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Che cos'è l'Illuminismo secondo Kant?

L’Illuminismo è l’uscita dell’uomo da uno stato di minorità di cui è egli stesso responsabile. Questa minorità va imputata a se stessi quando essa dipende non da un difetto dell’intelletto, ma dalla mancanza di decisione e del coraggio di servirsi del proprio intelletto senza la guida di un altro. Tale condizione di minorità viene favorita innanzitutto dalla pigrizia, che permette anche agli altri di ergersi a tutori.

“È così comodo essere minorenni!” A far si che la stragrande maggioranza degli uomini reputi il passo verso la maggiore età, oltre che faticoso, anche oltremodo pericoloso, provvedono già quei tutori che con tanta benevolenza si sono assunti sopra costoro il supremo controllo. Dopo averli in un primo tempo rincretiniti, e dopo aver impedito loro di muovere un passo “fuori dal recinto” nel quale li hanno rinchiusi, essi passano ad additar loro il pericolo che li minaccia nel caso in cui tentassero di camminare da soli.

Riesce pertanto difficile ad ogni singolo uomo tirarsi fuori dallo stato di minorità, diventato quasi la sua natura. Regole e formule, questi strumenti di uso, o, piuttosto, di un cattivo uso razionale delle sue doti naturali, sono i ceppi d’una persistente minorità. Chi anche riuscisse a liberarsene non farebbe che un salto incerto, non essendo egli abituato a una tale libertà di movimento. È per questo che solo a pochi è stato dato, al prezzo di una grande sofferenza, di sciogliersi dallo stato di minorità e di camminare con passo sicuro.

Al contrario, è possibile più facilmente che sia un pubblico (intendendo gli uomini appartenenti alla medesima epoca storica, ma anche il pubblico di chi legge, dei lettori) ad illuminarsi da sé, ed anzi, se solo gliene si lascia la libertà, è pressoché inevitabile, giacché in tal caso si troveranno sempre delle persone che pensano con la propria testa e che, scrollandosi di dosso il giogo della minorità, diffonderanno il sentimento di apprezzamento razionale del valore di ogni uomo e della sua vocazione a pensare da sé.

Va notato, in proposito, che è il pubblico stesso, se a ciò lo istigano quelli tra i suoi tutori che sono incapaci di ogni lume, a costringere poi a rimanere sotto quel giogo coloro che ve lo avevano prima tenuto. Solo lentamente, dunque, un pubblico può arrivare ai lumi. Forse una rivoluzione potrà provocare la caduta di un dispotismo personale, mai però una vera riforma del modo di pensare.

Eppure, per questo rischiaramento non è richiesto altro che la libertà; ed invero la più innocua fra tutte quelle che portano questo nome, la libertà cioè di fare “pubblico uso” della propria ragione in tutti i campi. Ma da ogni parte si sente gridare: “Non ragionate, obbedite”! Ovunque intorno a noi vi è limitazione della libertà. Ma quale limitazione è di impedimento al rischiaramento e quale limitazione anzi lo favorisce?

“L’uso pubblico” della ragione deve essere libero sempre, e solo esso può attuare il rischiaramento tra gli uomini; “l’uso privato” della ragione, invece, spesso può essere assai strettamente limitato senza che ciò risulti di particolare ostacolo al progresso dei lumi. Si intende per uso pubblico della ragione quello che uno fa di essa come “studioso” dinanzi all’intero pubblico dei letto. Uso privato, invece, è quello che qualcuno può fare della sua ragione in un certo impiego o ufficio civile a lui affidato. Ora, in talune faccende di interesse comune è necessaria una certa meccanicità, in virtù della quale alcuni membri della comunità devono comportarsi in modo passivo, allo scopo di venir orientati dal governo verso “fini pubblici”. In questo caso non è assolutamente consentito ragionare; si deve invece obbedire.

Ma nella misura in cui colui che è parte della macchina consideri se stesso nello stesso tempo come membro di un’intera comunità, e persino come cittadino del mondo, e per conseguenza nella sua qualità di studioso che con i suoi scritti si rivolge a un pubblico nel senso proprio della parola, egli può certamente ragionare, senza che per questo si abbiano delle conseguenze negative.

Ad esempio, sarebbe molto dannoso se un ufficiale al quale è stato impartito un ordine dal suo superiore volesse apertamente mettere in discussione l’opportunità o l’utilità di quest’ordine mentre è in servizio; egli deve obbedire. Ma non si ha il diritto di impedirli di fare, in quanto studioso, delle osservazioni sui difetti che si possono ravvisare nel servizio militare, sottoponendole al giudizio del suo pubblico.

