Hobbes

Un’alternativa a Cartesio
La filosofia di Hobbes è un’alternativa a quella di Cartesio, elaborando diversamente il concetto di “ragione”.
•• La filosofia di Hobbes è materialista e nominalista (= dottrina dei filosofi chiamati nominales e sostiene che i concetti vengono concepiti solo come nomi e non posseggono una propria esistenza. Il nominalismo si contrappone al concettualismo e al realismo filosofico). La filosofia di Cartesio è basata su una metafisica spiritualistica.
•• Hobbes Nassce in Inghilterra nel 1568 e studia a Oxford. Si forma grazie ai contatti con l’ambiente culturale europeo, poiché viaggia molto per tutta l’Europa. Resta per molto a Parigi: qui incontra Gassendi e frequenta gli ambienti libertini. Diviene amico di Galilei. Fa ricevere a Cartesio le sue “Obiezioni alle meditazioni” cartesiane. L’opera principale è il Leviatano, che ha per temi: la materia, la forma e il potere di uno stato ecclesiastico e civile. Espone il proprio sistema nella trilogia “Il Cittadino”, “Il Corpo”, “L’Uomo”. Negli ultimi anni tratta di polemiche varie, tra cui quella con il vescovo Bramhall, poiché Hobbes difende la corporeità di Dio. Muore a Londra nel 1679 (91 anni).

•• La filosofia di Hobbes ha come scopo quello di porre i fondamenti di una comunità ordinata e pacifica. Ciò è possibile solo con uno stato assoluto (= assolutismo). E una filosofia metafisica, come quella di Aristotele e degli scolastici, non fornirebbe un simile fondamento. La filosofia di Hobbes è “umanamente razionale”, escludendo il soprannaturale e l’ipse dixit. Crede solo nel mondo della natura.

Ragione e calcolo
Hobbes dà grande dignità a tutta la natura: anche gli animali, secondo lui, possiedono la ragione, anche se in minor quantità, o meglio qualità, poiché sono in grado di soddisfare i loro bisogni e sopravvivere imparando dalle esperienze passate prevedendo, seppur in maniera limitata, il futuro.
•• L’uomo, in più degli animali, può prevedere e progettare a lunga scadenza, modificando il proprio comportamento e i mezzi per raggiungere i suoi fini. Questo può farlo perché possiede il linguaggio: questo consiste nell’uso di segni convenzionali. Per lui, dunque, gridi e voci (di uomini e animali) sono segni, ma non linguaggio.
•• Il linguaggio si ha solo quando si usano le parole: queste sono segni convenzionali che esprimono i concetti delle cose che si pensano (dei propri pensieri).
••• Il linguaggio deriva dalla ragione dell’uomo e questo è fatto di segni convenzionali e dunque artificiali consentendo di guidare ed esprimere allo stesso tempo il pensiero (come per noi che quando scriviamo ci esprimiamo, ma la scrittura guida il nostro pensiero, formandolo). Infatti, è vero che, se non avessimo il concetto di triangolo, dato dalla parola “triangolo”, ogni volta che ne vedremmo uno dovremmo desumerne le principali caratteristiche per riconoscerlo (questo ricorda molto l’esempio di Platone: “Se da lontano vedessi un uomo, ma non avrei il concetto di uomo, dovrei aspettare che si avvicini per desumerne le caratteristiche e così ogni volta che vedrei una figura (uomo).

• La parola permette una generalizzazione del concetto, che abbraccia infiniti casi simili.
••• Per questo, il linguaggio permette (rende possibile) il ragionamento. Il ragionamento è sempre calcolo: addizione e sottrazione di concetti (es.: uomo=corpo+animato+razionale; animale=corpo+animato-razionale).
•• Il ragionamento si forma grazie al sillogismo ipotetico (da Aristotele - che mette in evidenza le cause): se qualcosa è uomo, è animale. Se è animale, è corpo. Se qualcosa è uomo, è corpo (addizione). Il sillogismo ipotetico fa risalire alla causa di un certo fatto (es.: l’uomo è corpo perché è animale).
•• Il sillogismo ipotetico arriva a una dimostrazione. La scienza è fatta di dimostrazioni e dunque un discorso scientifico è fatto di sillogismi (poiché il suo scopo è mostrare la connessione tra causa ed effetto - scire per causas).
