Ali Q di Ali Q
Mito 23936 punti

Immanuel Kant - Critica della ragion pura

Questa opera di Kant altro non è che una analisi dei fondamenti del sapere: scienza e metafisica.
La prima ha un sapere fondato e in continuo progresso.
La seconda, invece, con le sue contese senza fine, sembra non conoscere certezze.

Kant sostiene dunque che occorre riesaminare tutta la struttura e la validità della conoscenza.
La “critica della ragion pura” non è altro, di conseguenza, che un’indagine sulle forme a priori (cioè indipendenti dall’esperienza e quindi indimostrabili) della ragione, al fine di stabilirne le modalità, validità e limiti.

Per far questo Kant si deve confrontare con l’empirismo e con il razionalismo e soprattutto con i loro metodi gnoseologici.
In altre parole Kant elabora la sua teoria sulla conoscenza partendo da quelle formulate da empiristi e razionalisti.

Secondo Kant la conoscenza deve essere univerale e necessaria.

Innanzi tutto, Kant rinnega lo scetticismo scientifico, perché la validità della conoscenza scientifica è ormai dimostrata.
Lo scetticismo ha invece una giusta ragion d’essere quando si parla di metafisica: “La ragione umana è perpetuamente sospinta verso quei problemi che non possono essere risolti in alcun modo, né dalla ragione né dall’esperienza. Quindi in tutti gli uomini una qualche filosofia è sempre esistita”.

Detto questo, il lavoro di Kant consiste essenzialmente nel rispondere a quattro domande:
1) Come è possibile la matematica pura?
2) Come è possibile la fisica pura?
3) Come è possibile la metafisica in quanto disposizione naturale dell’animo?
4) Come è possibile la metafisica come scienza?

La questione è complessa. Infatti nelle prime due domande conviene solo domandarsi come esse esitano, giacché la loro esistenza è di sicuro valida.
Della metafisica invece non ne conosciamo nemmeno la reale esistenza. Tant’è vero che nessuno è in grado di dire: “Ecco la metafisica che dovete apprendere perché essa vi convinca, senza ombra di dubbio, della sua validità”.

I giudizi sintetici a priori

Afferma Kant, che ogni nostra conoscenza comincia con l’esperienza. Ma questo non vuol dire che la conoscenza derivi esclusivamente dall’esperienza.
Noi tutti siamo infatti dotati di giudizi sintetici a priori, ovvero verità universali e necessarie che valgono ovunque e nello stesso modo.

Infatti ogni scienza –sebbene derivi dall’esperienza- presuppone principi primi che ne sono i pilastri.

Questi giudizi sono:
1) sintetici: perché dicono qualcosa riguardo al soggetto;
2) a priori: perché non derivano dall’esperienza, la quale, come aveva detto il filosofo Hume, non ci dice se un evento dipenderà sempre dalle stesse cause, ma solo che sinora è sempre stato così.

Nella conoscenza non possiamo dunque basarci su:
1) giudizi analitici a priori, i quali, sebbene non derivano dall’esperienza, derivano da un processo di analisi basato sul principio di non contraddizione. Essi sono infatti infecondi, ovvero non aggiungono nuove informazioni al nostro sapere;
2) giudizi sintetici a posteriori, i quali dicono qualcosa di nuovo, ma si basano unicamente sull’esperienza, e quindi non hanno valenza universale.

Con i suoi giudizi sintetici a priori Kant si trova quindi in una via di mezzo fra la concezione razionalistica, che sostiene l’utilità delle idee innate per la conoscenza (ma che risulta essere un atteggiamento infecondo), e l’empirismo, che fonda tutto sull’esperienza (e quindi è privo di valore universale).
Per Kant, invece, la scienza deve essere un insieme di esperienza (feconda) e di principi sintetici a priori (valenza universale).
Senza taluni principi di fondo, infatti, la scienza non potrebbe sussistere, in quanto il ricercatore ad ogni passo sarebbe costretto a fermarsi, non sapendo se anche in futuro un evento accadrà allo stesso modo.

Ma se non derivano dall’esperienza, da dove derivano i giudizi sintetici a priori?
Per rispondere a questo, Kant afferma che la conoscenza è formata da materia e forma.
La materia sono tutte le impressioni sensibili che derivano dall’esperienza, e la forma l’insieme di modalità fisse attraverso cui la mente umana ordina tali impressioni, come dei filtri, in modo innato e uguale per tutti.

Ma come è possibile servirsene senza poi essere mai smentiti dall’esperienza?
Kant risponde con un esempio: se sapessimo di portare per tutta la vita lenti azzurre, potremmo dire, con assoluta certezza, che il mondo sarà sempre così per noi, e non verremmo mai smentiti.
Per Kant non è dunque la mente che accoglie passivamente la realtà, ma è la realtà che è modellata dalla forma.
Nasce allora la distinzione tra cosa e fenomeno. La nostra conoscenza si basa sullo studio del fenomeno, non della cosa. Il fenomeno è infatti la realtà come essa ci appare dalla forma, mentre la cosa è la realtà indipendente da noi.

