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Kant, Immanuel - Per la pace perpetua

Scheda di lettura de Per La Pace Perpetua, Immanuel Kant, Feltrinelli 1991

Contestualizzazione dell’opera
a) Il testo in esame è stato scritto nel 1795 e appartiene al periodo critico della filosofia kantiana.
b) Il testo è ricco di richiami e spunti da altre correnti filosofiche e religioni. Troviamo innanzi tutto le idee illuministiche, i concetti di Stato e di patto del giusnaturalismo di Grozio, lo Stato di natura di Hobbes e Locke e l’idea di volontà generale di Rousseau. Ritroviamo anche la teoria della separazione dei poteri di Montesquieu, idee di Stato di Machiavelli, soprattutto per quanto riguarda l’abilità di governo rispecchiata nella prudenza. Infine per le religioni è chiaro il riferimento al cristianesimo e all’ordine dei Gesuiti, anche attraverso citazioni bibliche.
c) Nonostante Kant prediligesse l’uso pubblico della ragione ritengo che quasi certamente questo sia uno scritto riservato alle elite che governavano i regni con l’auspicio che traducessero in pratica tutto il ragionamento teorico di Kant per ottenere appunto la pace perpetua tra gli uomini.

Analisi del testo
a) L’argomento dell’opera è esporre e spiegare alcune regole che abbiano come fine il raggiungimento della pace tra gli Stati presenti al tempo del filosofo, una pace duratura in eterno, perpetua.
b) Kant risulta molto schematico nell’esporre il suo pensiero per cui troviamo che l’opera al suo interno già presenta tre macrosezioni, la prima con gli articoli preliminari alla pace perpetua tra gli Stati, la seconda che contiene gli articoli definitivi della pace perpetua, la terza con il rapporto tra morale e politica. A loro volta esse possono dividersi in più sezioni:

1. Articoli preliminari per la pace perpetua tra gli Stati:

a) Un trattato di pace non può valere come tale se viene fatto con la segreta riserva di materia per guerra futura. Kant mette in luce come se i trattati di pace vengono stipulati in questa maniera essi trattino per lo più di un armistizio e non di pace che per definizione è un qualcosa di duraturo. Quindi non occorre seguire la casistica dei Gesuiti e la teoria politica del tempo che vedeva lo Stato potente coincidere con lo Stato territorialmente esteso.

b) Nessuno Stato indipendente (non importa se piccolo o grande) può venire acquisito da un altro Stato tramite eredità, scambio, vendita o dono. Lo Stato non è un entità patrimoniale di cui i comandanti possono disporre a loro piacimento, ma ha per così dire un essenza stessa nel popolo e nessun altro all’infuori dello Stato stesso ne può disporre. Significa annullare la sua esistenza morale. È altresì sbagliato l’uso di truppe mercenarie di un altro Stato, perché in questo caso le truppe e i sudditi vengono usati alla stregua di oggetti.

c) Gli eserciti permanenti devono con il tempo scomparire del tutto. Questo perché la minaccia di soldati spinge gli Stati a rimpolpare sempre di più i loro eserciti e alla fine il loro mantenimento in regime di pace risulta più dispendioso della guerra. Inoltre l’arruolamento forzato riporta alla luce l’uso dei cittadini come strumenti, mentre l’arruolamento volontario consente tramite libera scelta la difesa della patria.

d) Non devono essere fatti debiti pubblici in vista di conflitti esterni dello Stato. Il debito se stipulato per il miglioramento dello Stato è positivo ma vi sono Stati che lo fanno per finanziare delle guerre, inoltre la bancarotta dello Stato in questione crea danni anche agli Stati creditori.

e) Nessuno Stato può intromettersi con la violenza nella costituzione e nel governo di un altro Stato. Infatti lo Stato non ha alcun diritto di violare il diritto di ogni popolo a darsi una sua propria costituzione e inoltre l’esempio di quello Stato può essere un monito un esempio per gli altri Stati su come evitare una situazione analoga (unica eccezione lo Stato che per sua lotta intestina si divida in due parti, poiché lì non vi è costituzione ma anarchia).
f) Nessuno Stato in guerra con un altro si può permettere ostilità tali da rendere necessariamente impossibile la reciproca fiducia in una pace futura: per esempio, l’impiego di assassini, di avvelenatori, la violazione della capitolazione, l’organizzazione del tradimento nello Stato nemico. Questi sono stratagemmi disonorevoli che portano alla guerra di sterminio con una conseguenza l’annientamento di entrambi gli Stati belligeranti. Essi infatti in stato di pace possono ritorcersi contro lo Stato stesso.

