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Immanuel Kant

Biografia

Immanuel Kant (Königsberg, 1724 - 1804) è stato fra i filosofi più importanti del '700 e fra i principali esponenti dell'Illuminismo. Dopo aver terminato gli studi si dette all'insegnamento, prima privato (come precettore) e poi all'università. Dopo aver vissuto per gran parte del XVIII secolo ed aver conosciuto il pensiero di altri Illuministi nel 1795 scrisse il saggio "Che cos'è l'Illuminismo". Era conosciuto per la sua ordinarietà. La sua mentalità era di tipo borghese (rottura con il passato e fine dei privilegi per pochi) ed era favorevole alla Rivoluzione Francese.
La sua vita è divisa in due periodi:
- periodo precritico, in cui si dedica a studi di tipo scientifico;
- periodo critico, in cui realizzò i sui tre principali scritti filosofici:
- "Critica della Ragion Pura", dove si occupa della conoscenza;

- "Critica della Ragion Pratica", dove si occupa dell'azione;
- "Critica del Giudizio", dove si occupa del sentimento.
Kant vuole compiere un'indagine precisa sull'uomo in quanto tale. Con le sue tre critiche vuole rispondere a tre domande: che cosa posso conoscere? Come devo agire? Che cosa posso sperare? Soltanto dopo aver risposto a queste domande potrà rispondere a che cos'è l'uomo?

Criticismo

La filosofia kantiana è caratterizzata dal criticismo: questo termine, che deriva dal verbo greco crìno (=indagare), indica che questa filosofia è volta ad organizzare un'indagine per definire le reali possibilità delle capacità umane (pensiero, azione, sentimento), fondarne la validità e, laddove emergano, individuarne i limiti.

Divisioni della materia

In una dissertazione del 1700, scritta per ottenere l'abilitazione per l'insegnamento della filosofia, Kant parla della conoscenza umana, sia sensibile che intellettuale. Divide la materia della conoscenza dalla forma del conoscere: la prima è la sensazione, determinata dall'oggetto che andiamo a conoscere, mentre la seconda è la legge indipendente dalla sensibilità che ordina la materia sensibile; il soggetto che conosce ha già una modalità propria di farlo. La materia (la realtà che conosciamo) ci deriva dall'esperienza, la forma (i modi di conoscere) no.

Kant si rifà al Saggio sull'Intelletto Umano di J. Locke, in cui l'autore afferma che la conoscenza ha dei limiti; inoltre afferma che D. Hume lo ha svegliato dal sonno dogmatico: Hume, affermando che non si può accettare nulla in modo acritico, rifiutando i dogmi e negando le possibilità oggettive dell'uomo, era sfociato nello Scetticismo; Kant invece cerca di trovare qualche possibilità per l'uomo.

Esegue una distinzione fra fenomeno e noumeno: il fenomeno è quella parte di realtà che ci si mostra ed è quindi conoscibile, mentre il noumeno è la cosa in sé, non in relazione a noi, è la parte di realtà che non ci si mostra ed è inaccessibile per l'uomo. Il fenomeno è la realtà per noi (Kant), il noumeno è solamente pensabile (pensare è diverso da conoscere). Il noumeno ha due accezioni, una negativa, come cosa in sé, ed una metafisica.

Problema della conoscenza

Il sapere ci è arrivato diviso in scienza (matematica e fisica) e metafisica; Kant le sottopone ad un'indagine per individuarne possibilità, fondamenti e limiti. La matematica e la fisica hanno raggiunto esiti universalmente condivisi, ma bisogna vedere come sono possibili; per la metafisica invece bisogna vedere se può essere considerata una scienza (scienza = sapere universale e necessario, oggettivo ed estensivo della nostra conoscenza), poiché coloro che se ne sono occupati non hanno raggiunto gli stessi esiti.
La scienza è considerata da Kant secondo i razionalisti e secondo gli empiristi. Per i primi la scienza si fonda su giudizi analitici a priori: un giudizio è analitico quando il concetto che fa da predicato non aggiunge nulla di nuovo al concetto che fa da soggetto (esempio: "il corpo è esteso"; nel concetto di corpo c'è già l'estensione). Se per giustificare un giudizio non c'è bisogno di farne esperienza questo è a priori. La scienza empirista si compone di giudizi sintetici a posteriori: il predicato aggiunge qualcosa al soggetto ed il giudizio è formulato grazie all'esperienza (es.: "il corpo è pesante").

