Daniele di Daniele
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vita e pensiero filosofico di Immanuel Kant

Immanuel Kant nacque a Königsberg nel 1724 ed è uno dei filosofi più importanti del mondo. E' uno dei filosofi più influenti dei tempi moderni e il pensiero filosofico viene studiato da tutti nel mondo. Non avendo la possibilità di continuare la carriera accademica Immanuel Kant, il filosofo tedesco inizia a lavorare come precettore privato. Nel 1755 divenne docente, insegnando matematica e filosofia nell'università di Königsberg. Kant è celebre per le sue teorie contenute nella critica della ragione pratica, nella critica del giudizio e nella critica della ragione pura. Per elaborare le sue teorie (in particolare la teoria relativa alla critica della ragion pura) Kant studiò tantissimi libri dei razionalisti come per esempio Leibniz.
Tra i principi contenuti per esempio nella sua critica della ragion pura vi sono i seguenti: l'estetica trascendentale, l'analitica trascendentale e la dialettica trascendentale. Di Kant si ricordano per esempio anche gli importanti giudizi sintetici a priori.

Indice

Vita e Opere di Kant - Versione alternativa 1
Pensiero di Immanuel Kant - Versione alternativa 2
Filosofia di Kant - Versione alternativa 3
Il Trascendentale
Critica della ragione pratica
Riassunto de la Critica della ragione pratica - Versione alternativa 2
Critica della ragione pratica, sintesi - Versione alternativa 3
Critica della ragione pratica, analisi - Versione alternativa 4
Critica della ragione pura


Vita e Opere di Kant


Vita di Immanuel Kant: Kant, Immanuel (Königsberg, oggi Kaliningrad 1724-1804), filosofo tedesco, ritenuto da molti studiosi il pensatore più influente dell'epoca moderna.
Nato da genitori pietisti, studiò presso il Collegium Fredericianum e frequentò poi l'università di Königsberg, dove seguì i corsi di fisica, logica e matematica. Dopo la morte del padre fu costretto ad abbandonare la carriera accademica e si guadagnò da vivere come precettore privato. Nel 1755 conseguì la libera docenza e ottenne l'incarico di professore straordinario di matematica e filosofia nell'università di Königsberg; nei successivi quindici anni, partendo dalle posizioni dottrinali di Christian Wolff e di Gottfried Leibniz, Kant tenne dapprima lezioni di fisica e matematica, ampliando gradatamente il campo dei suoi interessi fino a coprire quasi tutti i rami della filosofia. Sebbene le lezioni accademiche e le opere scritte durante questo periodo consolidassero la sua reputazione di filosofo, egli non ottenne una cattedra all'università fino al 1770, anno in cui fu nominato professore ordinario di logica e metafisica. Durante i ventisette anni successivi proseguì l'attività di insegnamento accademico e attirò a Königsberg numerosi studenti. Le sue opinioni in campo religioso, che si fondavano sul razionalismo piuttosto che sulla rivelazione, lo condussero al conflitto con il governo prussiano, e nel 1792 il re Federico Guglielmo II gli proibì di tenere lezioni pubbliche o scrivere intorno ad argomenti religiosi. Immanuel Kant obbedì formalmente a quest'ordine per cinque anni, fino alla morte del sovrano; dopodiché si considerò libero da qualsiasi obbligo. Morì il 12 febbraio del 1804.

La critica della ragion pura: Dopo un periodo che gli studiosi chiamano "precritico", in cui meditò sia sui testi dei filosofi empiristi - in particolare Hume -, sia sulle opere dei razionalisti come Leibniz, Kant elaborò la chiave di volta della sua "filosofia critica", nella Critica della ragion pura (1781), opera in cui esaminò i fondamenti e i limiti della conoscenza umana per delineare un'epistemologia capace di legittimare razionalmente le conquiste della scienza moderna.
La critica della ragion pura, ossia separata dall'esperienza sensibile, è divisa in 3 parti:

1. Estetica trascendentale
2. Analitica trascendentale
3. Dialettica trascendentale


Dialettica trascendentale: Immanuel Kant cerca di fare con la metafisica ciò che Galilei e Newton sono riusciti a fare con la fisica, ossia se la fisica ha rivelato le verità della natura, così la metafisica dovrebbe rivelare le verità su Dio e sulla creazione dell'universo (per questo si parla di rivoluzione nel pensiero kantiano). Per fare ciò Kant afferma che bisogna portare la ragione davanti a un tribunale per capire quali siano le vere possibilità che ha la ragione umana di conoscere. Ma in questo tribunale la ragione è imputato e giudice e si arriva al giudizio che quando la ragione è pura si possono formare dei ragionamenti che non portano ad alcuna verità (conoscenza valida). Questi ragionamenti detti sillogismi portano dunque all'antinomia della ragion pura: l'impossibilità di conoscere la verità su Dio, sull'anima, sul mondo.

Estetica trascendentale: Nell'estetica (dal greco aisthesis = sensazioni) trascendentale Kant esplora la sfera della conoscenza sensibile alla ricerca dei principi a priori che rendono possibile tale conoscenza. Immanuel Kant spiega la differenza tra trascendente, empirico e trascendentale nella seguente maniera: trascendente è tutto ciò che è innato in noi; empirico è ciò che riguarda l'esperienza sensibile; trascendentale è tutto ciò che è a priori e serve a produrre conoscenza se applicato all'esperienza sensibile.
Le forme a priori sono spazio e tempo (le forme a priori dell'esperienza sensibile, ossia le condizioni a priori di possibilità dell'esperienza sensibile) e le categorie (modi attraverso i quali il nostro intelletto funziona in modo autonomo).
Kant da tutto ciò viene definito un idealista poiché crede che nell'intelletto umano si trovi qualcosa prima dell'esperienza sensibile (attacco all'empirismo).

Analitica trascendentale: Nel pensiero di Kant, il passaggio dall'estetica trascendentale all'analitica trascendentale cerca di proporre un'esperienza più profonda dei fenomeni naturali di quanto possa fare l'esperienza sensibile. Si arriva perciò ad una conoscenza razionale e scientifica dei fenomeni naturali. Vengono in questa parte della Critica ripartite le categorie in quattro gruppi: quelle concernenti la quantità, che sono unità, pluralità e totalità; quelle concernenti la qualità, che sono realtà, negazione e limitazione; quelle concernenti la relazione, che sono causalità e azione reciproca, e quelle concernenti la modalità, che sono possibilità e impossibilità, esistenza e non esistenza e necessità. Affinché la ragione riesca a produrre conoscenza partendo dalle forme a priori viene presupposto l'io penso. Kant considerò gli oggetti del mondo materiale come fondamentalmente inconoscibili (cose in sé); mentre la porzione di realtà conoscibile viene detta "fenomeno" (dal greco phainómenon = ciò che appare) e noumeno (ens rationis) ciò che io posso pensare ma non può apparire. Kant partendo dall'uomo e dalle sue capacità conoscitive ed organizzative e non dal mondo come è fatto in sé rende l'uomo stesso legislatore dell'universo fenomenico.
"noumenorum non datur scientia" (dei noumeni non si dà scienza) (Kant)

Giudizi sintetici a priori: In modo simile ad alcuni filosofi precedenti, Immanuel Kant differenziò le modalità del pensiero in giudizi analitici, o a priori, e giudizi sintetici, o a posteriori. Un giudizio analitico è una proposizione nella quale il predicato è contenuto nel soggetto, come nell'asserzione: "i corpi sono estesi". La verità di questo tipo di proposizioni, che rispettando il principio di identità sono universali e necessarie, è evidente: asserire il contrario sarebbe autocontraddittorio. Tali giudizi sono quindi definiti "analitici", perché la verità è scoperta grazie all'analisi del concetto stesso, ma sono anche considerati infecondi sul piano conoscitivo, in quanto non estendono il sapere. I giudizi sintetici, invece, sono le proposizioni cui non si può giungere grazie alla pura analisi razionale, come nell'enunciato: "i corpi sono pesanti". In questo caso il giudizio è fecondo, poiché il predicato "pesanti" amplia la nostra conoscenza relativa al soggetto "i corpi", ma non è universale e necessario, in quanto dipende dall'esperienza. Tutte le proposizioni che risultano dall'esperienza sensibile sono pertanto dette "sintetiche". Nella Critica della ragion pura Kant afferma che è possibile formulare giudizi sintetici a priori, ossia fecondi ma nel contempo universali e necessari. Un esempio di giudizio sintetico a priori è sicuramente la legge di gravitazione universale in quanto necessaria e universale, ma riferendosi all'esperienza sensibile ci propone un predicato che non era contenuto nella definizione (es. legge = G*m1m2/d2). Da qui parte il dibattito intorno all'esistenza , ossia che l'esistenza non è predicato del concetto (attacco alla ratio anselmi, attraverso la ratio essendi e la ratio cognoscendi. Es.: i 100 talleri). Continuando su questo percorso bisogna soffermarci sul significato di connotazione e denotazione, ovvero del dare le caratteristiche di una determinata cosa e dell'indicarne un esemplare.

Critica della ragion pratica:
Carattere formale dell'etica kantiana: Nella filosofia pratica si esalta l'uso regolativo della ragione. "Nihil est in intellectu quod prius non fuerit in sensu nisi intellectum ipse" Nel campo della filosofia morale (pratica) la ragione umana riesce a fare ciò che non era riuscita a fare nella filosofia speculativa (della conoscenza). È questo il carattere formale dell'etica kantiana al quale si legano le tre domande fondamentali che Kant si pose per tutta la vita:

1. Che cosa posso conoscere?
2. Che cosa posso sperare?
3. Che cosa devo fare?


Legge formale: A queste domande Kant cerca di dare una risposta. Partendo dal fatto che l'uomo può conoscere solo il mondo fenomenico alla domanda "che cosa devo fare?" Kant risponde che esiste una legge morale dentro di noi che mi indica la forma della mia azione morale a prescindere completamente dalle circostanze e dal contenuto pratico della mia azione morale, dunque solo la ragione pura può dirmi cosa debbo fare.
"La ragion pura è di per se stessa pratica e dà all'uomo una legge universale che noi chiamiamo legge morale" (Kant)

Antinomia della ragion pratica: Se l'antinomia della ragion pura era l'impossibilità di conoscere la verità su Dio il mondo e l'uomo, invece l'antinomia della ragion pratica è il conflitto tra la virtù e la felicità. Secondo Kant la sua legge morale e l'antinomia della ragion pratica si poteva spiegare anche a un bambino di 10 anni attraverso una piccola storiella.

Gli imperativi: Per Immanuel Kant esistono due tipi di imperativi: quello ipotetico e quello categorico. L' imperativo categorico è la legge morale che ci detta la ragione a prescindere dalla situazione empirica; l'imperativo ipotetico è la legge morale adattata alla situazione empirica (se... allora...). "Agisci unicamente secondo quella massima in forza della quale tu puoi volere nello stesso tempo che essa divenga una legge universale". "Agisci in modo da trattare l'umanità , tanto nella tua persona quanto nella persona dell'altro, sempre nello stesso tempo come un fine, e mai unicamente come un mezzo". "Che la tua volontà possa, in forza della sua massima, considerare se stessa come istituente nello stesso tempo una legislazione universale" (Kant)
Postulati della ragion pratica

Secondo Kant esistono 3 postulati della ragion pratica:

* La libertà. Se non esistesse la libertà non esisterebbe la morale, perciò parlando di morale si postula la libertà;
* L'esistenza di Dio. La morale c'è stata data da Dio e quindi parlando di morale si postula l'esistenza di Dio;
* L'immortalità. Se nella vita usando la virtù il più delle volte non si ottiene la felicità postulando l'immortalità dell'anima ci si aspetta che in un'altra vita la virtù venga ricompensata.