Tutto questo pone la filosofia kantiana sotto un punto di vista assolutamente rivoluzionario (tanto che essa è stata definita la “rivoluzione copernicana” della gnoseologia).
Infatti prima di Kant si riteneva che il soggetto dovesse solo rilevare quelle caratteristiche che l’oggetto rifletteva sul soggetto, il quale le doveva pertanto codificare.
Kant dice invece che non è l’oggetto a mostrarsi, ma è il soggetto a definire le modalità mediante le quali l’oggetto gli appare.

Ciascun soggetto ha leggi della conoscenza soggettive, a priori, ma universali e necessarie, perché uguali in ogni uomo.
Sono modi (modalità) attraverso cui noi conosciamo.
L’importanza della filosofia di Kant sta dunque anche nell’aver “ribaltato” la conoscenza dall’oggetto al soggetto, ed ecco il perché essa viene definita rivoluzione copernicana della conoscenza.

La conclusione è che noi non possiamo conoscere l’oggetto com’è. Di qui la distinzione kantiana tra noumeno (ciò che è solo pensabile) e fenomeno. La scienza può studiare solo il fenomeno, cioè le cose come appaiono e non come sono.

Detto questo, la conoscenza ha 3 facoltà principali:
1) sensi, che raccolgono dati intuitivamente;
2) intelletto, attraverso cui pensiamo tali dati;
3) ragione, che è la facoltà attraverso cui cerchiamo di spiegare le tre realtà: anima, mondo e Dio.

La “critica della ragion pura” è dunque così suddivisa:

1) Dottrina degli elementi, che studia gli elementi della conoscenza. Essa è a sua volta suddivisa in Estetica trascendentale e Logica trascendentale. L’estetica trascendentale studia la sensibilità, su cui si basa la matematica. La logica trascendentale comprende invece una parte detta Analitica (che studia l’intelletto in relazione ai fenomeni della fisica) e una parte detta Dialettica (che studia la ragione in relazione alla metafisica). Kant concluderà per la metafisica che le cose sono molto diverse che per le altre scienza, perché non è possibile nemmeno capire se si tratta di una vera scienza. Non potendone dimostrare la validità, Kant la accetta unicamente come “esigenza dell’uomo”.

2) Dottrina del metodo, che studia e determina il metodo della conoscenza.

Si nota che Kant fa spesso ricorso alla parola “trascendentale”, a cui egli attribuisce un particolare significato.
Nel medioevo trascendentali erano tutte le proprietà che le cose hanno in comune e che eccedono o trascendono le categorie aristoteliche.
Per Kant trascendentale è invece la forma a priori, qualcosa che non oltrepassa l’esperienza, ma la precede. In pratica è qualcosa di opposto ad empirico.
Allo stesso modo, però, non sono nemmeno gli elementi a priori, quanto piuttosto lo studio dei medesimi ad essere “trascendentale”.
Dice lo stesso Kant: “Chiamo trascendentale ogni conoscenza che si occupi non di oggetti, ma del modo di conoscerli.”

Ecco dunque spiegato il titolo dell’opera: Critica della ragion pura. La ragione è infatti la nostra facoltà conoscitiva, ed è pura, cioè a priori. Il “della” può avere invece valenza sia oggettiva che soggettiva.

Estetica trascendentale

La natura – sostiene Kant - risponde unicamente a ciò che le si domanda.
Di conseguenza l’osservazione casuale della realtà non porta a niente. Lo stesso Galileo se ne rese conto, ed introdusse il metodo dell’induzione e della deduzione nei suoi studi.
Ma tutto questo parte da una teoria, che si deve riscontrare in natura, ma non è nella natura stessa.

La conoscenza può essere di due tipi: sensibile ed intellettuale. La prima viene analizzata proprio nell’ “Estetica trascendentale”.
La parole “estetica” deriva infatti dal greco “αίσθàνομαι”, cioè “sentire”. Questa sezione della “Critica della ragion pura” si occupa dunque delle modalità a priori attraverso cui conosciamo gli oggetti a livello della sensibilità.

