Lolle55 di Lolle55
Ominide 364 punti

Immanuel Kant

La filosofia europea del 700 è animata da due grandi correnti filosofiche: empirismo e razionalismo.
Razionalismo: questa corrente fonda il suo sapere sulla ragione, intesa come conoscenza deduttiva (padre del razionalismo è Cartesio), una ragione matematica.
Empirismo: corrente fondata sulla ragione empirica, basata sull’esperienza (Locke e Hume)
Kant ha presente queste due correnti e individua pregi e difetti in ognuna. Sul razionalismo dice che la conoscenza derivata dalla ragione è una conoscenza universale, assoluta, certa ma in negativo c’è il fatto che non tiene conto dell’esperienza, non è significativo per la vita reale, concreta.
Il merito dell’empirismo invece è che si basa sull’esperienza ma ha un limite perché il sapere non è assoluto e non può essere esteso a tutto.

Kant vuole aprire una terza via prendendo i pregi di queste due correnti.
Per lui è molto importante la metafisica perché non si è mai raggiunta una conclusione univoca tra i vari filosofi e per lui è una situazione sconcertante. Egli quindi guarda alla fisica dove il sapere è cresciuto notevolmente e tutti i filosofi sono concordi. La metafisica è importante per l’uomo: noi non riusciamo a non pensare ai grandi interrogativi. Da una parte non possiamo non pensarci ma dall’altra non riusciamo a trovare una soluzione.
Perché era così? Kant dice che c’era questa situazione problematica perché i metafisici si illudono, elaborano le loro teorie andando a tentoni, senza basarsi su dati o l’esperienza. Le loro sono teorie non verificate, trattano gli oggetti trascendentali (come l'anima e Dio) come se fossero oggetti di esperienza senza esserlo, e siccome non sono verificati dall’esperienza, nessuno può contrastarli. Sono sempre veri, tutti hanno ragione.
Kant però dice che, se è vero che nel conoscere non si può fare a meno dell’esperienza, la conoscenza empirica è parziale, l’esperienza non basta, discorso espresso anche da Hume secondo il quale la conoscenza è probabile ma non certa. Kant è spaventato da questa conoscenza non certa perché anche la scienza crolla se Hume ha ragione.
Quindi lui vuole trovare un’altra strada, la scienza per lui è importante perché è certa. Lui vuole un sapere scientifico certo, vuole condurre un’indagine rigorosa sulla conoscenza dell’uomo, come Locke che sposta l’attenzione dall’oggetto al soggetto, bisogna conoscere lo strumento della conoscenza (l’intelletto), bisogna conoscere le possibilità dell’uomo.
Kant dice che sicuramente non si può saltare l’esperienza come facevano i razionalisti, ma non bastano dei fondamenti a priori, e quindi non bisogna fare confusione con i principi innati di Cartesio, perché se fossero davvero innati potremmo fare a meno dell’esperienza e ricadremmo nel dogmatismo. Kant si muove su un doppio binario: da un lato tiene aperto il legame con l’esperienza, dall’altro individua dentro di noi delle strutture uguali per tutti che non dipendono dall’esperienza ma sono a priori, quindi sono capaci di darci conoscenze scientifiche stabili che per Kant sono necessarie. La sua gnoseologia si basa sul trovare questi elementi a priori: sensibilità e intelletto.
Sensibilità: raccolta di dati attraverso le impressioni;
Intelletto: unificare i dati e fare sintesi tra essi.
Non provengono dall’esperienza quindi sono sicure. Ma da dove provengono?
Da noi, dal soggetto. E' la soggettività che fonda l’oggettività.
Soggettivismo gnoseologico: tutti noi creiamo relazioni tra le cose e le conosciamo.

