I primi scritti

Hegel è il massimo esponente dell’idealismo. La prima forma di idealismo filosofico è stata quella di Platone, e infatti Hegel si rifà proprio dall’Antica Grecia, prendendo in esame quello che Platone definiva “idea”. Per Platone l’”idea” era un’entità metafisica, un paradigma eterno delle cose e quindi l’idea di Platone era una sostanza vera e propria. Per Hegel invece, seppure egli condivide questa considerazione, l’”idea” è il “contenuto del pensiero”, e parte proprio da quello che era il pensiero antico, visto come elemento dinamico (qualcosa che è in continua trasformazione), rifacendosi ad esempio al divenire Eracliteo (Eraclito è stato uno di quei presocratici che hanno preannunciato la concezione dialettica dell’esistenza). Hegel, partendo dal divenire greco, pone come struttura del divenire: il pensiero. Il pensiero è caratterizzato da un contenuto, e il contenuto è l’idea del tutto. Si rifà ad Eraclito proprio perché dice “là dove c’è lotta c’è vita” (concezione dialettica dell’esistenza), e parte proprio da questo per elaborare la dialettica degli opposti concettuali. I primi scritti sono a sfondo religioso.

Nella fase giovanile, Hegel pone in primo piano il tema della rigenerazione morale e politica e partendo da un’analisi storica, deduce che deve di nuovo ristabilirsi un ordine morale e politico, ed anche culturale, che può venire soltanto da una rigenerazione religiosa. La fase giovanile coincide quindi con una formazione teologica. Nell’opera “La religione popolare e il cristianesimo”, Hegel prende posizione a favore di una religione popolare o razionale o soggettiva, cioè di una religione condivisa da tutto il popolo. La religione popolare si è realizzata nella polis greca, dove la religione era appunto “espressione dell’armonia tra l’uomo e la divinità”. Quest’armonia della religione popolare Hegel la definisce “unità bella e originaria”. L’abbiamo trovata nell’Antica Grecia, la Grecia di Pericle, quando fra lo Stato e il cittadino, tra il cittadino e la religione vi era un’armonia perché il cittadino si riconosceva sia nello Stato che nella religione, nella cultura. Questo tema dell’armonia l’abbiamo ritrovato nelle parti generali del Romanticismo (ad esempio l’armonia perduta). In questo primo scritto condanna il cristianesimo perché non è una religione soggettiva ma una religione oggettiva, privata, che per diventare popolare ha bisogno di esprimersi in dogmi e di snaturarsi. Nello scritto successivo “La vita di Gesù”, Hegel presenta l’isegnamento di Gesù come una religione naturale che ha dovuto trasformarsi in religione positiva (le religioni positive/rivelate sono ebraismo (vecchio testamento), islamismo (corano) e cristianesimo (la Bibbia)), cioè rivelata, a causa dell’incapacità dei suoi discepoli di mentalità ebraica, ad accettare una religione razionale. Hegel critica il carattere positivo e oggettivo del cristianesimo contrapponendogli la libertà della polis, dove gli uomini obbedivano a leggi che essi stessi si erano dati. Nel cristianesimo c’è la rappresentazione di un assoluto autoritario, trascendente e lontano. Invece nella polis la nozione di divinità è la proiezione dell’uomo in armonia con la divinità stessa: anche nella vita di Gesù critica ancora il cristianesimo poiché non è una religione popolare, e dice che Gesù l’abbia dovuta trasformare in religione rivelata/soggettiva perché i suoi discepoli, gli ebrei, non avevano una capacità razionale a comprenderla una religione popolare, poiché essi hanno sempre considerato il loro Dio come un padrone assoluto (lontano, trascendente) a differenza delle divinità della polis che non erano altro che la proiezione dell’uomo stesso. Quindi mentre nella polis la religione era effettivamente soggettiva in quanto l’uomo si riconosceva nelle divinità che erano la proiezione dell’uomo (erano antropomorfi) e rispondevano a leggi che essi stessi si erano dati, il cristianesimo invece è una religione che pone un Dio trascendente che non è più la proiezione dell’uomo e che è un padrone assoluto. Poi successivamente Hegel dirà che non è più il cristianesimo ma il giudaismo che è una religione oggettiva. Ne “La vita di Gesù” e “La positività della religione cristiana” abbiamo visto che Hegel critica il cristianesimo poiché è una religione che si deve trasformare a causa dei suoi discepoli che non riescono a capirne il contenuto razionale, e quindi ha dovuto diventare positiva e rivelata.
In questi primi scritti sebbene Hegel condivida il pensiero di Kant, e quindi una morale Kantiana, ovvero una religione interiore che si esprima attraverso quella che è la morale Kantiana, ne “La positivà della religione cristiana”, già si intravede l’allontanamento dall’idea Kantiana di religione = morale (non è la religione a fondare la morale, ma la morale a fondare la religione), in quanto andando a riflettere sul carattere interiore della religione che coincide con la morale, si accorge che il rigorismo Kantiano della morale che si esprime attraverso la legalità esteriore crea una contrapposizione tra la ragione e l’istinto, un dualismo insuperabile che lacera l’uomo. Kant creando questa contrapposizione è molto vicino alle chiese cristiane che non si sono attenute al messaggio di Gesù ma che hanno portato avanti i precetti del vecchio testamento. Kant non ha capito che le chiese cristiane dopo Gesù non hanno rispettato il suo messaggio (fratellanza, amore, e non il rigorismo del vecchio testamento). Il vecchio testamento ci imponeva delle regole rigorose, e il cristianesimo non dev’essere questo, ma dev’essere ciò che ha detto Gesù e cioè non la religione dei vecchi padri ma la religione del messaggio di Gesù. Partendo da questa critica arriva a condannare l’ebraismo. Ne “Lo spirito del Cristianesimo e il suo destino” Hegel attribuisce i difetti del cristianesimo: oggettivo, positivo, autoritario, estraneo all’ebraismo. La religione ebraica concepisce Dio come un padrone lontano rispetto al quale l’uomo si trova in condizione di schiavitù.
Hegel attribuisce all’ebraismo tutti gli aspetti negativi che aveva attribuito al cristianesimo perché la religione ebraica considera Dio come un padrone assoluto e lontano al quale l’uomo si deve subordinare. Lui percorre tutta la storia degli Ebrei (dal Diluvio Universale fino alla Diaspora) e sostiene che dal Diluvio Universale loro si sono inimicati la natura e così anche i popoli vicini, e quindi loro che si considerano il popolo eletto hanno dichiarato la loro inimicizia con la natura e con i popoli vicini e quindi si sono affidati completamente a questo loro Dio che hanno considerato come un padrone assoluto e molto lontano stabilendo con lui un rapporto esclusivo e considerando questo rapporto un qualcosa di speciale che li differenziava da tutti gli altri popoli perché loro erano il popolo eletto, e il loro Dio era geloso del rapporto con gli altri popoli, ma sono stati loro a considerare il loro Dio come un qualcosa di trascendente e geloso del rapporto degli Ebrei con gli altri popoli. Gli Ebrei da soli si sono creati quest’idea del loro Dio, arrivando addirittura all’uccisione di Gesù perché non credevano che fosse il Messia. Quindi loro non solo hanno inteso il loro Dio in questo modo ma hanno anche ucciso Gesù. Sono stati gli Ebrei che hanno anche creato la scissione tra uomo e Dio, quindi quella unità bella e originaria che abbiamo trovato nella polis è stata rotta dall’ebraismo. Quindi il cristianesimo diventa la conciliazione tra l’uomo e Dio, perché Gesù è venuto sul mondo per prendersi i peccati dell’uomo (era un modo per far riconciliare Dio con il mondo).
Quindi vi è un momento di:

