pexolo di pexolo
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Cammino verso il linguaggio


Il luogo in cui si palesa l’Essere, la dimora stessa dell’Essere è il linguaggio: Heidegger considera la domanda ontologica, che rimane la domanda fondamentale del pensare filosofico, come una domanda sull’Essere quale evento del linguaggio, non più oggetto di un’interrogazione da parte dell’Esser-ci. In nessun progetto heideggeriano emerge la necessità di analizzare la struttura logico-sintattica del linguaggio e nemmeno la sua correttezza semantica, cioè il rapporto tra linguaggio e realtà. Il linguaggio non viene più considerato come strumento dell’uomo, così come aveva fatto Cassirer definendo l’uomo animal symbolicum, il quale si serviva del linguaggio come suo strumento storico-culturale, come una forma simbolica di cui è padrone. Heidegger non può considerare l’uomo come padrone del linguaggio, poiché è sì un animale che parla, ma è anche costituito dal linguaggio e perciò non parla ma «è parlato», è quasi giocato da questo strumento; perciò, in risposta all’Esistenzialismo è un umanismo di Sarte, egli da un’interpretazione della filosofia del linguaggio in senso anti-umanistico, poiché non ci porta ad un’antropologica ridefinizione della centralità dell’uomo, ma a riconoscere che non questi non possiede nemmeno quel primario strumento che è il linguaggio, esso non definisce l’Essere, ma è il luogo, la casa dove risiede ed in cui si palesa: Heidegger afferma un sostanziale primato dell’Essere. L’uomo è, tutt’al più, il pastore dell’Essere, cioè è il suo custode in senso autentico, ma non ne è il padrone: deve proporsi un sostanziale abbandono dell’Essere; egli abita nella casa dell’Essere e ciò sottende una differenza ontologica, cioè uno iato fondamentale tra la nostra posizione ed il senso della nostra condizione, l’Essere. L’interesse che Heidegger mostra in questi anni verso i poeti romantici come Hölderlin è ben comprensibile: il linguaggio poetico è, per eccellenza, l’unico vero linguaggio che si apre completamente all’Essere, senza alcuna pretesa; i poeti sono pensatori essenziali, così l’autentica filosofia dovrebbe esprimersi in poesia. Riconoscendo di non essere padroni del proprio linguaggio, i poeti hanno visto più di altri, si sono lasciati guidare nell’espressione dal gioco, dall’intuizione artistica; i poeti realizzano meglio di altri l’abbandono, o meglio, l’abbandonarsi all’Essere nel linguaggio poetico, che in fondo coincide con il silenzio, se per linguaggio s’intende un atteggiamento determinante: l’abbandono è assieme passività ed attività, sostanzialmente differente dalla «gettatezza» del primo Heidegger, che voleva esprimere la limitatezza, la passività dell’uomo di fronte ad una realtà che trascende la coscienza, mentre l’abbandono significa essere governati da qualcos’altro, abbandonarsi a qualcosa perché si ha fiducia in esso. Tuttavia, sulla base della poeticità del pensare filosofico, Heidegger presenta una visione fortemente aristocratica del sapere filosofico; forse, egli intende alludere al fatto che tutti, indistintamente, attraversiamo momenti originari in cui possiamo aprirci alla radicalità dei poeti.

Critica alla scienza


Se l’autentico pensare è quello poetico, completa apertura ad un linguaggio che non possediamo, il pensare scientifico non è un autentico pensare; infatti, esso fondamentalmente si esprime attraverso la tecnica, che è esplicitazione del pensiero sia scientifico che metafisico occidentale, proprio perché degenerato progressivamente in fisica, è il suo destino essenziale. La riflessione heideggeriana etichetta la civiltà occidentale come civiltà della tecnica, la cui riflessione vuole condurre, come estrema conseguenza, alla manipolazione del mondo.
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