"Il legno storto dell'umanità", "Il cielo stellato sopra di me, la legge morale in me" (Kant).

Il male radicale: Immanuel Kant definisce l'umanità come un legno storto a causa del male che è in essa radicato. Infatti esiste per Kant un male radicale nell'uomo che non è altro che quella tendenza dovuta alla finitezza e alla fragilità dell'essere umano, ad adottare una massima di comportamento contraria alla legge morale, pur essendo consapevole di questa.

La critica del giudizio: Giudizio determinante e giudizio riflettente: Per Kant esistono due tipi di giudizio: il giudizio determinante e il giudizio riflettente. Kant intende per giudizio determinante un giudizio di conoscenza delle leggi scientifiche e mentre si dà questo giudizio si determina l'oggetto preso in esame. Si parla invece di giudizio riflettente la riflessione dell'uomo su un oggetto preso in esame. Si tratta di giudizio riflettente la riflessione dell'uomo sul meccanicismo della natura prendendo in esame le leggi della natura stessa.

Giudizio teleologico: Dopo il giudizio determinante l'animo umano vuole andare avanti sul piano della conoscenza non limitandosi alla conoscenza scientifica di un oggetto. L'uomo dunque vuole capire se la natura ha un fine (telos) o è solamente una cosa meccanica (automaton). La domanda che sorge ora è : che cosa posso sperare? Si può dunque sperare che l'uomo sia il fine della natura, ma c'è da sottolineare il fatto che questo è solamente un giudizio riflettente e non determinante. Kant dunque tenta di finalizzare nuovamente all'uomo quelle conquiste e conclusioni della scienza moderna che lo stesso filosofo accetta. Questo viene definito giudizio teleologico (soggettivo, ma uguale per tutti). "Lo spettacolo del mondo senza l'uomo mi appare un deserto" (Kant). Cos'è dunque l'uomo per Kant? "Sei troppo poco per essere figlio di un dio, ma troppo per essere frutto del caso" (Kant)

Storia, politica e diritto: Insocievole socievolezza: Nel pensiero di Kant, l'uomo in una società ha nei confronti degli altri individui una "insocievole socievolezza" cioè si sente legato agli altri uomini, ma ha un impulso di dissociarsi dagli altri per inseguire la propria felicità. "Ognuno è fine a se stesso, il resto per lui è nulla" (Eagle).

La pace perpetua: Immanuel Kant si chiede se l'uomo progredisce sempre verso il meglio. Ciò non può essere accertato poiché la libertà dell'uomo potrebbe portarlo a regredire in un qualsiasi momento. Ma seguendo la ragione si dovrebbe andare formando una società cosmopolita nella quale la guerra sia bandita e venga instaurata una pace perpetua che non è la conclusione di un conflitto, ma un compito che ci viene dato dalla ragione.

Per capire, breve sintesi: Kant distingue tra moralità e legalità. Il diritto si fonda sulla legalità, ed è un insieme delle norme che disciplinano la legalità delle azioni da un punto di vista esteriore: oltre a un diritto positivo esiste anche un diritto naturale innato (principio universale del diritto che coincide con la libertà intesa come indipendenza da ogni restrizione ma nel rispetto delle libertà altrui). Lo stato in cui queste libertà si realizzano è chiamato "stato di diritto": possibilità di esercitare la propria libertà senza violare la libertà altrui, in esso si deve garantire a tutti i cittadini di esercitare i propri diritti senza danneggiare la libertà altrui. Immanuel Kant pensa che si possa dar vita a una confederazione di stati liberi: idea del cosmopolitismo illuminista, solo ciò può assicurare la pace perpetua. Egli ritiene che esistano due piani storici: un piano di storia ideale; un piano di storia reale (che comunque deve guardare alla prima per cercare di realizzarla).

Pensiero di Immanuel Kant


Nasce nel 1724 in Prussia da famiglia di origini scozzesi. Fu educato nello spirito religioso del PIETISMO. Studiò filosofia, matematica, teologia e fisica newtoniana. Insegnò varie discipline tra cui la metafisica. La vita di Kant è priva di passioni, ma ricca di un continuo desiderio di conoscenza, è un tipo metodico ma estremamente geniale.
Il pensiero di Kant è detto criticismo: fa della critica lo strumento per eccellenza della filosofia, egli condanna ogni forma di dogmatismo. Criticare per il filosofo vuole dire valutare, distinguere e giudicare; questo criticismo si configura come una filosofia del limite, ovvero volta a stabilire quello che è il limite della conoscenza umana. Questa filosofia del finito non equivale ad una forma di scetticismo, perché determinare il limite di ogni esperienza significa nello stesso tempo garantire, entro il limite stesso la sua validità. Le sue influenze derivano dai filosofi tradizionalisti tedeschi come ad esempio Wolf, mentre per i caratteri scientifici si rifà a newton (come newton con la legge di gravitazione universale cerca il funzionamento della natura e il ruolo dell’uomo nell’universo).
Kant rifacendosi alla filosofia di Hoke, la pseudo-conoscenza, troverà il collegamento tra realtà e mente dell’uomo; ovvero quando la mente conosce veramente la realtà e si fa scienza. Kant si può definire illuminista riguardo alla concezione dell’uomo; secondo il filosofo quando l’uomo nasce ha delle potenzialità eguali agli altri uomini senza alcuna distinzione. Il suo razionalismo è fondato sull’innatismo cartesiano e usa il metodo deduttivo non per arrivare ad una nuova conoscenza ma al solo scopo di analizzare e giungere dalla verità generale a quella particolare. Kant critica il concetto di tabula rasa e afferma che alla base dell’esperienza ci sono dei principi inalienabili ad essa. Infatti secondo il filosofo gli esseri umani quando nascono hanno un ‘qualcosa’ che consente di raccogliere informazioni e combinarle; egli le chiama strutture innate o forme a priori che sono di 2 tipi:

1. le forme a priori delle impressioni sensibili che raccolgono l’esperienza (intuizioni pure: spazio e tempo).
2. le forme a priori dell’intelletto che producono il ragionamento.

Affinché una disciplina sia scienza per Kant deve utilizzare giudizi sintetici a priori, cioè deve avere un legame con l’esperienza e dei principi immutabili che fungono da pilastri.
Scienza: esperienza e principi sintetici a priori.

Le sue opere principali sono: “La critica della ragion pura” (conoscenza), “La critica della ragion pratica” (morale), “La critica del giudizio” (sentimenti).

Kant cercò di dimostrare che la matematica, la fisica e la metafisica sono veramente scienze. Secondo il filosofo la matematica e la fisica dimostrano di essere scienze perché utilizzano giudizi sintetici a priori. La matematica è un linguaggio proprio dell’uomo perché è assente nell’universo. L’uomo riceve le impressioni dall’esterno e le utilizza attraverso i suoi sistemi, ovvero le forme a priori che sono universali. le scienze non esistono in natura ma sono state inventate dall’uomo allo scopo di semplificare la struttura dell’universo. È per questo che Kant ci parla di rivoluzione copernicana, difatti quest’ultimo modificò la posizione di alcuni elementi. Invece la struttura che Kant modifica è la conoscenza che fino ad allora non era mai stata identificata come un qualcosa di oggettivo e l’uomo si era rapportato con il mondo esterno passivamente, adeguandosi alle sue regole. Kant invece ci dice che è l’esterno che và adeguato in base all’uomo.

Critica della ragion pura: si occupa della conoscenza e si divide in tre punti: ESTETICA TRASCENDENTALE, ANALITICA TRASCENTENTALE E DIALETTICA TRASCENDENTALE.

L’estetica trascendentale è costituita dalle sensazioni, ovvero le esperienze sensibili. Trascendentale significa a priori, innata. Se estetica significa sensazione, si parlerà dell’esperienza sensibile delle forme a priori e dei sensi che chiama INTUIZIONI. Le forme a priori che rendono possibile l’utilizzo delle intuizioni sono spazio e tempo che sono intuizioni pure.
Essi sono presenti nella mente umana come catalogatori che raccolgono informazioni sensibili e le catalogano secondo spazio e tempo.
Queste sono intuizioni pure perché a priori e corrispondono al primo grado della conoscenza. Nell’intuizione pura dello spazio si possono disegnare le figure della geometria; non esiste nulla in natura è il nostro cervello già geometrico che geometrizza la natura.
Nell’intuizione pura del tempo si possono costituire i numeri aritmetici (successione cronologica dei numeri). La geometria e l’aritmetica non esistono in natura ma solo nella nostra mente. La matematica intesa come geometria più aritmetica è una scienza pura.

L’analitica trascendentale parla della fisica. L’intelletto non parte da idee innate ma và ad analizzare le forme a priori in quanto ad un uomo non basta catalogare le informazioni ma deve per forza fare tutte quelle attività che caratterizzano il pensiero come fare scelte ed esprimere opinioni. Per ragionare l’uomo usa un altro tipo di forme che sono le categorie ed hanno la doppia funzione di selezionarle, dividerle e riunificate. Le forme a priori dell’intuizione rappresentano il secondo grado della conoscenza. L’intelletto sintetizza i dati colti con le intuizioni in modo da formare il concetto di un oggetto o riferire il concetto ad un altro concetto per ricostruire il mondo dell’esperienza. Per Kant pensare significa conoscere, conoscere significa giudicare. Le categorie sono dodici divise in quattro principali a loro volta divise in altre tre: QUANTITA’, QUALITA’, RELAZIONE E MODALITA’.
Ad ogni categoria corrisponde un tipo di giudizio per trovare il collegamento tra il funzionamento del conoscere dell’uomo ed il funzionamento del mondo esterno. Per fare ciò Kant usa un metodo particolare: la deduzione trascendentale; il mondo che è dentro di noi è uguale al mondo che è fuori di noi.
Per Kant la deduzione è un AUTORIZZAZIONE, una conseguenza OBBLIGATA. Quello che noi pensiamo è come lo pensiamo e dato che è universale deriva dall’esperienza obbligatoriamente. Non possiamo pensare qualcosa diversa da quello che è.
Le nostre conoscenze non sono frammentarie ma sono unificate da una cosa che Kant chiama ‘IO PENSO’, l’universale, una facoltà che unisce tutte le esperienze e permette il ragionamento. L’analitica si occupa della fisica perché non basta ordinare le esperienze, ma per conoscere il mondo c’ è bisogno di utilizzare le categorie in quanto le categorie applicate alla fisica fanno si che sia una scienza. LE CATEGORIE SENZA ESPERIENZA SONO VUOTE E L’ESPERIENZA SENZA LE CATEGORIE E’ CIECA.

La dialettica trascendentale riprende i termini da Aristotele e parla della metafisica. Nella dialettica trascendentale il problema di Kant è gnoseologico e il filosofo cerca di individuare il contenuto della conoscenza formato da :
FENOMENO: quello che si manifesta, ciò che appare evidente, che si può cogliere attraverso i sensi, la cosa fuori di sé.
NOUMENO: ciò che si pensa, qualcosa di interiore la cosa in sé, ha caratteristiche che non possono essere colte dai sensi, non lo possiamo mai conoscere.
La cosa pensata a cui non corrisponde la conoscenza viene chiamata da Kant idea della ragione che comprende anima di dio e idea di mondo. I noumeni sono oggetto di studio della metafisica. L’uomo ha dei limiti nel conoscere il mondo, che sono dati dall’esperienza, e per questo pretende di creare la metafisica. Le esperienze umane sono parziali, nonostante questo limite l’uomo non si accontenta e vuole totalizzare le esperienze.
L’uomo quindi applica le forme a priori su una presunta esperienza totale; il risultato non è una conoscenza ma una pseudo-conoscenza.

