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• Epistemologia: Filosofia della Conoscenza
- Sono considerate scienze forti quelle scienze basate su un principio di verità stabile e sul principio di causabilità. La filosofia è una scienza debole, poiché non vie è una filosofia dominante e non esiste un paradigma (verità) vincente.
Nella “Critica della ragion pura”, Kant si pone il problema di determinare come sia possibile una conoscenza scientifica ma più in particolare vuole determinare i limiti della conoscenza.
Secondo Kant, esistono tre tipi di giudizi con i quali predichiamo qualcosa di un soggetto: i giudizi analitici a priori, i giudizi sintetici a priori e i giudizi sintetici a posteriori. I giudizi analitici a priori sono quelli tipici del razionalismo. Questi sono universali ma non aumentano la conoscenza perché affermano un predicato già presente nel soggetto (“tutti i corpi sono estesi”). I giudizi sintetici a posteriori sono quelli tipici dell’empirismo poiché aumentano la conoscenza ma non sono universali (“tutti i corpi sono pesanti”). I giudizi sintetici a priori sono quelli scientifici: universali e aumentano la conoscenza (“5+7=12”).

Criticismo=determinare gli strumenti a nostra disposizione per conoscere il mondo e determinarne le possibilità e i limiti.
Le facoltà della conoscenza individuate da Kant sono tre:
1) La sensibilità: la facoltà con cui gli oggetti ci sono dati intuitivamente attraverso i sensi e tramite le forme a priori di spazio e tempo;
2) L’intelletto: la facoltà attraverso cui pensiamo i dati sensibili tramite i concetti puri o categorie;
3) La ragione: la facoltà attraverso cui cerchiamo di spiegare globalmente la realtà per mezzo di idee.
Lo spazio e il tempo sono definite intuizioni pure, poiché non derivano dall’esperienza ma la rendono possibile, sono cioè trascendentali. La conoscenza empirica è sempre fenomenica, quindi universale perché tutti i soggetti conoscono mediante le stesse strutture a priori. In questo modo Kant dimostra che anche la matematica è una scienza, in quanto si basa sulla geometria (spazio) e sull’aritmetica (tempo).
Per quanto riguarda l’intelletto, Kant afferma che questo ha il compito di ordinare i dati dell’esperienza secondo quattro categorie: quantità, qualità, relazione, modalità. L’universalità riguarda la forma della nostra conoscenza che è costante a prescindere dalla variabilità dei contenuti. Anche la causalità è universale in quanto i dati della nostra esperienza sono organizzati tramite essa.
L’”Io penso” è ciò in cui convergono tutte e quattro le categorie, è coscienza di conoscere, il soggetto in generale. L’unificazione che produce la conoscenza non è qualcosa che deriva dagli oggetti ma è una funzione dell’intelletto.
Lo schema trascendentale è ciò che dà forma sensibile ai concetti e una dimensione formale ai dati empirici. Lo schema trascendentale coincide con il tempo in quanto questo condiziona ogni esperienza possibile (causalità → successione; sostanza → permanenza nel tempo; azione reciproca → presenza contemporanea; possibilità → presenza in un tempo qualsiasi; esistenza → presenza in un tempo determinato; necessità → presenza in ogni tempo).
La fisica è una scienza in quanto è possibile analizzare i fenomeni che avvengono in natura, grazie ai principi sintetici dell'intelletto e alle varie categorie. Tuttavia ci è possibile solo la conoscenza fenomenica della natura, che deve essere considerata in modo matematico e meccanicistico.
Tutto ciò che va oltre il “fenomeno” è detto “noumeno”. Questo è inconoscibile perché non è frutto dell’esperienza, ma di un’intuizione intellettuale. Il noumeno è ciò che riguarda la cosa-in-sé.
La ragione, al contrario dell’intelletto, tenta sempre di interpretare la totalità, non fermandosi alle singoli leggi: pretende di unificare tutta l’esperienza interna sotto l’idea di “Io”, quella esterna sotto l’idea di “Mondo” e tutta l’esperienza in generale sotto l’idea di “Dio”. Queste idee, tuttavia, sono un’esigenza ma sono prive di contenuto conoscitivo. In primo luogo, L’”Io penso” non è una sostanza (anima) ma è solo una funzione dell’intelletto: non si può dimostrare che questo sia dotato di immortalità, spiritualità ecc. ma non si può nemmeno escluderlo. La metafisica, quindi, non è impossibile ma non è conoscenza. Analizzando la cosa “in-sé” si cade in una serie di antinomie, contraddizioni che si escludono tra loro, tra le quali però non è possibile determinare quali siano vere e quali false.
Kant raggruppa le prove dell’esistenza di Dio in tre categorie:
- La prova ontologica: nel concetto di Dio in quanto essere perfettissimo è inclusa anche l’esistenza. Tuttavia, l’esistenza non è un predicato, non può essere dedotta, ma solo accertata tramite l’esperienza. Secondo Kant un predicato che predichi l’esistenza deve essere sintetico, quindi non può essere dedotta. In questo modo viene meno la prova ontologica.
- La prova cosmologica: Dio è la causa prima incausata. Secondo Kant, una tale affermazione provoca un illecito logico: non si può passare da una serie di cause infinite accertabili con la ragione a una causa incausata in un ambito completamente differente e senza alcuna connessione con l’esperienza.
- La prova teleologica: Dio è il creatore del mondo e la natura sembra organizzata secondo un piano ben preciso. Tuttavia, si ricade nella prova cosmologica, in quanto Dio deve essere considerato causa prima. Non si può tuttavia escludere un architetto del mondo.
L’esistenza di Dio non è dimostrabile, ma non può nemmeno essere esclusa, in quanto non conoscibile.
In conclusione la ragione serve come norma, come indicazione per la conoscenza.

