Aleksej di Aleksej
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Kant:
Lo schematismo trascendentale

Se fosse possibile attribuire agli oggetti soltanto i caratteri dello spazio e del tempo, sottoponendo quindi gli oggetti alla scienza della geometria o della meccanica razionale il problema della conoscenza scientifica potrebbe considerarsi concluso con l’estetica trascendentale. Ma le pretese della conoscenza scientifica vanno più in là: attribuiscono validità scientifica a una fisica che, oltre ai rapporti spazio, temporali, stabilisce fra gli oggetti altri rapporti che solo l’intelletto (non l’intuizione immediata) appare in grado di accertare: principalmente il rapporto di causa-effetto. Qui non si tratta più di aspetti che l’esperienza assume per essere ricevuta dal soggetto, infatti, io posso ricevere un'esperienza anche senza connetterla casualmente. Si tratta, dunque, di una costruzione del nostro intelletto, e appunto la denuncia di questa interferenza del nostro intelletto faceva la forza di Hume. Se ci limitassimo a registrare le impressioni che riceviamo, troveremmo quel che chiamiamo effetto dopo quella che chiamiamo causa; non raccoglieremmo l'attestazione di un altro nesso che, oltre al post hoc, ci permetta di affermare un propter hoc. Quest’altro nesso, dunque, lo aggiungiamo noi, ma con quale diritto? È chiaro che, in questo caso, la soluzione precedente non può giocare. Gli oggetti per divenire oggetti per me devono assumere i caratteri del mio modo di riceverli; ma nulla li obbliga ad assumere anche caratteri di un mio modo di pensarli: Se fossi io a fare gli oggetti (cioè, kantianamente, se la mia intuizione fosse «intellettuale»), gli oggetti riceverebbero automaticamente l'impronta del mio pensiero, così come automaticamente assumono la forma della mia sensibilità per il fatto che sono io a riceverli. Ma gli oggetti non li faccio io, dunque il problema rimane.
Kant ci pensò dieci anni, poi riuscì a risolvere anche questa difficoltà. La soluzione consiste nello «schematismo trascendentale», secondo cui l'intelletto, che non può avere una giurisdizione diretta su oggetti che non è lui a fare (non può imporre a cose che non derivano da lui, un suo semplice modo di pensare), può, tuttavia, avere sugli oggetti una giurisdizione indiretta, e così divenire, come dice la Critica della Ragion Pura, il «legislatore della natura». C'è, infatti, una facoltà chiamata «immaginazione produttiva», che rappresenta «un effetto dell'intelletto sulla sensibilità ». Grazie a questa facoltà, l’intelletto, determina certe strutture nella forma pura dell'intuizione sensibile (spazio e tempo), cioè in quella forma attraverso cui ha luogo la nostra recettività. E poiché gli oggetti, per il ragionamento precedente, non possono divenire oggetti per noi senza assumere la forma della nostra recettività, essi automaticamente, assumono anche quelle determinazioni che l'intelletto, nella sua attività spontanea, ha impresso in essa. Per questo tali determinazioni, pur derivando da un modo di pensare proprio del soggetto, acquistano anche un valore oggettivo rispetto a tutti gli oggetti per noi, cioè ai fenomeni (perché le cose in sé rimangono sempre fuori, dovendosi solo considerare l'oggetto in quanto condizionato dalla forma della mia recettività).
L'attività con cui l'intelletto imprime certe determinazioni nella forma pura della recettività intuitiva è chiamata da Kant «schematismo», essendo lo «schema» in genere una «figura», cioè una determinazione dell'intuizione, la cui regola è dettata dall’intelletto. Lo schematismo di cui si occupa particolarmente la Critica è lo schematismo «trascendentale»; in esso il materiale su cui l'intelletto lavora è la forma pura del tempo, e la regola secondo cui il materiale è determinato rispecchia direttamente le «categorie», o «concetti puri dell'intelletto» (ossia, i modi in cui universalmente pensiamo). Questo, però, non è che un caso particolare di schematismo. La stessa Critica porta l'esempio di schemi geometrici - come quello del triangolo o del cerchio, in cui il materiale determinato secondo una regola (dell'intelletto) è lo spazio, o anche di schemi empirici, come quello di «cane», dove un materiale - questa volta - non più puro, ma empirico - viene organizzato secondo una regola non più a priori, ma ricavata dalla stessa esperienza.
Con la dottrina dello schematismo Kant poteva dirsi giunto in porto: la difficoltà apportata da Hume, che pareva insuperabile, era aggirata, non c’era più bisogno di pensare che gli oggetti fossero fatti dall’intelletto, cioè dalla spontaneità della nostra conoscenza, quasi che noi possedessimo una conoscenza creatrice, per attribuire loro, con universalità e necessità, caratteri che pure derivano da un nostro modo di pensare. Il principio della filosofia trascendentale, che l'accordo in cui consiste la conoscenza ha luogo perché gli oggetti si adattano alla facoltà conoscitiva, e non viceversa - non giocava ormai più solo rispetto ai caratteri fondati sulla forma della nostra recettività, ma anche rispetto a quelli fondati sulla forma del nostro pensiero. Bastava, per questo, ammettere che l'attività spontanea del pensiero fosse capace di imprimere determinazioni nella forma pura della ricettività: a questa, poi, gli oggetti in quanto fenomeni devono senz’altro adattarsi, assumendo così, automaticamente, anche la forma del nostro pensiero.

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