La nostra sensibilità – afferma Kant - è nello stesso tempo:
1) recettiva (o passiva), perché accoglie i contenuti ottenuti dall’esperienza e dalla realtà tramite intuizione;
2) attiva, in quanto organizza il materiale delle sensazioni tramite lo spazio ed il tempo, che sono a priori, cioè sono una intuizione pura. Lo spazio è esterno, e disporre la conoscenza secondo di esso significa disporre le cose una accanto all’altra. Il tempo è invece interno, perché è dovuto ai nostri stati interni e al loro disporsi in successione. Il tempo è una forma universale, in quanto attraverso di esso percepiamo tutti gli oggetti: non ogni cosa è nello spazio, ma ogni cosa è nel tempo (es. i sentimenti). Tutto accade nel tempo. Kant confuta dunque la teoria empiristica (secondo cui spazio e tempo sono nozioni date dall’esperienza) poiché per avere esperienza dobbiamo già presupporli entrambi; quella oggettivistica (secondo cui spazio e tempo sono entità a sé stanti) perché, se sono assoluti, dovrebbero esistere anche senza la presenza di alcun essere vivente; e quella concettualistica (secondo cui spazio e tempo sono due concetti esprimenti un rapporto fra le cose) perché non sono concetti, tant’è vero che il concetto di spazio non è estratto dalla concezione di tanti spazi, e lo stesso vale per il tempo. “Spazio e tempo sono quadri mentali a priori entro cui inseriamo i vari fenomeni, ma sono anche reali”.

Fatta questa premessa, è possibile dunque studiare la base della matematica.
La matematica è composta principalmente da geometria e aritmetica, le scienze sintetiche a priori per eccellenza (es. 7+5=12 amplia le nostre conoscenze, ma non può essere dedotto per via analitica, né tramite esperienza).
La loro “chiave” sta nello spazio e nel tempo, infatti:
1) La geometria dimostra le proprietà delle figure mediante l’intuizione di spazio, stabilendo ad esempio che la distanza più breve tra due punti è una linea retta;
2) La aritmetica si basa invece sull’intuizione di spazio e di successione.

Analitica trascendentale

Affrontato il tema della conoscenza sensibile nella sezione di Estetica trascendentale, Kant studia invece l’intelletto in relazione ai fenomeni della fisica nella sezione di Analitica.

Alla conoscenza sensibile corrispondono le intuizioni, mentre a quella intellettuale i concetti, che consistono nell’ordinare ed unificare diverse rappresentazioni.
Pensare significa infatti giudicare (cioè porre un predicato su un soggetto).
Per poter far questo occorre dunque utilizzare la conoscenza intellettuale, che permette di concettualizzare.

Sensibilità ed intelletto sono indispensabili per la conoscenza. La conoscenza intellettuale si serve infatti di quella sensibile.
L’intelletto si serve dunque delle intuizioni (cioè dei dati sensibili) e dei concetti (modalità di rielaborazione). Se manca uno si essi non possiamo pensare.
Gli stessi giudizi sintetici a priori altro non sono che un insieme di materia (dato fornito e ordinato secondo le intuizioni di spazio e tempo) e forma (analisi dell’intelletto).

I concetti possono essere empirici (se ricavati dall’esperienza) o puri.
Ora, poiché concettualizzare significa catalogare, i concetti puri prendono il nome di categorie.

Formulazione della tavola delle categorie
Pensare = giudicare;
Giudicare = attribuire un predicato ad un soggetto;
Categorie = predicati primi.
Ad ogni giudizio corrisponde dunque una categoria.
Le categorie sono quindi tutti i predicati possibili per un soggetto: quantità, qualità, relazione, modalità. Le categorie di relazione hanno poi una sottocategoria, la causalità. Questo è un rapporto non desunto dall’esperienza, tramite cui il soggetto mette in relazione i dati.

Ora, anche Aristotele introdusse il concetto di “categoria” nella sua filosofia, tuttavia Aristotele si riferiva ad una catalogazione del mondo reale, non del mondo logico.

Da questo tipo di conoscenza (quella intellettuale) deriva dunque la fisica.

Deduzione trascendentale

Ma come giustificare la validità delle categorie? Ovvero, se le categorie sono forme soggettive della nostra mente, cosa ci garantisce che la natura obbedirà alle nostre regole?
Ovvero, se le categorie sono a priori, come possono rifarsi ai fenomeni che sono a posteriori?
Per lo spazio e il tempo il problema non si pone, poiché noi non abbiamo concezione di qualcosa senza spazio o tempo, ma per le restanti conoscenze sì.

Allo stesso tempo, se le categorie sono molte, come è possibile farle risalire ad un’unica attività dell’intelletto?

Ebbene la validità delle categorie – così come la difesa dall’accusa di frammentazione delle categorie - è spiegata nella Deduzione trascendentale.
“Dedurre” significa per Kant dimostrare la legittimità di un qualcosa.
Secondo Kant, dunque:
1) L’unificazione del molteplice deriva dall’intelletto;
2) L’unità è invece il principio in base al quale avviene l’unificazione. La suprema unità fondatrice della conoscenza è l’Io penso. Senza tale consapevolezza le varie idee non possono dirsi mie, ma sarebbero impossibili. L’io penso è dunque l’idea di unità che c’è in noi;
3) L’attività dell’Io penso consiste nel formulare giudizi;
4) I giudizi si basano sulle categorie, quindi tutti gli oggetti presuppongono le categorie.

