connesse a questa struttura…) quindi la dipendenza personale data dal rapporto servo-padrone viene sostituita dal concetto che ogni persona è libera. Quindi prima c’è una fase di dipendenza da un superiore, poi (in seguito ai nuovi metodi di produzione, di commercio, ecc…) nasce l’idea della libertà individuale.
Questa“conquista non è considerata da Marx come la vittoria di una concezione umanitaria, né filosofica perché la borghesia aveva bisogno che fosse salariata affinchè operassero nel mercato.
La borghesia ha avuto la grande funzione di passare dal modo di produzione feudale a quello capitalista perché si è imposta come classe dominante, essendo cambiati i modi ed i mezzi di produzione.
Il borghese è quindi arrivato a dominare la società, ad occupare il posto del signore.
Per Marx, comunque, anche il modo capitalistico è destinato a trasformarsi e soccombere per via delle sue contraddizioni interne dovute alle leggi del libero mercato e della concorrenza che porteranno a problemi di sovrapproduzione. Di conseguenza, quando i rapporti sociali non corrisponderanno più al sistema produttivo capitalistico, inevitabilmente questi rapporti saranno superati come per gli altri sistemi, ecc….
Il superamento del sistema capitalistico avverrà grazie alla nuova classe formatasi: il proletariato.
Per Marx questa è una conseguenza loigca, è il punto della prassi politica in cui il proletariato dovrà impugnare le armi e passare alla rivoluzione: “Proletari di tutto il mondo. Unitevi”.

Determinismo o volontarismo in Marx?
Marx in un qualche modo è erede dello storicismo hegeliano, ovvero della visione razionalistica della storia (tutto deve avvenire in quanto è necessario). Quindi non c’è spazio per il caso o l’intervento umano, tutto è guidato dallo spirito che indirizza il corso della storia verso una maggiore realizzazione della libertà.
Per Marx la storia non è guidata dallo spirito ma da forze materiali e concrete cioè le forze economico - sociali (dai conflitti di classe, dai rapporti economici, dal modo di produzione, ovvero da ciò che Marx chiama la struttura). Ma con Hegel mantiene il concetto che queste forze economico - storiche, questa struttura hanno una loro logica, seguono delle leggi ben precise. Quindi ciò che li accomuna è che non sono gli individui a fare la storia ma il suo corso (della storia) è già segnato necessariamente, è un corso necessitato. Ma se il corso della storia è già prestabilito allora perché Marx ha passato la sua vita a dare vita e organizzare il movimento comunista che aveva come primo obbiettivo quello di cambiare la storia? addirittura lo pone come punto nel Manifesto del partito comunista scritto da lui ed Engel.
Perché per Marx la storia può essere cambiata con la prassi. Marx, pur considerando che la storia abbia un percorso già determinato crede anche che possa essere cambiato questo corso, e quindi non può essere considerato un determinista quanto piuttosto un volontarista.
Dal marxismo seguiranno due ideologie diverse: una che porterà avanti le idee del fondatore, ovvero che lo sviluppo della storia può essere modificato attraverso la prassi, e appunto viene detto marxismo occidentale; l’altro verrà fondato da un francese, Louis Althusser (1918-1990), e sosterrà che la struttura socio-economica ha la preminenza sulle idee e le azioni degli uomini, quindi lo sviluppo storico non può essere modificato ma è invece determinato dai cambiamenti strutturali che avvengono indipendentemente dall’azione umana (proprio perché non è modificabile dall’uomo, esso può essere studiato scientificamente).

Il capitale
Quest’opera di Marx è un saggio nel quale vengono analizzati e messi in luce i meccanismi strutturali della società borghese. Marx sviluppa questa analisi come uno studio scientifico con l’intento di ricavare le leggi economiche alla base della società borghese.
Viene considerata come il capolavoro di Marx e utilizzato come testo chiave del suo pensiero socio - economico.
Reca come sottotitolo Critica all’economia politica, quindi già questa frase ci fa capire come questa analisi sia in netto contrasto con la scuola classica di economia inglese, rappresentata da Adam Smith. Questo principalmente a causa del metodo utilizzato nel studiare la società borghese. Marx è convinto che non esistano leggi immutabili in ambito economico ma che, comunque, ogni società abbia dei caratteri e delle leggi derivanti dalla sua storia e specifiche per quella società (es. le leggi che si sono scoperte per il feudalesimo non possono essere applicate alla società borghese, ecc…).
Inoltre Marx evidenzia ancor più le contraddizioni strutturali che la porteranno alla sua crisi e quindi al suo superamento. Nonostante tratti molto l’argomento economico, Il capitale studia anche la società del suo tempo.

