pexolo di pexolo
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Stato di natura

L’espressione ha radici ben anteriori a Hobbes, viene usata per la prima volta da Plauto; essa compare nel De Cive e non nel Leviatano. Nell’arco della sua opera, per la prima volta Hobbes ci consegna un uso strategico dello stato di natura: egli ci consegna persino l’idea che lo stato di natura, cioè ciò che immediatamente penseremmo come il meno artificiale possibile (la realtà meno costruita), è già un artificio logico (ipotesi concettuale, pensiero attraverso il quale Hobbes lavora la sua analisi del tempo storico in cui vive, portando la sua teoria politica indietro per trovare una legittimazione). Si tratta di un artificio logico perché è lo spazio che Hobbes crea per legittimare la necessità della politica, immaginando una situazione tutta concettuale. Infatti, egli non la descrive perché ne ha documenti, o perché ha fatto ricerche, o perché storicamente è una realtà che così ci è stata tramandata: lo stato di natura è la maniera in cui Hobbes immagina la vita degli esseri umani senza organizzazione politica. Da questo punto di vista Hobbes può essere visto come una delle figure che fanno nascere la scienza politica: egli costruisce la politica come una scienza ma, al tempo stesso, prima di arrivare al patto dedica una lunga indagine sugli strumenti conoscitivi dell’uomo, sul tema delle passioni, sul ruolo della ragione, quindi un’indagine antropologica che lo rende un filosofo a tutti gli effetti. Comunque è legittimo affermare egli sia in un certo senso uno scienziato, che lavora come tale persino sull’ipotesi dello stato di natura (dà sostanzialmente legittimità all’esito della sua sperimentazione concettuale). L’idea dello stato di natura come un artificio logico è anche la maniera attraverso cui si afferma una categoria molto moderna, perché molto scientifica, secondo cui la verità implica il riconoscimento che è fatta da noi per essere tale. «È il modo in cui Hobbes fa proprio il programma moderno: Vero è ciò che è fatto dagli uomini» (Carlo Galli, All’insegna del Leviatano). Qui c’è, da parte di Hobbes, il tentativo di impossessarsi razionalmente dell’origine. In Finitudine e colpa Ricoeur afferma: «la filosofia deve rendersi conto che ha un limite insondabile. Essa può occuparsi dell’inizio ma non dell’origine»; ciò che ci dà prova di questa distinzione è il fatto che nelle grandi narrazioni, nelle culture occidentali e orientali, l’origine è sempre affidata al racconto mitico. L’origine è un racconto, non è mai una spiegazione; l’origine è sempre un’origine violenta di cui noi portiamo la cicatrice. Persino l’origine del male nella storia è affidata a un racconto perché non si può svelare. Ora Hobbes sta tentando di togliere quel velo, perché lo stato di natura come artificio logico è la dimostrazione che l’uomo riesce ad immaginare l’inizio e a pensarlo vero. Hobbes costruisce un’ipotesi concettuale che nella sua logica è vera, nella misura in cui è fatta artificialmente, perché non esiste da sé ma soltanto come teoria, come «racconto mitico» (nell’accezione di Ricoeur, ma con le dovute differenze).
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