Articoli definitivi per la pace perpetua tra gli Stati:

a) In ogni Stato la costituzione civile deve essere repubblicana. Essa si fonda sulla libertà dei membri della società, sulla dipendenza di tutti da una sola legislazione comune e della loro eguaglianza in quanto ogni individuo può costringere un altro ad obbedire solo a quelle leggi alle quali anche lui obbedisce.
La costituzione repubblicana garantisce il raggiungimento della pace perpetua perché sorge dal diritto e per decidervi qualcosa deve essere interpellato tutto il popolo che allora rifletterà molto prima di intraprendere la guerra essendo consapevole di attirarsi così tutte le sciagure a cui essa si accompagna. Kant a questo punto però invita a non confondere la costituzione repubblicana con quella democratica, infatti la forma dello Stato si divide in
Forma del dominio: classificazione in base al numero di persone che governano lo Stato e abbiamo una, un gruppo, tutto il popolo a cui corrispondono l’autarchia, l’aristocrazia e la democrazia;
Forma del governo: classificazione in base al modo di governare il popolo del sovrano e abbiamo il modo repubblicano, dove vige la separazione montesquieuiana dei potere o il dispotismo dove il sovrano esegue arbitrariamente le leggi.
Dopo aver precisato questo punto individua la democrazia come un governo necessariamente dispotico poiché essa contiene una contraddizione in sé stessa. Innanzitutto essa pretende di esprimere la volontà di tutti i cittadini, ma nel momento in cui essa giudica qualcuno come colpevole è evidente come questo qualcuno non sia d,accordo con la sentenza quindi essa non rappresenta realmente la volontà di tutti ma una applicazione arbitraria della legge. In definitiva l’unico governo autenticamente repubblicano che si dimostri cioè anche “giusto” è nella forma aristocratica con poche persone al potere che però siano rappresentative di tutto il popolo.

b) Il diritto internazionale deve fondarsi su un federalismo di liberi Stati. I popoli, o Stati, non possono unirsi in uno Stato di popoli come fanno gli individui per uscire dallo stato di guerra che è lo Stato di natura, poiché in uno Stato vi è un superiore (il legislatore) che comanda un inferiore (il popolo) ma non essendoci un popolo solo in questo caso esso non può essere applicato ma al massimo può essere auspicato per un futuro. L’unica soluzione come rimedio a questa mancanza per evitare la guerra totale tra Stati è la federazione universale di tutti gli Stati del mondo. Ciò dovrebbe favorire la nascita del diritto internazionale che tuteli i rapporti tra i vari Stati e ne garantisca l’indipendenza uno rispetto all’altro.

c) Il diritto cosmopolitico deve essere limitato alle condizioni dell’ospitalità universale. Occorre evitare il maltrattamento degli stranieri per evitare i pretesti di guerra. In particolare gli stranieri devono godere del diritto di visita degli altri Stati in virtù del fatto che la superficie della terra è un possesso comune a tutta l’umanità. Quindi finché lo straniero rispetta tutte le leggi e le regole del paese che sta visitando non si deve agire ostilmente nei sui confronti. Kant cita come esempio di cattiva condotta gli insediamenti coloniali europei in Africa, Asia e America.