• Etica
“Critica della ragion pratica”
Kant parte dal presupposto dell’esistenza di una morale universale (la coscienza). La morale presenta le seguenti caratteristiche:
1) È universale, valida per tutti gli uomini;
2) Non può essere modificata dalle circostanze esterne, in quanto universale: è autonoma;
3) È formale: non si riferisce al piano empirico.
Kant vuole individuare leggi morali valide in ogni luogo e tempo.
Kant suddivide le norme morali in massime (regole che seguiamo senza pretendere che valgano per tutti) e gli imperativi (validi universalmente). Gli imperativi si suddividono in ipotetici (subordinati ad una condizione) e categorici (obbligano a un determinato comportamento).
Al contrario della teoria della conoscenza, per la morale non bisogna partire dall’esperienza ma dalla ragione, altrimenti non si avrebbero i caratteri di universalità. L’imperativo categorico è la struttura formale in vui si deve calare la nostra azione.
Prima legge: “Opera in modo che la massima della tua volontà possa sempre valere in ogni tempo come principio di una legislazione universale”. Per verificare se un comportamento è moralmente giusto basta pensare cosa succederebbe se tutti gli uomini facessero così. E’ bene ciò che è in sé razionale.
Secondo la morale kantiana, la sensibilità individualizza le esperienze, metre la ragione le universalizza, poiché è uguale in tutti gli uomini. La ragione resta dunque il modello ideale della morale.
Seconda legge: “Agisci in modo da trattare l’umanità, sia nella tua persone sia in quella di ogni altro, sempre anche come fine e mai semplicemente come mezzo”.

Terza legge: “non compiere alcuna azione secondo una massima diversa da quella suscettibile di valere come legge universale, cioè tale che la volontà, in base alla massima, possa considerare contemporaneamente se stessa come universalmente legatislatrice”. La volontà, dunque, è universalmente legislatrice se non è condizionata esternamente.
La ragion pratica presuppone la libertà di decidere, senza la quale non sarebbe possibile nessuna moralità. L’oggetto della ragion pratica è relativo alla possibilità di stabilire, sulla base della ragione, ciò che è bene e ciò che è male.
“Morale dell’intenzione”: è bene ciò che è conforme alla legge morale.
Per la ragion pratica, l’idea di totalità si identifica con quella di sommo bene, coincidenza di virtù e felicità. Il sommo bene è da ricercarsi nel dovere per il dovere, senza fini ulteriori.
Antinomia della ragion pratica: “o il desiderio della felicità dev’esser la causa movente per la massima della virtù, o la massima della virtù dev’esser la causa efficiente della felicità”. Non mi comportrei moralmente se lo facessi per meritare la felicità, ma posso aspettarmi che alla virtù debba corrispondere la felicità.
I postulati della ragion pratica (non dimostrabili, ma alla base della morale):
1) Esistenza di Dio;
2) Imortalità dell’anima;
3) Libertà.
La ragion pratica ha la prevalenza sulla ragion pura: gli uomini vivono come essere morali e non solo come esseri organici.

• Estetica
“Critica del giudizio”
- Giudizi determinanti: sono dati sia il particolare sia l’universale, costruiscono il mondo fenomenico;
- Giudizi riflettenti: è dato solo il particolare, l’universale va ricercato.
Giudizio estetico: senso della bellezza.
La bellezza è un sentimento del soggetto, non una qualità dell’oggetto. Tuttavia, è comune a tutti gli uomini. Kant distingue il bello dal piacevole. Il primo è comune a tutti gli uomini, il secondo dipende dalle caratteristiche individuali.La bellezza è, dunque, una struttura a priori, comune a tutti gli uomini. Ciò che è definibile “bello” non è soltanto “piacevole”, lo è universalmente.
È bello:
- Ciò che piace senza interesse;
- Ciò che è rappresentato, senza concetto (non si può argomentare), come l’oggetto di un piacere universale(comune a tutti)”;
- La bellezza è forma della finalità di un oggetto, in quanto questa vi è percepita senza la rappresentazione di uno scopo. La bellezza di un’opera d’arte non è data dal suo contenuto ma dall’armonia formale tra le parti;
- Ciò che, senza concetto, è riconosciuto come oggetto di un piacere necessario;
Il sublime, al contrario, è causato da spettacoli disarmonici, che causano sgomento e contraddizioni tra l’immensità o la forza della natura e la coscienza. Mentre il bello è piacevole, il sublime è spiacevole. Kant distingue tra sublime matematico, suscitato dall’immensamente grande, e sublime dinamico, provocato dall’immensamente potente.

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