Le idee della ragione sono: PSICOLOGIA (discorso sull’anima) COSMOLOGIA (discorso sul mondo) TEOLOGIA (discorso su Dio); l’uomo è convinto di conoscere queste idee ma in realtà le pensa e basta.
• Tende a riferire tutti i fenomeni dell’esperienza interna ad una supposta unità interna chiamata ANIMA.
• Nasce dalla tendenza a riunificate in un'unica unità chiamata MONDO tutti i fenomeni dell’esperienza esterna.
• Presunta unificazione in un unico elemento chiamato DIO tutti i fenomeni interni ed esterni.
Si chiama dialettica perché si parla di cose non conosciute ma solo pensate.
• Per smantellare l’idea di ANIMA, per dimostrare che è solo una pseudo-conoscenza, cioè un idea della ragion, Kant utilizza la stessa argomentazione di hume: “non si può parlare di anima, che è solo una serie di impressioni e non esiste come unità”. Kant afferma che tutti i discorsi sull’anima posti a dimostrare la sua esistenza sono paralogismi, cioè discorsi non scientifici. Non abbiamo strumenti per dimostrare la sua esistenza, la si può solo pensare. Se si parla di anima non si parla di scienza perché si utilizzano strumenti a priori, non scientifici. Non abbiamo gli strumenti per dimostrare la sua esistenza, la si può solo pensare. Se si parla di anima non si parla di scienza poiché si utilizzano giudizi a priori, non scientifici.
• Per smantellare l’idea di MONDO il filosofo va a rivedere tutte le idee cosmologiche del passato e si accorge che: -alcune teorie dicono che il mondo è limitato nel tempo e nello spazio, altre invece che il mondo non è limitato; -alcune teorie dicono che il mondo è costituito da elementi semplici non divisibili, altre invece che il mondo è divisibile all’infinito e costituito da elementi semplici; -alcune teorie dicono che il mondo dipende da un essere necessario, altre sostengono l’opposto. Per Kant queste sono antinomie, ovvero discorsi contradditori; gli uomini hanno cercato teorie sul mondo ma nessuno mai ha cercato spiegazioni concordi. Quindi l’idea di mondo non la conosciamo in quanto tutti i discorsi fatti per sostenerla sono antinomie e non discorsi scientifici.
• Per smontare l’idea di DIO Kant cerca tutte le argomentazioni per dimostrare la sua esistenza, ne sceglie tre: argomentazione ontologica che rappresenta la teoria di Anselmo, “se Dio esiste come essere perfetto e se è perfetto, deve avere tutte le caratteristiche della perfezione, tra cui l’esistenza”. Per Kant è vero che se pensiamo Dio, lo pensiamo perfetto, ma un conto è pensare qualcosa, un conto è renderla reale. Così si trasforma un pensiero gnoseologico in un pensiero ontologico, ma nessuno ci dice che la cosa che pensiamo esiste; argomentazione cosmologica che riguarda la teoria delle 5 vie di Tommaso, ognuna di queste vie, che partendo da cose semplici arrivano all’idea di perfezione, ci porta alla prova ontologica; argomentazione teleologica che riguarda il fine ultimo di tutte le cose, anche il fine ultimo della creazione ovvero la perfezione. Ma se noi utilizziamo la razionalità ci rendiamo conto che il mondo non è perfetto quindi un mondo imperfetto è stato creato da un essere imperfetto. Queste tre argomentazioni sono prove dell’esistenza, quindi non possiamo conoscere Dio, ne fare scienza, perché non possiamo usare giudizi sintetici ma solo a priori.
La metafisica è comunque una scienza importante dell’uomo in quanto è la scienza del limite perché fa accorgere l’uomo dei suoi limiti, ma anche scienza dell’illimite perché attraverso essa l’uomo vuole superare i propri limiti. La metafisica ha una funzione regolativa; l’uomo non conosce l’anima, il mondo e dio ma cercherà di arrivarvi con delle vie che non siano la conoscenza.
Critica della ragion pratica: si occupa della morale. Kant cercando di dimostrare la metafisica dal punto di vista GNOSEOLOGICO fallisce, quindi prova a giustificarla attraverso la RAGION PRATICA, tutto ciò che è relativo al comportamento degli uomini, cioè la MORALE. La conoscenza è universale perché funziona in base alle forme a priori che sono universali. Per Kant anche la morale è universale e necessaria in quanto ognuno di noi ha dentro di sé il senso de dovere. Questo sentimento è innato, a priori e universale, funziona allo stesso modo per tutti ed è chiamato dal filosofo IMPERATIVO CATEGORICO (FORMA A PRIORI DELLA MORALE), è un comando obbligatorio e inesorabile, incondizionato poiché la legge morale non deve essere condizionata da niente, soprattutto dagli interessi personali.
Es.: imperativo ipotetico: non fumare perché fa male; Imperativo categorico: non fumare.
La libertà dell’uomo non è condizionata dalla legge morale universale, questo imperativo può anche non essere seguito. Le inclinazioni personali non vengono intaccate dall’imperativo categorico. Nell’uomo c’ è un dualismo: imperativo categorico e inclinazione personale. Un azione guidata dell’imperativo categorico è improntata sul DOVERE PER IL DOVERE.

Kant individua 3 categorie di azioni:
• Immorale: quando decidiamo di fare un azione contro la legge.
• Amorale: azione che rispettano le leggi ma la loro causa non è il dovere per il dovere ma il vantaggio personale.
• Morale: azione fatta indipendentemente dai sentimenti rispettando le regole.

La volontà morale dell’uomo quando compie un azione, è autonoma, quando la volontà è eteronoma non è più morale (dipende da qualcosa esterno da sé), ciò significa che l’imperativo categorico è universale quindi è nell’uomo così come le leggi di comportamento. Non è quindi l’uomo che si adegua alle leggi ma sono le leggi che sono fatte secondo l’imperativo categorico dell’uomo. le leggi entrano in contrasto con l’imperativo categorico quando scegliamo le leggi, una volontà eteronoma, che agisce condizionata dall’esterno; se invece scegliamo l’imperativo categorico scegliamo una volontà autonoma, la volontà dentro di noi.
La legge morale consiste in un imperativo categorico che vale incondizionatamente al di là di ogni inclinazione personale senza considerare ne il contenuto ne il risultato di ogni azione, in perfetta autonomia; in questo caso la legge è universale.
Kant applica la rivoluzione copernicana anche per l’imperativo e le leggi: mette l’imperativo categorico che è a priori e universale al centro e le leggi intorno perché dettate dall’imperativo categorico stesso. Se ci sono ingiustizie è perché non viene seguito l’imperativo categorico. Anche la religione deriva dall’imperativo categorico, Dio è innato e le leggi della chiesa si adeguano all’imperativo categorico.

Le formule dell’imperativo categorico sono 3:
1. agisci in modo che tu possa volere che la motivazione della tua azione valga come legge universale.
2. agisci in modo da trattare l’umanità che è in te e negli altri sempre come fine e non come mezzo. Non si deve usare la ragione come mezzo per arrivare a qualcosa, ma come fine ultimo da raggiungere e dimostrare.
3. agisci in modo che la tua volontà possa essere considerata come istituente una legge universale.

Autolegislazione: codice interiore che diventa esteriore se si rispetta l’imperativo categorico.
Se tutti seguissero questi 3 principi si creerebbe una specie di comunità spirituale (mondo perfetto), chiamato REGNO DEI FINI, ovvero una comunità soprasensibile che accomuna idealmente tutti gli uomini.

La legge morale si esprime con l’imperativo categorico: “tu devi quindi tu puoi”. Ciò esprime la libertà degli uomini di poter scegliere, se non ci fosse questa possibilità l’imperativo categorico sarebbe inutile.

TU DEVI QUINDI TU PUOI: DIMOSTRA CHE LA LIBERTA’ ESISTE ED E’ IL PRIMO POSTULATO DELLA RAGION PRATICA.

L’espressione “tu puoi” rende palese il fatto che l’uomo è fatto di due realtà;
- realtà sensibile (emozione) legata ai sensi.
- realtà razionale (ragione) legata alle leggi naturali.
Se fossimo tutti razionali saremmo tutti uguali. Invece quello che ci distingue è la natura sensibile che rappresenta le inclinazioni personali. Se la volontà riuscisse a staccarsi dalla sensibilità e basarsi solo sulla razionalità arriveremmo alla santità, cioè ad un essere puro. Poiché l’uomo è ragione + sentimento, questo è impossibile e ne consegue che la santità è propria solo di Dio. Quindi alla santità l’uomo sostituisce la moralità, il rispetto delle leggi. Obiettivo ultimo della moralità è il sommo bene che consiste nell’ “essere felici di rispettare le leggi”. Questo sommo bene (virtù e felicità insieme), non si può raggiungere in questa vita in modo totale, questa riconosciuta impossibilità è l’aspirazione verso la santità (per arrivare al sommo bene), lo spirito dell’uomo lo raggiunge dopo la morte.

Qui si deduce il SECONDO POSTULATO DELLA RAGION PRATICA: L’ANIMA è IMMORTALE E CONTINUA A VIVERE DOPO LA MORTE.
Gli elementi del sommo bene sono virtù e felicità. In questo mondo non c’ è niente che garantisca la felicità completa, poiché essa non dipende dall’uomo. Quindi si postula l’esistenza di qualcuno o qualcosa che garantisce all’uomo virtuoso il raggiungimento della felicità: questo è dio è causa del mondo. Dio esiste e lo dimostriamo proprio perché deve fare da garante. Credere in Dio è comunque una questione di fede.

Con la critica della ragion pratica si pongono i 3 limiti della moralità:
1. LIBERTA’.
2. IMMORTALITA’ DELL’ANIMA.
3. ESISTENZA DI DIO.

Critica del giudizio: si occupa dei sentimenti. Kant dimostra che il fenomeno e il noumeno sono 2 aspetti diversi della stessa cosa. Sono due punti di vista differenti dello stesso mondo. La stessa ricerca del sommo bene comprende entrambe le cose; se tendiamo al noumeno (Dio,anima) in ogni caso agiamo in questo mondo, tramite la NATURA.

È proprio per dimostrare che le due realtà convivono che Kant distingue il giudizio in:
1. giudizio determinante: fenomeno; utilizza esperienze e forme a priori. Porta alle conoscenze, viene utilizzato per le scienze.
2. giudizio riflettente: noumeno; si fonda sul sentimento che è di tutti, ma si manifesta per tutti in modo differente (Platone). È il bisogno di tutti di cercare finalità e armonia. A sua volta questo giudizio si divide in:
• teleologico: fine.
• Estetico: armonia.

Entrambe si riferiscono ai sentimenti; le inclinazioni personali.
TUTTE LE COSE SONO STATE CREATE PER RAGGIUNGERE UN ARMONIA TOTALE.
Noi conosciamo con il giudizio determinante e poi giudichiamo con il giudizio riflettente.
Non possiamo usare il riflettente senza il determinante mentre possiamo usare il determinante senza il riflettente, come nel caso della matematica.
Giudizio estetico: dottrina dell’arte e della bellezza.
Secondo Kant l’uomo ha il desiderio di vedere tutto armonicamente. Quanto più un oggetto corrisponde alla nostra armonia interiore tanto più lo definiamo bello (il bello è oggettivo ciò che piace è soggettivo). Quando troviamo qualcosa di bello per noi pensiamo che quella cosa è stata fatta per soddisfare il nostro modello di armonia. Tornando quindi alla rivoluzione copernicana il bello è nel soggetto non nell’oggetto.
Per Kant il bello è simbolo del bene, perché corrisponde all’armonia non al caos.