tesi la religione greca (dove vi è l’unità tra l’uomo e le divinità seppur una unità semplice o di tipo astratto).
antitesi giudaismo (religione ebraica).
sintesi cristianesimo (con cui la tesi viene riaffermata nella sintesi).
Questi tre momenti possono essere anche definiti come “affermazione”, “negazione” e “riaffermazione potenziata della tesi”. Vi è già lo schema dialettico.
La religione ebraica sarebbe la scissione tra l’uomo e Dio, rottura dell’unità e dell’armonia della polis. Il cristianesimo rappresenta la riconciliazione tra l’uomo e Dio.
Il cristianesimo rappresenta la trasformazione dell’etica della legge nell’etica dell’amore. L’amore è l’unità degli opposti, del soggettivo e dell’oggettivo. La religione greca della polis è l’espressione di un’unità non ancora differenziata, mentre il cristianesimo, introducendo l’idea del peccato e poi della redenzione perviene ad una unità più ricca: il destino, cioè la sorte che l’uomo accetta come la propria stessa vita. Il passaggio dalla religione greca a quella cristiana attraverso il giudaismo rappresenta già lo schema della dialettica.
Temi di fondo del pensiero Hegeliano
Tre sono i punti attraverso cui ruota il sistema Hegeliano:
- La risoluzione del finito nell’infinito
- Identità tra ragione e realtà
- Funzione giustificatrice della filosofia
La risoluzione del finito nell’infinito: Hegel pone come punto fondamentale di tutto l’universo lo spirito infinito. Questo infinito si esprime attraverso tutti gli esseri finiti della realtà attraverso un momento a spirale di tesi, antitesi e sintesi. Il finito è tale solo in relazione all’infinito: senza di esso non ha nessun senso, nessun valore, esiste quindi come rappresentazione dell’infinito. Risoluzione del finito nell’infinito significa dunque che il finito ha esistenza astratta e ha senso solo in relazione all’infinito. Non si può concepire un finito senza l’infinito. Hegel definisce l’infinito come un cerchio in movimento, che parte e poi ritorna in modo potenziato in quanto parte da un punto che non sa ancora di essere tale per arrivare poi a una conclusione dove ha piena consapevolezza di sé.
Identità tra ragione e realtà (ovvero tutto ciò che è reale è razionale): La realtà non la possiamo considerare come qualcosa di caotico (come Eraclito), perché essendo in dispiegamento della ragione è razionale. Quindi altro non è che la ragione stessa, perciò tutto ciò che è reale è razionale. Questa realtà è la rappresentazione di questa ragione, per cui il contenuto della realtà noi lo possiamo riportare alla ragione. Quindi tutto ciò che è deve essere, il che significa che è qualcosa che è stabilito già dalla ragione. Le categorie del pensiero sono le stesse della realtà. Hegel approda quindi al panlogismo: pensiero è uguale a essere. Partendo da questo assunto tutto ciò che è reale è razionale.
Funzione giustificatrice della filosofia: La filosofia è come la nottola di Minerva (la civetta), che inizia il suo volo sul calar del sole. Essa arriva quando già qualcosa è stato fatto. Come la civetta arriva di sera e si mette a cantare, la filosofia arriva dopo che la realtà è già stata fatta. Il suo compito è prendere atto di questa realtà e assumere il suo contenuto a pensiero, a concetto. Deve dimostrare che il contenuto della realtà è lo stesso del pensiero, ecco perché il compito giustificazioni sta della filosofia.
Ci troviamo con Hegel difronte al monismo panteistico. Significa che c’è un principio unico dell’universo, divino, che noi troviamo nella realtà.


Suddivisione del sistema filosofico Hegeliano

Ci troviamo sempre difronte a un movimento dialettico contrassegnato da tre momenti: tesi, antitesi, e sintesi.
Tesi: è l’idea in sé. Ed è oggetto di studio della logica.
Antitesi: è l’idea per sé, o fuori di sé. Oggetto di studio della filosofia della natura.
Sintesi: idea in sé e per sé. Oggetto di studio della filosofia dello spirito.