•• Questo scopo di scire per causas (= conoscere l’effetto attraverso le cause) è tipico nelle scienze che hanno per oggetto le cose prodotte dall’uomo: se le produce, e dunque se ne è la causa, può conoscerne l’effetto. L’autentica conoscenza scientifica, dimostrativa, che va dalla causa all’effetto (scire per causas) è possibile solo per gli oggetti creati dall’uomo.
••Solo le scienze matematiche e morali (politica ed etica) possono essere davvero conosciute e studiate. L’uomo, infatti, crea le figure geometriche e crea giustizia e ingiustizia (effetti) stabilendo leggi (cause) politiche e morali.
•• Le cose naturali sono prodotte da Dio. Dunque l’uomo non può conoscerne le cause (dimostrazione a posteriori). L’uomo non può sapere come sono state generate. Non è possibile la dimostrazione a priori (scire per causas, dalla causa all’effetto).
•• Si risale dagli effetti (in questo caso i fenomeni naturali) alle cause, raggiungendo solo conclusioni probabili, e non necessariamente vere, perché uno stesso effetto può essere prodotto da cause diverse (es.: calore del sole e calore di una fiamma).
•• Questo punto di vista è stato accennato da Cusano e sarà ripreso da Vico, che lo porrà a fondamento della propria filosofia:
per Vico, il vero e il fatto indicano la stessa cosa (verum=factum) e dunque sarà vero solo ciò che si fa.
la scienza delle cose naturali è riservata a Dio (che le ha create e ne è la causa): di queste l’uomo può farne una scienza probabile o approssimativa.
la scienza delle cose artificiali (fatte dall’uomo), come la matematica, la storia, la politica e l’etica, è il patrimonio dell’uomo stesso perché in lui coincide la causa.
•• In sintesi:
Il sapere consiste nella conoscenza delle cause che generano i fenomeni. Si raggiunge in due modi secondo il tipo di cose (artificiali/naturali):
per le cose artificiali (create dall’uomo: matematica, storia, politica, etica) si utilizza una dimostrazione a priori (scire per causas - dalle cause agli effetti) di tipo deduttivo: si arriva a conclusioni necessariamente vere.
per le cose naturali (create da Dio) si utilizza una dimostrazione a posteriori (dagli effetti alle cause) di tipo induttivo (dal particolare al generale): si arriva a conclusioni probabili perché un effetto può avere due cause diverse (es.: il calore è l’effetto ottenibile da molteplici cause, come il Sole e il fuoco).

Il materialismo (meccanicistico ed etico)
Ragione e scienza possono indagare solo oggetti generabili, dei quali si conoscono, o a priori (scire per causas) o a posteriori, le cause che li hanno prodotti. La ragione infatti non può indagare (pensare) ciò che non è materiale. E la scienza non può avere come oggetto nulla che non sia materiale (materialismo).
••• In altre parole: Gli oggetti della ragione e della scienza sono estesi e materiali: i corpi. Dunque, solo i corpi sono oggetto di scienza e di ragione.
Hobbes riprende lo stoicismo secondo cui solo il corpo esiste; per questo la sua filosofia è il materialismo.
Solo il corpo esiste perché solo questo può compiere o subire un’azione. La parola “incorporeo”, per lui, è senza significato. Quando l’aggettivo è riferito a Dio è solo per distinguerlo dalla natura, perché, così polemizzerà con il vescovo Bramhall, se Dio è incorporeo vale a dire che non esiste affatto (solo il corpo esiste).
Lo spirito umano (e in esso comprese le sensazioni) non può essere incorporeo: la sensazione è l’immagine dell’oggetto corporeo prodotta nei nostri organi di senso. 
In più, sia l’oggetto sia la sensazione sono movimenti: i movimenti sono le qualità sensibili nell’oggetto e le sensazioni che queste qualità (corporee) producono nel corpo (dell’uomo). Movimento, dunque, è anche l’immaginazione (o memoria) che fissa le immagini dei sensi prodotte dalle qualità corporee degli oggetti attraverso le sensazioni.

Mentre Cartesio riconosceva un dualismo (res cogitans, incorporea; res extensa, corporea), Hobbes dirà che anche l’anima è corpo. Hobbes infatti aveva già criticato il passo filosofico di Cartesio da “sono cosa che pensa” a “sono una sostanza pensante”. Per Hobbes la cosa pensante non deve essere pensiero (incorporeo), ma materiale. L’anima umana è materiale perché compie delle azioni (pensieri che generano idee, giudizi, sentimenti) che sono movimenti prodotti dai movimenti dei corpi esterni.