La scienza razionalista non accresce la conoscenza ed è una tautologia; quella empirista invece accresce la conoscenza, quindi la scienza per Kant deve fondarsi su giudizi sintetici, tuttavia deve anche essere oggettiva, quindi a priori: una scienza per essere tale deve formulare giudizi sintetici a priori.

Kant si chiede se matematica, fisica e metafisica siano riconducibili a giudizi sintetici a priori. Il sintetico ci deriva dai sensi e quindi dall'esperienza; a priori significa che riguarda i modi con cui funzionano le nostre capacità conoscitive. Le forme a priori sono sempre del soggetto e mai dell'oggetto.

Kant dice di aver operato in gnoseologia la stessa rivoluzione che introdusse Copernico in astronomia: in tutta la filosofia precedente era centrale l'oggetto e problematico il soggetto (tutti ammettevano l'esistenza della realtà); con Kant invece il soggetto diviene centrale ed indubitabile e l'oggetto è il problema. Se l'oggetto, realtà, è problematico ed il soggetto è certo, ne possiamo affermare l'esistenza solo nel momento in cui lo conosciamo (non basta farne esperienza).

Critica della Ragion Pura

La "Critica della ragion pura" si divide in tre parti:
- estetica trascendentale, dove si vede come attraverso l'intuizione sensibile sia possibile la matematica come scienza;
- analitica trascendentale, dove si vede come attraverso l'intelletto l'uomo conosce la fisica;
- dialettica trascendentale, dove si vede se attraverso la ragione sia possibile la metafisica come scienza.

Mentre il trascendente è ciò che non ci deriva dall'esperienza ed è valido di per sé (come le idee cartesiane e platoniche), il trascendentale ha lo stesso significato, ma è un concetto relativo, infatti, pur non derivandoci dall'esperienza, ha bisogno del sintetico a cui applicarsi, altrimenti è una forma vuota. Entrambi sono a priori.
Estetica trascendentale:
"Estetica" è usato nel senso greco del termine, col significato di "sensibilità".
La matematica si divide tradizionalmente in aritmetica e geometria; Kant vuole vedere se esse sono riconducibili a giudizi sintetici a priori: per dimostrarlo Kant ricorre a degli esempi.
- Geometria: "la linea retta è la più breve tra due punti". In questo giudizio il predicato aggiunge qualcosa al soggetto, quindi il giudizio è sintetico. L'elemento a priori è lo spazio dove posso fare esperienza. La geometria è quindi una scienza.
- Aritmetica. "7+5=12". Il predicato non è compreso nei due soggetti; l'elemento a priori è il tempo (di cui ho bisogno per contare). L'aritmetica è quindi una scienza.
Poiché sia l'aritmetica che la geometria sono scienze, la matematica è una scienza.
Spazio e tempo sono intuizioni pure (trascendentali); sono le forme a priori dell'intuizione sensibile.

Analitica trascendentale

"Il corpo è pesante" è un giudizio sintetico. Le forme a priori dell'intelletto (con il quale posso conoscere la fisica) sono dodici categorie, che sono modalità conoscitive. Le categorie sono divise in quattro gruppi: quantità, qualità, relazione, modalità. Nel gruppo della relazione ci sono le due modalità di pensiero più importanti, causa e sostanza.

Per quanto riguarda la fisica quindi il sintetico sono i fenomeni studiati, mentre l'a priori sono le categorie. Tuttavia le categorie non si giustificano da sole e bisogna fondarne la validità con la deduzione trascendentale delle categorie. Kant fonda l'uso legittimo delle categorie deducendo un'entità impersonale che chiama io penso, che è l'unità sintetica originaria dell'appercezione. L'io penso è quell'istanza a priori che sintetizza, cioè ordina, le nostre esperienze sensibili; è il principio che attua l'unificazione delle dodici categorie. L'io penso non è una realtà e non va confuso con la res cogitans cartesiana che invece lo è; è un centro mentale garante dell'oggettività delle categorie, una modalità conoscitiva, un'attività formale; è una modalità di pensiero ed una figura teoretica (=conoscitiva).
Grazie all'io penso sappiamo che le categorie ci danno una conoscenza fondata: la natura funzione realmente come noi pensiamo; per Kant l'io è legislatore della natura. Tuttavia l'io non stabilisce le leggi della natura, ma ci rivela che le modalità di funzionamento della natura corrispondono a quelle della nostra mente: i pilastri della natura si identificano con i princìpi della mente. L'io impone le leggi alla natura nel senso che conosce secondo le sue modalità conoscitive. Le categorie sono applicate solo al fenomeno, deve esserci un contenuto empirico.
È il soggetto che è centrale nella conoscenza; possiamo dire che una realtà esiste solo nel momento in cui la conosciamo.