La tesi è il primo momento del movimento dialettico dello spirito. Lo spirito è anche idea e l’idea è il contenuto del pensiero. L’idea in sé è lo spirito che non sa ancora di essere tale.
L’antitesi è dove l’idea esce fuori di sé e si manifesta come la natura. La natura è quindi il modo attraverso cui l’idea si nega come idea e si afferma come natura per poi riconoscersi come spirito. E l’idea fuori di sé è l’oggetto di studio della filosofia della natura.
La sintesi è la riaffermazione potenziata dell’idea che si è riconosciuta come spirito.
Abbiamo visto questa dialettica che è anche dialettica degli opposti (perché la tesi viene negata dall’antitesi che poi viene riaffermata dalla sintesi). La dialettica è la legge di sviluppo ontologico dell’essere e di comprensione logica dell’essere ed è formata da tre momenti: tesi (che è il momento astratto intellettuale, cioè il momento in cui le determinazioni della realtà se ne stanno isolate le une dalle altre, ovvero l’unità non si riconosce ancora unità perché ha bisogno di rapportarsi e di relazionarsi), antitesi (che è il momento in cui le determinazioni dell’essere diventano dinamiche rapportandosi ai loro opposti per potersi riconoscere), sintesi (riaffermazione potenziata della tesi e superamento della antitesi). Quindi affermazione, negazione e riaffermazione. Hegel dice che ogni determinazione è negazione. Se si pianta un seme, dal seme viene fuori il fiore e dal fiore il frutto. Il frutto è la riaffermazione del seme perché nel frutto c’è di nuovo il seme.

Le critiche di Hegel

La prima critica Hegel la fa agli illuministi. La critica che fa è sulla ragione. Questo perché la ragione degli illuministi è finita e poteva cogliere solo il contenuto della realtà fenomenica. La ragione non è la ragione degli illuministi (limitata e finita) ma è una ragione dialettica (illimitata e infinita). La seconda critica la rivolge a Kant, perché non solo aveva detto che la ragione è finita, ma perché ci ha dato una morale che mette in contrapposizione l’essere e il dover essere. Hegel dice che in Kant questo dover essere non sarà mai perché Kant diceva che bisognava essere santi per avere il premio che ci aspettava se fossimo stati più virtuosi. Secondo Hegel anche le idee di cui ha parlato Kant hanno avuto solo una funzione regolativa. Poi critica Fichte, critica la sua dialettica e dice che è una dialettica aperta dove il finito non raggiungerà mai l’infinito. Infatti Fichte ci ha detto che lo Streben è continuo ma è irraggiungibile. Hegel dice che la sua dialettica è una dialettica del cattivo infinito perché non lo raggiungerà mai. Critica anche Schelling perché ha ucciso tutte le differenze dicendo che il principio di tutte le cose è l’assoluto. La filosofia di Schelling è simile alla notte in cui tutte le vacche sono nere, ovvero tutto è uguale. Hegel poi critica i romantici (lui non si definisce romantico, è idealista) sostenendo che sono portati al vittimismo, al pessimismo e dunque non sono veri intellettuali. Condanna dunque il loro atteggiamento e quindi non si definisce romantico anche perché i romantici hanno dato troppa importanza al sentimento.