Il corpo è l’unica realtà per se stessa (al di là del dubbio cartesiano che dava come unica realtà la res cogitans).
Il movimento è l’unico principio che spiega i fenomeni naturali.
•• Se solo i corpi esistono e questi possono essere o naturali (dio=causa) o artificiali (uomo=causa), anche la filosofia si distinguerà in base all’oggetto da indagare:
filosofia naturale, ha come oggetto i corpi naturali;
filosofia civile, ha come oggetto i corpi artificiali (società umane). La filosofia civile si divide a sua volta in: (1) etica - tratta di emozioni, bisogni e costumi dell’uomo; 
(2) politica: tratta di doveri civili.
•• Esiste una filosofia prima (che ricorda molto la concezione aristotelica): la filosofia prima chiarisce gli attributi (concetti) fondamentali dei corpi (es.: concetti come spazio, tempo, causa, effetto, potenza, atto...)
•• Se le valutazioni teoriche (vero, falso) sono convenzionali, quelle morali (bene, male) sono soggettive e relative (sofismo) a ognuno e a ogni cosa. Nulla è bene o male in maniera assoluta e non c’è una regola univoca e oggettiva che ci fa distinguere il bene dal male, perché questo dipende dal giudizio della persona stessa (in assenza di stato) o dell’autorità (quando c’è lo stato). Stessa concezione di Montesquieu: le leggi creano la morale.
In generale, evitiamo il male e ricerchiamo il bene, perché ciò che si desidera è bene e ciò che si odia è male. Se si raggiunge il bene, questo ci dà piacere.
Quando nell’uomo si provano sensazioni contrastanti, come speranza e paura, derivanti da una scelta da fare, l’uomo sarà in uno stato di deliberazione (valutazione). Si esce dallo stato di valutazione con la volontà, attraverso la quale si compie la scelta (decisione).
Se attraverso la volontà si sceglie per una via uscendo dal “limbo” della valutazione, temporaneamente spariscono i sentimenti contrastanti (dubbi, incertezze...). Ma siccome l’uomo non può raggiungere uno stato definitivo di tranquillità, questi rinascono subito. Dunque, non esiste un fine ultimo e neanche un sommo bene, nella vita. Perché il fine ultimo ci dice che una volta raggiunto non dovremmo desiderare nient’altro. Ma il desiderio è sensibilità, e cioè il “movimento” (sensazione) di un uomo. Se l’uomo non desidera più, non sente più e dunque neanche esisterebbe più. Secondo Hobbes infatti la vita è un movimento incessante che trova sempre il modo di proseguire (o in linea retta o in moto circolare).
Se la vita è sempre un movimento, e mai “quiete” o tranquillità, l’uomo dovrà sempre scegliere nuove vie esterne e non possiede la libertà, che per Hobbes è libertà di azione, nella quale la volontà non deve essere “ostacolata” dall’esterno. A volte infatti la volontà non rispecchia ciò che vogliamo davvero, ma è causata da fattori esterni (es.: non abbiamo fame, ma se vediamo qualcosa che ci piace vogliamo mangiarla). Cause necessarie portano ad azioni umane rese necessarie dalle cause, ma non in senso assoluto (es.: non è necessario studiare oggi quella cosa, ma se ci viene assegnata dall’esterno, allora si trasforma in necessaria). Addirittura, tutto ciò che crea lo spirito umano, e tutti i suoi movimenti come la deliberazione e la volontà sono movimenti connessi ai movimenti degli oggetti esterni (corpi). Ogni azione è prodotta dal movimento dei corpi naturali.

La politica
Per Hobbes la politica è una scienza geometrica, e dunque fondata su pochi principi e si costruisce per deduzione (dal generale al particolare). La politica come more geometrico (per Hobbes come Spinoza per il suo “Etica dimostrata con ordine geometrico”) è necessaria perché necessarie sono le azioni umane (volontà umana).
•• La politica di Hobbes è infatti molto vicina al giusnaturalismo: (1) per prima cosa vi è la concezione che la politica sia una scienza (Machiavelli, Grozio); (2) Hobbes liquida ed evita la tradizione storica aristotelica (che studiava le tradizioni giuridiche passate per individuare i diritti), arrivando alla definizione di politica attraverso un modello solo teorico, ideale e razionale.