Il sublime si divide in:
1. matematico: estensione; a cui ci si arriva con il giudizio riflettente e si divide in TEMPO (millenni) e SPAZIO (universo).
2. dinamico: forza; (uragano, vulcano, terremoto); un qualcosa la cui forza è grandissima e non misurabile.
Il sublime è legato al giudizio riflettente, qualcosa di soggettivo.

Anche la sublimità non è nella natura, ma nello spirito dell’uomo che è illimitato.

Teologico: predisposizione degli uomini a vedere un fine in ogni cosa. Crediamo che tutto sia stato creato funzionalmente a qualcosa e NULLA E’ STATO CREATO PER NIENTE. Non possiamo dimostrare il finalismo scientificamente ma la nostra mente è predisposta a pensarlo. L’unica conoscenza valida è quella scientifica, il giudizio teologico ed estetico sanno solo darci l’idea di limite e non limite; hanno una funzione relativa.

Il genio: è colui che dà la regola dell’arte, che và al di fuori di ogni regola ed è irripetibile, produce un opera di cui non sa spiegare il percorso e che non possono essere riproposte da altri. Non è l’arte che dà le regole ma il genio che è originale perché segue le sue regole ma non le sa dimostrare scientificamente.

Filosofia di Kant


Vita: filosofo tedesco, vissuto nel XVII secolo, Kant porta avanti il problema della conoscenza, che era stato affrontato dal Razionalismo e dall’Empirismo, che arrivarono a soluzioni diverse e contrapposte. Kant prenderà ciò che c’è di buono dell’una e dell’altra diventando il punto di riferimento dei filosofi successivi.
Egli non si occupò solo della conoscenza; il suo lavoro infatti si divide in due parti:
1. Periodo Pre-critico: detto anche naturalistico o dogmatico: è la fase in cui lui accoglie le varie dottrine relative alla natura senza sottoporle ad un esame critico e senza verificare se siano legittime o meno.
2. Periodo Critico: il suo interesse si sposta sull’uomo. Possiamo vedere in lui una sorta di Socrate, in quanto fa della critica l’unico strumento della sua ricerca. Infatti la domanda fondamentale intorno a cui ruota il criticismo Kantiano è: “Che cos’è l’uomo?”.

Quando si pone questa domanda, dal momento che l’uomo è un essere razionale, Kant vuole analizzare la ragione umana per verificare se siano legittime o meno le pretese che la stessa ragione umana avanza nell’ambito delle diverse esperienze umane, ovvero esperienza conoscitiva, esperienza morale ed esperienza sentimentale.
Quali sono le pretese della ragione?
Nell’ambito conoscitivo la ragione pretende di andare oltre l’esperienza. In quello morale, pretende di poter raggiungere la santità, In quello sentimentale pretende di poter subordinare a se stessa il mondo e la natura.

Kant ritiene che la ragione umana sia una facoltà autonoma, che può essere guidata solo da se stessa.
Egli ritiene che l’analisi della ragione umana possa essere fatta solo dalla ragione stessa e in una parte di questa affermazione si vede l’influenza dell’illuminismo, dal quale Kant prende il principio secondo cui la ragione umana deve essere posta alla base di un indagine critica.
Tra Kant e l’illuminismo c’è una differenza che Kant stesso mette in evidenza: l’Illuminismo porta davanti al tribunale della ragione l’intero mondo dell’uomo (politica, morale, economia etc.), invece Kant porta davanti al tribunale della ragione la ragione stessa.
Egli ne vuole evidenziare i limiti perché Kant, come Hume, è convinto che la ragione umana sia infallibile e onnipotente, ma che sia limitata; è per questo che il suo criticismo viene detto “filosofia del limite”.
Infatti Kant riconosce a Hume il merito di averlo svegliato dal suo “sonno dogmatico”.
Ciononostante Kant non arriva al punto di condividere gli esiti scettici di Hume.
Alla luce di questo possiamo definire il criticismo Kantiano non solo come filosofia del limite ma anche una filosofia mirata ad eliminare i due scogli contrapposti: scetticismo e dogmatismo.
Egli rifiuta lo scetticismo perché, anche se egli stesso si pone alla ricerca dei limiti della ragione, è anche vero che ricerca gli ambiti in cui la ragione umana può muoversi con certezza, perché secondo Kant esiste un terreno anche se limitato in cui l’uomo può raggiungere un certo grado di certezza.
Questa ricerca viene sviluppata nelle tre critiche, che sono le tre opere più importanti di Kant: “Critica della ragion pura”, “Critica della ragion pratica” e “Critica del giudizio”.
Di conseguenza, la domanda originaria si divide in altre tre domande: “Che cosa posso conoscere” (Ragion pura), “Che cosa devo fare?” (Ragion pratica) “Che cosa mi è lecito sperare?” (Giudizio).
Critica della Ragion Pura: La ricerca di Kant è finalizzata a verificare se sia legittima la pretesa di costruire conoscenze certe a prescindere dall’esperienza.
Kant divide il sapere in Scienza e Metafisica.
La scienza (matematica e fisica) ha risultati certi, oggettivi.
La metafisica nei secoli precedenti aveva dominato, ora è in una fase di crisi, causata dalla Rivoluzione Scientifica e dall’Empirismo.
Hume con la critica al principio di causa mette in crisi entrambe.
Kant condivide il suo scetticismo metafisico, ma non relativamente alla scienza.
La critica della ragion pura si concretizza in queste domande:
1. Come è possibile una matematica è una fisica pura?
Kant si chiede quali sono le condizione che conferiscono loro un carattere oggettivo
2. E’ possibile la metafisica come scienza?
E se la risposta è negativa, come è possibile la metafisica come disposizione naturale dell’uomo?

Egli ricerca i motivi per cui la ragione umana pur consapevole dei limiti, sia portata ad oltrepassare i limiti e vuole conoscere l’assoluto e altri oggetti della metafisica.
Il problema della conoscenza era già stato affrontato:
• Razionalismo Cartesiano: la mente può conoscere tutto (sensibile e metafisico) grazie alle idee innate;
• Empirismo: la mente è una tabula rasa; tutte le conoscenze derivano dall’esperienza. La metafisica non è scienza perché va oltre l’esperienza;

Secondo Kant il sapere è costituito da preposizioni assertive, quindi da giudizi, formati da predicato + soggetto.
Per il razionalismo il sapere si basa su giudizi analitici a priori;
per l’empirisimo si basa su giudizi sintetici a posteriori.
• Analitici: perché il predicato è implicitamente contenuto nel soggetto e lo ricaviamo da un analisi del soggetto.
• Sintetici: il predicato è ricavato dall’esperienza e aggiunge qualcosa di nuovo a ciò che ci viene detto dal soggetto

Individuati i giudizi, Kant mostra le ragioni per cui la scienza non si può basare su nessuno dei due sopra citati. Essi, infatti, hanno pregi e difetti:
• Analitici a Priori
Pregio: universali e necessari.
Difetto: Non accrescono il sapere ma lo esplicano perché il predicato è implicitamente contenuto nel soggetto.
• Sintetici a Posteriori
Pregio: arricchiscono la nostra conoscenza.
Difetto: Non sono né necessari né universali.

Kant perciò elimina i difetti di entrambi e mantiene i pregi.
Egli sostiene che le condizioni che conferiscono alla conoscenza un carattere scientifico sono la sinteticità e la priorità.
La scienza deve basarsi su giudizi sintetici a priori.
La priorità è importante perché il contenuto che ricaviamo dall’esperienza non viene appreso passivamente, ma viene ordinato dalla mente utilizzando dei principi a priori che sono innati e quindi comuni a tutti gli uomini e tutti li usano nello stesso modo. Sono questi principi che conferiscono ai giudizi un carattere universale e necessario.

Introducendo questi giudizi Kant elabora una nuova concezione della conoscenza, ovvero sintesi di materia e forma.
Per spiegare la funzione della forma la paragona a lenti colorate. La forma a priori determina il nostro modo di conoscere la realtà. Questo modo non è soggettivo, ma è uguale per tutti, perché tutti abbiamo la stessa forma.
Secondo i critici attraverso questa nuova concezione della conoscenza Kant ha operato una rivoluzione copernicana in ambito gnoseologico. Copernico ha rivoluzionato l’astronomia, invertendo il rapporto tra Terra e Sole, Kant ha rivoluzionato la gnoseologia invertendo il rapporto tra il soggetto e l’oggetto della conoscenza.
Non è più il soggetto ad adattarsi alla realtà attraverso la percezione passiva, ma è la realtà che si modella sulle forme a priori del soggetto conoscente.
Al centro del sistema conoscitivo c’è il soggetto. “La nostra conoscenza inizia con l’esperienza ma non deriva interamente da essa”.
Egli condivide in parte il Razionalismo, infatti per Cartesio è innato ciò che conosciamo, per Kant è innato ciò attraverso cui lo conosciamo.

Kant nell’ambito della conoscenza umana distingue tre facoltà: sensibilità, intelletto, ragione.
La suddivisione interna della “Critica della Ragion Pura” rispecchia questa tripartizione.
Essa si divide in primo luogo in due parti:
1. Dottrina degli Elementi
Ricerca le forme a priori della sensibilità, intelletto, ragione.
Si divide in Estetica Trascendentale e Logica Trascendentale.
Quest’ultima si suddivide ulteriormente in Analitica e Dialettica.
L’estetica si occupa della sensibilità, l’analitica dell’intelletto e la dialettica della ragione.
2. Dottrina del Metodo
Kant chiarisce il modo in cui le tre facoltà usano le forme a priori per produrre conoscenze certe, oggettive.
L’Estetica Trascendentale: la sensibilità è la facoltà attraverso cui cogliamo intuitivamente i dati che riceviamo dall’esperienza esterna e interna. Questa facolta è sia ricettiva che attiva. Ricettiva perché riceve i dati dall’esperienza, attiva perché non li riceve passivamente, ma da un ordine utilizzando le forme a priori che sono lo spazio e il tempo, chiamate anche intuizioni pure.
Lo spazio è la forma a priori del senso esterno che utilizziamo per ordinari i dati ricevuti dall’esperienza esterna.
Il tempo è la forma a priori del senso interno che usiamo per ordinare le esperienze interiori. Con Kant spazio e tempo hanno significato e ruoli diversi dai filosofi precedenti:
Spazio e tempo assumono quindi un ruolo differente rispetto a Locke, Newton e Leibniz:
• Locke -> Spazio e tempo sono ricavati dall’esperienza;
• Newton -> Spazio e tempo sono contenitori;
• Leibniz -> Spazio e tempo sono concetti che elaboriamo per esprimere i rapporti tra le cose;

Per Kant spazio e tempo sono Leggi della Mente Umana, le condizioni che consentono all’ aritmetica e alla geometria di essere scienze. (L’aritmetica usa la forma a priori del tempo per formulare giudizi sintetici a priori. La geometria si basa sulla forma a priori dello spazio per formare giudizi sintetici a priori).

La matematica è quindi scienza perché utilizza lo spazio e il tempo.

La Logica Trascendentale: Va fatta una distinzione tra la logica trascendentale di Kant e la logica formale di Aristotele. La logica formale di Aristotele fornisce le regole per costruire un discorso in maniera formalmente corretta. Il più delle volte non bada al contenuto del ragionamento, non verifica se il contenuto di quel discorso sia vero o falso.
La logica trascendentale di Kant non prescinde dal contesto ma va a studiare il rapporto tra le forme del pensiero e gli oggetti dell’esperienza; la logica di Kant si distingue in due parti, l’analitica trascendentale e la dialettica trascendentale.