La fenomenologia dello spirito

“Fenomenologia” deriva da “phainòmenon” e “lògos”, ovvero “fenomeno” e “discorso”. Essa è definita come scienza di ciò che appare. In Hegel essa diventa la scienza dell’esperienza della coscienza, e dunque consisterà nell’apparire dello spirito a sé stesso. Lo spirito si manifesta in primis come coscienza, perché non si riconosce ancora come spirito. La fenomenologia in Hegel è infatti la storia romanzata della coscienza, che attraverso tappe che la sconvolgono deve raggiungere l’universale. Tutto questo lo fa percorrendo un cammino storico, sia in senso diacronico che sincronico, attraverso il quale raccoglierà le figure dello spirito attraverso la memoria collettiva. Quindi il compito della coscienza è attraversare tutte queste tappe, raccogliere le figure, e riconoscersi alla fine come spirito, ciò avverrà dopo un lungo percorso nel quale si concretizzerà nell’eticità e nello Stato. La coscienza deve partire da quello che è la percezione di sé stessa per arrivare all’autocoscienza. Quindi le tappe della fenomenologia sono coscienza, autocoscienza e ragione. Partiamo dalla coscienza e vediamo quali sono le tappe della coscienza: la prima tappa è la certezza sensibile, la seconda è la percezione e la terza è l’intelletto. Notiamo che vi è sempre la struttura triadica, cioè tesi, antitesi, sintesi. Tesi: idea in sé, antitesi: idea fuori di sé, sintesi: idea in sé per sé (filosofia dello spirito). Hegel parte dalla fenomenologia perché vuole farci capire che tutto ciò che si pone dal punto di vista individuale non ha valore d’essere e lo avrà soltanto raggiungendo l’universale, e cioè lo spirito. La prima tappa quindi è la coscienza (che deve diventare autocoscienza, si deve riconoscere come ragione per poi diventare spirito). La coscienza per diventare autocoscienza deve, come abbiamo detto prima, percorrere tre tappe di cui la prima è la certezza sensibile. E’ la certezza che noi cogliamo in un oggetto che sta al di fuori di noi e lo cogliamo tramite i sensi. Hegel dice che dovrebbe essere la conoscenza più ricca, ma poi si rivelerà la più povera. Quando vediamo una cosa e la abbiamo davanti a noi la chiamiamo “questo”, ma se usciamo fuori dalla porta ce lo rappresentiamo in senso generico, quindi il vecchio “questo” “particolare” diventa “generale” e “astratto”. La seconda tappa è quella della percezione, quando iniziamo a cogliere il “questo”, l’”oggetto” nelle sue qualità.
Il “questo sarà sempre generico”, ma sarà più dettagliato. Poi vi è l’intelletto. L’intelletto il “questo” se lo rappresenta come un fenomeno, e il fenomeno è l’apparizione. E questi fenomeni esistono sempre in relazione alla mia coscienza: soggetto rappresentante, oggetto rappresentato. Dato che esistono solo in base alla mia coscienza, la coscienza è diventata autocoscienza, perché ha colto il “questo” come un fenomeno e il fenomeno Kant ha detto che esiste in rappresentazione al soggetto, altrimenti non potrebbe esistere.
La coscienza che è diventata autocoscienza, deve adesso spostare l’asse della conoscenza non più su sé stessa, ma su altro. La coscienza adesso si deve relazionare ad altre coscienze. Il riconoscimento fra le due autocoscienze non può avvenire se non in un momento di lotta e di conflitto tra due autocoscienze, e a questo punto arriva ad elaborare quella figura così famosa della fenomenologia che è appunto “Signoria e servitù”. Ha detto che il riconoscimento avviene solo in un momento di lotta. Di fatti da un lato c’è un’autocoscienza, che pur di affermarsi ha messo a repentaglio la propria vita e cioè la signoria. Dall’altro lato c’è un’autocoscienza che avendo avuto paura della morte ha preferito subordinarsi e quindi la servitù. La lotta fra le due autocoscienze dà vita a queste due figure importanti della fenomenologia che sono il signore e il servo. Il servo si è sottomesso al padrone e quindi deve sottostare a lui, e il padrone anche dipende dal lavoro del servo, per cui dialetticamente il rapporto signoria servitù trapasserà in un rapporto di dipendenza del padrone dal servo (nel lavoro però). Con la paura della morte il servo si è subordinato al padrone, ma con il servizio ha cominciato ad autodisciplinarsi e cioè ha imparato a vincere gli impulsi naturali, con il lavoro il servo imprime una forma agli oggetti, ovvero il servo proietta la sua essenza sull’oggetto e quindi questo gli fa riconoscere la sua libertà. Quando si rende conto di dar forma alle cose e di proiettare la sua essenza sulle cose diventa libero e capisce di non dipendere più dal padrone e di non essere più subordinato a lui. Ma questa è una libertà interiore, non esterna. Questo rapporto è importante perché da Marx è stato inteso come rapporto borghesia proletariato. La libertà del servo è una libertà stoica, interiore, con l’aponìa e l’atarassìa.
Avevamo detto di dover raccogliere le figure attraverso un processo storico e quindi partiamo dallo stoicismo. Gli stoici erano felici perché si isolavano dal resto del mondo. Una felicità che trapassa dallo stoicismo allo scetticismo, che invece di isolarsi sospendeva il mondo, mettendo in dubbio qualsiasi cosa. Lo scetticismo porta a una contraddizione della coscienza stessa perché da un lato sospende la realtà, ma dall’altro si sente parte di questa realtà stessa. Una coscienza che si contraddice perché sospende tale realtà ma si sente anche vittima e parte di essa e quindi è una coscienza scissa in due parti. Una coscienza infelice perché costituita da una parte mutabile e da una immutabile. La prima figura di questa coscienza infelice è l’ebraismo. Con l’ebraismo la scissione tra una coscienza mutabile e immutabile diventa scissione tra il trasmutabile (il finito) e l’in trasmutabile (Dio, l’infinito). Nei primi scritti abbiamo detto che gli ebrei si sono rappresentati Dio come un padrone assoluto, lontano, geloso del rapporto con i suoi credenti, dunque con l’ebraismo la scissione è il culmine dell’infelicità della coscienza perché la coscienza trasmutabile sa che Dio è molto lontano e irraggiungibile e quindi la coscienza infelice non può fare altro che rappresentarsi il suo Dio come Dio incarnato, quindi rendendolo una realtà effettuale e simbolo ne sono le crociate, che sono state fatte secondo Hegel proprio perché si andava alla ricerca di questo Dio incarnato, ma si sono dimostrate un fallimento per aver trovato un sepolcro nuovo e quindi le distanze si sono allungate ancora di più perché come Dio incarnato possiamo parlare solo di un Dio trascendente e ancora lontano perché a Gerusalemme il sepolcro era vuoto e come realtà effettuale è ancora molto lontano perché Gesù è vissuto in un periodo storico molto lontano. La coscienza deve superare questa fase dell’infelicità e quindi sorgono le altre tre sottofigure della coscienza: la devozione, il fare e l’operare, e la mortificazione di sé. La devozione: la coscienza è diventata ancora più infelice perché non ha accorciato le distanze con l’assoluto e quindi cerca di essere felice tramite la devozione che è un sentimento religioso. Quando i devoti si recano in chiesa e pregano hanno l’impressione di essere molto vicini a Dio perché è il sentimento della devozione che porta a ciò, ma la devozione è solo un sentimento non elevato a concetto, quindi non permette di accorciare le distanze che non sono accorciabili tramite un sentimento ma solo tramite la filosofia.
Quindi la devozione fallisce. Dunque la coscienza cerca di esprimersi nel fare e nell’operare ovvero nell’appetito, nel desiderio, nel lavoro, vi è infatti il riferimento all’ora et labora dei padri benedettini, ma anche il lavoro non è uno strumento di risoluzione dell’argomento perché anche attraverso il lavoro la coscienza si rende conto che il lavoro è un dono dio e che il lavoro esiste solo perché ce lo da Dio. A questo punto la coscienza passa alla mortificazione di sé. Rendendosi conto che rispetto a Dio nulla può allora si getta nell’umiliazione, nella povertà, nella lacerazione. Questo ci fa capire che la coscienza si mortifica, proprio per il fatto di non avere le possibilità per arrivare all’assoluto. E’ in questa mortificazione della coscienza che la coscienza si rende conto di essere ragione e cioè Dio come ragione. Siamo nel Rinascimento, ovvero la fase del razionalismo, quindi la scoperta dell’uomo come omo faber.