Kant si muove su una doppia linea: da una parte ha bisogno di un contatto con l'esperienza, dall'altra ci devono essere delle strutture nel soggetto che conosce che stabiliscano la fondatezza di questa conoscenza, ossia la scientificità delle proposizioni.
La gnoseologia kantiana si sviluppa su due livelli di ricerca: sia sul piano della fisicità, sia sul piano dell'intelletto per cercare quelle forme a priori che non dipendono dall'esperienza, ma che la permettono.
Cosa significa esperienza in Kant? Essa è il prodotto del processo di sintesi (o di unificazione), compiuto in parte dalla sensibilità, ma soprattutto dall'intelletto. Conoscere quindi significa operare delle sintesi per gradi successivi:

1) grazie alla sensibilità vengono raccolti dei dati, si ricevono delle impressioni;
2) quindi grazie all'intelletto i dati vengono organizzati, cioè ordinati nel tempo e nello spazio, e messi in relazione con le categorie dell'intelletto.
Riassumendo si può dire di conoscere quando si può mettere in relazione tra loro cose, oggetti, pensieri, persone, ecc... che prima erano isolate.
Inoltre queste relazioni non sono casuali, contingenti e soggettive, ma al contrario sono necessarie e universali, cioè uguali per tutti.
I legami dunque (le relazioni) non appartengono alle cose stesse, ma siamo noi a crearle per poter interpretare e leggere la realtà che ci sta attorno. Kant non si preoccupa di ciò che conosciamo come faceva Cartesio (che aveva messo Dio come garante) ma cerca nel soggetto conoscente, come è fatta e come funziona la mente umana. Con Kant si parla quindi di soggettivismo gnoseologico.
Egli quindi porta all'estremo i ragionamenti di Cartesio, i processi di conoscenza si spostano dall'oggetto al soggetto (esattamente il contrario di come avevano operato la filosofia antica e medievale).
Quando Kant dice che l'uomo pone le sue leggi al mondo, egli non intende il mondo fuori di noi (albero, montagna, ecc...) ma il mondo fenomenico, cioè tutto quello che appare a me. Infatti, siccome sono io che conosco, sono ancora io che detto le leggi della conoscenza. Posso conoscere il fenomeno ma non il noumeno. In poche parole, noi possiamo "comandare" il mondo quando questo diventa oggetto di pensiero, infatti il campo in cui si muove Kant è la gnoseologia e non l'ontologia.
Perchè la mente umana si ferma ai messaggi e a ciò che percepisce? Perchè non riesce ad arrivare alla fonte di questi messaggi? Perchè si ferma al fenomeno e non riesce ad arrivare al noumeno? Perchè noi non possiamo conoscere il mondo come è realmente, ma solo come lo vediamo noi. Esempio: è come se portassimo delle lenti blu sugli occhi, vedremmo tutto il mondo blu e non potremmo toglierle perchè fanno parte di noi, sono le nostre strutture a priori. Quindi noi non possiamo sapere di che colore è il mondo realmente, questo è il limite umano.
Questo dato (il fatto che noi non possiamo conoscere il mondo per quello che è realmente) verrà riconosciuto da tutti i filosofi moderni, ed ecco perchè la metafisica perderà importanza riducendosi ad una pseudo - scienza.
Tutta la filosofia Kantiana ruota attorno a tre domande:
- Cosa posso sapere? Ne parla ne Critica alla ragion pura;
- Cosa posso fare? Ne parla nella Critica alla ragion pratica;
- Cosa posso sperare? E qui ne parlerà ne la Critica del Giudizio.
Kant in tutte e tre le domande procede nello stesso modo, cioè si chiede quali siano i principi a priori (che non possono essere trovati nell'esperienza), che mi assicurano la stabilità del sapere, dell'agire morale ma anche dell'estetica, della natura, della religione, ecc....
Secondo Kant inoltre la metafisica non è una scienza e lo spiega nella sua dialettica trascendentale, perché la conoscenza è una sintesi tra materia e forma. A livello della ragione (nella quale opera la metafisica) viene a mancare la materia sulla quale applicare le forme dell'intelletto. In ogni caso egli riconosce una funzione regolatrice delle idee metafisiche.
In Kant l’estetica si occupa della sensibilità, l’analitica dell’intelletto e la dialettica della ragione.
Uno dei punti fermi di Kant è che l’attività dell’intelletto non è sufficiente per rappresentare un oggetto: i concetti, le categorie sono vuote se non vengono applicate ai dati della sensibilità.
Il problema della metafisica (nella quale vi sono le idee di: anima, Dio e Mondo inteso come totalità incondizionata) è che abbiamo queste idee ma a cosa possiamo applicarle? A nulla di sperimentabile.
Ecco perché la metafisica non è una scienza, essa vuole conoscere oltrepassando l’esperienza e non può. In realtà il pensiero può oltrepassare l’esperienza ma non ne deriverà nessuna conoscenza.
N.B: per gli idealisti pensare è sinonimo di conoscere; se penso qualcosa infatti significa che la conosco. Per Kant non è così, pensare non significa conoscere.
La metafisica è quindi una scienza illegittima, derivata da un’operazione illegittima cioè noi tentiamo di applicare i concetti dell’intelletto a Dio, all’anima, al Mondo, come se questi fossero del materiale empirico, ma in realtà
Infatti nella metafisica noi applichiamo le categorie a delle realtà in sé, di cui non abbiamo esperienza ( e quindi vuote) che ci portano ad una conoscenza ingannevole, illusoria. L’intelletto nella metafisica è come se continuasse a girare a vuoto, facciamo un uso trascendente delle categorie (cioè le applichiamo al di fuori del mondo sensibile) dando vita a paralogismi e antinomie, cioè gli errori della metafisica.
Kant afferma però che la metafisica deriva da un’esigenza legittima l’uomo, infatti, per sua natura è spinto ad andare oltre ciò che appare, a cercare le ragioni ultime delle cose (continuando a domandarsi il perché delle cose arriverà ad un punto in cui trascenderà l’esperienza per forza). Ed è un errore stupido, ingenuo ma comprensibile visto che la metafisica è stata fatta da tutti i grandi pensatori dell’antichità e del medioevo.
Il tranello sta nel fatto che, siccome la mente umana cerca sempre di arrivare ad una spiegazione ultima, cerca sempre di giungere alla totalità, all’incondizionato, all’assoluto.
Inizialmente spiega i fenomeni con altri fenomeni, infine cercherà di arrivare ad un fenomeno incausato. Per esempio: un astuccio è fatto da una fabbrica, la fabbrica è stata fatta dagli uomini, quegli uomini sono stati fatti da altri uomini e così via fino al primo uomo, e il primo uomo chi l’ha fatto? Dio, il fenomeno incausato.