I. Primo supplemento sulla garanzia della pace perpetua: Kant nota come sia presente nel mondo una forza che tende alla pace perpetua. Infatti la natura garantisce la pace perpetua facendo sorgere concordia tra gli uomini anche contro la loro volontà. Infatti grazie, o per colpa, della guerra l’uomo è stato spinto ad abitare ogni zona della terra da quelle più inospitali a quelle più ospitali, e il filosofo nota come anche in regioni estreme come il deserto la natura abbia approntato degli strumenti di sopravvivenza prefetti per l’uomo. Nel deserto per esempio l’uomo usa il cammello per spostarsi che è adeguatissimo, o nelle regioni artiche ha le foche, le balene con cui sfamarsi o può commerciare o sfruttare il legno non utilizzato dai popoli del sud per costruire case e barche. Nota come la guerra abbia separato popoli affini e lo riconosciamo nella lingua, ad esempio i Lapponi dagli Ungheresi, etc. La natura garantisce la pace perpetua attraverso il diritto civile, sfruttando la natura egoistica dell’uomo e costringendolo a riunirsi sotto la tutela delle leggi e del diritto, internazionale, operando la separazione tra gli Stati tramite lingua e religione cosa che spinge alla guerra ma non permette la prevaricazione di uno Stato potente su altri, e cosmopolitico, grazie al denaro derivante dal commerci che fa preferire la pace degli Stati che possono così perseguire l’interesse economico.

II. Secondo supplemento articolo segreto per pace perpetua: lo Stato deve utilizzare articoli segreti, cioè non pubblicamente noti, per il mantenimento della pace perpetua. Infatti Kant dice che i filosofi, sudditi del legislatore, parleranno e diranno molte cose sul mantenimento della pace perpetua, il legislatore dovrà pubblicamente rifiutarsi di ascoltarli ma poi in segreto accettarne i consigli, in tal modo l’autorità e la dignità dei legislatori sarà fatta salva poiché non avranno (pubblicamente) ascoltato un suddito, un inferiore, e al tempo stesso essi avranno appreso da sagge persone le cose che possono essere fatte. Infatti per Kant purtroppo non è realisticamente possibile che i re filosofeggino o che i filosofi regnino poiché il potere corrompe la facoltà di giudizio, tuttavia in questa maniera la voce del filosofo non verrà spenta e verrà ascoltata.

Appendice:
I. Sulla discordanza tra morale e politica in relazione alla pace perpetua. Kant si interroga sull’accordo o il disaccordo tra la politica e la morale. Egli distingue due tipologie di politici, il politico morale, cioè il politico che tenta di far convivere la prudenza politica e la morale kantiana, e il moralista politico, cioè colui che crea una morale in funzione dell’esigenza politica, della ragion di Stato. Egli evidenza che oggettivamente si deve ammettere che non vi è contrasto tra morale e polita, mentre invece soggettivamente si ed è individuabile nel contrasto tra moralista politico e politico morale. Infatti quest’ultimo utilizza la ragion pratica, e quindi la massima dell’imperativo categorico che dice di agire secondo la regola per la quale tu puoi volere che diventi legge universale, come principio della politica senza badare di raggiungere subito lo scopo, sapendo che su si agisce sempre secondo il giusto principio morale il fine sarà raggiunto. Al contrario il moralista politico agisce in funzione dello scopo, “mettendo il carro davanti ai buoi”, accettando la violenza come mezzo, utilizzando anche sotterfugi, e servendosi di tre “massime sofistiche”:
1) Fac et excusa: cogli l’occasione favorevole per l’usurpazione e dopo il fatto adduci tutte le giustificazioni per la tua azione, avendo la ragione degli eventi sarà più facile giustificarsi;
2) Si fecisti nega: dei mali che hai fatto nega di essere tu l’artefice e scarica la colpa su qualcun altro usandolo come capro espiatorio;
3) Divide et impera: dividi i tuoi avversari potenti e mettili contro il loro popolo, alleati con quest’ultimo e sarà facile prendere il potere.
Infatti tra le due figure di politico c’è una differenza di compito, quello del moralista politico è un compito tecnico, quello del politico morale è un compito etico, il primo compito necessita una conoscenza tecnica del modo di agire umano e non garantisce il risultato, mentre il secondo, basandosi su delle regole giuste e guidate dalla morale esso condurrà direttamente allo scopo se si ha la prudenza di non affrettare l’avvento dello scopo.