La Ragione

Siamo nella fase del Razionalismo, del Rinascimento. Abbiamo visto che la coscienza si è riconosciuta come ragione perché si rende conto che la realtà del mondo non è estranea a sé. Ora rendendosi conto che è essa stessa realtà, deve giustificare tale cosa e lo fa attraverso la ragione osservativa. E’ la ragione che rendendosi conto che la realtà non è diversa da sé vuole giustificare questa verità e quindi si getta nella realtà attraverso un inquieto cercare quasi come se si rivolgesse al mondo della natura come un qualcosa diverso da sé. La prima fase è quella del naturalismo, perché con la rivoluzione scientifica cambia anche la concezione della natura e Hegel passa in rassegna la storia della natura e quindi approfondisce la ricerca naturalistica passando dal mondo inorganico per arrivare al mondo organico approdando alla scienza che in quel momento storico si stava delineando, che era la psicologia. Le scienze di questo periodo erano la fisiognomica e la frenologia. La fisiognomica voleva determinare il carattere dell’individuo attraverso i tratti della sua fisionomia, e la frenologia voleva conoscere il carattere dalla forma e dalle protuberanze del cranio. La coscienza non volendo essere ridotta a un osso si sente distinta e separata dal mondo. Non c’è più un’unità tra lei e la realtà. Nella ragione osservativa lei capisce tramite la frenologia di essere distinta dalla realtà, e poi passa alla ragione attiva nella quale la ragione stessa attraverso la sua attività si attualizza. Non deve più cercare la verità, che già c’è ma la deve solo mettere in atto.
Le fasi della ragione attiva sono: il piacere e la necessità (dove la ragione si getta faustianamente nella vita e dopo essere stata delusa dal rinascimento e della rivoluzione scientifica vuole godere, ma dove la ragione rimane delusa perché non può appagare tutti i suoi desideri ma viene contrastata dal destino stesso incontrando inevitabilmente un destino avverso), la legge del cuore e il delirio della presunzione (rendendosi conto che non può contrastare il destino, l’autocoscienza cerca di eliminare i mali del mondo attraverso nuovi progetti di vita e facendo appello alla legge del cuore vuole combatterli progettando nuovi sistemi di vita, e anche qui l’autocoscienza è destinata a fallire), la virtù (la coscienza agisce prospettandosi come coscienza nell’interesse comune, ma è destinata anche qui a fallire perché è troppo eroico e impossibile abbattere i mali del mondo). La coscienza se si pone dal punto di vista di un individuo singolo non riuscirà mai a raggiungere l’universale. L’individualità in sé per sé riguarda quegli individui apparentemente onesti e che fanno il loro dovere ma alla fine guardano ai propri interessi. Essa ha il regno animale dello spirito (che è un inganno perché sotto la maschera della dedizione e dell’onestà è nascosta l’individualità degli interessi personali), allora la coscienza cerca di rimediare attraverso la ragione legislatrice, andando alla ricerca di leggi universali che valgano per tutti ma che è destinata a fallire perché le leggi non sono mai valide per tutti veramente, perché quando il legislatore fa una legge tiene presente casi generali e non particolari. Dunque la ragione diventa esaminatrice, ovvero dopo essersi resa conto che le leggi contemplano casi generali e non particolari, va alla ricerca di leggi assolute e assolutamente valide. Ma tutto questo è destinato a fallire perché nonostante Hegel abbia cercato attraverso tutte queste figure di raggiungere un’universalità tramite la coscienza non c’è riuscito perché se la coscienza si pone in modo individuale non ci riuscirà mai. Quindi per risolvere questo argomento abbiamo bisogno della sostanza etica che si realizza nello Stato, nella storia. Solo uscendo fuori dalla propria individualità e facendo parte di una realtà storico-sociale la coscienza può raggiungere l’universalità.

La Logica

E’ lo studio del pensiero. E ha come oggetto l’idea in sé e per sé. Quindi la logica studia l’idea nella sua forma pura. E’ importante perché prende in esame la struttura della realtà che per Hegel è fatta di concetti e di categorie, un po’ come Kant ma mentre la logica di Hegel ha come contenuto il pensiero, quindi i concetti che non sono soggettivi ma oggettivi o meglio dove soggettivo e oggettivo coincidono. I concetti di cui parla Hegel non sono quindi solo concetti di pensiero ma anche della realtà. Partendo dal palloggismo Hegeliano quindi l’equazione pensiero = essere, Hegel dice che la logica del pensiero vale per tutta la realtà e quindi i concetti non sono più solo concetti soggettivi ma anche oggettivi, quindi arriviamo alla conclusione secondo qui il pensiero è uguale all’essere. La logica, che studia il pensiero e la metafisica che studia l’essere coincidono, cosa che non accadeva con Kant. La logica in Kant era lo studio delle categorie che avevano solo valore gnoseologico, invece la logica di Hegel è una logica non solo formale ma anche concreta perché le categorie di Hegel non valgono solo per il pensiero ma anche per l’essere. Hegel condivide la logica aristotelica che valeva sia per il pensiero che per l’essere e comincia dalla prima forma della logica tradizionale che lui chiama pensiero ingenuo perché il pensiero conosceva le cose attraverso un atto di riflessione. Hegel passa in rassegna la logica tradizionale a partire da quella degli antichi. La prima forma è quella del procedere ingenuo (una logica ancora allo stato embrionale), il quale ritiene che da una parte vi sia il pensiero e dall’altra le cose, e che il pensiero mediante la riflessione, possa conoscere ciò che gli oggetti veramente sono.
E’ questa la posizione della vecchia metafisica dogmatica, la quale considerava le determinazioni del pensiero come determinazioni fondamentali delle cose. La seconda posizione è quella dell’empirismo, il quale elevando il contenuto della percezione a rappresentazione, fa della rappresentazione stessa la norma dell’oggettività, riducendo la realtà vera delle cose (l’essenza) ad una x sconosciuta. E’ questa la logica kantiana che approda allo scetticismo perché Kant dopo aver trasformato l’io penso in io legislatore lascia sullo sfondo l’inconoscibilità della cosa in sé (noumeno). La terza posizione è quella della filosofia della fede, a cui Hegel riconosce il merito di saltare dal piano logico a quello ontologico, ma non riconosce lo strumento attraverso cui questo salto avviene, cioè il sentimento di fede (la prova di Sant’Anselmo sull’esistenza di Dio).
Dunque la logica di Hegel si identifica con la metafisica. La logica di Hegel presenta una struttura triadica, si divide in: logica dell’essere, logica dell’essenza e logica del concetto. Per quanto riguarda la logica dell’essere Hegel parte dal concetto di essere assolutamente indeterminato (l’essere di Parmenide). Dunque un essere identico al nulla. Ma l’unità dell’essere con il nulla è già un divenire. L’essere dunque si determina per qualità, quantità e misura. Dall’essere determinato si passa all’essenza dell’essere quando l’essere stesso riflettendo su di sé si scopre identico a sé stesso e diverso dagli altri. Ciò significa che l’essere coglie la propria ragione d’essere, quindi coglie l’essenza come ragione dell’esistenza. L’esistenza è rappresentata attraverso il fenomeno. Il fenomeno altro non è che la realtà in atto.
Dopo essersi riconosciuto come essenza, l’essere si deve elevare a concetto. Il concetto non appartiene più solo a pensiero ma è concetto razionale e quindi è lo spirito vivente della realtà. Ci siamo arrivati attraverso il ragionamento “Tutto ciò che è reale è razionale”. Il concetto a sua volta è in primo luogo concetto soggettivo (nella sua pura formalità), cioè un concetto ancora in sé che poi deve diventare per sé (oggettivo), poi quindi diventa oggettivo (si esplica nelle forme della natura), in terzo luogo è Idea, ossia unità del soggettivo e dell’oggettivo, quindi ragione autocosciente. Il concetto soggettivo si specifica attraverso tre aspetti: universalità (tipo il concetto di “genere”), particolarità (“genere umano”), individualità (è un solo individuo); poi si articola nel giudizio e infine nel sillogismo (che rappresenta la razionalità del tutto e che per Aristotele era il ragionamento perfetto che parte da premesse e arriva a una conclusione). L’ultima categoria è quella dell’idea. L’idea è concepita come la ragione stessa, dunque l’idea è la realtà in tutte le sue determinazioni. Nella sua forma immediata l’idea è vita, cioè un’anima realizzata in un corpo; nella sua forma mediata è conoscenza che si esprima sia in forma teoretica che in forma pratica. Al di là della vita e del conoscere, ritroviamo l’unità al punto del soggettivo e dell’oggettivo, del conoscere e del volere, dunque l’idea assoluta.