La metafisca tradizionale comprende molti argomenti ma Kant li riassume in tre idee fondamentali:
1. idea dell'anima;
2. idea del mondo;
3. idea di Dio.
Ciascuna di queste idee rappresenta una totalità, è incondizionata, cioè è qualcosa che non può essere oggetto di esperienza proprio perchè riguarda tutto e non ha limite (l'esperienza si).
L'azione conoscitiva deve necessariamente essere rivolta ad una parte non al tutto, e quindi il tutto non può mai essere oggetto di esperienza.
A differenza delle intuizioni pure della sensibilità e delle categorie dell'intelletto, le idee della ragione (anima, mondo, Dio) non sono delle forma volte a sintetizzare un certo contenuto ma loro stesse si presentano già come dei contenuti ma, sono privi di riscontri empirici.
Non si può averne esperienza.

L'anima
Intesa come ciò che sta a fondamento dei fenomeni psichici, quel tutt'uno che sta alla base di tutti i fenomeni massicci.
Unità incondizionata di tutte le idee relative al soggetto, all'esperienza soggettiva.
Siccome la nostra ragione ha bisogno di trovare una sostanza a cui riferire tutte queste esperienze soggettive, della psiche, ecco che tutto fa capo all'anima, viene intesa come qualcosa di incondizionato, sempre identica nel tempo.
Tutte le esperienze soggetive ci sono perchè c'è l'anima, quaesto lo sosteneva la psicologia razionale ma Kant spiega che questa non è una scienza parte da un errore di fondo, cioè si basa su dei prallogismi: ragionamenti (sillogismi) sbagliati, l'errore sta nel fraintendimento dell'Io Penso.
Kant parla dell'Io Penso come principio di unificazione delle rappresentazioni invece nella psicologia razionale viene identificato come una sostanza a se stante, sbagliato perchè Io Penso non è una sostanza come la res cogitans ma è solo una funzione ordinatrice.
Da questo grosso errore discendono poi tutta uuna serie di ragionementi sbagliati per cui all'io sostanza la traduzione ha sempre attribuito quelle cartteristiche tipiche dell'anima: l'immortalità, semplicità cioè non costituita da parti, una e sempre indentica a se stessa.
Quindi: l'immortalità, immaterialità, unità ed entità e semplicità dell'anima sono caratteristiche da sempre, dalla tradizione, attribuitele.