Il modo di produzione capitalista
Rispetto alle società precedenti è caratterizzato dalla produzione di una grande quantità di merci. Quindi poiché la merce riveste questo ruolo così importante Marx si chiede:“Che cos’è la merce?” La merce è qualcosa che viene scambiato e che possiede un doppio valore: un valore d’uso ed un valore di scambio. Il valore d’uso è il reale utilizzo della merce, quanto la merce è utile infatti nessuno comprerebbe qualcosa di cui non ha bisogno. Il valore di scambio garantisce la possibilità di poter scambiare delle merci tra loro, ma in che cosa risiede il valore di scambio di una merce? Marx quindi, per rispondere a questa domanda, riprende un po’ la concezione classica del concetto di valore ossia valore = lavoro. In particolare il valore consiste nella quantità di lavoro socialmente necessario a produrre la merce. Quindi più lavoro è necessario a produrla maggiore è il valore della merce. Con l’espressione socialmente necessaria Marx si riferisce alla produttività sociale media di un determinato periodo storico perché è evidente che: nel tempo possa variare la produttività (es una volta la sedia era fatta dall’artigiano e ci poteva mettere due giorni, ora che è fatta industrialmente ci si mette un’ora). La diversa produttività delle persone (non può essere che una persona pigra mi faccia aumentare il prezzo perché ha impiegato più tempo della media).
Secondo Marx il valore di una merce non si identifica con il prezzo, perché sul prezzo influiscono altri fattori come ad esempio la disponibilità o la rarità della merce. Quindi il prezzo della merce può essere superiore o inferiore a seconda dei vari fattori; anche se per Marx, in condizioni normali, la somma complessiva dei prezzi delle merci esistenti in una società equivalga alla somma complessiva del loro valore. Nonostante prezzo e valore non coincidano, il prezzo si basa sul valore della merce, anche se può oscillare a causa dei vari fattori.
Questa convinzione che alla radice di tutto (del prezzo, del valore, ecc…) ci sia il lavoro, lo porta a contastare il “feticismo delle merci”. Esso consiste nel considerare le merci come se fossero delle entità aventi un valore intrinseco a se stesse, dimenticando che esse sono il prodotto del lavoro di uno o più uomini.
La caratteristica peculiare del capitalismo è che la produzione non è finalizzata al consumo, come nelle società feudali nelle quali si produceva quel tanto che bastava per la loro sussistenza, ma all’accumulazione del denaro. Quindi se la società feudale utilizzava uno schema del tipo M à D à M1 (vendo della merce ed utilizzo il denaro guadagnato per comprare la merce di cui ho bisogno), ora la società capitalista utilizza uno schema di questo tipo D à M à D1 (compro della merce con il denaro e quindi la rivendo guadagnando un plusvalore a D). Ma come è possibile che dalla vendita di merce io guadagni più denaro di quanto ne abbia utilizzato per comprarla? Da dove deriva questo plusvalore? Esso non può certo derivare dal denaro, in quanto non è altro che un mezzo di scambio. Non può venire nemmeno dallo scambio in sé, in quanto gli scambi avvengono tra valori equivalenti. Quindi il plusvalore deriva dalla merce. Ma perché? Perché il capitalista comprando, acquista una merce particolare: la forza-lavoro degli operai. Ma questa forza-lavoro altro non è che l’operaio, e allora quanto pagherà la merce uomo/operaio? La pagherà secondo il valore corrispondente al lavoro socialmente utile a produrla, ma qual è la quantità di lavoro socialmente utile a produrre la merce umana? Quel tanto che basta per garantirgli la sopravvivenza. Ma questa forza lavoro produce più di quanto venga pagata, produce un pluslavoro. Quindi l’operaio producendo il pluslavoro, crea a sua volta un plusvalore che va ad arricchire il capitalista.

Il capitale (seconda parte)
C’è una merce particolare, che è quella umana: l’operaio. Il capitalista compra la forza lavoro dell’operaio pagandola come qualsiasi altra merce, in base a quel tanto che basta al lavoratore per vivere, il cosiddetto salario.
L’operaio però ha la capacità di produrre con il proprio lavoro un valore maggiore di quello che gli è corrisposto con il salario: dal plus valore discende allora il plus lavoro dell’operaio, che si identifica con l’insieme del valore da lui gratuitamente offerto al capitalista.
Con questa teoria Marx intende fornire una spiegazione scientifica dello sfruttamento capitalistico, che Marx identifica con la possibilità da parte dell’ industriale di utilizzare questa forza lavoro a proprio vantaggio. Come è possibile questo? Il capitalista dispone dei mezzi di produzione, è il padrone dei macchinari, della fabbrica, il lavoratore, al contrario, dispone solo della propria energia lavorativa ed è costretto a lavorare, a vendersi sul mercato in cambio del salario, deve pur campare.
Quindi dal plus valore deriva il profitto: plus valore e profitto per Marx non sono la stessa cosa tuttavia.
Il profitto, pur presupponendo il plus valore, non coincide totalmente con esso.
Bisogna tenere presente la distinzione marxista tra capitale variabile (CV: le spese dell’ imprenditore per il salario, dipende da diversi fattori) e capitale costante (CT: spese che il capitalista deve sostenere per la manutenzione della fabbrica). Per sapere a quanto ammonta il saggio del plus valore devo conoscere il rapporto tra plus valore (corrispondente in denaro del lavoro dell’ operaio che il capitalista non rimborsa) e il capitale variabile.

