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Kant, Immanuel - Pensiero e letture scaricato 0 volte

T1. La distinzione tra fenomeno e noumeno.
Il brano si divide in 2 parti:
1. Estetica trascendentale (prima sezione della Critica): afferma il carattere fenomenico della conoscenza umana poiché la mente apprende gli oggetti tramite lo spazio e il tempo (non realtà prive di consistenza assoluta indipendente dai corpi che contengono, ma forme predisposte per ricevere e ordinare le impressioni). Al di là dei fenomeni l’uomo non può conoscere gli oggetti.
2. Analitica trascendentale: per parlare dei fenomeni si deve parlare anche del noumeno (cosa in se) che è un concetto problematico che non può essere conosciuto nella sua verità oggettiva ma è un concetto-limite che mostra come il carattere fenomenico si accompagna al fatto che il fenomeno non esaurisce tutto l’essere.
① Ogni nostra intuizione è la rappresentazione di un fenomeno che è caratterizzato dallo spazio e dal tempo (che non caratterizzano la cosa in se, ovvero indipendentemente dal soggetto). Le cose che noi intuiamo non sono in se stesse ciò che appaiono come risultato della nostra intuizione ma quello per cui noi le intuiamo. Come il re Midia trasformava in oro tutto ciò che toccava così l’uomo trasforma la realtà (assunta tramite le forme a priori di spazio e tempo) in fenomeno. Grazie all’intuizione (dovuta al soggetto) le cose diventano fenomeni. Noi non possiamo conoscere la realtà degli oggetti al di là del nostro modo di coglierli (solo l’intuizione e non la cosa in se). Per Kant, il primo momento della conoscenza è la sensazione che ci fa percepire gli oggetti e ci fornisce le intuizioni (fornita dalle forme a priori dello spazio e del tempo). Le forme a priori sono umane e un essere non umano potrebbe percepire i fenomeni diversamente. La percezione, che deriva dall’esterno, si distingue in:

- Forma = spazio e tempo (forme universali e immutabili): proprie del soggetto e vengono definite intuizioni pure (l’uomo ne coglie il carattere indipendentemente dagli oggetti).
- Materia = sensazione (mutevoli e diverse): detta intuizione empirica e non può prescindere dall’esperienza
Nessuna delle due porta alla conoscenza delle cose in se stesse. Kant per riferirsi a spazio e tempo usa la formula “idealità trascendentale” implicando il loro carattere ideale e soggettivo rispetto agli oggetti della conoscenza.
② La conoscenza del fenomeno comporta anche quella di noumeno (contrapposto). Esso non può essere colto nella sua realtà oggettiva ma può aprire una prospettiva che va al di là di quanto è trasmesso dai sensi. Non si può dire che la sensibilità sia l’unico modo possibile di intuizione che è il punto di inizio di ogni conoscenza, ma l’essere non deve scaturire completamente dalla sensibilità. Con noumeno Kant intende ciò che è oggetto di conoscenza intellettuale sia ciò che non è oggetto di conoscenza sensibile (l’intuizione empirica non viene estesa alle cose in se). Il noumeno è un concetto limite (duplice significato: confine di contenimento e controllo dell’intelletto, stimolo alla ricerca di un altro sapere non scientifico)

T4. La funzione regolativa delle idee
Il tentativo della ragione di oltrepassare il mondo fenomenico è destinato a fallire. Le idee che scaturiscono da ciò non ampliano la conoscenza. Nella Dialettica, Kant mette in evidenza le radici di questa illusione e svela il cammino che porta l’uomo a credere di poter conoscere tutto andando oltre i limiti dell’esperienza. Questa è una propensione naturale e inevitabile per l’uomo ed è anche costruttiva perché spinge l’uomo a procedere verso sintesi ulteriori. Per Jaspers le idee hanno un’importanza metodologica, psicologica e oggettiva; la dottrina delle idee è il centro della filosofia di Kant.
Precedentemente Kant ha mostrato gli errori in cui l’uomo si imbatte quando si spinge oltre i limiti dell’esperienza. Viene ribadito il carattere fenomenico della conoscenza ma Kant dice che l’uomo è propenso naturalmente a spingersi oltre. Kant mostra che le idee trascendentali sono connaturate alla ragione e non sono riferibili a nessun oggetto e quindi generano una conoscenza apparente (già detto nell’introduzione della Dialettica) che deve essere smascherata attraverso un attento lavoro critico. Le idee alludono a oggetti che non hanno esistenza (oggetti del puro pensiero) e quindi bisogna trattarle come tali (come se non fossero rintracciabili nella nostra esperienza). Delle idee si può fare un uso:

- Trascendente (esterno): quando corrispondono a un oggetto che, caratterizzato come totalità, si sottrae all’esperienza possibile.
- Immanente: (interno) quando si usano per indicare all’intelletto il modo in cui si deve rapportare con gli oggetti ai quali si riferisce.
Le idee della ragione svolgono una funzione regolativa nei confronti dell’intelletto: fungono da stimolo a ordinare in unità ampie e complesse gli oggetti compresi nei concetti. L’intelletto, non avendo in se il concetto di totalità, può ordinare le intuizioni secondo una serie di connessioni con ampiezza limitata. Le idee della ragione spingono l’intelletto ad andare oltre come se fosse possibile avere una conoscenza totale. Quando le idee:
- vogliono avere un ruolo costitutivo: danno origine a concetti sofistici caratterizzati dalla logica dell’apparenza
- vengono usare in modo regolativo: valgono come schemi per guidare l’attività dell’intelletto (classificare i fenomeni come se dipendessero da un principio ordinatore e confluissero nello stesso punto).
Attraverso l’attività di unificazione svolta dalle idee della ragione l’uomo può illudersi dell’esistenza di un oggetto oltre l’esperienza, questa è un’illusione inevitabile, legata alla natura umana.


T5. La presenza nell’uomo della legge morale
Il brano riporta la conclusione della “Critica della ragion pratica” e mostra la profondità dell’ispirazione morale di Kant e la convinzione che guidò la sua indagine. Per Kant esiste nell’uomo una legge morale in grado di elevarlo dalle angustie dell’esistenza e avvicinarlo al mondo spirituale. Kant cerca di dare validità alla fisica newtoniana e di cogliere l’aspetto universale e necessario della legge morale.

Con la frase “il cielo stellato sopra di me e la legge morale in me”, Kant, ha voluto mostrare i limiti ma anche la dignità dell’uomo. Essi non sono il risultato di una ricerca razionale e non hanno bisogno di deduzioni ma si offrono all’uomo con evidenza. La contemplazione del cielo stellato lo esorta a riflettere sull’incondizionato (nella Critica della ragion pura ha analizzato la capacità dell’intelletto di operare collegamenti tra vari elementi della conoscenza ). La legge morale negli uomini indica la realtà noumenica di cui l’intelletto attesta la pensabilità e indica un collegamento intelligente tra tutti gli aspetti dell’esperienza umana. Esse inducono anche a due concezioni diverse della natura umana: le scoperte astronomiche danno importanza all’esistenza dell’uomo, le leggi morali riconoscono il valore spirituale. Ma ciò non esonera l’uomo da una ricerca accurata e precisa poichè senza di essa l’astronomia degenererebbe in astrologia e la morale in fanatismo e superstizione (forte eco mentalità illuminista). L’uso della ragione in fisica aveva portato all’adozione di un metodo sicuro di ricerca per ampliare le conoscenze e per Kant questo spinge l’uomo a seguire la stessa strada anche in ambito morale. Vi sono differenze tra le riflessioni di Kant (l’impostazione fisico-teologica è un’esigenza umana di mettere in ordine nelle spiegazioni degli eventi) e quelle di Newton (l’impostazione fisico-teologica è costitutiva = riflette l’andamento effettivo del cosmo). Per accedere alla fondazione autentica della morale occorre avere un atteggiamento critico (come quello scientifico) e maestri che spianino la via affrontando le difficoltà teoretiche e mostrino il percorso da seguire agli uomini. Il compito del filosofo è quello di mettere in chiaro il principio razionale della coscienza morale per preservarla dalla confusione dovuta a quando si tenta di adattare le regole sovrane del dovere alle inclinazioni dell’uomo, che porta alla corruzione della regola morale.

