Kant

La filosofia di Kant si pone criticamente di fronte alle due grandi correnti del pensiero moderno:
Ragione come organo di conoscenza assoluta e sicura. (metodo matematico-deduttivo)
Filosofia che vede nella ragione un principio critico che lavora su un elemento mobile e aperto come l'esperienza.
La ragione matematica e la ragione empirica presentano entrambe dei limiti.
La 'terza' via kantiana consiste nel mettere al centro di un sistema filosofico la ragione come facoltà critica, la quale deve essere rigorosa, secondo il modello matematico-deduttivo ma allo stesso tempo aperta alla verifica empirica.
Quindi da un lato mantiene il contatto con l'esperienza, dall'altro vuole trovare delle coordinate a priori (non derivano dall'esperienza), capaci di dare certezza alle proposizioni filosofiche e scientifiche.
Ciò che non ha riscontro nell'esperienza non può essere oggetto di una conoscenza sicura e verificata, quindi Kant prova ad indagare su fino a che punto la ragione umana può legittimamente conoscere secondo le sue capacità e quando invece deve fermarsi riconoscendo i propri limiti. La 'Dissertazione' è considerata l'opera di svolta tra il periodo precritico e il periodo critico della filosofia kantiana. CRITICISMO= condurre una rigorosa indagine critica che abbia per oggetto le capacità conoscitive dell'uomo. (Crisi=esame).

Il problema fondamentale di Kant è come costruire una scienza che faccia riferimento all'esperienza e abbia caratteri di universalità e necessità. Kant divide i concetti di sensibilità e intelletto: la prima è la facoltà di ricevere impressioni dalle cose esterne, riguarda i fenomeni e quindi non le cose come sono in sé ma come ci appaiono attraverso la percezione sensibile.
Il secondo invece riguarda le cose come noumeni e ciò le cose in sé, solo il pensiero le può cogliere.
Lo spazio e il tempo sono intuizioni pure: intuizioni perché sono oggetto di conoscenza immediata, pure perché non derivano dall'esperienza ma esistono 'prima' di essa. Sono condizioni che rendono possibile ogni nostra percezione. Tutti ne sono dotati e sono oggettive, in grado di garantire una conoscenza della realtà sensibile uguale per tutti. Lo spazio rende possibile la conoscenza delle sensazioni esterne, il tempo di quelle interne, ma anche di quelle esterne perché noi non possiamo percepire un oggetto senza collocarlo in un determinato momento temporale.

La sua prima opera importante è la critica della ragion pura nella quale sottolinea la lacerazione della ragione umana tra: la naturale aspirazione di conoscere la totalità delle cose, l'impossibilità di affrontare problemi che oltrepassano il suo potere conoscitivo. Nasce l'esigenza di costituire un tribunale della ragione che sottoponga la ragione ad un esame critico. Con la critica della ragion pura (pura perché non è toccata dall'esperienza) Kant intende capire se e quali elementi all'interno della ragione la rendano capace di cogliere con metodo scientifico la realtà.

Ogni conoscenza parte dall'esperienza, ma non tutta la nostra conoscenza deriva dall'esperienza. La mente umana funziona allo stesso modo in tutti. La rivoluzione copernicana consiste nell'inversione di prospettiva che sposta il fondamento della conoscenza dall'oggetto al soggetto. Inizialmente questa rivoluzione avvenne in matematica e in fisica, Kant la applica anche in filosofia. Perché esista un sapere scientifico devono essere gli oggetti a conformarsi alla natura umana. Quindi gli oggetti non possono essere le cose in sé indipendenti dal pensiero e sono necessariamente fenomeni (cioè come gli oggetti appaiono al soggetto).
In quest'opera ci si domanda come si determina la scientificità della matematica e della fisica e se è possibile la metafisica come scienza.
Esistono tre tipi di giudizi nella filosofia kantiana:
Giudizi analitici a priori: 'tutti i corpi sono estesi' il concetto di estensione era già presente nella parola corpo infatti non può esistere un corpo non esteso. Predicato e soggetto sono identici, la loro connessione non dipende dall'esperienza ma è a priori. Essendo a priori questi giudizi sono universali e necessari.
Giudizi sintetici a posteriori: 'il cielo è azzurro' il concetto di azzurro non è contenuto nel concetto di cielo, producono una nuova conoscenza ma non sono universali e necessari perché la conoscenza avviene sulla base dell'esperienza.
Giudizi sintetici a priori: '5-2=3' il predicato aggiunge qualcosa di nuovo al soggetto, in una connessione universale e necessaria. Producono una nuova conoscenza.
Quindi la metafisica (conoscenza di ciò che va al di la della conoscenza sensibile) è possibile come scienza? E' possibile una metafisica fatta di giudizi sintetici a priori? Kant risponde di no, non è possibile una scienza senza esperienza. Ogni nostra conoscenza parte dai sensi, da qui va nell'intelletto per finire nella ragione. Si delinea così il quadro della conoscenza umana:
La sensibilità è la facoltà mediante la quale gli oggetti ci sono dati attraverso i sensi.
L'intelletto ci permette di unificare i dati sensibili formando i concetti.
La ragione è la facoltà mediante la quale andiamo oltre all'esperienza.