La Filosofia Della Natura

E’ l’idea che esce fuori di sé, quindi qui Hegel ci descrive il percorso dell’idea che esce fuori di sé e che si oggettiva nella natura, quindi si estranea da sé, si aliena, e si estrinseca e si oggettiva nella natura, questo lo fa per riconoscersi, perché è ancora idea che non è consapevole di essere spirito, e lo farà proprio attraverso questa fase di estraneazione da sé. Si negherà come idea e si affermerà come natura. La natura diventa la manifestazione dell’idea, e in quanto manifestazione dell’idea diventa la pattumiera dell’idea, ovvero il punto più basso toccato dall’idea, quindi la natura diventa “spirito colato” (colato perché è arrivato molto giù). Questo processo di estraneazione dell’idea della natura avviene attraverso la scienza della natura stessa. Le tre tappe di questa scienza vanno dal mondo inorganico, alla meccanica, per poi passare al mondo organico (formato da noi, dagli animali, e ha il punto culminante nell’intelligenza quindi l’uomo) dove l’idea dopo essersi riconosciuta come spirito (Hegel voleva dimostrare che noi andiamo dai vegetali agli animali dove la forma più perfetta è rappresentata dall’intelligenza che è l’uomo) ritorna di nuovo in sé, quindi si è potenziata.