Dialettica trascendentale

Kant vuole vedere se la metafisica sia una scienza. La metafisica è riconducibile a tre idee fondamentali:
- idea di anima: idea della totalità dei fenomeni interni (ciò che proviamo interiormente);
- idea di mondo: idea della totalità dei fenomeni esterni (diversa dalla fisica);
- idea di Dio: idea della totalità dei fenomeni interni ed esterni.
Nella tradizione filosofica queste idee hanno originato tre presunte scienze, rispettivamente la psicologia razionale, la cosmologia razionale e la teologia razionale. Kant esamina queste tre presunte scienze.
Fa risalire la psicologia razionale a Cartesio e la critica (critica il cogito cartesiano) dicendo che si fonda su un paralogismo (falso ragionamento): l'io cartesiano, cogito, è una sostanza immateriale, ma per Kant la sostanza è una categoria che si deve applicare ad un contenuto empirico. Poiché noi non possiamo fare esperienza dell'anima, non c'è un contenuto empirico a cui applicare la categoria di sostanza, la psicologia razionale quindi non è una scienza.
La cosmologia razionale si basa su quattro antinomie (gruppi di due proposizioni che si contraddicono):
- "il mondo è finito nello spazio e nel tempo - il mondo è infinito";
- "nel mondo c'è necessità - nel mondo c'è possibilità";
- "il mondo consta di parti semplici - il mondo consta di parti complesse";
- "nel mondo esiste un Ente necessario - nel mondo non esiste un Ente necessario".
Nel pensiero occidentale sono state dette tutte queste cose: per sapere come risolvere queste contraddizioni dovremmo farne esperienza, ma non possiamo, quindi dobbiamo rifiutarle tutte. La cosmologia razionale quindi non è una scienza.
La teologia razionale è ricondotta alle tre prove tradizionali dell'esistenza di Dio, che Kant critica:
- prova di S. Anselmo: non si può passare dal piano logico (idea di Dio) a quello ontologico (esistenza di Dio). Kant demolisce la prova dicendo che Anselmo fa un salto arbitrario fra i due piani;
- prova cosmologica di S. Tommaso: Dio è la causa prima, ma per Kant la causa è una categoria, che deve avere un contenuto empirico: poiché non possiamo fare esperienza di Dio anche questa prova è demolita;
- prova fisico-teleologica di S. Tommaso: il fatto che la natura sia ordinata e finalizzata ci rimanda ad un ordinatore, ma il dio cristiano crea (è causa delle cose), non le ordina.
La teologia razionale quindi non è una scienza.
La metafisica non è una scienza poiché non è riconducibile a giudizi sintetici a priori.
Le tre idee sono quindi le forme a priori della nostra ragione ed hanno valore regolativo e non costitutivo della conoscenza. L'uomo è limitato all'esperienza, nella mente umana però c'è la tendenza a voler superare i limiti e le tre idee ci sono da stimolo (valore regolativo). La nostra mente trasforma le tre idee a priori in realtà: noi ci comportiamo come se esistessero, ma poiché esprimono la totalità delle esperienze, esulano dalla nostra esperienza.

