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La critica del giudizio

E' la terza critica di Kant ed introduce i temi pre-romantici. E' presente, per esempio, il tema della natura (rapporto uomo-natura) e l'altra tematica centrale è quella artistica (arte e bello estetico). Questa opera è stata vista come l'eco dei valori pre-romantici.
Kant dice che esiste un mondo fenomenico che obbedisce alle leggi della razionalità; dall'altra parte esiste il mondo della libertà, realtà che non è sottoposta a nulla. In questa critica Kant vuole trovare un accordo tra libertà e necessità. Questa critica nasce però da altre ragioni: egli la scrive scrive per rispondere ad una questione epistemologica, ossia il problema della conoscenza. La critica del Giudizio (inteso come facoltà) è divisa in due parti: la critica del giudizio estetico e la critica del giudizio teleologico. Nella prima Kant riflette sul bello, e su cosa ci fa dire che una cosa è bella. Collegato a questa sezione è il tema del sublime e la differenza tra una cosa bella e una cosa sublime. Nella seconda parte (giudizio teleologico/finalistico), Kant si concentra sulla finalità della natura (troviamo un fine/scopo nei fenomeni naturali, alcuni, non tutti). Egli distingue due tipi di giudizi: giudizio riflettente e giudizio determinante. Quest'ultimo è per Kant il giudizio dove è dato l'universale e non bisogna fare altro che sussumere (parola kantiana) il particolare sotto l'universale.

Quello riflettente è invece il giudizio dove, avendo il particolare, bisogna trovare l'universale (la legge universale). I principi universali dell'intelletto (ragion pratica) erano l'ossatura per riconoscere i fenomeni naturali. Secondo Kant questi principi non bastano per trovare il particolare, poiché bisogna andare nello specifico. Ciò che serve è la facoltà del Giudizio, la quale non è una facoltà intellettuale, ma estetica. In un certo senso è la creatività, la quale ci permette, date le leggi universali, di arrivare a cogliere l'universale (= è la facoltà che ci permette di specificare l'universale nei confronti del particolare).
Il giudizio determinante, invece, determina in maniere oggettiva la realtà, la determina in maniera univoca; quello riflettente determina l'oggetto soggettivamente (=non in modo univoco).
Kant afferma che è bello ciò che piace universalmente senza concetto (=senza regola). La bellezza si manifesta attraverso un piacere. Kant distingue il piacere dal piacevole. Il piacevole, infatti, è ciò che stuzzica i sensi; il piacere è più profondo, coinvolge direttamente la nostra facoltà di Giudizio. Quando egli dice che la bellezza è universale, intende che la condizione di possibilità appartiene a tutti (= tutti possono pensare la bellezza). Non è possibile dare una regola al bello, racchiuderlo in una formula o in una definizione. La bellezza, perciò, non si può insegnare.
Kant parla poi di Arte (o bellezza) libera e aderente. L'arte aderente implica che la ricerca della bellezza è subordinata ad una regola che è condizionata dalla bellezza stessa. L'arte libera, invece, è quella che si esprime nelle forme d'arte quali pittura, scrittura, musica, eccetera, nelle quali il genio è capace di esprimere la sua idea di bellezza liberamente, senza alcun canone. E' compito dell'arte – secondo Kant – stabilire le regole della bellezza. Il bello secondo Kant non è il buono. L'oggetto bello è la finalità soggettiva.
Il sublime è, invece, espressione di un sentimento. Il bello nasce dal piacere, il sublime nasce dal dispiacere. Esistono due tipi di sublime: il sublime dinamico e il sublime matematico. Il secondo, quello matematico, nasce dalla contemplazione di qualcosa infinitamente grande; quello dinamico, invece, è proprio degli oggetti che presentano un'infinità potenza. Esempio: il mare in tempesta. Il guardare il mare ci spinge a giudicare il mare sublime, e non bello. La condizione per determinare il sublime è il non avere paura (infatti guardare il mare in tempesta è ovviamente diverso se lo guardo da una stanza, invece che su una barca). Il dispiacere iniziale si tramuta poi nella consapevolezza della propria grandezza personale.

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