II. Dell’accordo della politica con la morale secondo il concetto trascendentale del diritto pubblico. Kant osserva che il diritto pubblico ben si accorda con la morale secondo la massima della pubblicità. Infatti tutte le azioni che per garantirne il successo hanno bisogno della segretezza sono di per sé ingiuste, mentre quelle che possono essere rese pubbliche senza per questo pregiudicarne il risultato sono da considerarsi giuste. Kant per supportare questa sua affermazione apporta alcuni esempi pratici tratti dal diritto politico e dal diritto internazionale e cosmopolitico (che sono assimilabili in questo caso):
a) Diritto politico: si interroga se l’insurrezione dei sudditi sia lecita, e poiché la sua pubblicità non ne garantirebbe la riuscita, essa non è lecita, al contrario il sovrano potrebbe insorgere poiché anche se rendesse pubblica la sua intenzione questo non le impedirebbe la riuscita purchè ammetta che una volta suddito la ribellione non sarebbe lecita.
b) Il filosofo distingue tre antinomie:
1. Ci si interroga se uno Stato ha la facoltà di rompere una promessa fatta ad un altro Stato, ma se ciò venisse reso pubblico ovviamente nessuno Stato vorrebbe poi stipulare accordi con quest’ultimo. Quindi questa è senza dubbio una azione sbagliata.
2. Ci si interroga se la guerra preventiva sia giusta, ma se questa verrebbe resa pubblica ovviamente fallirebbe quindi non lo è.
3. Ci si chiede se uno Stato grande che non sia contiguo territorialmente possa assoggettare lo Stato più piccolo che si frappone a questa unità territoriale, ma ovviamente anche in questo caso se la cosa fosse resa pubblica provocherebbe una coalizione di Stati contro questo progetto.
Quindi stabilire quelle azioni che si accordano con la pubblicità significa anche stabilire quelle norme di azione politica che si accordano con la morale.
c) A priori: significa antecedente all’esperienza sensibile e quindi svincolato da essa.

Diritto: è un insieme di leggi e regole che dirige e disciplina i rapporti tra gli uomini. Serve per risolvere pacificamente le controversie e per Kant ha un qualcosa di morale. Il filosofo individua tre tipologie fondamentali di diritto:
1. Diritto civile (ius civitatis): diritto interno a uno Stato che ne regola i rapporti di convivenza civile tra uomini;
2. Diritto internazionale (ius gentium): dovrebbe garantire, grazie a una federazione universale dei liberi Stati, di regolare le controversie tra Stati senza l’uso della violenza e il rispetto dei patti.
3. Diritto cosmopolitico (ius cosmopoliticum): si riferisce al diritto di ospitalità di ogni uomo in terra straniera in virtù della comune proprietà della terra.
Federazione: unione internazionale degli Stati, all’interno della quale ogni Paese mantiene la sua autonomia. È per Kant condizione imprescindibile alla pace perpetua.
Forma del dominio: classificazione in base al numero di persone che governano lo Stato e abbiamo una, un gruppo, tutto il popolo a cui corrispondono l’autarchia, l’aristocrazia e la democrazia.
Forma del governo: classificazione in base al modo di governare il popolo del sovrano e abbiamo il modo repubblicano, dove vige la separazione montesquieuiana dei potere o il dispotismo dove il sovrano esegue arbitrariamente le leggi.
Peccatum philosophicum: considerare l'assorbimento di un piccolo Stato un peccato perdonabile poiché da ciò ne trae vantaggio uno Stato grande e potente o per un presunto bene mondiale.
Pubblicità: per Kant è il criterio di valutazione morale delle azioni politiche e viene a coincidere con l’imperativo categorico.
Ragion pura: analisi della facoltà conoscitiva prima dell’esperienza sensibile.
Ragion pratica: analisi della moralità dell’uomo.
Repubblica: forma politica dove vige la divisione dei poteri e fondata sull’uguaglianza degli uomini in quanto sudditi di una stessa legislatura e sulla loro libertà.
Reservatio mentalis: tecnica di stipulazione di armistizi e presunte paci che al loro interno contengono delle parti ambigue sfruttabili per future guerre.
probabilismo: attribuzione cavillosa di cattive intenzioni agli altri.
Stato di natura: Stato primordiale della civiltà umana, precedente alla nascita del diritto, e per Kant coincide con quello Hobbesiano di guerra di tutti contro tutti.

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