•• La politica di Hobbes è basata infatti su due postulati (princìpi indimostrabili) certissimi della natura umana:
la bramosia naturale (l’uomo si appropria dei beni comuni);
la ragione naturale (istinto di conservazione / sopravvivenza - l’uomo evita la morte violenta come il peggiore dei mali naturali).
Siccome l’uomo ha innata dentro di sé la bramosia naturale, non può essere un animale politico. Ma in ogni caso l’uomo è un animale sociale e ha bisogno degli altri per vivere, nonostante Hobbes neghi l’esistenza innata nell’uomo di un amore naturale verso il suo simile (pessimismo). Come dice Grozio, gli uomini vivono in comune perché è una esigenza della ragione naturale (2° postulato certissimo). Infatti, dice Hobbes, se gli uomini si accordano per commerciare, ciascuno si interessa non del socio, ma del proprio avere.
Le associazioni spontanee nascono dal bisogno reciproco e non dalla benevolenza verso gli altri (amore).
Le più grandi società non nascono per amore (benevolenza) ma per interesse o timore reciproco.
Le cause del timore sono: (1) uguaglianza naturale e dunque comune vulnerabilità degli uomini e siccome chiunque può uccidere un altro, tutti vivono nella paura; (2) volontà naturale di godere dei beni comuni e naturali (bramosia naturale).
••• La naturale volontà di farsi del male a vicenda rende lo stato di natura lo stato della guerra incessante del tutti contro tutti (bellum omnium contra omnes).
•• Per Hobbes lo stato di natura è una pura ipotesi razionale: a differenza di Rousseau, non crede che l’umanità abbia vissuto nello stato di natura, perché la guerra di tutti contro tutti avrebbe portato all’auto distruzione dell’umanità. Secondo Hobbes è probabile che sia sempre esistito uno stato di natura parziale.
•• Hobbes crede che sin dalla creazione l’umanità abbia sempre avuto una organizzazione civile tra gli individui, con un potere superiore. Solo in alcune circostanza l’uomo vive senza organizzazioni: (1) durante le guerre civili - anarchia; (2) nelle società primitive; (3) tra gli stati sovrani - senza pace internazionale.
•• Nello stato di natura non si può definire oggettivamente che cosa sia giusto o ingiusto. Infatti, i concetti di giustizia o ingiustizia si hanno solo con la legge, che a sua volta nasce dove c’è un potere comune.
•• Nello stato di natura tutti hanno il diritto su tutto, anche sulla vita degli altri: l’uomo è “lupo” per ogni altro uomo (homo homini lupus). La legge di natura elimina o limita il diritto di essere lupo. Essere lupo, però, è un istinto insopprimibile e naturale.
L’uomo tende ad avvicinarsi a ciò che per lui è bene e ad allontanarsi da ciò che per lui è male; il male maggiore è la morte.
L’istinto naturale non è contrario alla ragione perché non è irragionevole sopravvivere a tutti i costi.
••• Il diritto in generale (diritto naturale) è la libertà di ognuno di usare le facoltà naturali secondo la retta ragione. Dunque, anche un istinto è un diritto. Anche l’istinto di sopravvivenza con l’uccisione di un altro uomo è un diritto.
La concezione hobbesiana di diritto naturale è opposta a quella dei giusnaturalisti, che credevano un diritto naturale come un insieme di diritti inviolabili e inalienabili: tra questi diritti inviolabili vi era la vita, l’autonomia, la libertà, la proprietà (non come possesso, ma come elemento essenziale dell’esistenza dell’uomo, che non deve rinunciare a ciò che ha, come i beni o il corpo).
Come già detto, lo stato di natura è solo teorico perché altrimenti si annienterebbe l’intero genere umano. Lo stato di natura è parziale perché abbiamo il timore naturale nei confronti dell’altro (che ci porta porta ad armarci o a chiudere a chiave la porta - sfiducia nell’umanità, pessimismo).
Il timore della guerra ci porta a fermare ogni attività industriale e commerciale; il timore rende l’uomo un animale solitario, abbrutito e limitato.
Se l’uomo non avesse ragione ci troveremmo in una situazione di conflitto totale e perenne, ma la ragione dell’uomo, a differenza di quella animale, ci aiuta a prevedere e a progettare e dunque a provvedere (a noi stessi).
••• Grazie alla ragione noi ci troviamo fuori dello stato di natura. La ragione ci dà l’istinto di sopravvivenza che è il fondamento delle leggi naturali.