L’Analitica Trascendentale: L’intelletto è la seconda facoltà che usiamo quando ci rapportiamo agli oggetti per conoscerli, è la facoltà attraverso cui pensiamo i dati che ci vengono forniti dalla sensibilità.
Questa definizione fa capire che per Kant ogni conoscenza umana deriva da queste due fonti (sensibilità e intelletto): senza sensibilità nessuno oggetto sarebbe dato, senza l’intelletto nessun oggetto sarebbe pensato.
Pensare un oggetto secondo Kant significa attribuire un predicato ad un soggetto.
Infatti per Kant l’ordine stabilito dalla sensibilità non è sufficiente perché si abbia una conoscenza in quanto le impressioni sono collocate nello spazio e nel tempo in modo caotico, senza relazioni tra loro; queste devono essere unite per formare concetti sensati.
Questa sintesi è compiuta dall’intelletto che forma concetti empirici e poi riferisce un concetto ad un altro formando i giudizi.
Per fare ciò esso utilizza le sue forme a priori dette concetti puri o categorie.

Le categorie aristoteliche hanno un significato ontologico e un significato logico: al punto di vista ontologico sono le caratteristiche fondamentali dell’essere, necessarie; sul piano logico sono i predicati primi dell’essere dentro cui si possono collocare i vari predicati.
Per Aristotele vi erano 8 o 10 categorie.

Kant rimprovera di non aver spiegato il criterio con cui ricava le categorie. Per Kant le categorie non appartengono alla realtà perciò hanno un valore gnoseologico trascendentale, cioè sono funzioni dell’intelletto usate per verificare il molteplice sensibile.
Poiché pensare è giudicare, le categorie devono essere tante quanti sono i modi fondamentali di giudicare, di attribuire un predicato ad un soggetto.
La logica tradizionale indica 12 modi per formare giudizi raggruppati in 4 classi: quantità, qualità, relazione e modalità. Anche le categorie sono 12, suddivise in 4 classi.

Nelle categorie della relazione vi è quella della causalità infatti egli non condivide la critica fatta a questa da Hume.
Kant la riabilità come categoria: la causalità dà un carattere necessario alla conoscenza.
Le categorie, infatti, sono presenti nell’intelletto di tutti gli uomini.

Le categorie possono essere applicate a oggetti empirici che non derivano dall’intelletto?
Secondo Kant si, ed egli lo dimostra con la deduzione trascendentale, termine usato da Kant nel suo significato giuridico, dove Deduzione significa Giustificazione della legittimità, della pretesa delle categorie di essere applicate al molteplice sensibile.
Egli spiega ciò dicendo che prima dell’attività sintetica dell’intelletto c’è un supremo principio unificatore: l’ ”Io penso” o l’autocoscienza trascendentale o appercezione trascendentale.
L’ “Io penso” precede ogni conoscenza e la rende possibile; poiché si trova in tutti gli uomini è questo che conferisce il carattere universale alla conoscenza.
Dunque le categorie diventano necessarie in quanto usate dall’ “Io Penso”, il quale non si identifica con l’individuo né con l’umanità bensì esso è una funzione logica comune a tutti gli essere pensanti. Esso non và confuso con il cogito cartesiano, il quale è una sostanza ma con una forma.

La Dialettica Trascendentale: Nell’estetica e nell’analitica Kant si è posto il problema della matematica e della fisica; nella dialettica si pone il problema della metafisica, che non ha raggiunto un elevato grado di certezza.
Per cui la domanda è: “E’ possibile la metafisica come scienza?”.
Egli risponde negativamente perché la conoscenza è sintesi di una forma a priori e di un contenuto a posteriori (Molteplice Sensibile) mentre gli oggetti della metafisica sono realtà NOUMENICHE, ovvero tutto ciò che è al di là dell’esperienza.
Il termine noumeno è la realtà cosi come essa è indipendentemente dal nostro modo di conoscerla; il fenomeno è la realtà dopo averla ordinata con le forme a priori.
Noi possiamo conoscere solo la realtà fenomenica: Kant dunque si rende conto che la metafisica è un esigenza naturale dell’uomo.

Kant ora ricerca la causa che spinge l’uomo a voler conoscere l’assoluto:
la ragione non è una terza facoltà, bensì è il nome che prende l’intelletto quando pretende di prescindere dall’esperienza.
La ragione crede di produrre conoscenza senza l’esperienza ma quando questa viene meno la ragione precipita.

Essa cerca di conoscere utilizzando tre forme a priori: l’idea di anima, di Mondo e di Dio, ossia gli stessi oggetti di studio della metafisica.
La ragione, con l’idea di anima, verifica le sensazioni interne e le riferisce ad una sostanza semplice, l’anima, dicendo che essa esiste ed è conoscibile.
Con l’idea di Mondo unifica tutti i fenomeni esterni e le riferisce ad una realtà totale, il mondo esistente e conoscibile.
Con l’idea di Dio unifica tutti i fenomeni esterni e interni e li riferisce ad un principio unitario, Dio.
Su queste tre idee si basano tre scienze: la Psicologia Razionale, la Cosmologia Razionale e la Teologia Razionale, che insieme formano la metafisica.
Kant vuole dimostrare che questo sono finte scienze.

La Psicologia Razionale, quando pretende di affermare l’esistenza dell’anima, si basa su un ragionamento errato che consiste nell’attribuire la categoria di sostanza all’ “Io Penso”. Ciò non è possibile perché l’ “Io penso” non è un soggetto conoscibile ma è un principio formale ed è la condizione ineliminabile che rende possibile la conoscenza. Per questo non si può attribuire a questo la categoria di sostanza perché l’ ”Io Penso” precede le categorie stesse.
La Cosmologia Razionale pretende di conoscere il mondo nella sua totalità, cosa impossibile perché l’uomo può conoscere singoli fenomeni. Questa, dunque, cade in una sorta di antinomie, ragionamenti doppi in quanto formati da una tesi che afferma e da un antitesi che nega. Queste, pur contraddicendosi, possono essere dimostrate entrambe per cui la ragione non sa quale considerare vera e non sa scegliere in quanto non ha il supporto dell’esperienza (né la tesi ne l’antitesi corrispondono ad un’esperienza). Le antinomie sono 4, come le classi delle categorie.
1. Tesi: il mondo ha un inizio nel tempo ed è limitato dallo spazio.
Antitesi: il mondo non ha un inizio ed è illimitato
2. Tesi: il mondo è formato da parti semplici quindi è indivisibile.
Antitesi: il mondo non è formato da parti semplici quindi è divisibile all’infinito.
3. Tesi: nel mondo c’è liberta.
Antitesi: nel mondo non c’è libertà ma tutto e soggetto a leggi meccaniche.
4. Tesi: il mondo ha la sua causa in un essere necessario
Antitesi: nel mondo non c’è alcun essere necessario.

Non potendo scegliere fra tesi e antitesi la cosmologia è inutile.

La Teologia Razionale afferma l’esistenza di Dio, ma secondo Kant essa non ha alcun valore conoscitivo. Kant prende in esame argomenti elaborati per dimostrare l’esistenza di Dio: l’argomento ontologico di S.Anselmo, l’argomento cosmologico e quello fisico di S.Tommaso.

La critica all’argomento ontologico dice che non è possibile passare dal piano logico a quello ontologico arbitrariamente, perché tra questi non vi è nessun rapporto necessario in quanto l’esistenza non è deducibile a priori ma solo a posteriori.

L’argomento cosmologico si basa sul rapporto tra contingente e necessario; Kant lo critica per due difetti: esso usa in modo inadeguato il principio di causalità perché il rapporto causa-effetto si può instaurare solo tra oggetti del mondo fenomenico mentre esso vuole stabilire un rapporto causale tra oggetti fenomenici e noumenici; inoltre esso ricade nell’argomento ontologico perché arrivati all’essere necessario come causa di tutti gli essere contingenti, poi si afferma che esse è l’essere perfetto che non può non esistere.

L’argomento fisico-teologico ricade ancora in quello ontologico e non tiene conto che causa dell’ordine del mondo può essere anche una causa immanente.
Kant conclude la dialettica dicendo che anima, Mondo e Dio non hanno alcuna validità se ne facciamo un uso costitutivo, cioè se le usiamo per produrre conoscenze, ma sono utili se ne facciamo un uso regolativo, ossia usiamo le totalità assolute a cui le tre idee fanno riferimento come modello a cui fare riferimento per superare il frammentarismo delle nostre conoscenze e dare loro un'unità.

Il trascendentale


Kant usa la parola “trascendentale” in varie accezioni, infatti, gli studiosi ne hanno individuate ben tredici diverse. tuttavia, il termine nella sua filosofia ha un significato ben preciso, che non và confuso con il “trascendente”, utilizzato nella filosofia scolastica medievale per parlare di enti che trascendono, ovvero vanno al di là dell'esperienza, al pari di dio, spiriti, angeli e così via. invece, l’argomento cui Kant interessa è l’uomo e il suo carattere finito.

«chiamo trascendentale ogni conoscenza che si occupi, in generale, non tanto di oggetti quanto del nostro modo di conoscere gli oggetti nella misura in cui questo deve essere possibile a priori» (Critica della Ragion Pura, b 25).

Il suo studio presuppone la rivoluzione copernicana e già da queste parole fa intendere che parlerà in modo trascendentale valutando il modo di conoscere gli oggetti. Il trascendentale (qui entra in atto il criticismo) è la condizione della conoscibilità degli oggetti. Come è possibile conoscere gli oggetti? Quali sono le condizioni che permettono di attuare una conoscenza scientifica? Il termine, tuttavia, non è coniato dallo stesso filosofo, bensì dagli scolastici medievali che si riferivano all’oggetto (l’essere) indicandone le caratteristiche essenziali, cioè ciò che si predicava dell’essere in quanto essere, quindi le caratteristiche da cui non si poteva prescindere. Kant, in modo più conforme al significato della parola greca, da cui deriva, ne trasferisce il significato alla sua analisi rivoluzionaria della conoscenza, in cui non si può prescindere dalle condizioni di pensabilità dell’oggetto, condizioni senza le quali non sarebbe possibile spiegare il fondamento della conoscenza. Il trascendentale quindi è la condizione della conoscibilità degli oggetti.