Esempio
CV=3 plus valore=2  saggio del plus valore= 2/3 (in percentuale: 66%)
Questo risultato però non coincide con il profitto, bisogna togliere il valore del capitale costante
CT=1  saggio di profitto= Pv / (CT+CV)= 2/3*1/ (1+3)= 1/6 (in percentuale: 17%)

Siccome il sistema di produzione capitalistico si regge sul ciclo DMD1, il fine di questo sistema quale sarà?
Produrre maggiore plus valore, dallo sfruttamento della merce operaia, da cui deriva la ricchezza.
Questo fa sì che il capitalismo cerchi in tutti i modi di aumentare il plus valore, e ciò caratterizza una società retta sulla logica del profitto privato. Al capitalista interessa fare più soldi possibili, non sulla logica dell’ interesse comune, del bene collettivo.
Marx esamina le varie strade imboccate dal capitalismo in vista del proprio auto accrescimento: ci sono vari sistemi, ma comunque, ogni volta che il capitalismo cerca di aumentare, proporzionalmente aumenta anche le contraddizioni, le difficoltà che vanno a minare le sue radici. Più il capitalismo s’ ingigantisce, più aumentano proporzionalmente i problemi che lo porteranno alla sua disfatta. Analizziamo le tappe di questo processo.
In primo luogo il capitalista tenta di accrescere il plus valore aumentando la giornata lavorativa dell’ operaio. Questa dilatazione genera più plus valore, più soldi, ma allo stesso tempo presenta limiti invalicabili: non posso andare oltre un certo numero di ore prolungandola all’ infinito.
Allora, più che prolungare la giornata lavorativa si possono prolungare le ore non retribuite, ciò che è il plus valore assoluto. Ad esempio: invece che impiegare 6 ore pe guadagnare il proprio salario, ne impiega 4, cosicché il plus valore aumenti. La giornata lavorativa è di 12 ore, anziché pagare 8 ore ne paga 6: l’ operaio ne fa sempre 12 ma gliene vengono retribuite 6 anziché 8. Aumenta il plusvalore.
Questo non comporta alcuna controindicazione, seppur sia chiaro che, per Marx, tutto questo sistema è destinato a saltare.
Storicamente questa produzione del plus valore passa attraverso diverse fasi: la cooperazione semplice, la manifattura ed infine la grande industria.
È proprio con la grande industria che aumentano il numero e l’efficienza dei macchinari impiegati nelle fabbriche, tutto questo porterà alla crisi di sovrapproduzione, una sovrabbondanza di merci non vendute.
Paradossalmente, per Marx, nel capitalismo diromperà una crisi, non perché ci sia poca merce a disposizione, ma, al contrario, poiché ce ne sarà troppa. Tale crisi si deve ricollegare alla cosiddetta anarchia della produzione: ad un certo punto la produzione è impazzita, continua a produrre sino alla caduta del profitto degli industriali.
Marx aveva prognosticato questa caduta del capitalismo anche in base ad una legge: la caduta tendenziale del saggio di profitto. Le industrie, per poter reggere la concorrenza, dovranno avvalersi di macchinari sempre più efficienti e costosi, aumenterà così la spesa del capitale costante, andando ad incidere in maniera prepotente sul saggio di profitto: il profitto tenderà a calare.
In altri termini, la crescita smisurata del capitale costante avrebbe eroso il profitto, sempre più scarso rispetto al capitale impiegato.
Capitale costante: spese che il datore di lavoro deve sostenere per mantenere il macchinario, industria, comprare materie prime ecc tutte le spese al di fuori del salario degli operai.
Nella fase della grande industria si scatena una forte concorrenza fra le grandi industrie le quali per vendere di più devono produrre sempre di più riducendo quindi i tempi di produzione, acquistando anche dei grandi macchinari.
Ciò va ad incidere sulle spese del capitale costante, aumentando questo capitale constante cala il profitto.
La fonte del profitto è il plus lavoro degli operai, viene dato dallo sfruttamento della merce viva (operai).
Legge della caduta tendenziale del saggio di profitto: legge di rendimento decrescente demotivante anche rispetto agli investimenti del capitalismo.
Marx considera questa legge il punto debole del sistema capitalistico, effetti catastrofici di questa legge: distruzione della società borghese portando ad una lotta di classe: borghesia.
- Proletariato, lavoratori
Data la concorrenza tra i potenti le piccole fabbriche saranno costrette a chiudere, quindi crescerà il numero di disoccupati.
Quando andrà a crearsi questa situazione andremo incontro alla fine del capitalismo e quindi avremo una minoranza sociale che detiene una gigantesca ricchezza e vasto potere e dall’altra la maggioranza proletaria sfruttata. Questo sarà il momento in cui scoppierà la rivoluzione.
Epilogo del primo libro del capitale, si conclude così:
La centralizzazione dei mezzi di produzione e la socializzazione del lavoro raggiungeranno un punto di incompatibilità con il loro involucro capitalista ed esso viene spezzato, suona l’ultima ora della proprietà privata capitalistica. Gli espropriatori vengono espropriati.