L'opera kantiana 'la dottrina trascendentale degli elementi' in cui vengono analizzate le componenti della ragione umana è divisa in due parti l’estetica trascendentale che ha per oggetto la sensibilità e la logica trascendentale che parla del pensiero. L'intelletto è la facoltà del conoscere scientifico, la ragione invece è la facoltà di pensare all'assoluto.

L'estetica trascendentale

Le intuizioni sensibili ricevono un ordinamento grazie alle forme pure e a priori di spazio e tempo. Gli oggetti sono rappresentati dentro di noi dal tempo e fuori di noi dallo spazio. In quanto intuizioni pure quindi non ricavate dall'esperienza, spazio e tempo sono essi stessi le condizioni che rendono possibile l'esperienza. E sono: soggettive o ideali rispetto alle cose stesse, poiché non sono proprietà delle cose in se, reali e oggettive rispetto all'esperienza. Noi vediamo le cose come fenomeni perciò non come sono in realtà ma come appaiono a noi stessi.
Kant risponde quindi alla domanda posta nella critica della ragion pura: è possibile una matematica pura?
Si, spazio e tempo sono le condizioni a priori che garantiscono la scientificità delle conoscenze matematiche.
L'intelletto ha il compito di unificare i dati sensibili attraverso concetti, infatti le intuizioni sensibili senza l'organizzazione intellettuale resterebbero dati dispersi mentre i concetti privi di materiale empirico e quindi sensibile non avrebbero niente da unificare.

La critica alla ragion pratica

In quest'opera Kant indaga sui fondamenti della moralità allo scopo di definire le leggi universali che regolano le azioni umane. Tale leggi non possono dipendere da principi empirici e devono essere stabilite a priori. L'unica cosa buona è la volontà buona, mossa dal puro rispetto della legge e spinta ad agire bene per dovere, non per altri fini. Questa è la condizione della moralità, ed è pura e a priori. La legge morale è universale 'devi perché devi' e formale, ovvero che concentra l'attenzione sulla forma della legge piuttosto che sul contenuto del comando. Non compie un'azione moralmente buona chi aiuta il prossimo se lo fa per guadagnarsi una bella fama, mosso da un sentimento di pietà, perché lo ritiene utile per avere a sua volta un aiuto in caso di bisogno ecc. Se si fanno buone azioni per un determinato fine.
Esiste quindi una distinzione tra massime, che determinano la volontà individuale secondo criteri che sono validi per il singolo soggetto e leggi, che determinano la volontà in modo oggettivo. Le direttive della ragione assumono la forma di comandi e quindi imperativi che si dividono in:
Imperativi ipotetici: comandano un'azione in vista di un fine particolare, si esprimono con la formula “se vuoi allora devi...”, non possono avere valore di legge universale.
Imperativi categorici: costituiscono un comando non condizionato, esprimono una direttiva universale della ragione, soddisfano il criterio di universalità e necessità che contraddistingue l'azione morale rispetto a ogni altro tipo di azione.
Ci sono tre leggi universali che riguardano le azioni moralmente buone e sono:
1. 'Agisci solo secondo quella massima che tu puoi volere, al tempo stesso, che diventi una legge universale'. Fornisce un criterio specifico per stabilire se un'azione è buona oppure no: quando la massima soggettiva di quell'azione può valere come legge oggettiva della moralità.