Critica della ragion pratica


Dopo aver scritto la Critica della Ragion Pura, Kant, si accorge che l'uomo non poteva essere solo fenomeno, se fosse solo sensibilità, infatti, sarebbe un essere solo istintivo, ma l'uomo kantiano è anche libero e tende al noumeno. Questa libertà si identifica per Kant con la morale.
Per questo Kant sente l'esigenza di redigere un'altra Critica, quella della Ragion Pratica, dove per pratica intendiamo morale, l'azione morale è libera, sciolta dall'esperienza (poiché nel campo morale l'uomo fa ciò che deve fare, e le cose che deve fare le trova in sé) e disinteressata. L'uomo kantiano è perciò un uomo libero che deve obbedire solo a se stesso, tuttavia il giusto che regola l'azione è inteso in senso Socratico: non devo agire secondo ciò che è giusto per il singolo, ma secondo ciò che è giusto in senso generale, ovvero ciò che è giusto per tutti.
Se la ragion Pura si rifaceva a Hume, la Pratica di rifà a Rousseau e ha quattro caratteristiche principali:
1) universalità: tutti gli uomini hanno la morale
2) incondizionatezza: la morale non deve essere dettata da finalità concrete, devo voler una cosa perché la ritengo giusta, non ci sono in morale grandi o piccole azioni, ma solo azioni morali.
3) libertà: l'uomo è libero solo quando agisce moralmente, e il criterio di ciò che è giusto fare viene all'uomo dal suo interno, la morale permette così all'uomo di agire in maniera autonoma, per questo nella libertà morale si ha l'autonomia (Seconda rivoluzione copernicana di Kant: le regole non vengono da fuori ma dall'interno dell'uomo; la prima rivoluzione era quella della Ragion Pura secondo cui le leggi naturali non sono nella natura, ma nell'uomo).
4) formale: si parla formalità dell'etica per formale si intende che la morale guarda la forma non il contenuto dell'azione: la morale deve dire come è giusto fare una cosa.
Le azioni morali dell'uomo sono guidati dagli imperativi e dalle massime:
- le massime: sono prescrizioni soggettive e valgono solo per alcuni individui
- gli Imperativi: sono prescrizioni oggettive valide per tutti e si dividono in: ipotetici ovvero quelli validi per tutti, ma contengono l'ipotesi "se", ad esempio: se si studia si è promossi, il "tu devi" qui è vincolato al fine che descrive la frase; ad esempio questo imperativo è valido per tutti quelli che vogliono essere promossi che, quindi, dovranno studiare; gli imperativi categorici usano solo il "tu devi volere" e si articolano in formule.
La morale non si realizza tuttavia direttamente con l'azione, ma con la purezza dell'intenzione che fa elevare l'uomo al noumeno, la morale kantiana è diversa dalla legalità, uno che rispetta la legge non è per forza un individuo morale (diverso da Hegel), infatti alla legge si può obbedire per paura mentre la morale kantiana esalta la purezza dell'intenzione, solo obbedendo alla morale l'uomo è libero.
a questo punto Kant introduce il concetto del Sommo Bene che è l'unione di felicità più virtù, egli arriva al Sommo Bene postulando un mondo in cui esistano vincoli tra felicità e virtù e da qui ricava tre postulati:

1 - postulato dell'immortalità dell'anima: l'uomo per avere il Sommo Bene deve essere completamente virtuoso, ma non potrà mai esserlo totalmente poichè la completa virtù corrisponde alla Santità, allora postula che l'uomo non è finito, ma che la sua anima è eterna per perfezionare la sua virtù all'infinito.

2 - postulato dell'esistenza di Dio: che è una meditazione sulla felicità, l'uomo per avere la felicità eterna deve postulare l'esistenza di Dio.

3 - postulato sulla libertà: secondo cui la libertà esiste altrimenti gli imperativi non avrebbero motivo di essere.

La ragion Pratica con i suoi postulati tuttavia non rinnega la Critica della Ragion Pura, secondo cui l'uomo può conoscere solo ciò di cui fa esperienza, ma vuole dare all'uomo la speranza che le tre idee di anima, mondo e Dio possano esistere, senza tuttavia poterne dimostrare l'esistenza.

Riassunto de la Critica della ragione pratica


Poiché la ragione, oltre che a dirigere la conoscenza, serve anche a dirigere l'azione, oltre alla ragione teoretica abbiamo una ragione pratica.
 Ragion pura pratica → opera indipendentemente dall'esperienza e dalla sensibilità (sfera moralità);
 Ragione empirica pratica → opera sulla base dell'esperienza e della sensibilità.
La ragione pratica non ha bisogno di essere criticata nella sua parte pura, perchè in questa essa si comporta in modo legittimo obbedendo a una legge universale.
Mentre nella Critica della ragion pura Kant critica le pretese della ragione teoretica (in eccesso) di andare oltre l'esperienza, nella Critica della ragion pratica egli critica le pretese della ragion pratica (in difetto) di restar legata sempre e solo all'esperienza.
Legge morale.
Esiste scolpita nell'uomo, una legge morale a priori, valida per tutti e per sempre → legge etica assoluta. Il filosofo non deve dedurla/inventarla ma solo constatarla, a titolo di fatto della ragion pura, di cui abbiamo consapevolezza a priori e di cui siamo indubbiamente certi.
Caratteristiche della legge morale:
 A priori → universale/necessaria;
 Razionale → fondata sulla ragione;
 Autonoma/interiore → l'uomo può autodeterminarsi al di là delle sollecitazioni dell'istinto. Parte sempre dalla propria testa (componente razionale), senza seguire ciò che dicono gli altri. E' contrapposta alle leggi ETERONOME che sono dettate o dalla componente sensibile soggettiva, o vengono rispettate solo in vista di un fine esterno oggettivo;
 Doveristica → conforme al dovere, non bisogna agire per un fine (//utilitaristica);
 Intenzionale → l'intenzione è contrapposta alla legalità (adesione automatica alla legge);
 Formale → prescrive come fare, non cosa fare;
 Assoluta → svincolata da ogni impulso sensibile e dalle situazioni particolari. Questo implica due presupposti, senza i quali la legge morale non potrebbe esserci:
1. Validità universale e necessaria;
2. Libertà, è il primo presupposto (o postulato), in quanto se non vi è libertà di scelta o si è condizionati da altri, non possiamo parlare di azione morale.
 Deontologica → come gli uomini dovrebbero comportarsi non come di fatto si comportano, il fine dell'azione e i mezzi per raggiungerla corrispondono, ciò che conta è solo l'intenzione.
Il concetto kantiano della vita etica si basa sulla tesi della natura finita dell'uomo, cioè la mancanza di un accordo tra volontà e ragione. La morale si gioca infatti tra una continua tensione bipolare tra ragione e sensibilità: se l'uomo fosse solo sensibilità la morale non esisterebbe, perchè l'uomo agirebbe sempre per istinto. Ma anche se l'uomo fosse pura ragione, la morale perderebbe di senso, in quanto l'individuo sarebbe sempre in quella che Kant chiamo santità etica, cioè una situazione di perfetta adeguazione alla legge/perfezione etica.
Kant nella C. ragion pratica critica il fanatismo morale → pretesa di voler superare i limiti della condotta umana sostituendo alla virtù (intenzione morale in lotta), la presunzione della santità.
Imperativi ipotetici e categorici.
La legge morale si esprime attraverso dei principi pratici che disciplinano la nostra volontà in:
 Massime: prescrizioni di valore puramente soggettivo, valide solo per l'individuo che le fa proprie;
 Imperativi: prescrizioni di valore oggettivo, valgono per chiunque.
Gli imperativi ipotetici prescrivono dei mezzi in vista di determinati fini, hanno la forma del “SE..devi” → ipotesi. Illustrano procedure per raggiungere uno scopo (utilitaristica).
L'etica Kantiana si esprime attraverso l'imperativo categorico, universale e necessario, che ha le caratteristiche della legge e ordina il dovere in modo incondizionato, a prescindere da qualsiasi scopo, ha la forma del DEVI puro e semplice.

Critica della ragion pratica, sintesi


È un’opera che tratta di morale. La ragione infatti serve all’uomo sia per conoscere sia per decidere come comportarsi. Kant ritiene che all’interno di ogni uomo sia presente una legge morale per distinguere il bene dal male. Un’azione veramente buona è caratterizzata dalla libertà, dall’incondizionatezza e dall’universalità. Qui emerge la differenza tra Kant e Hume, che invece faceva dipendere l’agire morale dal sentimento della simpatia. Per Kant, invece, la morale dipende dalla ragione perché gli uomini sanno distinguere il bene dal male e possono scegliere come comportarsi. Kant però sottolinea che l’uomo non è sempre razionale perché deve affrontare il confitto tra ragione e sentimento. Kant mette in guardia dal fanatismo razionale perché nessun uomo può comportarsi in maniera sempre moralmente perfetta. Kant distinse le azioni umane in massime e imperativi. Le massime sono quelle azioni che noi deliberiamo sulla base del nostro gusto, del nostro interesse e delle nostre esperienze. Le massime sono soggettive e quindi non sono rilevati ai fini della moralità. Gli imperativi sono azioni che si pongono uguali per tutti gli esseri umani. Sono azioni universali e si suddividono in imperativi ipotetici e imperativo categorico. Gli imperativi ipotetici sono quelle azioni universali che sono legati alla condizione “se… devi…”. Queste azioni però non sono morali perché sono condizionate. La morale secondo Kant si può basare solo sull’imperativo categorico, che comprende quelle azioni del tipo “devi… perché devi…”. L’imperativo categorico si riconosce in base a una formula: “agisci sempre in modo che la tua azione possa esser presa a modello per una legge universale”. La morale di Kant è basata sul dovere ed è quindi deontologica. Per Kant non importa quello che si fa, ma con che spirito lo si fa. C’è una critica di Kant alle morali eteronome, cioè quelle che vengono fondate su qualcosa di esterno all’uomo. Anche nella morale Kant ha compiuto una “rivoluzione copernicana” perché la morale kantiana dipende solamente dall’uomo. Il fondamento della morale è nel cuore dell’uomo, a prescindere se sia credente o ateo. Si parla anche di rigorismo kantiano perché la morale non fa sconti ed è rigorosa e rigida. C’è poi un problema che è rappresentato dell’antinomia della morale: infatti in questo mondo quelli che si comportano meglio spesso sono quelli che vivono peggio e non sono felici. Secondo Kant l’unico modo per sciogliere quest’antinomia è rappresentato dai postulati della ragion pratica, che sono Dio, l’immortalità dell’anima e la libertà. I postulati sono affermazioni non dimostrate, ma ritenute fondamentale per tentare di risolvere l’antinomia della morale. I postulati della ragion pratica non si possono dimostrare e quindi gli uomini possono anche non credere alla loro veridicità. Kant parlò di primato della ragion pratica perché, riflettendo sulla morale, riteneva di aver aperto un leggero spiraglio sul noumeno: per dare senso alla morale infatti occorre ipotizzare l’esistenza di Dio e quindi del noumeno. Al noumeno non si giunge in maniera scientifica, ma attraverso i postulati della ragion pratica.
A questo punto può essere compreso il significato del titolo dell’opera. Nel campo della morale invece la ragione va criticata quando vuole essere pratica, cioè quando vuole dipendere dai dati dell’esperienza. Nella morale quindi la ragione deve essere pura. La grandezza dell’uomo per Kant consiste nel possedere all’interno del proprio cuore la legge morale.