Il mondo
Inteso come ciò che sta alla base di tutti i fenomeni fisici, l'incondizionato.
Unità incondizionata di tutte le idee relative all'oggetto, il mondo esprime la totalità di tutte le condizioni che secondo la cosmologia razionale, per Kant pseudo scienza, dovrebbero spiegare la realtà naturale.
Nel tentaivo illusorio di conoscere il mondo nella sua totalità, nel suo insieme, tutte le cosmologie tradizionali incappano nelle antinomia (coppie di tesi - antitesi), due affermazioni che si contrappongono, il problema è che non possiamo sciegliere quali delle due sia giusta.
Le antinomie danno origine a quattro problemi:
1. il mondo ha un inizio e quindi è limitato oppure l'universo è infinito?
2. Il mondo è composto da sostanze divisibili oppure nessuna sostanza che costituisce il mondo è divisibile in parti semplici?
3. Nel mondo esiste una causalità libera o è tutto determinato e stabilito dalle leggi di natura?
4. Il mondo appartiene a qualcosa che come elemento è causa è assolutamente necessario, appunto dio, o non esiste alcun essere necessario che sia causa del mondo?
Kant anallizza e discute queste quattro antinomie rivelando come da queste difficolta nasca la mancata distinzione tra mondo fenomenico e noumenico e quindi lìillusione della ragione di aspirare all'assoluto e cogliere le cause prime e ultime del mondo.

Dio
Ciò che sta a fondamento di tutto, dell'anima, del mondo, tutta quanta l'intera realtà.
Costituisce l'unità di tutte le possibilità dell'essere.
Ogni ente non è altro che una piccola determinazione di questo assoluto.
La ragione metafisica illudendosi pretende di trasformare quella nozione di dio della totalità assoluto in un essere reale, oggetto, ente empirico.
Questa totalità assoluta non può essere fenomeno quindi non può esserci nessuna conoscenza scientifica.
Kant quindi vuole confutare le prove dell'esistenza di Dio:
1. prova ontologica;
2. cosmologica (esistenza del mondo arriva all'esistenza di Dio);
3. fisico - teleologica (ordine supremo).
La più importante ontologica errore sta in un passaggio che non ha spiegazione: dal piano de pensiero, idea di Dio, all'esistenza - pensiero ed esistenza sono due cose diverse.
Con la dialettica trascendentale, ultima parte critica della ragion pura, Kant arriva ad escludere la possibilità di costruire una scienza metafisica, questa naturale tendenza umana non può essere soddisfatta nell'ambito della conoscenza scientifica.
Dal punto di vista della conoscenza rimangono illusioni metafisiche che provengono da uno scorretto uso della regione.
Le tre domande Kantiane sono:
1. cosa posso sapere - conoscenza;
2. cosa posso fare - azione morale;
3. cosa posso sperare - natura dei fini dell'Universo.

La Critica della ragion pratica
Per quanto rigurda l'agire dell'uomo Kant va a ricercare i principi che stanno alla base dell'agire.
scrive due opere su questo argomento:
- 1785 Fondazione della metafisica dei costumi;
- 1788 Critica della ragion pratica.
Stesso attegiamento assunto nell prima critica cioè esaminare in modo critico la ragione nel suo uso pratico, che serve per vivere.
Nella Critica della ragion pratica Kant ripropone da un altro punto di vista lo stesso problema che stava alla base anche della Critica della ragion pura.
Nella ragion pura il problema veniva affrontato dal punto di vista teoretico, della conoscenza: come sono possibili leggi necessarie e universali relative al mondo della natura? Sono possibili perchè esistono in noi delle forme a priori.
Ora Kant si sposta dalla sfera teoretica a quella morale, però è la stessa domanda: nella sfera morale esiste una legge universale e necessaria per cui la legge morale diventa un comandamento uguale per tutti che si impone in maniera assoluta senza ammettere deroghe ed eccezioni? Si.
Parlando di morale è chiaro che la necessità morale non potrà essere identica a quella di natura. La differenza è che nella legge morale posso anche riservarmi la possibilità di rsistere all'ordine che mi da la ragione in quella naturale no. Alla legge naturale non si può disubbidire ad un coamdo morale, questa è la libertà dell'uomo, si può anche fuggire.

