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Georg Wilhelm Hegel - Fenomenologia dello spirito: Coscienza, Autocoscienza, Ragione

La fenomenologia dello spirito
Hegel ha considerato la fenomenologia come un’opera propedeutica a tutta la filosofia. Ma c’è un equivoco, un duplice andamento della fenomenologia:
1) movimento della coscienza che ripercorre le tappe raggiunte dallo spirito;
2) divenire dello spirito all’interno della storia.
La fenomenologia è la storia romanzata della coscienza che esce dalla sua individualità e raggiunge l’universalità. Quindi l’intero ciclo della fenomenologia si può vedere riassunto in una delle sue figure particolari: la coscienza felice, la quale non sa di essere tutta la realtà, e si ritrova divisa in differenze, opposizioni dai quali esce solo arrivando alla coscienza di essere tutto.
La prima parte della Fenomenologia dello spirito si divide in tre momenti:

1) coscienza (tesi): attenzione verso l’oggetto;
2) autocoscienza (antitesi): attenzione verso il soggetto;
3) ragione (sintesi): unità profonda tra soggetto e oggetto.

Coscienza
Il punto di partenza è la certezza sensibile. Questa a prima vista sembra la certezza più sicura, in realtà è la più povera. Infatti essa è solo “apparentemente certa”, in realtà da solo informazione su una singola cosa, “questa cosa”. Il “questo” non dipende dalla cosa, ma dall’io che la considera.
Poi abbiamo la percezione dell’oggetto fuori di noi (percezione sensibile), e poi la percezione di essere autocoscienti. Si passa infine dalla percezione all’intelletto, che riconosce nell’oggetto una forza che agisce secondo una legge determinata. Vede nell’oggetto un fenomeno, a cui si contrappone l’essenza vera dell’oggetto. La coscienza a questo punto ha risolto l’intero oggetto in se stessa ed è diventata autocoscienza.

Autocoscienza
L’autocoscienza raggiunge il suo appagamento solo in un’altra autocoscienza. Inizialmente si potrebbe pensare che ciò debba avvenire tramite l’amore. Ma nella Fenomenologia il filosofo sceglie un’altra strada, ovvero attraverso un momento di lotta e sfida (conflitto tra le autocoscienze). Si ha quindi un rapporto servo-signore.
Il signore è colui che, pur di affermare la propria indipendenza, ha messo in pericolo la propria vita.
Il servo è colui che ha preferito perdere l’indipendenza, pur di avere la propria vita.

Tuttavia abbiamo una paradossale inversione di ruoli, quindi il signore diviene servo del servo e il servo signore del signore. Questo processo avviene attraverso tre momenti:
- la paura della morte: lo schiavo è tale perché ha tremato dinanzi alla morte e, attraverso la paura di perdere la propria essenza, lo schiavo ha potuto sperimentare il proprio essere come qualcosa di distinto o di indipendente dal mondo della realtà;
- il servizio: in esso la coscienza si autodisciplina e impara a vincere, in tutti i singoli momenti, i suoi impulsi naturali;
- il lavoro: in esso il servo imprime una forma alle cose, forma se stesso e imprime nell’essere quella forma che è l’autocoscienza.
Questo si conclude con la coscienza dell’indipendenza del servo nei confronti delle cose e della dipendenza del signore nei confronti del lavoro servile.

Stoicismo e scetticismo
L’autocoscienza trova la sua manifestazione filosofica nello stoicismo, però raggiunge soltanto un'astratta libertà interiore, perché la realtà esterna non è negata. Lo stoicismo mette quindi tra parentesi la dipendenza dell’uomo dalla realtà. Abbiamo però un’indipendenza “apparente” dell’uomo dalla realtà. Lo scetticismo esclude il mondo esterno ma cade nel suo classico atteggiamento contradditorio e insostenibile. Lo scetticismo non si pone domande sulla realtà. Abbiamo una contraddizione perchè da un lato dice che tutto è vano, mentre dall’altro lato pretende di dire qualcosa di vero. Inoltre la coscienza di cui parla lo scettico è una “coscienza singola”, che non può fare a meno di essere in conflitto con altre coscienze singole.