•• Il concetto di Hobbes di legge naturale è molto vicino al giusnaturalismo (Grozio) e lontano dallo stoicismo medievale: la legge naturale è prodotta dalla ragione umana!
Ma la ragione umana per Grozio riesce da sola a definire oggettivamente il male e il bene, perché riesce a ragionare in maniera assoluta (senza spazio esterno).
Per Hobbes la ragione è condizionata dal contesto in cui opera, ma è lungimirante: è capace cioè di prevedere le situazioni future e di fare di conseguenza le scelte più adatte che avvicinino l’uomo a ciò che è bene per sé e lo allontanino dal male per sé.
•• Il diritto, per Hobbes e per i giusnaturalisti, è naturale perché è razionale e dunque non ci sarebbe senza la ragione che per Hobbes (a differenza dei giusnaturalisti) crede sia la facoltà finita di fare previsioni e scelte opportune, senza fissare valori o principi assoluti (come i giusnaturalisti).
•• Le norme fondamentali della legge naturale (alla cui basi si trova l’istinto di sopravvivenza a ogni costo) impongono all’uomo una disciplina che gli dia una parziale sicurezza così da potersi dedicare alle attività che agevolano la sua vita.
La prima regola per l’auto-conservazione è cercare la pace poiché si ha speranza di ottenerla; quando non si può ottenere la pace, si ricerca inevitabilmente la guerra (pax est quaerenda = pace è avendo cercato).
Dalla prima regola derivano le altre: l’uomo deve rinunciare a tutti i suoi diritti per la pace: se si riceve la libertà, si dà libertà (ius in omnia est retinendum = bisogna rinunciare al diritto su tutto): coincide con l’evangelico “non fare agli altri ciò che non vorresti sia fatto a te”.
Rinunciando ai diritti, l’uomo esce dallo stato di natura (guerra). In più bisogna stare ai patti, mantenendo le promesse (pacta servanda sunt).
•• Dunque, tutti devono scegliere, attraverso un patto, di rinunciare ai propri diritti. Il patto deve essere mantenuto.
•• Il concetto di legge naturale di Hobbes è molto lontano da quello dei giusnaturalisti. Questi la intendono come una parte inalienabile dell’uomo. Per Hobbes, le “leggi naturali” sono i mezzi più idonei a garantire la sopravvivenza, ottenuti attraverso la ragione. Queste leggi non sono biologicamente connesse all’uomo e non sono neanche assolute, perché se l’indagine razionale ne trovasse di migliori, sarebbero facilmente sostituite alle vecchie.
•• Dunque, lo stato, che nasce per garantire l’efficacia e il rispetto della legge naturale, ha un fondamento naturale, ma si realizza in maniera artificiale (le tre norme fondamentali sono convenzioni create dall’uomo). Hobbes concettualizza una fondazione giusnaturalista del giuspositivismo: il diritto naturale non contiene norme, ma è alla base dell’ordinamento giuridico positivo. Dunque, Hobbes non è totalmente opposto ai giusnaturalisti, ma si differenzia.
•• La ragione naturale, che tutti gli uomini hanno allo stesso modo, definisce le leggi di natura (naturali) come regole che sono suggerimenti e non comandi assoluti.
••• Nello stato di natura non tutti seguiranno le regole perché nessuno è più forte di un altro da costringerlo a metterle in pratica.
•• Le leggi naturali ci sono, ma non sono efficaci. Per renderli efficaci si deve istituire un potere irresistibile, che è lo stato. Questo ci dice Norberto Bobbio.
••••• Dunque, si passa dallo stato di natura allo stato civile quando si trasferisce il potere illimitato (di tutti) a un’autorità, che con la forza possa obbligare a far rispettare le leggi. Questo potere si cede all’autorità tramite un contratto.
••• In sintesi: attraverso il contratto gli uomini (volontariamente) cedono tutti i diritti a un’autorità per uscire dallo stato di natura ed entrare nello stato civile. Solo in questo modo e senza ribellarsi all’autorità si ha la pace.
•• Lo stato è anche detto “società civile” o “persona civile”, perché è come la regola di una parte per il tutto (sineddoche). Ed essendoci uguaglianza e siccome anche le volontà di tutti (di uscire dallo stato di natura) sono uguali, si considera una sola persona.