Perché siano universali queste verità non devono essere a posteriori ne soggettive ma devono essere a priori,non devono dipendere dall’esperienza del singolo.Quindi devono essere rintracciate all’interno della ragione. Sono due le opere della ragion pratica: la critica della ragion pura e la fondazione della metafisica dei costumi.
La fondazione della metafisica dei costumi 1785 a metodo analitico parte da ciò che è condizionato per arrivare a stabilire le condizioni. Parte dal basso per arrivare ai principi della morale.Parte da un dato di fatto: esiste una morale, gli uomini si distinguono tra chi la segue e chi no, esistono delle regole morali delle leggi. L’unica cosa veramente buona però è la volontà buonaàun’azione buona è tale solo quando c’è dietro una buona volontà senza ricavarne interesse,volontà disinteressata.
In che cosa consiste la buona volontà? È la volontà che compie il proprio dovere in maniera disinteressata senza vantaggi. La volontà buona agisce per il dovere: obbedire alla ragione dentro di me. Uno potrebbe anche conformarsi al dovere per orgoglio,simpatia, egoismo, ma se lo faccio per questi motivi io non ho più una volontà buona, il dovere va compiuto senza un fine ma per il dovere in se stesso. Seguire il dovere per il dovere.La morale kantiana è una morale formale,cioè non ti dirà mai cosa fare nel contenuto ma suggerisce solo la forma, se mi dice il contenuto non sarebbe universale. La condizione perché sia a priori e pura (nessuna influenza esterna) bisogna compiere il dovere per il dovere.Bisogna seguire le regole della morale seguendo un comando universale e vincolante uguale x tutti gli uomini,il comando non il contenuto senza condizionamenti esterni. La ragione non svolge solo una funzione teoretica/cosa posso sapere) ma anche pratica (cosa posso fare) mi deve suggerire come devo agire. Ragione universale e incondizionata. Questa ragione dirige la volontà. È importante la forma non il contenuto.
Dall’esperienza non si può mai dedurre una legge universale.
La morale di Kant escute tanti comportamenti che prima erano ritenuti buoni.
Se io compio un’azione per seguire la legge del mio stato, questa è un’azione buona? No perché è un’azione legalmente buona,con il fine di rispettare le leggi dello stato.
Cosa da valore all’azione moralmente buona? Non è mai il contenuto, la materia, non è mai quello che io vedo a rendere un’azione giusta perché due persone possono fare un’azione,uno per uno scopo e l’altro per il dovere e alla vista è uguale,quindi è la forma, l’intenzione, il motivo, non cosa fai.
Kant per distinguere introduce le massime e le leggi. Le massime determinano dei criteri della volontà che hanno una valenza soggettiva. Le leggi determinano la volontà oggettiva. Perché la volontà sia buona non deve dipendere dalle massime,da ciò che è soggettivo.
La ragione come determina la mia volontà? Sotto forma di comandi o imperativi,perché se no noi seguiremo i nostri istinti,sentimenti ecc.
Kant distingue due tipi di imperativi provenienti dalla ragione: ipotetici (se vuoi allora devi) e categorici (propri della legge morale) ‘devi’ comandi incondizionati,non importano le circostanze. Solo sugli ultimi si basa l’azione morale. Hanno il criterio di universalità e necessità.
Come formula questo imperativo categorico? Lui fa tre formulazioni:
- agisci in modo che tu possa volere che la massima della tua azione divenga universale;
- agisci in modo da trattare l'uomo, così in te come negli altri, sempre anche come fine e non mai solo come mezzo;
- agisci in modo che la tua volontà possa istituire una legislazione universale.

Nella Critica della ragion pura a metodo sintetico

La ragione pratica non prescrive un'azione pratica, ma indica come noi dobbiamo indirizzare la nostra volontà, cioè noi dobbiamo elevare la nostra massima soggettiva a legge oggettiva della moralità.