2. 'Agisci in modo da considerare l'essere umano, sia nella tua persona, sia nella persona di ogni altro, sempre come fine e mai come semplice mezzo.' quindi ogni persona, anche te stesso, è sempre un soggetto e mai un oggetto quindi quando agisci ricordati di questo.
3. 'Agisci come se la massima della tua azione dovesse diventare, per tua volontà, una legge universale di natura.'
La morale kantiana è fondata sulla ragione ma è autonoma da essa al contrario delle morali religiose. L'etica kantiana è quindi severa e rigorosa, basata sulla concezione del dovere e dell'obbligazione morale. Lo scopo della critica alla ragion pratica è quello di dimostrare che la ragione da sola, senza essere condizionata dagli impulsi sensibili, può guidare la volontà e che solo quando la volontà è mossa dalla pura ragione è volontà buona.
Questa è un'importante differenza tra le due opere di Kant: nella prima (critica alla ragion pura) si parla di ragione che non può non avvalersi dei dati sensibili, nella seconda (critica alla ragion pratica) solo quando la volontà agisce senza essere condizionata dagli impulsi sensibili allora si produce un comportamento morale. La condizione per la quale è possibile un imperativo categorico, è che la volontà sia libera di scegliere se eseguire o meno l'imperativo. Con l'affermazione della libertà dell'uomo, egli appartiene a due dimensioni: il mondo dei fenomeni in quanto è sottoposto alla casualità e il mondo dei noumeni in quanto dotato di coscienza morale. La virtù (l'agire bene) e la felicità si presentano come due valori divergenti ma in realtà dovrebbero essere cose congiunte. Si definiscono cosi i termini dell'antinomia della ragion pratica, che viene risolta con il postulato (non dimostrato) dell'esistenza di Dio, capace di dare felicità a chi compie il bene morale. La perfezione morale, cioè la santità, non è raggiungibile nella vita terrena, quindi per realizzarla ci deve essere un'esistenza che continui anche dopo la morte fisica. Da qui il postulato dell'immortalità dell'anima. La libertà, l'esistenza di Dio e l'immortalità dell'anima sono le condizioni che rendono possibile la moralità.

La facoltà del giudizio

Le prime due critiche ci offrono due mondi: quello della necessità (mondo meccanico studiato dalla scienza) e quello della libertà (mondo umano studiato dall'etica). E' possibile trovare un ponte che consenta di diminuire le distanze tra il regno della natura interpretata da leggi meccaniche e la libertà? Bisogna vedere se sia possibile cogliere un un riflesso di intelligibilità dentro la natura, in caso positivo si potrà pensare che le cose in sé siano esseri razionali come noi e che a fondamento della natura ci sia un essere intelligente. Questi sono i temi affrontati da Kant nella critica del giudizio. Il termine 'giudizio' significa la facoltà di giudicare. La facoltà del giudizio non può ricorrere ne a giudizi determinanti (come la ragion pura) ne a postulati (come la ragion pratica), ma ricorre e giudizi riflettenti, tramite la riflessione si va alla scoperta del nessi fra il particolare empirico e un universale sotto il quale quel particolare possa essere compreso. La facoltà del giudizio si colloca fra la conoscenza e la volontà: il sentimento. In esso di guarda agli oggetti in relazione al modo di sentire del soggetto (piacere o dispiacere). Kant individua il principio della finalità della natura come principio a priori che sta alla base dell'attività del giudizio. Considera il mondo naturale come se fosse organizzato secondo un fine. Ci sono due modi per guardare alla natura e sono:
La contemplazione: trattata nella critica del giudizio estetico
La riflessione: trattata nella critica del giudizio teologico.

Giudizio estetico

E' il giudizio con cui si dichiara che un oggetto è bello, cioè che genera piacere. Questo piacere nasce dal libero gioco delle facoltà soggettive, l'immaginazione e l'intelletto, quando si trovano in una condizione di reciproca armonia difronte ad un determinato oggetto. La facoltà che valuta il rapporto fra un oggetto e il sentimento suscitato nel soggetto è il gusto. Kant elabora una definizione di bellezza come: ciò che è oggetto di un piacere disinteressato e spontaneo e ciò che è in grado di raccogliere consenso comune. La definizione del bello è 'ciò che piace universalmente senza concetti'. Oltre al bello il giudizio estetico riguarda anche il sublime che si presenta in due forme: ciò che è smisurato (sublime matematico) e ciò che si manifesta nelle forme di una straordinaria potenza (sublime dinamico). Il sublime nasce dal sentimento di attrazione-repulsione, che l'uomo prova difronte alle grandiosità e allo strapotere della natura. Genera quindi da un lato sentimento di dispiacere per la consapevolezza dei propri limiti e dall'altro piacere per la consapevolezza della propria condizione di essere razionale e libero.

Giudizio teologico

La rappresentazione scientifica non è in grado si spiegare l'esistenza degli organismi viventi, non trovano esauriente comprensione nel quadro della casualità meccanica e dunque bisogna rivolgersi al giudizio riflettete in particolare a quello teologico (pensare che le cose siano il risultato di un progetto razionale, frutto di un'intelligenza superiore). Un organismo vivente produce se stesso da tre punti di vista:
- Come specie nella riproduzione;
- Come individuo nella crescita;
- Come complessità integrata, in quanto la conservazione di una parte e quella del tutto dipendono l'una dall'altra.
La natura invece in quanto organismo (Organicismo come natura vista come essere vivente) si auto riproduce. Pensare alla natura come organismo significa cogliere più a fondo la connessione delle singole parti fra loro e spiegarne meglio il funzionamento.

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