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Hegel più la fenomenologia dello spirito

Hegel – conclude la parabola gnoseologica iniziata con Cartesio, cioè quella del rapporto tra realtà e ragione. È il più sintetico dell’idealismo, da cui nasceranno le correnti contemporanee, tra cui il marxismo e l’esistenzialismo.

La dialettica secondo Hegel - La scissione è l’origine della filosofia, che tende alla conciliazione degli opposti. Se penso ad A, contemporaneamente penso anche il non A, perché escludo che A sia altro; in questo senso si può dire che il positivo implica il negativo, e che per tornare al positivo devo negare il negativo. Il pensiero è sistematico, nel senso che media tra tesi e antitesi; la storia è la storia del pensiero sulla storia (è quindi filosofico). Il cammino della conoscenza, cioè quello della scissione e della riconciliazione, si esprime con la Fenomenologia dello Spirito, che è la ragione cosciente di sé. Questo cammino è un progresso verso la coscienza del tutto. Il singolo deve essere superato sempre, deve diventare totalità. La coscienza singola è infatti contemporaneamente una coscienza universale, e per questo la storia di uno è la storia dell’altro. Le correnti di pensiero, cioè i modi di pensare, sono le figure teoretiche, cioè delle fasi delle coscienze. Per esempio, anche se non conosco lo stoicismo, dentro di me so come può essere un animo stoico.

Trama e figure fenomenologiche – Lo spirito è la coscienza, nel senso di consapevolezza di qualcos’altro. Essa implica un rapporto fra l’io e un oggetto, che diventa un’opposizione caratteristica di ogni coscienza. La fenomenologia consiste nella mediazione di questa opposizione fino al suo superamento. Il fine è dimostrare che l’oggetto è il sé della coscienza, cioè l’autocoscienza. Le tappe della fenomenologia sono fatte da momenti e figure diverse, che fanno vedere che la loro determinatezza è inadeguata, in modo da passare al loro opposto (negativo del precedente). Ma anch’esso diventa inadeguato, costringendoci a passare ad un livello superiore, attraverso i passaggi della dialettica.

1. La coscienza – in senso gnoseologico guarda al mondo che è altro da sé, indipendente, essa consta di tre momenti: a) certezza sensibile = il particolare appare come verità, ma è contraddittorio, perché per comprendere il particolare devo passare al generale b) percezione = l’oggetto pare essere la verità, ma risulta uno e molti, cioè un oggetto con molte proprietà allo stesso tempo c) l’intelletto = l’oggetto appare come fenomeno, cioè un prodotto di forze e leggi, in cui quindi si risolve il sensibile. Ma queste sono opera dell’intelletto, e di conseguenza l’oggetto dipende da qualcos’altro, dall’intelletto, quindi da sé (l’oggetto si risolve nel soggetto)

2. L’autocoscienza – impara a sapere cosa essa sia. Inizia con il desiderio di togliere l’alterità degli altri, perché considerato negativo,, ben presto si scontra però con le altre autocoscienze, e deve superare questo momento. Nasce così la lotta per la vita o la morte, che per esito ha il soggiogamento di un’autocoscienza su un’altra: a) padrone e servo = il primo ha rischiato con la lotta il suo essere, ha vinto. Il servo, invece, per timore della morte è stato sconfitto, diventando servo per aver salva la vita. In questo modo diventa dipendente dal padrone, che gode delle cose prodotte per lui. Qui però avviene il rovesciamento dei ruoli, perché il padrone non è più in grado di fare le cose che fa il servo, e ne diventa quindi dipendente b) stoicismo = rappresenta la libertà della coscienza che, riconoscendosi come pensiero, si pone al di sopra di signoria e schiavitù, perché è libera sia su un trono che in catene. Questa libertà resta però evidentemente astratta c) scetticismo = il precedente distacco dal mondo si trasforma in negazione del mondo. Così facendo, nega le cose fatte dall’autocoscienza (nega la validità della percezione ma percepisce), portandola ad una scissione di sé con sé, cioè ad una contraddizione d) coscienza infelice = è la coscienza di sé come sdoppiata, ancora impigliata nella contraddizione. Da una parte c’è l’immutabile, cioè dio, dall’altra il mutevole, cioè l’uomo. Questa contraddistingue il cristianesimo medievale, in cui essa ha solo un’infranta coscienza di sé, perché cerca l’oggetto in un al di là irraggiungibile (è in questo mondo ma guarda ad un altro).