La filosofia dello spirito

I percorsi della filosofia dello spirito sono: lo spirito soggettivo, lo spirito oggettivo, lo spirito assoluto. Lo spirito soggettivo riguarda l’individuo in rapporto a sé stesso. Le sue fasi sono antropologia, fenomenologia e psicologia. L’antropologia è lo spirito come anima, l’anima è il dormiveglia dello spirito, la fase iniziale, e l’anima viene proprio intesa come spirito che incomincia a vivere. Essa rappresenta l’unità di tutti i processi individuali, l’insieme degli elementi spirituali e materiali insieme, e per quanto riguarda l’anima Hegel dice che anche essa ha un suo sviluppo evolutivo ed è strettamente collegato a disposizioni psicofisiche che cambiano a seconda dell’età, quindi anche l’anima attraversa tre tappe: infanzia che è il momento in cui l’individuo è a suo agio con il mondo circostante (tesi), giovinezza che è il momento in cui si è in contrasto con il mondo esterno (antitesi) e maturità nella quale si ritrova di nuovo quell’armonia con il mondo esterno grazie all’esperienza (sintesi). La fase della fenomenologia riguarda lo spirito come coscienza, autocoscienza, coscienza infelice ecc; la terza tappa è la psicologia: lo spirito si manifesta attraverso l’aspetto teoretico, pratico e del volere spontaneo, quindi come conoscere, come azione, e come volontà grazie al quale lo spirito soggettivo sfocia in quello oggettivo. Lo spirito oggettivo riguarda l’individuo nei suoi rapporti sociali e istituzionali, quindi è questo spirito individuale che non si rapporta più solo a sé stesso ma anche al resto della società. I momenti dello spirito oggettivo sono: diritto astratto, moralità, eticità. Il diritto rappresenta la legalità, che è anche necessità. Per Hegel il diritto astratto prende in esame l’individuo come persona dotata di capacità giuridiche, quindi alla maniera romana (diritto romano). E’ un diritto che ritiene gli individui come soggetti di diritto astratto, fruibili di diritto privato e diritto penale. La prima forma di riconoscimento del soggetto giuridico è la proprietà, che viene sancita dal contratto, che è il reciproco riconoscimento tra le persone. Hegel dice che come vi è il diritto, cioè ciò che è legittimo, vi è anche il suo contrario. C’è il lecito, come l’illecito. L’illecito, il torto è la negazione del diritto che nella sua fase più eclatante è il delitto in contrapposizione al quale vi è la pena. La pena dev’essere educativa. Hegel vede la pena come educativa per riaffermare di nuovo il diritto. Quindi delitto, pena, diritto. Tesi, antitesi, sintesi.
Soltanto se il soggetto riconosce la propria colpa la pena può essere veramente educativa. Dunque, Hegel dice che adesso non è più la sfera esterna che deve controllare che la pena sia educativa, ma la sfera interna del soggetto stesso. Quindi è il soggetto che deve riconoscere la sua colpa e deve intraprendere questo percorso di rieducazione, quindi di riconquista della propria razionalità e di riaffermazione del diritto in modo potenziale. Il proponimento di disporsi al bene viene sempre da un’intenzione, che se si solleva all’universalità allora ci permette di elevarci al bene assoluto, che è un bene astratto (in sé per sé), un bene che deve essere realizzato. Da un lato quindi c’è il soggetto che deve realizzare il bene, e dall’altro il bene che deve essere realizzato. Quindi da un lato c’è l’essere, dall’altro il dover essere, che non è un dover essere kantiano riguardante una moralità individuale, ma una moralità sociale poiché se la coscienza in precedenza partendo dall’individuale non raggiungerà mai niente allora neanche la moralità. Il bene è raggiungibile rapportandosi soltanto ad altre coscienze individuali, quindi c’è il passaggio nell’eticità.
L’eticità è una sorta di moralità sociale, infatti. E’ il momento in cui la coscienza individuale entra nella società, quindi in quel complesso di istituzioni politiche e sociali, e civili tramite le quali può realizzare il bene. Le forme di questa eticità sono la famiglia, la società civile, e lo Stato.
La famiglia è la tesi, e si articola sul matrimonio, sul patrimonio e sull’educazione dei figli. Una volta che i figli sono stati educati possono formare altre famiglie e quindi si entra nella società civile che è il momento dell’antitesi che rappresenta la rottura della famiglia in quanto siamo entrati a contatto con gli altri e in quanto è luogo di incontro e di scontro degli interessi privati. La società civile a sua volta si articola in tre parti: il sistema dei bisogni, l’amministrazione della giustizia, la polizia e le corporazioni. Il sistema dei bisogni è ciò che caratterizza i rapporti. Anche nel sistema dei bisogni vi sono tre classi sociali: gli agricoltori, gli artigiani e i fabbricanti, i pubblici funzionari. Poi vi è l’amministrazione della giustizia che riguarda la sfera delle leggi e la loro tutela giuridica. Poi vi sono le corporazioni che rappresentano per Hegel un universale che si esprime come punto di incontro con lo Stato. Anche la polizia diventa un universale in quanto difende un’intera comunità. Le corporazioni tutelano gli interessi di un’intera classe sociale, e rappresentano una cerniera fra la società civile e lo Stato e sono quel gradino che ci portano nell’universale che è lo Stato ovvero il momento della sintesi, ovvero la riaffermazione della famiglia che non è più individuale ma universale. Esso è il momento culminante dell’eticità. E’ la sostanza etica consapevole di sé, l’ingresso di Dio nel mondo. A questo punto passa prima in rassegna le varie analisi critiche delle varie teorie politiche e poi mette sul piano quella che è la sua idea di Stato che è uno stato monarchico costituzionale.
Lo Stato è il momento culminante dell’eticità e secondo Hegel è la sostanza etica consapevole di sé, quindi è l’éthos di un popolo e l’ingresso di Dio nel mondo. E’ uno stato organicista. Ed è la rappresentazione di tanti individui, quindi dell’universale, e sono individui che si dissolvono in questo universale. Il cittadino nello Stato è consapevole di essere parte del tutto. Lo Stato diventa quindi l’incarnazione dello spirito attraverso la figura del principe, del monarca. E’ uno Stato che deve prendersi cura dell’individuo, e deve rappresentare il bene comune facendo in modo che possa essere messo in atto stando bene attento a non essere impregnato nella società civile. Lo Stato di cui parla Hegel è uno stato etico, garante della sicurezza degli individui e deve fare in modo che vengano rispettate le coscienze individuali. Hegel partendo dal modello democratico di Stato (modello di Rousseau) dice che gli individui hanno valore solo all’interno di uno Stato rigettando le concezioni contrattualistiche.
Il modello di Rousseau non è un modello adatto perché la democrazia non è altro che l’espressione di una moltitudine e la scarta perché spesso la democrazia sfocia nella demagogia, e scarta anche il modello liberale di Locke perché Locke tendeva ad affermare la proprietà privata. La proprietà privata rappresenta il particolarismo, e dato che i particolarismi valgono solo se inclusi nell’universalismo lui lo scarta a priori questo modello liberale. Mentre lo Stato organicista (di Hegel) tiene conto di tutte le parti, lo Stato liberale si specifica nell’anatomismo borghese. Hegel dice che gli individui al di fuori di uno Stato non hanno ragione d’essere quindi nasce prima lo Stato e poi gli individui, ecco perché rifiuta il modello di Stato contrattualistico. Esprime simpatia per il modello dei gius-naturalisti che sostengono che non ci può essere uno Stato senza leggi e condivide la supremazia della legge e mette in atto quello che è il suo modello di Stato: una monarchia costituzionale. Il suo Stato non è autoritario e dispotico, ma è uno Stato etico che si regge sulla costituzione che dev’essere scritta sulla base di quelli che sono i bisogni di un popolo. Hegel dice che ciascun popolo deve avere la sua costituzione. Critica quindi Napoleone che diede a ogni repubblica la stessa costituzione e dice che bisogna guardare soprattutto al popolo, alle sue tradizioni, ai suoi bisogni, di fatti Napoleone aveva tentato, con poi successive rivolte di applicare una costituzione francese ad un popolo spagnolo.
Hegel parla di una costituzione razionale e dice proprio che lo Stato è la razionalità in atto ed è un organismo politico che prevede poteri distinti ma non divisi fra di loro: legislativo, governativo e principesco.
Il potere legislativo è la facoltà di fare le leggi, secondo Hegel è il potere di stabilire e di determinare l’universale. Questo potere viene affidato ad un’assemblea di membri che vengono scelti tra i ceti medi che rappresentano la proporzione del potere, in quanto non è né ricco né povero. Hegel dice che bisogna però controllare questi ceti medi, perché sono stati preposti a universalizzare gli interessi neutralizzando i particolarismi di base, però potrebbero corrompersi e quindi potrebbero far valere gli interessi privati, dunque bisogna che ci siano degli osservatori che facciano sì che i ceti medi non si corrompano. Questi osservazioni sono quelli che hanno una piena intellezione di tutto ciò di cui un popolo ha bisogno, ovvero i saggi.
Il potere governativo è il potere di fare eseguire le leggi. Consiste nella sussunzione delle sfere particolari e dei singoli sotto l’universale.
Il potere principesco è l’incarnazione stessa dell’unità dello Stato, cioè il momento in cui la sovranità di quest’ultimo si concretizza in una individualità reale, cui spetta la decisione definitiva circa gli affari della collettività.
All’interno di uno Stato devono valere i principi morali. Lo spirito che si incarna nello Stato diventa spirito universale quando si rivolge al diritto esterno. Al di sopra di qualsiasi Stato divinizzato esiste uno spirito universale che deve risolvere le contese tra gli stati che risolve attraverso la guerra. La guerra aiuta gli Stati ad uscire fuori dalla loro fossilizzazione ed è lo strumento che rinnova gli Stati. Come il vento salva il mare dalla putredine così la guerra salva gli Stati dalla loro fossilizzazione, dice Hegel. Lo spirito universale deve poi intraprendere un cammino che va verso la piena intellezione di sé, e lo fa attraverso la storia. Lo spirito universale deve portare a termine quel fine provvidenzialistico della storia, e quindi entra in gioco il concetto di storia finalistica e provvidenzialistica. Lo spirito universale si esprime quindi nello spirito del mondo che a sua volta si esprime nello spirito dei popoli che a sua volta si esprime attraverso gli eroi cosmici della storia. Essi sono Cesare, Napoleone.. quelli che agiscono seguendo le loro passioni ma in realtà non seguono le loro passioni, perché è l’astuzia della ragione che si impossessa di loro per portare a termine il fine della storia, ma loro sono degli eroi perché è come se prevedessero già il corso del mondo e come deve andare a finire la storia. Quindi gli uomini credono di essere i soggetti della storia, ma in realtà sono solo gli attori che si muovono in questo teatro del mondo gestito dalla provvidenza. La storia si divide in monto orientale, mondo greco-romano e mondo germanico.