Le leggi della natura sono quindi definite dall’uomo. L’Io Penso è però autocoscienza formale, non ontologica.
Il molteplice (cioè il dato sensibile catalogato secondo spazio e tempo) viene dunque sintetizzato dall’Io Penso. I giudizi riportano tale molteplice all’Io penso, e solo allora si è coscienti di percepire (appercezione).

Tutto ciò che fa parte della nostra esperienza, per essere tale, deve necessariamente sottostare alle leggi dell’Io penso.
L’Io Penso rende anche possibile l’oggettività, poiché le categorie – tramite cui esso opera - stabiliscono leggi univerali e necessarie. Altrimenti saremmo sempre nell’ambito della soggettività e del particolare. Ma esso non è creatore: si limita solo a mettere in ordine la realtà.

Schematismo trascendentale

Ma come è possibile mettere in relazione le categorie (a priori) ed i fenomeni (a posteriori)? Con lo schematismo trascendentale.

L’ultima parte dell’analitica è dunque dedicata ai principi dell'intelletto puro (delle categorie), cioè dei criteri con cui applichiamo le categorie ai fenomeni e come sia lecito applicare le categorie ai fenomeni.

Secondo Kant, infatti, la mente dell’uomo agisce sugli oggetti indirettamente, con la mediazione dello schematismo trascendentale.

Sappiamo che lo spazio è la forma di tutti i fenomeni esterni, che, colti, diventano interni.
Il tempo è dunque la forma dei fenomeni interni. E’ omogeneo ai fenomeni, poiché da esso deriva l’esperienza. E’ forma delle intuizioni sensibili.
Il tempo è la condizione generale secondo la quale le categorie, soltanto, possono essere portate all’oggetto.
Lo schematismo trascendentale è perciò la determinazione a priori del tempo a cui si riferisce ciascuna categoria.

Schema: se rappresento un cane, ho una sua immagine. Se togliamo le caratteristiche particolari ho un cane generale. Lo schema ha regole universali con cui l’intelletto definisce tutto, anche il tempo.

Ma come può l’intelletto condizionare il tempo? In riferimento alle categorie.
Gli schemi trascendentali sono dunque tanti quanti le categorie.
Esse sono: la successione, che è la regola mediante cui l’intelletto condiziona il tempo in riferimento alla categoria della causalità; la quantità, che richiama invece il principio della successione delle parti (che è un’intuizione); la qualità, secondo cui i fenomeni hanno un’intensità diversa; la relazione, che riguarda l’analogia tra i fenomeni, il fatto che al di là di un cambiamento resta la sostanza; i MODI, che riguardano le possibilità, la realtà e la necessità.

La natura diventa così la conformità del fenomeno alle leggi del nostro intelletto. Essa è materiale (fenomeni) e formale (ordine delle cose).

La conclusione è dunque che il mondo fenomenico è catalogato con leggi stabilite dell’Io penso. E’ l’esperienza non lo smentirà mai.
Le categorie rendono possibile l’esperienza.

Dialettica trascendentale

Kant si chiede a questo punto se la metafisica possa essere una scienza.
Se la religione tenta di prescindere dall’esperienza, infatti, essa cade in errore.
Su tale errore si basa la parte chiamata “Dialettica”.

Da una parte – vi sostiene Kant - la conoscenza è limitata dall’esperienza, ma nello stesso tempo il nostro intelletto tende inevitabilmente verso il noumeno.
La ragione non è più sensibile o intellettuale, in quel caso, ma è ragione “vernunft”, cioè non quella che si limita a classificare, ma quella omni-comprensiva, intuizione globale.

Essa vuole cogliere il fondamento assoluto delle cose, la legge delle leggi, cosa ha generato tutto.
Quest’esigenza ha differenti livelli, ciascuno con un errore:
1) Si vuole unificare le nostre esperienze con l’anima (errore psicologico);
2) Si vuole unificare i fenomeni con il mondo (errore cosmologico);
3) Si vuole unificare l’anima ed il mondo con un unico essere: Dio (errore teologico).

La metafisica trasforma queste esigenze in realtà. Ecco dove sta il suo errore.
In pratica essa dà valore ontologico all’Io Penso, anziché semplicemente formale.
In questo modo si cade in tesi che non si possono dimostrare:
Il mondo è finito o infinito: non si potrà mai saperlo a livello empirico.
La materia è atomistica o no?
IL mondo è libero o necessario? Dal punto di vista fenomenico è necessario, ma nulla sappiamo a livello noumenico.
I fenomeni sono legati liberamente o necessariamente?

Kant conclude dunque per la metafisica non potendo dimostrare che essa sia vera scienza.

Registrati via email