Seconda formulazione: agisci in modo da considerare l'essere umano sia nella tua persona, sia nella persona sempre come fine e mai come mezzo. Rispetta la dignità di te stesso e degli altri uomini evitando di usare strumentalmente il tuo prossimo e di ridurlo così a semplice mezzo.
L'uomo ha una dignità intrinseca che lo rende diverso da tutte le altre cose e, a questo punto, Kant immagina una città ideale, Regno dei fini, dove tutti gli uomini vengono rispettati per la dignità che portano.
Il comando morale, che si esprime sotto forma di imperativo, non può venirci imposto dall'esterno, cioè da un'altra volontà al di fuori della nostra.
La massima morale è un frutto autonomo della nostra volontà razionale. La volontà kantiana è autonoma --> quindi l'uomo è legge a se stesso.
Questa autonomia della morale significa che la legge morale esprime la natura stessa della volontà umana, noi vogliamo la legge morale perchè quello coincide col nostro essere fino in fondo.
Solo la morale kantiana è autonoma, che ha la fonte in se stessa.
Obbligazione morale che non concede all'uomo nessuna deroga è il puro rispetto della legge.

Lo scopo della ragion pratica è di dimostrare che esiste una ragion pura - pratica, cioè la ragione da sola, senza essere condizionata da impulsi sensibili, può guidare la volontà e che solo quando la volontà è mossa da una pura ragione la volontà è buona.
Questa è una grande differenza rispetto alla critica della ragion pura perchè nella ragione teoretica non può esserci esprienza se non ci sono dati sensibili perchè l'intelletto non avrebbe materiale per applicare le categorie.
Nella ragion pratica non è così, lo scopo di Kant è dimostrare che la volontà, senza l'intervento della sensibilità, è capace di dirigere la volontà anzi, solo quando è così, abbiamo un'azione moralmene giusta.
Perchè la regione sia in grado di guidare la volontà è necessario che esista una legge morale a priori, incondizionata, valida per tutti gli esseri razionali, che valga in ogni tempo in ogni luogo secondo la formula dell'imperativo categorico, tu devi.
Come facciamo a riconoscere un'azione morale?
Dobbiamo chiederci: questa azione che sto per compiere crea un ordine di cose che sono valide per tutti? se non è così l'azione non è morale.
Visto che esiste una legge morale kant parte ad individuare le condizioni che rendono possibili la moralità: tre postulati
condizioni della vita morale:
1. libertà: se un'uomo non è libero non è responsabile delle sue azioni se non c'è responsabilità non c'è moralità. Il comando ha senso perchè c'è il puoi, io mi posso o no conformare, posso eseguire o no il comando. La volontà è la facoltà che può aderire o meno alla ragione, ma perchè aderisca o non devo presupporre la libertà.
Con l'affermazaione della libertà ci troviamo di fronte al dualismo kantiano:
- il mondo fenomenico dove vige la legge della causalità e necessità, dove gli enti naturali si comportano in un certo modo perchè non possono fare altrimenti;
- il mondo della moralità, della libertà dove ci si può comportare sia così che colà.
Ci sono due istanze, due mondi, mondo fenomenico della necessità e mondo noumenico della libertà.
2. Esistenza di Dio: noi dobbiamo escludere dalla morale l'agire per un fine, anche se il fine è nobile, per es felicità, rendo la morale eteronoma, ma come mai tutti gli uomini desiderano da sempre la felicità?
Qui si viene a creare un'antinomia tra virtù e felicità: virtù fare il dovere per il dovere ma, come mai la virtù non si concilia con la verità?
Allora questa antinomia si risolve postulando l'esistenza di dio, anche la ragione pratica come quella teoretica cerca sempre il massimo, incondizionato, assoluto, quindi tende al massimo bene, sommo bene-->che è dio= unione perfetta di virtù e felicità, nel sommo bene queste due cose sono identiche, si congiungono.
Solo dio può far corrispondere virtù a felicità e darti in premio del tuo essere virtuoso una giusta felicità.
Quando?
Non in questa vita, devo presupporre che dopo questa vita potrò proseguire in questo cammino di perfezione.
3. L'immortalità dell'anima: io continuerò in questo cammino di perfezione fino all'avvenimento della santità è che avrò in premio da dio ma, non chiaramente in questa vita ma in un'altra vita, un'adeguata felicità in proporzione alla virtù.
Non è una cosa razionale, è un'esigenza della fede razionale che è la conseguenza di questo discorso etico.