T7. La libertà.
Accanto alla nozione di legge morale, nella critica della ragion pratica, troviamo quella di libertà già affrontata nella prefazione: è l’unica tra tutte le idee di cui conosciamo a priori la possibilità senza percepirla poiché essa è la condizione della legge morale. Kant non vuole spiegare (= condurlo alle leggi causali che lo regolano) come sia possibile la libertà poiché non è possibile che una cosa è libera mostrando che è causata da altro, ma mette in luce come essa si fondi sulla consapevolezza della legge morale e come si debba ritenere che essa caratterizzi l’uomo (mondo intellegibile e sensibile). Il brano è tratto dalla prima parte della Critica della ragion pratica dove affronta i principi che ispirano la ragion pura nella determinazione dell’agire pratico dell’uomo evidenziando il rapporto libertà-legge morale e il fatto che noi non abbiamo una conoscenza diretta della nostra libertà ma sappiamo di essere sottoposti ad una legge incondizionata che vale solo per individui liberi.
Dopo aver mostrato la corrispondenza tra legge morale e libertà Kant vuole sapere se l’uomo conosca prima la libertà o la legge morale:
o l’uomo, inizialmente, vede la libertà come indipendenza dalle inclinazioni sensibili (negativa) e non come capacità di autodeterminarsi moralmente. Essa non può essere dedotta dall’esperienza (dove vige il meccanismo causa-effetto) [nella “Fondazione della fisica dei costumi” aveva provato di partire dalla libertà per fondare su di essa la legge morale ma finiva per dipendere da un principio indimostrabile]. Quindi l’uomo non arriva alla legge morale partendo dalla consapevolezza della propria libertà ma al contrario: giunge alla libertà a partire dall’evidente esistenza della legge morale in se. In noi avvertiamo il dovere di agire moralmente a cui possiamo tendere, quindi siamo liberi.
L’uomo è consapevole della legge morale come dei principi teoretici puri. La necessità presuppone indipendenza dall’esperienza:
- la necessità teoretica (cosa deve avvenire) non può riferirsi alla passività dei sensi (cosa avviene) e quindi deve fondarsi sull’attività dell’intelletto.
- La necessità pratica (come dobbiamo comportarci) non può derivare dai dati sensibili che non presentano una regola universale ma deve basarsi sulla libertà del volere.
Kant mostra alcuni esempi per dare concretezza all’esposizione:
1. Contrasto tra impulsi sensibili: lussuria e amore per la vita, qualunque inclinazione può essere vinta da una più urgente
2. Impulso sensibile (amore per la vita) e un dovere etico (non rendere falsa testimonianza condannando un innocente) anche se non è certo che il dovere abbia la meglio il fatto di avvertirlo ci rende consapevoli della nostra libertà.
Ciò che da significato alla dovere morale è il riconoscimento della nostra libertà.