Lo Spirito Assoluto

Nell’arte l’assoluto si esprime attraverso l’intuizione sensibile, nella religione attraverso la rappresentazione, nella filosofia attraverso il concetto. Nell’arte si idealizza quell’unità tra soggetto e oggetto, spirito e natura in quanto se prendiamo una statua di marmo, il marmo che è l’oggetto è già natura spiritualizzata e il soggetto cioè l’idea artistica è già spirito naturalizzato. La rappresentazione avviene attraverso questa intuizione sensibile che è immediata. Anche nell’arte vi sono tre momenti storici: arte simbolica, arte classica, arte romantica. Nell’arte simbolica, ovvero quella degli antichi popoli orientali, in cui vi è uno squilibrio tra il contenuto e la forma. L’arte classica è l’arte dell’armonia fra il contenuto e la forma. L’arte romantica è un disequilibrio fra contenuto e forma, perché il contenuto è talmente pregno di spiritualità che la qualsiasi forma è inadatta ad esprimerlo. Infatti Hegel dice che l’arte romantica viene espressa in modo tale da smaterializzare l’elemento artistico, concentrandosi più sulla pittura, sulla musica, sulla poesia: elementi artistici più rivolti al pensiero che alla materia. Hegel dice infatti che si è parlato di crisi nell’arte nell’epoca romantica, poiché i romantici tendevano a far valere lo spirito sulla forma. Non ci sono più statue, architettura eccetera ma più che altro musica, poesia, quindi non vi è più un’arte classica ma un’arte meno materializzata e più spiritualizzata.
La religione invece esprime il contenuto dell’assoluto attraverso la forma della rappresentazione. Hegel dice quindi che è a metà strada tra l’intuizione sensibile e il concetto della filosofia, però è una rappresentazione che non si è ancora elevata a concetto perché noi ci rappresentiamo Dio come un’immagine staccata da noi (?). Nell’opera “Lezioni sulla filosofia della religione” Hegel affronta il problema tra filosofia e religione sostenendo che il filosofo ha il compito di studiare il rapporto Dio-coscienza che è rapporto soggetto-oggetto. Hegel dice che questo rapporto si presenta attraverso il sentimento. L’uomo che tende a Dio non potrà mai unirsi con Dio perché lo ritiene sempre un’immagine staccata da lui e quindi la religione non può trasformare il contenuto del soggetto a concetto. La filosofia rimane una metafora della religione e la religione una metafora della filosofia. Hegel dice che alla fine è il sentimento che risolve questo rapporto. Di fatti noi ci rappresentiamo Dio attraverso il culto. Anche quando andiamo a pregare però non vediamo Dio presente in noi ma lo immaginiamo sempre distaccato e sempre lontano, quindi Hegel dice che la religione non è adatta perché poi si rappresenta Dio come un evento storico. Rappresentandolo come evento storico non lo potrà mai rappresentare in concetto. Lo scopo di Hegel è quello di trasformare anche l’assoluto in concetto e cioè in qualcosa di razionale e dunque dice Hegel il fatto stesso di rappresentare Dio come evento storico e le religioni che ci sono state lo hanno sempre rappresentato in modo distaccato. La prima tappa è quella della religione naturale in cui Dio appare sottoforma di natura (gli uomini primitivi difatti amavano il sole, la luna), la seconda tappa sono le religioni della libertà (in cui Dio inizia a professarsi come spirito libero ma non è ancora chiaro questo assunto di Dio come spirito libero perché rimane ancora nascosto dietro un orizzonte naturalistico), la terza tappa sono le religioni dell’individualità: giudaica, greca, romana in cui Dio appare già in forma spirituale ma con sembianze umane, la quarta tappa è la religione cristiana attraverso cui Dio si manifesta come assoluto. Per Hegel la migliore di queste religioni è chiaramente il cristianesimo, e sarà il modo per trasformare l’assoluto in concetto. Dato che la religione non è in grado di trasformare l’assoluto in concetto, bisogna ricorrere alla filosofia.
Hegel dice che l’idea giunge alla sua piena concettualizzazione attraverso la filosofia diventando pienamente cosciente di sé. La filosofia è il pensiero di Dio, è ragione di Dio, è concetto di Dio ed è quindi la comprensione di questo assoluto che abbiamo cercato fino alla religione. La filosofia diventa quindi la piena autocoscienza di Dio. Hegel passa in rassegna delle varie filosofie della storia partendo dalla filosofia antica (Platone, Aristotele, Ellenismo, Neoplatonismo) fino ad arrivare poi all’idealismo che secondo lui è la forma più perfetta di filosofia ed è ciò tramite il quale noi trapassiamo nella piena concettualizzazione dell’assoluto. Hegel dice che più andiamo avanti con la storia della filosofia più le filosofie si sviluppano e diventano sempre più perfette fino ad arrivare a quella più perfetta che è l’idealismo.

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