Questi sono i tre postulati per il superamento dell'antinomia tra virtù e felicità.
A questo punto Kant dice, siccome però la ragion pratica riesce a spingere fin dove la ragione teoretica non arrivava, quindi Kant afferma un primato della ragion pratica sulla ragion pura. Anche perchè la conoscenza può non interessare a tutti gli uomini invece la vita pratica interessa a tutti.
Poi anche perchè quelle cose che prima venivano negate ora, dal punto di vista etico, diventano certezze.
La ragion pratica, dando realtà a quelle idee dell'anima immortale, di Dio, prima riconosciute impossibili dalla ragione teoretica, afferma in questo modo il suo primato su quest'ultima.
La ragione dell'uomo è finita e questo è il segno della finitezza umana (ragion pura), essendo l'uomo un essere finito che non può andar oltre l'ordine fenomenico porta in sè un desiderio dell'infinito, assoluto l'uomo vive questa contraddizione L'uomo, essere finito che aspira, tende all'infinito.
Kant, grande illuminista, ma supera anche l'illuminismo e apre ai temi del romanticismo.
Dice Kant: “Due cose riempiono l’uomo di ammirazione, il cielo stellato sopra di sé e la legge morale dentro di sé”.
La Critica del giudizio è l’opera più romantica tra le tre che abbiamo visto che tenta di risolvere il dualismo che esiste tra necessità e libertà.
Abbiamo visto come l’attività dell’intelletto, che è quella di unificare il molteplice attraverso l’intuizione sensibile, applicandovi le categorie arriva a costruire il mondo dell’esperienza. Abbiamo quindi visto la critica alla ragion pratica, che è quella ragione che è capace di cogliere l’esistenza di un mondo morale e le leggi di questo mondo non hanno bisogno dell’esperienza, ma si definiscono in piena autonomia quindi la ragione basta a se stessa, è ella stessa a creare queste leggi. Quindi l’uomo si trova sospeso tra due mondi: quello della necessità e quello della libertà, infatti egli vive sia nel mondo fenomenico, sia (in parte) in quello noumenico.
Quindi Kant si domanda: è possibile stabilire un contatto tra questi due mondi, o quanto meno avvicinarli?
Per rispondere a questa domanda bisogna cercare di capire se finora sia sfuggito qualcosa nella lettura della realtà, ovvero cogliere un riflesso di intellegibilità della Natura che sfugge all’intelletto. Infatti, se esiste un punto in cui l’intelletto non è riuscito a comprendere la natura, allora abbiamo una possibilità di poter trovare qualcosa. Kant ha trovato questo “varco” nel sentimento che noi proviamo nei confronti di uno spettacolo naturale (ad esempio un tramonto o un fiore) perché porta un significato che l’intelletto, e nemmeno la morale, riescono a cogliere. E ciò porta ad una visione ancora più ampia della realtà. Per arrivare a questo bisogna però oltrepassare l’esperienza fenomenica, visto che di un fiore potrei fare un’analisi molto dettagliata dal punto di vista scientifico, ma non sarebbe questo il sentimento che provo. E affronta questo argomento nella critica del Giudizio che si presenta come una riflessione più ampia e più complessa sull’esperienza umana.
N.B: il termine Giudizio non è il giudizio inteso come l’azione di giudicare, ma intende proprio la facoltà di giudicare, ovvero la possibilità di pensare il particolare alla luce dell’universale; cioè riuscire a stabilire delle connessioni tra il particolare e l’universale. Quindi il giudizio come proposizione va scritto con la lettera minuscola, mentre il Giudizio come facoltà, con la lettera maiuscola.
Secondo Kant pensare il particolare attraverso l’universale può avvenire in due modi:
1) Giudizio determinante: è il giudizio scientifico nel quale inquadro il particolare, nell’ambito delle categorie universali (dell’intelletto).
2) Giudizio riflettente: è il giudizio che procede da un particolare (quindi attraverso la riflessione) e va alla ricerca dei nessi e dei legami alla quale questo particolare empirico può essere ricondotto, quindi compreso in qualcosa di più ampio.
La facoltà di Giudizio si pone esattamente a metà tra le due critiche, e che cos’è, secondo Kant, ciò che si pone tra l’intelletto e l’esperienza? È il sentimento, che finora aveva escluso visto la scarsa importanza nella conoscenza scientifica e nella legge morale.