Critica della ragion pratica, analisi


Venne pubblicata nel 1787, la stessa data della pubblicazione della seconda edizione della critica della ragion pura (prima nel 1781 e seconda nel 1787). Tanto la ragion pura, quanto la ragion pratica, tendono all’individuazione di principi a priori universali e necessari che per la ragion pura sono le due forme a priori della sensibilità e le dodici forme dell’intelletto; per la ragion pratica l’imperativo categorico, l’imperativo morale per eccellenza. Entrambe le critiche partono da una realtà che danno per scontata che per la ragion pura è l’esistenza della sintesi a priori (si chiede solo perché matematica e fisica siano scienze), parte da un dato precedente che viene accettato senza un particolare fondamento; la ragion pratica dà per scontato che in tutti gli uomini ci sia l’imperativo categorico, Kant non si preoccupa di dimostrarne l’esistenza, si preoccupa semmai di mostrarne il fondamento. Un altro elemento di affinità è costituito dalla rivoluzione copernicana che nella ragion pura è elaborata in ambito gnoseologico (si assiste al rovesciamento soggetto-oggetto) e nella ragion pratica in ambito etico: i concetti di buono e di cattivo possono esser definiti solo dopo la legge morale, sono resi bene o male dall’intenzione del soggetto, non hanno consistenza propria. Ci sono, invece, due differenze fondamentali. Il famoso noumeno che nella ragion pura era stato dichiarato inconoscibile e, semmai, soltanto ipotizzabile, nella ragion pratica diventa penetrabile, è come se Kant indicasse una via alternativa efficace per giungere al noumeno, prima considerato un concetto limite. La critica che si esercita nella ragion pratica è nei confronti dei vagheggiamenti empirici pratici; il titolo completo della prima opera è “critica della ragione teoretica pura”, ovvero la ragione capace di conoscere, il cu compito è la conoscenza, si esercita quindi in ambito teorico, mentre il titolo completo della seconda opera è “critica della ragione pratica empirica”, la ragione capace di orientare e determinare la volontà e l’azione, si esercita nell’ambito della prassi. Nella ragion pura, critica le pretese della ragione di fare a meno dell’esperienza volendo essere pura a priori, però deve sintetizzare i dati del molteplice empirico altrimenti le categorie funzionano a vuoto, non si può presumere di fare a meno dell’esperienza; dall’altro lato, la ragion pratica tende a rimanere troppo attaccata all’esperienza. C’è una sorta di singolare rovesciamento nella critica della ragion pratica.
Kant parte da una definizione dei cosiddetti principi pratici generali, le norme generali di condotta e distingue, però, le massime dagli imperativi: le massime sono a carattere soggettivo perché le pone il soggetto è non c’è nessuna consapevolezza che non possono essere valide per tutti gli altri non hanno carattere razionale, bensì parziale e relativo, mentre gli imperativi a carattere oggettivo e razionale. Nell’ambito degli imperativi, bisogna distinguere: - imperativi ipotetici condizionati: valgono ma limitatamente agli obiettivi che ci si prefigge (se vuoi, devi); - imperativi categorici incondizionati: presentano il dovere per il dovere, non sono vincolati da alcuna condizione, si impongono a tutti (devi perché devi). Qui Kant distingue il dovere naturale (mussen), il dovere che non può non compiersi, dal dovere morale (zollen), il dovere che può non compiersi. Kant dice che la legge morale non può essere caratterizzata dalla contingenza altrimenti non sarebbe universale. Il carattere essenziale dell’imperativo categorico è la formalità, ovvero il fatto che nessuna cosa diventa di per sé buona o cattiva, dipende dall’intenzione attraverso la quale il soggetto compie l’azione. Ciò consente anche di distinguere l’ambito della moralità, l’azione autonoma che non si ripromette vantaggi, dall’ambito della legalità, l’azione eteronoma che obbedisce a scopi esterni. Kant aderisce ad un’unica regola: “agisci in modo tale che le modo tale che le massime della tua volontà possano essere il principio di una legislazione universale” significherebbe che quello che tu stai facendo possa valere anche per gli altri. Poi c’è anche: “agisci in modo tale da considerare l’umanità tanto nella tua persona come nella persona degli altri, sempre come fine e mai come semplice mezzo”, non bisogna pensare di poter sfruttare gli altri. Questa formula non venne mantenuta, perché si pensava potesse alterare la purezza. La terza formula dice: “agisci in modo tale che la tua volontà con la sua massima possa essere universalmente legislatrice”, si differenzia dalla prima perché qui Kant vuole mettere in luce il ruolo del soggetto, che, obbedendo alla massima, obbedisce anche a se stesso. L’imperativo categorico è la manifestazione di quella ragione che è l’essenza stessa dell’uomo, tanto che la prima e la terza formula sono scambiabili, l’idea di legge che sta all’interno d ogni uomo la cui sostanza sta nella formalità. Il fondamento dell’imperativo categorico è sorprendente: esso, infatti, è la libertà. Se devi, puoi anche; se l’imperativo categorico ti ordina di agire, evidentemente puoi agire e, se puoi agire, sei libero. A questo punto dovremmo ammettere l’esistenza di un elemento sintetico a priori in ambito noumenico.
Il concetto di dovere aggiunge sinteticamente il concetto di libertà. L’elemento fondamentale della sintesi a priori è che quel che sta nel predicato aggiunge qualcosa in più a quel che sta nel soggetto. Kant sta recuperando, riflettendo sulla morale, quella libertà che non c’era nell’ambito fenomenico, facendone il fondamento dell’imperativo categorico. Dunque, la libertà è l’indipendenza rispetto al meccanismo dei fenomeni e alle leggi naturali, ma la libertà deve essere intesa anche come autonomia ovvero la capacità di autodeterminarsi, mentre l’indipendenza è l’assenza di vincoli esterni e basta. La sua etica è l’unica etica autenticamente autonoma rispetto a tutte quelle del passato connotate dall’eteronomia: - l’etica di Cartesio adottava un principio soggettivo ed esterno (diceva di mutare i valori dell’ambiente nel quale si viveva attraverso l’educazione); - l’etica di Epicuro adottava un principio soggettivo ed interno (vincolata alla ricerca del piacere); - l’etica stoica adottava un principio oggettivo interno (adeguamento all’ordine necessario del mondo); - l’etica teologicamente cristiana adottava un principio oggettivo esterno (la volontà di Dio).