La rivoluzione, come avverrà secondo Marx, e quali tappe per approdare al comunismo maturo.
La società borghese porta con se molte contraddizioni, da lei stessa prodotte, costituiscono la base concreta della rivoluzione del proletariato.
La quale, impadronendosi del potere politico, darà avvio a questa globale trasformazione della vecchia società attuando il passaggio dal capitalismo al comunismo.
Per Marx il proletariato è investito da una missione storico - universale: produrre il passaggio alla società comunista aprendo un’epoca mai vista nella storia.
Strumento tecnico di questa trasformazione rivoluzionaria: è la socializzazione dei mezzi di produzione e scambio.
Per il passaggio al comunismo nella maggior parte dei casi Marx vede una via violenta, ma verso la fine dei suoi anni sembra quasi disposto ad ammettere al possibilità di una via pacifica ma questo dipenderà da paese a paese.
Ma indipendentemente da un’azione pacifica o violenta bisogna abbattere lo stato capitalista.
La rivoluzione proletaria deve mirare all’abbattimento di questo stato e di tutte le istituzioni borghesi.
Il compito del proletariato non è quello di impadronirsi della macchina statale borghese per sostituirsi al suo posto, ci sarà la dittatura del proletariato ma sarà solo una fase, ma l’obbiettivo ultimo della rivoluzione è quello di distruggere la macchina dello stato, lo stato, distruggere i meccanismi istituzionali di fondo!
Lo stato moderno per M è visto come la sovrastruttura di una società civile dominata dagli interessi della borghesia, quindi l’obbiettivo finale sarà quello di distruggere completamente lo stato.
Lo stato deve esistere in funzione del proletariato.
Marx scrive: “tra la società capitalista e la società comunista vi è il periodo della trasformazione rivoluzionaria dell’una nell’altra, ad esso corrisponde un periodo politico di transizione in cui il cui stato non può essere altro che la dittatura rivoluzionaria del proletariato
La dittatura del proletariato è coerente con tutto l’impianto ideologico del marxismo e della filosofia dello stato di Marx perché se nel capitalismo lo stato esprime il dispotismo è ovvio che il proletariato se davvero vuole istituire il comunismo e parare tutte le mosse controrivoluzionarie della borghesia non può fare a meno di instaurare un approccio dittatoriale.
Ma a differenza di tutte la altre dittature quella del proletariato sarà una dittatura di una maggioranza, non l’espressione di un elitè.
La dittatura del proletariato si configura come la misura politica fondamentale nella transizione dal capitalismo al comunismo, tanto che Lenin rifacendosi a Marx, diceva che marxista a pieno titolo poteva definirsi solo colui che estende il riconoscimento della lotta di classe fino al riconoscimento della dittatura del proletariato.
Per M la dittatura del proletariato è solo una misura storica di transizione, è necessaria ma non è l’esito definitivo ma alla fine è destinata ad essere superata, alla fine lo stato deve estinguersi.
Si avrà una società in cui lo stato non servirà più ed ognuno dara secondo le proprie possibilità e riceverà secondo le proprie esigenze. Sarà una società giusta, matura.
Da molti verrà definita un’ utopia infatti alla fase del comunismo matura non ci si è arrivati in nessuna parte del mondo.
Nella critica del programma di Gota, Marx disse: “Nella fase più elevata della società comunista, dopo che è scomparsa la subordinazione asservitrice degli individui alla divisione del lavoro e quindi anche in contrasto tra lavoro intellettuale e fisico, dopoche il lavoro non è divenuto soltanto mezzo di vita ma anche il primo bisogno della vita, dopo che con lo sviluppo dell’individuo sono cresciute anche le forze produttive e tutte le sorgenti della ricchezza collettiva solo allora l’angusto orizzonte borghese può essere superato e la società può scrivere sulla sua bandiera e ognuno secondo le sue capacità e ognuno secondo i suoi bisogni”.

La società comunista è una società:
- senza divisione del lavoro;
- senza proprietà privata;
- senza classi;
- senza sfruttamento;
- senza miseria;
- senza divisioni tra gli uomini;
- senza stato.

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