T8. Il dovere.
Kant esalta il tema del dovere come elemento che dà pieno significato al carattere formale e imperativo della legge morale. Esso è indipendente dalla sensibilità, è fornito dalla pura ragione ed infonde nell’uomo un naturale senso di rispetto nei confronti della legge morale. I filosofi stoici furono i primi ad affermare l’importanza del dovere eticamente ma la riflessione kantiana modifica il concetto stoico del dovere (inteso come conformità alla legge della ragione) per Kant è determinato esclusivamente dalla forma universale della ragione. Questo carattere del dovere consente all’uomo di partecipare al mondo intellegibile prendendo coscienza della propria e altrui dignità.
Kant distingue un essere perfettissimo (non ha in se scissione tra ragione e sensibilità e assume la santità come principio di azione) e uomo finito e concreto (aspira alla santità ma segue anche la sensibilità). In questo secondo caso il principio etico ha la forma del dovere e ispira rispetto (sentimento morale suscitato dal dovere stesso). Il dovere entrando in contrasto con la sensibilità deve imporsi tramite il rispetto che pur non essendo di origine sensibile combatte queste inclinazioni. Quando si assume come movente il dovere si compie un’azione morale che Kant distingue in:
- Azioni legali: conformi al comando morale e lo rispettano per un movente (timore della punizione)
- Azioni morali: assumono come principio il dovere
Per questo motivo si parla di rigorismo etico. Quindi solo riferendosi al dovere assoluto un’azione può avere valore morale. L’azione morale, poiché è guidata dalla ragione, deve preservare la purezza dell’intenzione e deve trovare l’ispirazione solo nel dovere. L’uomo fa parte di una comunità di spiriti razionali liberi (poiché non hanno movente esterno) che li guida, possono essere considerati come “legislatori” e “sudditi” poiché devono obbedire al comando della legge santa. Nella fondazione della metafisica dei costumi Kant aveva parlato di regno dei fini (comunità ideale costruita sulla base di leggi morali comuni stabilite dagli individui) e aveva mostrato come in questo regno l’uomo fosse legislatore e suddito ma mai sovrano poiché per esserlo sarebbe dovuto essere pura ragione. La parte finale del brano sembra un “inno al dovere”, dove Kant mostra come esso non si imponga con la forza ma in virtù dell’elevatezza del suo contenuto che produce nell’animo dell’uomo un sentimento di venerazione. La radice del dovere è la ragione e la consapevolezza che l’uomo ha della propria libertà che lo porta ad andare oltre se stesso per riconoscersi come parte del mondo intellegibile (sottomesso ai principi puri che determinano gli spiriti) ma l’uomo appartiene anche al mondo della natura (sottomesso alle sue leggi) e per questa sua duplicità rispetta la propria legge. La santità della legge morale e la santità dell’umanità(costituite da soggetti morali liberi) sono considerate come fine e mai come mezzo.
T9. Il bello.
Kant inizia con la definizione di “gusto”: facoltà che ci permette di esprimerci intorno al “bello”, facoltà di giudicare un oggetto mediante un piacere o un dispiacere. Il bello è l’oggetto di piacere disinteressato e universale che pur non corrispondendo ad un concetto (no forma definita dall’intelletto) ha una pretesa di validità universale il cui fondamento risiede nel soggetto (non nell’oggetto). La bellezza è sentita ma non dimostrabile, ogni uomo ha alla base di ogni giudizio una “voce universale”. La bellezza è simbolo della moralità e rende possibile il passaggio dall’attrattiva dei sensi all’interesse morale abituale.
Rifacendosi alla tavola delle categorie Kant definisce il bello in 4 modi, secondo:
1. Qualità
2. Quantità
3. Relazione
4. Modalità
La definizione riportata è la 2 che deriva dalla 1 (il bello è un oggetto di piacere senza alcun interesse). Kant mette in luce il carattere universale di bellezza ma manca un concetto che la definisca. Con la 3 mostrerà che la bellezza è una finalità senza scopo. Kant cerca di spiazzare il lettore e mostrare l’originalità del giudizio estetico rispetto a quello logico ed etico e il suo carattere di raccordo tra i due. Per Kant il sentimento di piacere o dispiacere non corrisponde a nessuna qualità dell’oggetto ma indica il modo in cui il soggetto sente la rappresentazione dell’oggetto. Kant sviluppa la sua riflessione su altre precedenti e trova uno specifico antecedente in Mendelssohn che individuava l’approvare (riconoscere e godere di qualcosa senza che abbia a che fare con interessi conoscitivi o pratici) una facoltà intermedia tra il conoscere e il desiderare. Si crede che la bellezza sia una qualità intrinseca dell’oggetto e che sia un giudizio logico ma lo è. Il giudizio estetico riguarda il modo con cui l’oggetto entra in relazione col soggetto, è simile al giudizio logico poiché ha al centro il soggetto (rivoluzione copernicana: l’uomo al centro della scena). L’universalità del giudizio estetico non può venire dal concetto (non esiste concetto che lo dimostri) né dipende dalle leggi della moralità (il disinteresse è segno della sua non-praticità) ma pretende di valere per tutti poiché non è legato all’interesse particolare di qualcuno. La bellezza non è collegata ad un concetto, e dato che la bellezza non è dimostrabile, non esiste un concetto di bello (se così fosse tutti riterrebbero bella una cosa mentre la bellezza è un fatto a-concettuale che riguarda il sentimento). Il bello si accompagna ad una voce universale che lo rende condivisibile dagli altri e non ristretto nell’individualità. Riconoscere nel giudizio di gusto una voce universale implica che sia comunicabile ma non vale per tutti. Il giudizio estetico è soggettivo.