Critica della ragione pura


Introduzione: Nella critica della ragion pura Kant indaga il campo della conoscenza chiedendosi come sia possibile una conoscenza pura (cioé basata sulla ragione senza che si faccia ricorso all'esperienza) universale e necessaria. Egli si trova davanti a due soluzioni precedentemente poste dal razionalismo e dall'empirismo: il primo accettava un'universalità necessaria mentre il secondo la negava. Infatti l'empirismo si basava su giudizi di carattere SINTETICO A POSTERIORI, dove il termine giudizio va inteso nel senso aristotelico del termine come quel processo grazie al quale si uniscono un soggetto ed un predicato,ed é quindi sinonimo di proposizione. Questo giudizio é per gli empiristi sintetico perché aggiunge al soggetto un concetto altro dal soggetto,ed è a posteriori perché' si verifica solo dopo l'osservazione empirica del fenomeno. Il pregio di questo tipo di giudizio è che non esula mai i limiti del fenomeno,ma non potrà' mai avere carattere universale. Il razionalismo invece si basava su un tipo di giudizio detto ANALITICO A PRIORI, dove analitico significa che la proposizione esplicava semplicemente un concetto già implicito nel soggetto senza dirne niente di nuovo. Questo tipo di discorso aveva carattere universale ma non era sempre aderente all'esperienza. Kant vuole quindi unire i pregi di questi due tipi di giudizi e si chiede se sia possibile un tipo di discorso che sia analitico a posteriori, ovvero che abbia caratteri di necessita' ed universalità'. Kant esplica come questo tipo di discorso sia possibile nella Critica della Ragion Pura,che si divide in estetica trascendentale e logica trascendentale suddivisa a sua volta in analitica e dialettica.
Estetica trascendentale: Nell'estetica trascendentale Kant analizza la conoscenza a partire dall'atto della sensazione (estetica dal termine greco che appunto significa percezione). Egli chiama la sensazione intuizione e chiama le immagini che si formano sui nostri organi di senso rappresentazioni, che indicano tutto ciò' che è presente nella mente umana. Le rappresentazioni però non sono un prodotto solo del mondo esterno o solo di quello interno, infatti l'intelletto umano non é ne' puramente creativo ne' puramente ricettivo,perché' non si limita ad elaborare i dati che riceve dall'esterno ma contiene dei principi a priori. E Kant appunto si chiede quali siano questi principi a priori,e a questo dubbio risponde con i concetti di spazio e tempo in quanto "forme del senso esterno ed interno". Spazio e tempo sono le forme a priori dell'intuizione attraverso le quali si da esperienza del mondo fenomenico. Esse operano solo in presenza del fenomeno: non sono ricavati per astrazione dalla sensazione ma ne costituiscono la condizione d'esistenza. Questo significa che il concetto di spazio é un concetto a priori che non viene ricavato dall'esperienza ma é già' presente in noi: quando ad esempio ci accorgiamo della posizione reciproca di due oggetti la condizione alla quale possiamo fare questo é il fatto che in noi sia già' presente il concetto di spazio,che quindi e' una forma a priori del senso esterno e ne é condizione di possibilità' dell'esperienza. Allo stesso modo il tempo,forma del senso interno, é un concetto che non é ricavato dopo l'osservazione di una successione di fenomeni ma è ciò' che rende possibile la rappresentazione dei fenomeni in successione. È forma del senso interno in quanto ogni rappresentazione temporalmente ordinata costituisce una modifica interna del soggetto. Kant classifica queste due forme come trascendentali. egli da a questo termine due significati correlati: trascendentale può infatti indicare non la conoscenza di un oggetto x, ma la conoscenza delle condizioni che rendono possibile la conoscenza di x, oppure, se usato come sostantivo, lo spazio stesso. Le forme di spazio e tempo hanno un carattere soggettivo e universale (nel senso che sono presenti allo stesso modo in tutti i soggetti) e rendono possibile nell'intuizione una SINTESI DI PRIMO LIVELLO DEL MOLTEPLICE. Questo perche' nella mente le forme spazio e tempo vengono aggiunte ai dati provenienti dal mondo empirico. Quindi la rappresentazione é già per Kant un atto sintetico.
Logica trascendentale:La logica trascendentale si divide in Analitica trascendentale (suddivisa ulteriormente in analitica del concetti e analitica dei principi) e dialettica trascendentale. Se nell'estetica Kant aveva spiegato come si costituisce il mondo della nostra esperienza spazio-temporale, non aveva trattato della correlazione tra le vare rappresentazioni, correlazione che forma la natura. Kant quindi va alla ricerca di quelle forme che rendono possibile la correlazione tra i dati dell'intuizione sensibile, quindi di quelle forme che rendono possibile una sintesi di secondo livello.
Analitica dei concetti: Kant parte nella sua ricerca di tali forme dal giudizio: infatti in una proposizione vengono messe in relazione due rappresentazioni e il filosofo pensa che dalla rassegna e dall'esame dei diversi tipi di giudizio si possa risalire ai corrispondenti concetti puri dell'intelletto che rendono possibile la sintesi di secondo livello. Secondo Kant infatti la vera conoscenza é data dal pensiero che connette le varie rappresentazioni mediante i giudizi che sono indispensabili per identificare una proposizione. Ad ogni categoria corrispondono quindi dei concetti puri indispensabili per identificare una proposizione. Le categorie trovate da Hume (tabella a pag. 1211) sono quattro: qualità' quantità' relazione e modalità'. La categoria della relazione corrisponde ai diversi tipi di sillogismi, di cui quello Aristotelico corrisponde solo al primo tipo di giudizio, ovvero quello categorico. La differenza tra le categorie kantiane e quelle aristoteliche sta però nel fatto che Kant applica a queste la rivoluzione scientifica, passando quindi da un valore ontologico ad uno puramente gnoseologico. Dopo aver trovato le categorie Kant asserisce l'esistenza di una fisica a priori, anche se questo non era il suo obbiettivo principale, rispondendo a Hume che aveva asserito la non esistenza di una relazione di causa- effetto di carattere universale e necessario. Per Kant infatti matematica e geometria sono due scienze che si fondano su giudizi sintetici a priori in quanto ad esempio in matematica "5+4=9" é un giudizio sintetico perché esprime un concetto, il 9, non contenuto nei soggetti 5 e 4. La matematica infatti si basa sul concetto di tempo perché il numero non è pensabile al di là della successione, che é derivata dalla forma del tempo. Allo stesso modo la geometria si fonda sul concetto di spazio. Cosa significa che Kant applica la rivoluzione copernicana in campo scientifico? Kant usa l'immagine di Copernico in ambito filosofico: se vogliamo capire i meccanismi della conoscenza dobbiamo ribaltare il tradizionale modo di considerarla: com'è accaduto per l'apparente movimento del Sole, dobbiamo fare riferimento alla Terra, al soggetto, al modo di funzionamento del suo intelletto e non alla cosa conosciuta. Se insistessimo su quest'ultimo punto di vista ci scontreremmo con lo scetticismo di David Hume che dimostrava incontrovertibilmente che la conoscenza, in specie quella scientifica, non aveva nessuna certezza. Dall'analisi della ragione, del soggetto conoscente, ne risulta che una conoscenza valida per tutti gli uomini, universale quindi, e necessaria è invece possibile poiché tutti condividono la stessa dinamica conoscitiva, rappresentata da quelle funzioni trascendentali della nostra mente che sono gli a priori: modi di funzionamento che, in quanto forme prive di contenuto, appartengono allo stesso modo a tutti, e che fanno sì che, quando si elaborano considerazioni circa un oggetto, queste costituiscono un fondamento valido per tutti. Diverse sono le implicazioni che Kant compie con questa "rivoluzione copernicana" in filosofia: per prima cosa non è più la mente che si modella sulla realtà, ma è la realtà che si modella sulle forme a priori. In altre parole è il soggetto stesso che attraverso il suo pensiero va a costruire il mondo dell'esperienza. Dopo aver indicato le varie categorie Kant ragiona su quella che viene definita la loro deduzione trascendentale. Il termine deduzione é qui inteso in un'accezione legale e risponde alla domanda "con quale diritto le categorie si possono applicare ai fenomeni?". Secondo quale principio quindi, la mente umana può attuare la sintesi di secondo livello applicando le categorie ai fenomeni e creando tra loro correlazioni? Kant sostiene che questo sia possibile grazie alla sintesi preliminare applicata dall'io penso. In altre parole, io posso applicare le categorie ai fenomeni perché questi fenomeni sono certi prima di tutto grazie al fatto che io li penso. L'io penso è quindi ciò che permette una sintesi primaria del fenomeno al quale vengono applicate le forme di spazio e tempo nella sintesi di primo livello e successivamente le categorie nella sintesi di secondo livello. L'io penso kantiano non corrisponde però al cogito cartesiano in quanto non é una sostanza ma semplicemente un'attività' trascendentale che rende possibili le due sintesi. Nel concetto dell'io penso è evidente il debito di Kant nei confronti del razionalismo.
Analitica dei principi: Dopo aver chiarito come è possibile correlare le categorie ed i fenomeni, Kant spiega in che modo concretamente le varie categorie si applichino ai fenomeni nell'analitica dei principi. Le categorie pure sono applicabili al materiale empirico grazie al concetto di tempo. Infatti il tempo é l'oggetto comune dell'immaginazione, perché é l'elemento comune a tutti gli oggetti dell'esperienza. L'immaginazione divisa da Kant in due parti, ovvero pura ed empirica. L'immaginazione empirica è ciò che evoca qualcosa in assenza dell'oggetto che era in questione nell'atto intuitivo, mentre l'immaginazione pura é ciò che ci permette di prefigurarci le figure pure in cui si fa la sintesi del fenomeno. L'immaginazione pura produce gli schemi trascendentali, che sono definiti come l'insieme delle regole necessarie alla costruzione dell'immagine di un oggetto. É lo schema che permette alla categoria di applicarsi agli oggetti dell'intuizione, e Kant deriva i vari schemi dalle varie categorie. Ad esempio lo schema per la categoria della quantità é il numero (infatti un oggetto è pensabile come una quantità solo grazie al concetto di numero, che deriva dal concetto di tempo). A questo punto viene introdotto il concetto di principio definito come regola attraverso cui applicare gli schemi. Dato che i principi sono le regole attraverso cui applicare le categorie attraverso gli schemi, Kant li deduce dalle categorie stesse. Dalla categoria della quantità fa derivare il principio degli assiomi dell'intuizione, secondo il quale tutte le intuizioni sono quantità estensive. Gli oggetti vengono quindi intesi come quantità misurabili, e perciò il primo principio permette di applicare le scienze come matematica e fisica agli oggetti della natura in quanto chiarisce che conosciamo gli oggetti quantitativamente. Il secondo principio é derivato dalle categorie della qualità e chiarisce che in ogni oggetto é possibile la misurazione delle variazioni qualitative in quanto esiste una continuità nel passaggio da un grado ad un altro. Ad esempio é possibile misurare la temperatura di un corpo perché' il secondo principio dice che c'é una gradualità nel passaggio da un grado all'altro di intensità. Perciò Kant parla dell'esistenza dell'anticipazione della percezione, perché' in forza di questo principio é possibile prevedere le caratteristiche di percezioni future. Dalla categoria della relazione Kant fa derivare il terzo principio che fissa le "analogie dell'esperienza", che sono le condizioni di possibilità delle scienze della natura. Le analogie sono infatti le regole che permettono di fissare rapporti oggettivi temporali tra fenomeni, e facendo questo rendono possibile la conoscenza scientifica. Per esempio le analogie sono ciò che ci permette di dire che dato un evento ne esiste un altro che ne é la causa e che si trova con esso in una determinata relazione temporale. Queste date relazioni temporali possono essere di tre tipi: di permanenza (secondo cui in ogni cambiamento di fenomeni permane stessa quantità di sostanza nella natura) simultaneità ( secondo cui dato che tutti i fenomeni sono percepibili simultaneamente nello spazio essi sono tra di loro in relazioni causali reciproche fra di loro e quindi ciascun fenomeno condiziona ed è condizionato dagli altri) e successione. L'analogia della successione é la più importante perché' affronta il problema della causalità già affrontato da Hume. Infatti secondo questa analogia tutti i mutamenti avvengono secondo la legge della connessione tra causa ed effetto, quindi per Kant la legge di causa- effetto non é derivata dall'esperienza di eventi in successione ma é il presupposto della costruzione di qualsiasi serie di eventi. Per quanto riguarda il concetto di causalità quindi, Kant guarda a priori le forme sostanziali del pensiero, intendendo la sostanza come un concetto puro dell'intelletto che non ha valore ontologico. Per cui i concetti della metafisica sono diventati in Kant forme trascendentali dal valore puramente gnoseologico. Giunto al termine dell'analitica Kant applica la distinzione tra fenomeno e noumeno. Il fenomeno viene definito come ciò che si manifesta ai sensi, e il noumeno come ciò che si manifesta all'intelletto. Il noumeno rappresenta "la cosa in se'" e quindi e' diverso dal fenomeno che é invece la cosa come noi la percepiamo. Kant distingue tra un'accezione negativa del noumeno (che consiste nel fatto che questo non é conoscibile dai sensi) e un'accezione positiva (che consiste nel fatto che il noumeno E' manifesto all'intelletto). Ma noi secondo il filosofo non siamo in grado di conoscere cio' che non è manifesto ai sensi perché il nostro intelletto conosce solo i fenomeni. Anche se non conoscibile il concetto di noumeno in accezione negativa é importante in quanto limite della conoscenza: il fatto che noi sappiamo che c'é un qualcosa al di là della sensibilità che non è conoscibile ma che dobbiamo sempre pensare ci insegna a circoscrivere le pretese della sensibilità e a non voler estendere il campo della conoscenza sensibile oltre il mondo del fenomeno.
Dialettica trascendentale: Nella dialettica trascendentale Kant si occupa della ragione definita come quella facoltà del pensiero che si rivolge a ciò che sta al di là dell'esperienza. La ragione dopo le due sintesi di primo e secondo livello collega i giudizi e da vita ai ragionamenti. La ragione quindi, messi in relazione causale due fenomeni tenta di risalire alla causa ultima, a ciò che è la condizione della relazione senza che sia condizionarono da altro, perciò la ragione é definita da Kant come "facoltà dell'incondizionato". Il filosofo ha preso come ispirazione per questo processo il sillogismo aristotelico secondo cui da una premessa derivano delle conseguenze, ma secondo lui la ragione é anche capace di attuare un processo inverso attraverso un movimento antisillogistico che dalle cause risale agli effetti, fallacemente pensando che alla base del ragionamento ci sia sempre una premessa che non ha bisogno di dimostrazioni. Tre sono le idee alle quali questo tentativo si appoggia: l'idea dell'io (incondizionato pensato come la totalità dei fenomeni del mondo interno) ,del mondo (inteso come totalità delle condizioni dei fenomeni) e di Dio (pensato come incondizionato che é la totalità di tutte le totalità). Queste corrispondono alle 3 diverse sostanze della metafisica classica, che per Kant sono solo "illusioni della ragione alle prese con se stessa". Infatti la ragione per sua natura tende verso l'infinito e scambia la sua necessità di pensare l'incondizionato per un conoscerlo, non rendendosi conto che ciò che cerca è la sua stessa fisiologia. Per questo Kant ha una concezione negativa della dialettica. A questo punto Kant fa una critica alle "pseudoscienze" derivate dalle 3 forme di incondizionato. Dall'io deriva la psicologia razionale che che afferma che l'anima é una sostanza incorruttibile ed identica a se stessa. Secondo Kant questo è sbagliato ed é frutto di un parasillogismo ,ovvero di un ragionamento errato che applica la categoria di sostanza all'io penso, che non e' un oggetto ma proprio la condizione di applicabilità delle categorie. Dall'idea di mondo deriva la cosmologia, che lo pensa come totalità delle condizioni dei fenomeni sbagliando come ci dimostrano le antinomie. Le antinomie sono quattro proposizioni riguardanti il mondo di cui si può dimostrare la validità ma anche la non validità.
Dall'idea di Dio deriva infine la teologia razionale, che vede l'idea di Dio come un essere perfetto e supremo che sia modello di perfezione per tutte le cose esistenti. L'illusione della ragione sta per Kant nel fatto che questa vuole far corrispondere all'idea di Dio una realtà, ma non si può far corrispondere ad un'idea astratta un ipotetico oggetto di cui non si può fare esperienza sensibile. Quindi per Kant non si può dare una conoscenza concreta di Dio. Egli vuole anche dimostrare la falsità delle dimostrazioni tradizionali dell'esistenza di Dio, che egli suddivide in prova ontologica, cosmologica e fisio-teologica. La critica alla prova ontologica ( che asseriva che dato che noi abbiamo una concezione di Dio come essere perfetto non possiamo non pensarlo senza l'attributo dell'esistenza) sta nel fatto che secondo Kant non possiamo passare da un piano logico ad uno ontologico, perché' l'esistenza è qualcosa che possiamo asserire solo dopo averne fatto esperienza. Per quanto perfetta sia un'idea di un oggetto dobbiamo sempre uscire da questa per dimostrarne l'esistenza. La critica della prova cosmologica secondo la quale Dio é causa non causata del mondo é fatta da Kant in due punti: 1- in questa dimostrazione si utilizza la categoria della causalità al di là dell'ambito dei fenomeni e ciò non ha senso 2- una volta arrivati a dire che dio e' la causa di tutto per dimostrarne l'esistenza si deve far ricorso alla prova ontologica. Nella critica alla prova fisio-teologica rimanda alle altre due critiche, infatti attacca l'idea pensa a Dio osservando la bellezza nel mondo ma ancora una volta l'idea di Dio è ben diversa dalla sua esistenza la cui realtà oggettiva non ha alcun corrispondente nel mondo empirico.
In conclusione la dialettica trascendentale nega le pretese conoscitive della metafisica dogmatica dimostrando che le domande sull’immortalità dell'anima e sull'esistenza di Dio non hanno risposta scientificamente fondata perché' non trovano fondamento nel perimetro dell'esperienza. Una metafisica come scienza potrà aversi solo come indagine sulle modalità di costituzione del mondo dell'esperienza e come critica dei limiti della conoscenza.

Autori che hanno contribuito al presente documento: walla89, LKJH, Dammacco, Francy1982, giunca97, CappieEng, saradipa, sissi.s.
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