Parimenti, un ecclesiastico è tenuto ad impartire alla sua comunità un insegnamento che si attenga al credo della Chiesa di cui è servitore, essendo egli stato assunto a questa condizione. Ma come studioso egli ha la piena libertà, e anzi il dovere di comunicare al pubblico tutti i suoi pensieri, accuratamente vagliati, su quanto di errato ritiene essere in quel credo, e le proposte perché siano meglio regolati gli affari della religione e della Chiesa. E non vi è nulla qui di cui si possa incolpare la coscienza. Infatti ciò che insegna in conseguenza del suo ufficio, come ministro della Chiesa, egli lo presenta come qualcosa che egli non ha la libertà di insegnare, a sua discrezione, ma che è intento ad insegnare secondo la prescrizione di un altro.

Quindi l’uso che della sua ragione fa dinanzi alla sua comunità un insegnante che sia titolare di un uffizio ecclesiastico è solo un “uso privato”: perché, per grande che sia, questa adunanza di fedeli ha pur sempre un carattere privato; ciò considerando, egli, come prete, non è e non può essere libero, dal momento che esegue un compito affidatogli da altri. Al contrario, come studioso che parla al pubblico propriamente detto, cioè al mondo, attraverso i suoi scritti, e pertanto come sacerdote “nell’uso pubblico” della sua ragione, egli gode di un’illimitata libertà di servirsi della propria ragione e di parlare in prima persona.

Ma ad una società di ecclesiastici dovrebbe forse essere concesso di impegnarsi col giuramento a mantenere immutato un certo credo al fine di esercitare così sopra ciascuno dei suoi membri e, attraverso questi, sul popolo, una continua e superiore tutela, trasformandola addirittura in eterna?

Ciò non è possibile, infatti un tal contratto è assolutamente nullo e privo di valore, anche se a sanzionarlo fossero stati la suprema autorità e i più solenni trattati. Un’epoca non può congiurare per mettere l’epoca successiva in condizione di non poter ampliare le sue conoscenze, liberale dagli errori e soprattutto progredire nel rischiaramento. Questo sarebbe un crimine contro l’umana natura, la cui inclinazione originaria consiste proprio in questo progresso. La pietra di paragone di tutto ciò che è possibile imporre come legge ad un popolo sta nel chiedersi se quel popolo potrebbe mai imporsi da se stesso una legge siffatta.

Ora, ciò potrebbe certo accadere per un breve tempo, in attesa di una legge migliore, allo scopo di introdurre un certo ordine: purché, però, ogni cittadino venga nello stesso tempo lasciato libero, nella sua qualità di studioso, di fare pubblicamente, vale a dire attraverso gli scritti, le sue osservazioni circa i difetti della vigente istituzione.
Ma ciò che neppure un popolo ha il diritto di decidere per se stesso, ancor meno ha il diritto di deciderlo un monarca per il popolo; e questo perché nella sua volontà egli riassume l’intera volontà del popolo. Purché bado a che ogni miglioramento non contrasti con l’ordinamento civile, egli per il resto può lasciar liberi i suoi sudditi di far ciò che reputano necessario per la salute della propria anima.

Se ora dunque ci si domanda: Viviamo noi attualmente in un’età “illuminata”? la risposta è: No, bensì in un’età che “procede verso i lumi”. Ci vuole ancora molto perché, stando così le cose, gli uomini nel loro insieme siano in grado di servirsi con sicurezza del proprio intelletto nelle cose di religione, senza essere guidati da altri. Eppure si hanno chiari segni che ad essi è ora aperto il campo per lavorare alla propria emancipazione. Sotto questo aspetto quest’età è l’età dei lumi, ossia il secolo di Federico.

Un principe che non ritiene indegno di sé dire che crede suo dovere non imporre niente agli uomini in fatto di religione, lasciando loro, invece, in queste cose piena libertà, e che perciò respinge la parola “tolleranza”, segno di superbia, è egli stesso illuminato e merita dal mondo d’esser lodato come colui che, primo, affrancò il genere umano dallo stato di minorità, almeno per la parte che vi può avere il governo, e lasciò libero ognuno di usare la propria ragione in tutto ciò che ha a che fare con la coscienza.

Sotto di lui rispettabili uomini di chiesa possono, senza pregiudizio del loro dovere d’ufficio, sottoporre all’esame del mondo, in veste di studiosi, i loro giudizi e le loro vedute divergenti dal credo accettato dalla Chiesa; e tanto più può fare chiunque altro non sia soggetto alle limitazioni che s’accompagnano a un dovere d’ufficio.

Quindi nelle cose di religione vi è il punto decisivo dell’Illuminismo, cioè l’uscita degli uomini dallo stato di minorità di cui essi sono responsabili: questo perché in ciò che concerne le arti e le scienze coloro che ci governano non hanno alcun interesse ad assumere verso i loro sudditi il ruolo di tutori.
Ma il modo di pensare di un sovrano che favorisce i lumi va ancora più in là, e riconosce che persino in ciò che concerne la “legislazione” da lui voluta non vi è pericolo alcuno nel consentire ai propri sudditi di fare “pubblico” uso della ragione, sottoponendo pubblicamente al giudizio del mondo i loro pensieri circa una migliore formulazione della legislazione medesima, e ciò finanche attraverso una critica franca di quella già esistente.

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