Critica della Ragion Pratica

Qui Kant tratta di etica e risponde alla domanda "come devo agire?". Inizia dicendo che la moralità si impone da sempre all'essere umano in quanto tale; la moralità si pone quando l'uomo è sia istinto che ragione (i due si influenzano, ma spesso contrastano); da qui nasce i problema di come agire. Per Kant "esiste nell'uomo una legge morale valida per tutti e per sempre": non c'è bisogno di una religione o di qualcuno che ce la dia; il bene è universale ed i valori morali sono sempre validi. La morale di Kant è oggettiva (è valida per tutti e per sempre) e formale (riguarda la forma, ovvero il modo in cui noi agiamo).
Kant rifiuta tutte le morali contenutistiche (quelle che danno prescrizioni su come agire) poiché è più importante il modo in cui agiamo: l'intenzione con cui agisco conta più dell'effetto sortito. Ci sono princìpi ritenuti moralmente validi che non sempre possono esserlo (es.: amare la patria).
In campo morale possiamo avere le massime o gli imperativi: la massima è una prescrizione, ha carattere soggettivo ed è moralmente irrilevante, gli imperativi invece esprimono sempre dei comandi e si dividono in imperativi ipotetici ed imperativo categorico. I primi esprimono un comando condizionato del fine; consigliano i mezzi da seguire per raggiungere un determinato scopo. Se una persona non accetta il fine non è tenuto a seguirli; la loro formula è "se vuoi… allora devi…". L'imperativo categorico invece esprime un comando incondizionato ed è una morale autonoma: tu devi perché devi! Il dovere viene prima della possibilità (posso perché devo, e non devo perché posso).
Tutte le morali precedenti erano eteronome: il fine del dovere è al di fuori del dovere stesso; per Kant il dovere è fine a se stesso: devo perché devo. Le morali eteronome ci vengono imposte dal di fuori e Kant le rifiuta: in quella kantiana è la nostra ragione a darci le regole e noi obbediamo a noi stessi. La legge morale è scolpita nella nostra mente e non cambia a seconda di qualcosa, come invece fa nel relativismo morale.
Quella di Kant è una morale formale, perché si parla della legge morale, che vale per sempre e non è soggettiva; non prescrive il tipo di azione da fare o non fare, ma dice il modo in cui dobbiamo fare tutto quello che facciamo. È assoluta perché è sciolta dalle nostra inclinazioni materiali, sensibili, dai nostri desideri e dai nostri interessi immediati. Ha una validità di per sé ed è incondizionata.
Kant dà tre formule dell'imperativo categorico:
- "Agisci in modo che la massima della tua azione diventi legge universale": in qualunque cosa devo tener conto che quello che faccio deve essere generalizzabile. Alla base c'è il principio di reciprocità: possiamo permetterci tanta libertà quanta ne riconosciamo agli altri. Si evidenzia l'oggettività della morale.
- "Agisci in modo da trattare l'umanità in te e negli altri sempre anche come fine e mai soltanto come mezzo": l'umanità cui Kant si riferisce è la dignità umana che ci distingue dalle cose; essa va sempre rispettata e mai strumentalizzata perché noi non dobbiamo renderci degli oggetti.
- "Agisci in modo che la tua volontà diventi legislatrice universale": la nostra volontà, soggettiva, deve essere volontà buona e deve aderire alla legge morale che ci dà la ragione e che è uguale in tutti. Per questo motivo la mia volontà può diventare legislatrice universale.

La morale kantiana è formale (si occupa dei modi di agire), autonoma (non ci viene da fuori) ed assoluta (il dovere è fine a se stesso). Oltre alle morali contenutistiche ed eteronome Kant rifiuta anche il fanatismo morale (il criticare sempre il comportamento degli altri): nessuno può dire di essere moralmente perfetto poiché la perfezione non è raggiungibile. Per quanto riguarda la vita terrena nessuno può raggiungere la santità, concetto laico inteso come completo adeguamento alla legge morale. Nella vita umana c'è quindi un paradosso, perché alla moralità dovrebbe corrispondere la felicità, ma non è così; bisogna allora presupporre un mondo in cui alla moralità corrisponda la felicità, poiché lo vuole la giustizia morale. Dobbiamo quindi postulare l'immortalità dell'anima, che in un'altra vita continua a perfezionarsi. Virtù e felicità originano per Kant il sommo bene. La morale inoltre deve essere disinteressata: dobbiamo agire solo per amore della legge morale. Poiché si presuppone l'esistenza di un aldilà dobbiamo anche supporre che ci sia un dio che garantisca la corrispondenza fra morale e felicità.
L'immortalità dell'anima e Dio sono postulati della moralità, condizioni necessarie perché questa sia possibile all'uomo. Il più importante postulato della moralità è però la libertà: se non si è liberi di scegliere non si è neanche responsabili delle proprie azioni.
La metafisica rimane inconoscibile, ma diventa la condizione necessaria. Si parla quindi di primato della Ragion Pratica sulla Ragion Pura, poiché nonostante la metafisica sia inconoscibile per la gnoseologia, l'uomo attinge ad essa per quanto riguarda l'etica.
Da qui si apre il dualismo kantiano: la libertà implica il finalismo (possibilità di scegliere), mentre per la conoscenza c'è determinismo: quando l'uomo conosce è nel meccanicismo, mentre quando agisce è nel finalismo.

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