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Kant - Critica della Ragion Pratica

Kant nella Critica della Ragion Pratica si concentra sul valore regolativo delle idee (Io, Mondo, Dio). Le idee non hanno valore conoscitivo ma sono il naturale completamento di un edificio, cioè hanno funzione architettonica regolativa.
Il Kant agnostico della Critica della Ragion Pura diventa pietista, cioè protestante, così esalta i valori dell’interiorità.
Kant mette alla prova i principi su cui si fonda l’agire umano e ricerca il bene, la felicità e le norme del comportamento umano. L’obiettivo del filosofo è quello di rifondare l’etica fondandola su tutto ciò che la ragion pura ha dichiarato inconoscibile. Kant si serve dei tre postulati necessari (presupposto con conseguenze valide e accettabili):
1. Libertà (*antinomie): la libertà consiste nel poter fare delle scelte; è un postulato indispensabile per poter conferire valore alle azioni.

2. Immortalità dell’anima: l’anima è sottoposta ad un perfezionamento infinito (es. Purgatorio)
3. Esistenza di Dio: Dio è il giudice imperiale, è lui ad assegnare ad ognuno premi e pene in modo che non venga vanificato il principio intrinseco del giudizio.
I postulati recuperano il principio dell’universalità attraverso alcune massime della moralità:
1. “Agisci in modo tale che la massima della tua AZIONE abbia validità come principio di una legislazione universale”;
2. “Agisci in modo tale che la massima della tua VOLONTÀ abbia validità come principio di una norma universale”;
3. “Agisci in modo tale da considerare l’UMANITÀ in te stesso come negli altri sempre come fine, mai come mezzo”.
L’obiettivo delle massime della moralità è cercare di far coincidere ciò che si vuole con ciò che si deve volere; non deve entrare in gioco nessun vantaggio pratico, cioè l’azione etica deve essere disinteressata.
*es: Il comportarsi bene per andare in Paradiso o per paura di Dio non è un’etica corretta dal punto di vista kantiano perché la buona azione ha finalità pratica.
Quindi chi sfrutta il principio eteronomo (ricevere le leggi dall’esterno) non è una persona buona in sé e per sé, è buono chi segue ed esegue i principi che ispirano la sua volontà.
La morale di Kant è universale e disinteressata, ci deve essere piena corrispondenza tra interiorità del volere e esteriorità dell’azione (coerenza).

Kant - Critica del Giudizio

Nella Critica del Giudizio, Kant cerca di avvicinare le due sfere di ragion pura e ragion pratica attraverso la bellezza.
Il “giudizio” è inteso come “giudizio di gusto”, cioè relativo, appunto alla bellezza.
Il titolo dell’edizione originale della Critica del Giudizio del 1797 si traduce con “finalità”, cioè qualcosa di organizzato e funzionale.
In Kant, anche nell’ambito dell’estetica, cioè dell’arte, l’oggettività viene fondata come intersoggettività, cioè l’oggettività viene vista come convergenza dei giudizi soggettivi (es. matematica=realtà universali – geometrie non euclidee=giudizi differenti).
La bellezza per Kant è oggettiva, qualcosa che piace senza concetto (simmetria); Kant ne dà quattro definizioni (una per ogni gruppo di categorie):
1. Quantità: il bello è ciò che piace universalmente senza concetto(non è un giudizio conoscitivo);
2. Qualità: il bello è l’oggetto di un piacere senza alcun interesse;
3. Relazione: il bello è la forma della finalità di un oggetto percepita senza la rappresentazione di uno scopo;

4. Modalità: il bello è ciò che senza concetto è riconosciuto come oggetto di un piacere necessario.
Quindi, spiegando nel particolare queste definizioni:
- “senza interesse”: non dev’esserci nella rappresentazione estetica nessuna definizione di utilità pratiche perché questo snaturerebbe l’arte (es. un’automobile è bella per le linee, non perché va veloce). Una cosa è bella per quello che suggerisce;
- “senza concetto”: la bellezza non si riferisce ad un concetto preciso, la prospettiva di Kant è esterna, o meglio, extraconoscitiva, cioè partono da un presupposto che non è né conosciuto né conoscibile ovvero il sentimento di piacere e di dispiacere che è soggettivo. Il “senza concetto” è quindi un’esclusione di implicazioni conoscitive, anche se ciò non è del tutto vero perché di per sé la bellezza diventa segno di qualcos’altro, di una dimensione non pienamente cogliibile ma che non possiamo del tutto escludere. Per quanto riguarda l’oggetto osserviamo la corrispondenza interna delle parti rispetto al tutto (armonia, grazia, rispetto delle proporzioni) e concettualizziamo la nostra sensazione.
- “piacere necessario”: una cosa bella non può non piacere, noi percepiamo una finalità senza scopo, cioè che non ha nessuna finalità pratica (gli oggetti belli sono gli oggetti inutili).
Se non ci piace un oggetto considerato universalmente bello per Kant c’è un problema di educazione del gusto, Kant presuppone una sorta di adesione autonoma del soggetto alla bellezza ed è inoltre sostenitore della superiorità del bello naturale sul bello artificiale. C’è un’armonia intrinseca negli oggetti belli che solo certi intelletti capiscono.
es. Baümler nel ‘900 ha ripreso le teorie estetiche di Kant per rifondare una visione aristocratica della cultura e della società e ha favorito la formazione di alcuni elementi ideologici del nazismo.
La distinzione tra i giudizi di conoscenza e i giudizi che non lo sono viene ricondotta da Kant nella distinzione tra:
- giudizi determinanti: sono i giudizi della scienza, cioè i giudizi in cui oltre al particolare ci viene dato l’universale di riferimento (es. il sasso cade – perché? – per la gravitazione universale)
- giudizi riflettenti: giudizi in cui noi abbiamo il particolare ma dobbiamo ricercare l’universale di riferimento.