La coscienza infelice
Il contrasto tra servo e signore è visto in chiave storica con signoria/servitù, in chiave filosofica con stoicismo/scetticismo, e in chiave religiosa con la coscienza infelice. La scissione, presente nello scetticismo tra “coscienza immutabile” e “coscienza mutevole”, diventa esplicita nella figura della coscienza infelice ed assume una forma di separazione tra Uomo e Dio (antitesi tra “intrasmutabile” e “trasmutabile”). Questa è la situazione dell’ebraismo. Dio è considerato come un giudice severo e l’uomo è sotto le sue dipendenze.
Nel secondo momento, l’intrasmutabile assume la figura di un Dio incarnato. Questa è la situazione del cristianesimo medievale. Dio è considerato come un “Dio che perdona”, quindi in maniera positiva. Egli, come Dio trascendente, esprime il momento dell’aldilà, e come Dio incarnato risulta pur sempre lontano. Quindi con il cristianesimo la coscienza continua ad essere infelice, e Dio è un essere “irraggiungibile al di là che sfugge”. Manifestazioni di questa infelicità sono:
1) la devozione: pensiero a sfondo sentimentale e religioso che non si è elevato a concetto (un aspetto esteriore della religiosità, che però la coscienza percepisce come non risolvibile per la scissione);
2) il fare: il momento in cui la coscienza cerca di esprimersi nel lavoro (che però viene considerato come dono di Dio);
3) la mortificazione di sé: si ha una negazione dell’io a favore di Dio. L’uomo si rende conto di essere parte del mondo. Ma il punto più basso toccato dal singolo è destinato a passare dialetticamente nel punto più alto, quando la coscienza (tentando l’unione con Dio) si rende conto di essere Dio (l’Universale, il soggetto assoluto). Ciò non avviene nel Medioevo, ma nel Rinascimento.

Ragione
Come soggetto assoluto l’autocoscienza è diventata ragione e ha assunto in sè ogni realtà.
Con il Rinascimento, si parla di ragione osservativa, in quanto la ragione indaga ciò che la circonda. Quindi abbiamo un’osservazione della realtà. Si ha l’osservazione della natura che si approfondisce con le leggi e gli esperimenti. Poi si passa alla psicologia, alla fisiognomica (determinare il carattere attraverso la fisionomia), e alla frenologia (che pretendeva conoscere il carattere dalla forma del cranio). In tutte queste ricerche, la ragione, pur cercando apparentemente altra cosa, cerca in realtà se stessa.
A questo punto si passa a una ragione attiva, quando ci si rende conto che l’unità di io e mondo, non è qualcosa di dato, ma qualcosa che deve venir realizzato. Tale progetto, finchè assume la forma di un’iniziativa che scaturisce dalla singola coscienza, è destinato a fallire, come testimoniano le tre figure della ragione attiva:
1) il piacere e la necessità: in cui l’individuo va alla ricerca della felicità, ma c’è un ostacolo, ovvero la realtà, la necessità del destino, che gli impedisce di trovare la felicità;
2) legge del cuore: l’individuo, dopo aver cercato di abbattere i responsabili dei mali nel mondo, come i preti fanatici, dispotici, corrotti, entra in conflitto con altru portatori del vero progetto di miglioramento della realtà;

3) la virtù e il corso del mondo: l’individuo ai fanatismi contrappone la virtù, ovvero un agire in grado di procedere oltre l’immediatezza del sentimento e delle inclinazioni soggettive.
Alle sezioni della ragione osservativa, ragione attiva, Hegel fa seguire una terza sezione, “l’individualità in sè e per sé reale”. Ci sono altre tre figure:
1) il regno animale dello spirito: agli sforzi della virtù succede l’attegiamento della dedizione ai propri compiti (familiari, professionali). L’uomo decide di dedicarsi alla famiglia (credendo di essere nel bene, ma non è così perchè è considerato un atteggiamento egoistico, in quanto esprime solo il proprio interesse);
2) ragione legislatrice: l’autocoscienza, avvertendo l’inganno di cui si è detto, cerca in se stessa delle leggi universali. Tuttavia queste leggi in virtù della loro origine individuale, si rivelano autocontraddittori.
3) ragione esaminatrice delle leggi: queste contraddizioni spingono l’autocoscienza a cercare delle leggi assolutamente valide, ma alla fine non saranno mai universali.
Con tutte queste figure, Hegel vuole farci capire che se ci si pone dal punto di vista dell’individuo si è condannati a non raggiungere mai l’universalità. Essa si trova solo nella fase dello spirito (spirito oggettivo e etica). Quindi la ragione “reale” non è quella dell’individuo ma quella dello spirito e dello Stato, che per Hegel sono “sostanza” nel senso etimologico di sub-stanzia (dentro la sostanza), quindi l’individuo risulta fondato dalla realtà storico-sociale e non viceversa.

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