•• Nel modello di stato di Aristotele, da stato di natura a stato c’è continuità: lo stato naturale è la famiglia e lo stato è una grande famiglia, dunque è l’estensione. Per Hobbes lo stato civile è prodotto dalla ragione e dunque è opposto allo stato di natura; lo stato civile garantisce il diritto alla vita, mentre lo stato naturale prevede la guerra di tutti contro tutti.
••• Il sovrano è il leviatano ed è l’autorità dello stato. Il sovrano (singolo o assemblea) ha il potere assoluto. Tutti gli altri sono sudditi.
•• Per Hobbes il patto fondamentale è irreversibile, perché il patto è tra i sudditi e non tra i sudditi e lo stato (in quel caso sarebbe revocabile).
•• Il potere del sovrano è indivisibile (assolutismo!) e non può essere diviso in poteri diversi che si limitano a vicenda, e non farebbe neanche bene alla libertà dei cittadini. Si arriverebbe alla guerra civile se i poteri tra loro non fossero concordi.
•• Solo lo stato (e non i sudditi/cittadini) può definire il bene e il male. Se ci fosse un bene e un male relativo, lo stato si dissolverebbe. In più, la volontà del cittadino è stata data al sovrano e quindi ciò che vuole lo stato lo vuole anche il cittadino.
•• Il patto è unilaterale (tra i cittadini soltanto) e il sovrano è estraneo al patto, dunque assoluto (ab-solutus) e sciolto da qualsiasi vincolo.
•• La legge non ci indica un comportamento buono, ma un comportamento è buono perché indicato dalla legge.
••• In sintesi: È la legge che crea la morale (e non viceversa!).
Ogni azione è indifferente ed è il sovrano che decide se è giusta o ingiusta.
•• Il sovrano (autorità) ha il diritto di esigere obbedienza anche per ordini che il suddito ritiene ingiusti. Non è lecito (permesso) uccidere il tiranno (tirannicidio). Il sovrano non è soggetto (è immune) alle leggi dello stato (solo i cittadini hanno obblighi verso lo stato e non viceversa: questi sono i tratti assolutistici dell’autorità.
•• Per questo aspetto Hobbes è opposto ai giusnaturalisti. I giusnaturalisti credono che lo stato nasca da due diversi patti:
Il pactum unionis (nello stato di natura), tra gli uomini fatto per far rispettare i diritti di tutti e per sanzionare i trasgressivi. Se vi è un’ingiustizia si ha bisogno di qualcuno che riporti la situazione di diritto (autorità).
Il pactum unionis si trasforma dunque nel pactum subiectionis, quando si istituisce una autorità e si passa allo stato.
•• Per Hobbes, lo stato di natura è la guerra del tutti contro tutti e sarebbe impossibile il pactum unionis. Per Hobbes il pactum unionis e il pactum subiectionis coincidono nello stato civile.
••• Per i giusnaturalisti il pactum subiectionis è:
parziale, perché l’autorità non può violare i diritti naturali dei cittadini e dunque è limitata (non necessaria);
provvisiorio, poiché è reversibile nel momento in cui il sovrano non rispetta i patti violando i diritti naturali dei cittadini. Il sovrano viene spodestato nel modo in cui è stato scelto.
••• Per Hobbes il pactum unionis/subiectionis è:
totale, perché gli individui cedono all’autorità tutti i diritti, e se fosse altrimenti si ritornerebbe al conflitto dello stato di natura;
definitivo, poiché è irreversibile e fondato su un patto unilaterale (solo tra i cittadini).
•• Ma anche lo stato di Hobbes ha dei limiti: lo stato non può andare contro la vita dell’individuo e non può costringerlo ad accusare se stesso.
•• L’uomo è libero solo in cui in cui lo stato non ha regolato con le leggi,
•• Lo stato, anima della comunità che la muove, è sempre libero.
••• I limiti posti da Hobbes allo stato sono di stampo giusnaturalista e sono sul diritto alla vita. Se lo stato non rispetta il diritto alla vita, si ritorna allo stato di natura. Lo stato è animo della società e quindi è anche autorità religiosa.
•• Lo stato e la Chiesa coincidono, e non potrebbe essere altrimenti, perché in quel caso si limiterebbe il potere dello stato, che è assoluto, se l’autorità religiosa fosse diversa dall’autorità statale, che ha tutti i poteri.

Hobbes nella filosofia moderna
Hobbes è considerato un filosofo minore, un discepolo di Bacone. Hobbes è visto come un filosofo inquieto, antireligioso e materialista fino al Novecento, dove è stato rivalutato.

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