Il sentimento viene fuori quando guardo gli oggetti in un certo modo, in relazione ad un certo modo di sentire del soggetto. Il sentimento nasce quando il soggetto si pone di fronte all’oggetto da un particolare punto di vista che consiste nello scoprire la finalità dell’oggetto all’interno di questo Tutto armonicamente ordinato, cioè la Natura.
Quando ci poniamo in questo determinato punto di vista andiamo alla ricerca di giudizi riflettenti, non è quindi un atteggiamento scientifico. Infatti se mi ponessi in un atteggiamento scientifico applicherei subito le categorie, ma sono poche, sono solamente dodici ed è facile che qualcosa non rientri in queste categorie.
E la Critica del Giudizio si occupa proprio di ciò che rimane fuori dalle categorie dell’intelletto.
Ad esempio: il sole scalda un sasso. Secondo le categorie dell’intelletto posso stabilire un rapporto causale tra i raggi del sole e lo scaldarsi del sasso. Ma il sole non è solamente ciò che scalda il sasso, è anche ciò che illumina, ciò che tramonta, ecc… Allora in che modo il nostro pensiero riesce a esprimere tutti questi sentimenti che vanno oltre l’ambito del giudizio scientifico? Si chiede ancora, quali principi la facoltà del Giudizio va a cercare queste spiegazioni della realtà? Cerca di individuare quindi un principio a priori, cioè il giudizio dovrebbe darsi da solo il principio della finalità della Natura, non cercarlo al di fuori di sé.
Insomma, per Kant questo principio di finalità della Natura va ricercato autonomamente dentro di sé, come se tutte le parti raccolte avessero un unico centro, che ci fa vedere che la Natura è un tutt’uno in armonia.
Questo considerare la Natura come un tutt’uno (organicismo vitalistico, che è un tratto tipicamente romantico), cioè considerare la Natura come un organismo vivente ( un po’ come aveva detto Spinoza).
E questa considerazione deriva da un sentimento, non da una conoscenza, infatti se noi ne facessimo esperienza rimarremmo nei limiti dell’esperienza umana; ma se noi riflettiamo su questo sentimento, è possibile che riusciamo a cogliere una visione della Natura nella sua totalità.
Con questa affermazione però non contraddiciamo il principio di :si conosce solo ciò di cui si può fare esperienza; perché rimaniamo dentro i limiti umani.
Secondo Kant esistono due modi per guardare alla Natura come a questo organismo vivente, perché guardarla come animale significa poter vedere il fine ultimo della Natura:
1) la contemplazione della bellezza (giudizio estetico) in tutti i suoi elementi che suscita in me dei sentimenti di piacere soggettivi;
2) la riflessione sull’ordine interno della Natura (ad esempio: posso definire bello un tramonto per i sentimenti che suscita in me, però posso cercare dentro questo tramonto il segno di un’organizzazione della Natura intesa come un tutt’uno, =giudizio teleologico). Se esiste il tramonto, forse un motivo c’è.
Il giudizio estetico è un giudizio con cui si definisce qualcosa di bello inteso come qualcosa che è in armonia con il mio spirito e che quindi crea piacere. Questo piacere nasce da me, da una facoltà soggettiva (per questo Kant li chiama anche giudizi di gusto) e ciò significa che tra la mia immaginazione e il mio intelletto si è creato un rapporto di armonia. Questo è un rapporto soggettivo, infatti quando dico che qualcosa è bello, non intendo che il rapporto appartiene alla cosa, non è l’oggetto ad essere bello in sé, ma è il mio giudizio che coglie quell’accordo, quell’armonia tra la Natura e il nostro bisogno soggettivo di trovare in essa un principio di armonia. Anche nel giudizio estetico quindi parte tutto dal soggetto, l’IO al centro di tutto (=la rivoluzione copernicana di Kant).
Il Giudizio del bello è sempre soggettivo, perché nasce dal libero gioco delle facoltà del soggetto, ma ciò non significa che la valutazione estetica sia il risultato arbitrario dell’individuo. Per Kant c’ differenza nel dire : “mi piace” oppure “è bello”. Nel primo caso affermo semplicemente che una mia sensazione particolare e soggettiva , la sensazione è individuale.
Nel secondo caso collego la rappresentazione di quell’oggetto al mio sentimento di piacere non in modo arbitrario, ma universale perché lo collego al concetto di bellezza, che è un concetto universale.
Quindi perché il bello è un universale soggettivo? Perché Kant sostiene che, pur essendo soggettivo il bello opera attraverso il sentimento che è universale. Il bello è ciò che piace universalmente, senza concetti.

Registrati via email