T10. Il sublime.
Approfondendo il tema del bello in natura Kant affronta il tema del sublime. Come il bello piace per se stesso ed è frutto di un giudizio riflettente ma la natura e la libertà del soggetto non sono in immediato accordo (la natura provoca nell’individuo un sentimento di sofferenza impedendone il libero sfogo delle sue facoltà). Di fronte alla grandezza e alla potenza l’uomo avverte la sua piccolezza e debolezza ma avverte di avere libertà morale e ciò provoca in lui un piacere particolare (meraviglia e stima). Il sublime non è contenuto in nessuna cosa sensibile ma riguarda solo le idee della ragione (non è nelle cose ma nell’uomo). L’immensità e la potenza della natura svegliano nell’uomo il sentimento del sublime. Questo concetto ha alle spalle una lunga tradizione filosofica
Kant inizia col definire la natura una potenza (qualcosa che si impone con forza all’uomo) ma è incapace di esercitare un vero e completo dominio sull’uomo a cui sembra dinamicamente sublime per la paura che gli suscita che nasce dalla consapevolezza che la sua capacità di resistenza potrebbe non essere adeguata. Kant mostra come una cosa può essere ritenuto temibile senza che provochi terrore nel soggetto (Dio: temibile perché sovrasta la natura ma non è oggetto di timore a meno che non pensi di opporsi a lui). Il timore però non va confuso con lo spavento (di fronte all’impeto dei fenomeni naturali) che non porta a contemplare la potenza della natura ma a fuggire. Il sublime (come il bello) l’aspetto materiale del sentimento non deve inquinare l’aspetto spirituale. Kant mostra alcuni esempi concreti del sublime tratti dalla natura minacciosa: lo spettacolo di un vulcano in eruzione ci mostra la nostra piccolezza fisica ma eleva il nostro spirito misurandolo con l’onnipotenza della natura. Il sublime, al contrario del bello, rompe con gli equilibri di tranquillità, ordine ed armonia. Successivamente propone anche esempi di immensità (sublime matematico): ci mostra la nostra piccolezza e impossibilità di abbracciare queste grandezze ma ci mostra che la nostra mente possa pensare cose così grandi e trovare una misura unitaria sotto cui porre l’infinità della natura. La natura è sublime perché risveglia nell’uomo la coscienza del suo diverso valore costituito dalla ragione (no grandezza, no potenza) (capacità di determinare in modo autonomo il proprio volere secondo la legge morale). Qui sembrano riecheggiare le parole di Ulisse nella Divina Commedia: “fatti non foste a viver come bruti, ma per seguir virtute e conoscenza”.


T11. Il genio.
Il genio è una disposizione innata dell’animo umano che presiede nella produzione degli oggetti artistici, arte bella che ha come scopo se stessa. Kant crede che ci sia corrispondenza tra bello di natura e bello artistico poiché la natura è bella quando ha l’apparenza dell’arte che non può essere chiamata bella se non viene vista come natura. La bellezza della natura è data dal fatto che essa non si presenta come un semplice meccanismo ma permeata di un ordinamento finalistico. L’arte è bella quando l’ordine in essa si attua in modo spontaneo, le regole che presiedono l’arte devono nascere in modo naturale che avviene solo mediante il genio. Il genio è natura, non opera tramite schemi razionali ma segue la spontaneità profonda dell’uomo. Per Kant il genio è solo l’artista (colui che sa fare qualcosa) non colui che sa molto.
Il genio è il talento che dà la regola all’arte è come dire che la natura dà la regola all’arte (l’arte è bella perché sembra la natura ed obbedisce ad una finalità interna, non ad una regola esterna) ciò influenzerà molto il pensiero successivo. Il genio presiede alle arti belle (tecniche di produzione di oggetti che l’uomo crea per la forma piacevole senza avere scopo pratico). Poiché l’arte bella non può rispettare varie regole prefissate (dettate da un concetto universale di bellezza9 deve trovare la propria regola nella spontaneità e libertà dell’artista (perciò l’arte bella è inscindibile dal genio). La produzione di un’opera d’arte implica un’invenzione (non un’imitazione) e come l’attività inventiva sia caratteristica del genio (limitata all’ambito estetico). L’apprendimento, essendo un’acquisizione successiva di elementi (imitazione), non è tipica del genio. Poiché nella scienza è possibile un apprendimento graduale essa non possiede geni. Paragone Newton e Omero: il primo fornisce un’opera teoretica basata su vari studi, il secondo un’opera poetica basata sulla sua bravura innata per la scrittura. Lo scienziato può dimostrare le sue teorie (percorso che ha fatto) mentre il poeta no, poiché è stato mosso da un’ispirazione interiore che non può essere insegnata a nessuno.

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