3. La ragione – è la coscienza che ha la certezza di essere ogni realtà (posizione dell’idealismo), cioè quella di essere un unità di essere e di pensare, l’acquisizione di questa certezza avviene attraverso tre momenti: a) ragione che osserva la natura = è la scienza, che considera il mondo come penetrabile dalla ragione. Si può dire che la ragione cerca sé stessa in altro; tuttavia deve anche passare al momento attivo b) ragione che agisce = inizia realizzandosi come individuo, per poi superarne i limiti, perché come individuo deve produrre la propria effettualità nell’altro; deve riconoscere l’indipendenza delle altre autocoscienze e dell’unità con esse. L’uomo teso al piacere mondano, cerca l’affermazione di sé, godendosi la vita fino in fondo, ma è destinato al fallimento, perché in fondo al piacere c’è il nulla. Poi la coscienza avverte in sé l’universalità come legge del cuore, sostituendo il benessere dell’umanità al proprio piacere, ma questa è una singolarità che vuole essere immediatamente universalità, ed è quindi negativa. Dal superamento dell’individualità emerge la virtù, ancora astratta, perché vorrebbe riformare il mondo, ma sperimenta il suo fallimento e la sua vanità c) la ragione acquisisce la coscienza di essere spirito = supera le opposizioni con il mondo e gli altri, trovando in loro il suo contenuto. L’uomo dedito all’opera arriva a scambiare il fare stesso con la cosa da fare, scadendo nell’operare che niente opera. In questo, tuttavia, egli si unisce ad altri uomini, ed è positivo. Ma a questo operare manca ancora un fine. Il fine e il contenuto di questi è dato dalla ragione legislatrice, attraverso imperativi universali assoluti, ma che, essendo tali, risultano astrazioni. Ad un superiore livello troviamo il tentativo della ragione critica che trova la sua espressione nell’etica kantiana, ma anch’esso è astratto. La sostanza etica è ciò in cui è immersa, cioè l’ethos della società in cui vive. Qui l’uomo non solo trova espressa la sua destinazione, ma è esso stesso questa essenza.

4. Lo spirito – è l’individuo costituente un mondo che si realizza nella vita di un popolo. È l’unità dell’autocoscienza nella libertà e nell’indipendenza, ma soprattutto nell’opposizione, questa volta mediata. È l’Io che è noi e il noi che è Io. Le figura ora diventano figure del mondo o della storia: a) spirito in sé come eticità = si trova all’inizio nella polis greca, con la “bella vita” del popolo greco, che è però instabile, perché la sua verità è immediata. Sorgono quindi dei conflitti dialettici, come per esempio quello della legge umana e della legge divina, esemplificato dall’antigone di sofocle, in cui il destino punisce sia lei che creonte, colpevoli di aver infranto, l’uno la legge divina, l’altro quella umana. Tra tutti questi conflitti, l’uomo emerge sulla comunità, come nell’impero romano, in cui a chiunque veniva data la cittadinanza, passando da avere tutti i diritti a non averne nessuno. Da qui nasce il cesare, il padrone del mondo. L’individuo è estraniato e scisso dalla sostanza etica b) lo spirito si estranea da sé = ha il culmine nell’europa moderna, in cui la coscienza si rivolge principalmente alla conquista del potere. È il momento della cultura, ma fatua, che critica e dissolve tutto, autodistruggendosi. C’è quindi la riscossa della fede, in quanto contrappone all’unità della cultura e del mondo un altro mondo. Alla fede si contrappone a sua volta l’intellezione pura, che ribadisce i diritti della ragione. Questa contrapposizione fede/ragione si eleva al culmine con l’illuminismo, avente il merito di salvare la ragione, ma allo stesso anche un effetto negativo, quello di dissolvere tutta la realtà, tenendo solo l’utile, appiattendo tutte le cose ad un “servire a qualcosa”. Ma la libertà dell’illuminismo è vuota, come è vuoto il suo egualitarismo, e trova il suo esito nel terrore. Perciò, una volta eliminate tutte le gerarchie, e quindi tutte le differenze, questo si rivolta contro di sé, autoannullandosi c) lo spirito torna alla conciliazione con sé = lo fa con la moralità. Il primo momento è quello della morale kantiana, quello del dovere per il dovere, mancante però di un contenuto. Si ha quindi una distorsione, poiché si introducono dei fini che sarebbero tenuti fuori dal puro dovere per il dovere. Da questo emerge dialetticamente la coscienziosità, che agisce, sia seguendo il dovere, sia facendo ciò che è concretamente giusto, unendo l’astrattezza di kant con la concretezza storica. Questa coscienziosità può snaturarsi nella figura dell’anima bella, che non sopporta la realtà, non si compromette con nessuna azione, impazzendo. Questa non agisce, ma giudica chi lo fa, negativamente. Il conflitto tra io giudicante e io giudicato si risolve nella conciliazione e nel perdono, in cui i due dimettono gli opposti, e l’esserci dell’io viene esteso alla dualità.

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