Kant paragona la Natura ad un’opera d’arte perché anch’essa può apparirci come il risultato di un’armonica organizzazione, cioè organizzata in maniera convergente, in maniera tale da indicare una finalità. Noi però non possiamo conoscere questa organizzazione e quindi ci rappresentiamo nel giudizio teleologico, cioè vediamo la realtà come rappresentazione di un’azione intelligente di un’entità superiore. Ma non saremo mai in grado di distinguere tra l’ordine in sé della natura e l’ordine delle nostre idee, però il giudizio teleologico giudica il destino umano in base a come ci rappresentiamo complessivamente (anche non conoscitivamente).

Quindi dall’ordine naturale possiamo in qualche modo pensare di passare alla sfera metafisica, cioè alla sfera superiore (prova fisico-teologica o teleologica dell’esistenza di Dio) e intravedere il mondo noumenico delle idee di cui però non ne avremo mai la certezza; viene perciò accentuato il valore regolativo delle idee.
Il senso complessivo di questa riflessione è che c’è una dimensione ontologica che non traspare direttamente ma che potrebbe riflettersi nell’ordine delle nostre idee, cioè nell’ordine che la nostra mente dà alle cose che si rivela nell’arte, cioè nella bellezza.
Kant infatti pensa ad una realtà superiore al proposito del sublime; il sublime è un piacere estetico all’ennesima potenza, un piacere talmente forte da risultare negativo, un piacere che sovverte il soggetto (“bella da morire”) che perde la sua grandezza:
- sublime dinamico: ad esempio contemplare da un luogo sicuro il mare in tempesta ed osservare la propria impotenza di fronte alla forza della natura. In questo gioco entra in ballo l’immaginazione perché pur essendo al sicuro immaginiamo di essere in pericolo;
- sublime matematico
*dinamico e matematico come le antinomie
Il sublime è quindi un enigma che diventa piacevole, rimaniamo affascinati da un’opera artistica quando ne capiamo il piano concettuale e progettuale, cioè quando capiamo quale visione del mondo ci viene permessa; questo è un messaggio duplice: emotivo-sensoriale e concettuale-razionale. Perciò l’arte è vista come un libero gioco tra intelletto e immaginazione, uno che rimanda all’altro.
*Kant attraverso anche questa intrinseca valutazione dell’arte, anticipa il Romanticismo, propone alcune questioni che saranno poi riprese in letteratura. Nel Romanticismo l’arte è la suprema forma di comunicazione, è un po’ l’immagine dell’assoluto.

La riflessione della Critica del Giudizio porta quindi Kant a compiere un salto dal piano fenomenico al piano noumenico attraverso l’estetica e la teleologia che consentono l’unione tra i due mondi.
Il criticismo rimane un residuo ineliminabile (verità-cosa in sé-essenza = qualcosa che non è conoscibile).
Gli idealisti tendono ad assorbire quello che l’idealismo e il criticismo hanno dichiarato inconoscibile.
L’intero oggetto viene ripensato e tradotto nel linguaggio del pensiero.
“Idealismo” significa:
1. trarre la realtà dal pensiero (produzione mentale)
2. presupporre la completa corrispondenza tra pensiero e strutture ontologiche dell’essere
Il criticismo kantiano subisce un’interpretazione scettica che è da ricondurre a Schulze che sostiene questa tesi nell’Aenesidemus (*Enesidemo era un esponente della corrente scettica della scuola ellenistica che dichiarava inconoscibile la realtà). Il problema della corrente scettica era andare oltre Kant tenendo conto delle implicazioni di Kant.
Il “salto” oltre le difficoltà poste da Kant avviene con Jacobi e la sua opera più importante Le lettere Spinoziane: riprendere Spinoza vuol dire rivalutare la natura, riscoprire l’ordo rerum (ordine delle cose) e l’ordo idearum (ordine delle idee).
Spinoza verrà poi ripreso successivamente anche da Hegel che si legherà a Schelling (idealismo estetico di Spinoza) e a Fichte (idealismo soggettivo di Cartesio). Hegel infatti tende ad abbracciare tutto: “il vero è l’intero”.

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