Aleksej di Aleksej
Mito 20002 punti

HEGEL

I capisaldi del Sistema:
La mappa completa delle idee basilari dell'hegelismo è piuttosto ampia, ma i capisaldi ai quali tutto può essere ricondotto sono i seguenti tre:
1) la realtà in quanto tale è Spirito infinito.
2) la struttura, o meglio la vita stessa dello Spirito, e quindi anche il procedimento secondo cui si svolge il sapere filosofico, è la dialettica (si potrebbe anche dire che la spiritualità è dialetticità).
3) la peculiarità di questa dialettica, che la differenzia nettamente da tutte le forme precedenti di dialettica, è quello che Hegel ha chiamato (con termine tecnico) elemento "speculativo", che, come vedremo, costituisce la vera cifra del pensiero hegeliano.
L'asserto basilare dal quale occorre prendere le mosse per intendere Hegel è che la realtà e il vero non sono "sostanza" (ossia un essere più o meno irrigidito, come tradizionalmente per lo più si era creduto), ma "Soggetto", vale a dire "Pensiero", "Spirito".

Hegel precisa anche che questa è solo una acquisizione recente, che costituisce una peculiarità propria dei tempi moderni.
Si tratta, in effetti, di una acquisizione resa possibile dalla scoperta kantiana dell'"Io penso" e dai vari ripensamenti del Criticismo e, in particolare, dai contributi dell'Idealismo di Fichte e di Schelling.
Dire che la realtà non è sostanza ma Soggetto e Spirito significa dire che è "attività", che è "processo", che è "movimento" o, meglio ancora, "automovimento". Fin qui, però, già Fichte in qualche modo si era spinto. Ma Hegel va ancora oltre: per Fichte l'Io a pone se stesso, in quanto è pura attività autoponentesi e oppone (inconsciamente) a sé il non-io, ossia un limite, che poi cerca di superare dinamicamente. Ma, in questo processo, l'Io fichtiano non giunge mai a compimento, in quanto il limite viene rimosso e allontanato all'infinito, ma mai interamente "superato".
Questo infinito, che si può configurare come una retta che procede senza limiti, è, per Hegel, un "cattivo infinito", un "falso infinito", in quanto resta un processo irrisolto, nella misura in cui non raggiunge mai pienamente il proprio fine o scopo, e l'essere e il dover essere rimangono perennemente scissi in una sorta di rincorsa senza fine. Di conseguenza, dice Hegel, Fichte non riesce più a restaurare la scissione di Io e non-io, soggetto e oggetto, infinito e finito.
Pertanto permane in Fichte una strutturale opposizione o antitesi non superata, che va, invece, superata.
Un tentativo di superare queste scissioni era già stato fatto da Schelling con la sua filosofia dell'identità, che Hegel, in un primo tempo, considera come un punto di vista più alto di quello di Fichte. Ma la concezione della realtà come identità originaria di Io e non-io, di soggetto e di oggetto, di infinito e di finito, così come Schelling l'aveva sostenuta, apparve ben presto ad Hegel come vuota e artificiosa, perché in realtà non deduceva né giustificava i suoi contenuti, che presupponeva già dati, e poi li appiattiva sotto il manto di una "indifferenza" o di una "identità" astratta ed estrinseca.
Questa concezione apparve ad Hegel come un "dissolvimento di tutto ciò che è differenziato e determinato", come un "precipitare" tutte le differenze "nell'abisso della vacuità", perché essa non era una conseguenza di un coerente sviluppo e quindi non giustificava se stessa.
Così si comprende la celebre affermazione della Fenomenologia (che provocò la rottura dell'amicizia fra Hegel e Schelling), secondo cui l'Assoluto schellinghiano è come "la notte in cui tutte le vacche sono nere", e che la filosofia dell'identità di Schelling "è ingenua e fatua".
Secondo Hegel, invece, lo Spirito si autogenera, generando ad un tempo la propria determinazione, e superandola pienamente.
Lo Spirito è infinito, non in maniera puramente esigenziale, come voleva Fichte, ma in maniera sempre attuantesi e realizzantesi, come continua posizione del finito e insieme come superamento del finito medesimo. Lo Spirito, in quanto "movimento", produce via via i contenuti de-terminati e quindi negativi (omnis determinatio est negatio, diceva già Spinoza); l'infinito è il positivo che si realizza mediante la negazione di quella negazione che è propria di ogni finito, è il toglimento e superamento sempre realizzantesi del finito.
Il finito, di per sé preso, ha un'esistenza puramente "ideale" o astratta, nel senso che non esiste di per sé di contro all'infinito o al di fuori di esso: e questo, dice Hegel, costituisce "la proposizione principale di ogni filosofia".
Allora, lo Spirito infinito hegeliano è come un circolo, in cui principio e fine coincidono in maniera dinamica, ossia come un movimento a spirale in cui il particolare è sempre posto e sempre dinamicamente risolto nell'universale, l'essere è sempre risolto nel dover essere e il reale è sempre risolto nel razionale. Questa è la novità che Hegel guadagna e che gli permette di superare nettamente Fichte.
Analogamente si comprende la novità che permette ad Hegel di superare anche Schelling. Lo Spirito non è un unum atque idem come qualcosa che surrettiziamente ed estrinsecamente si impone ad un materiale diverso, ma è un "unum atque idem che si riplasma in figure sempre diverse", e non ripetizione di un qualcosa di identico, privo di reale diversificazione. Lo Spirito hegeliano è quindi una uguaglianza che continuamente si ricostituisce, ossia una unità-che-si-fa proprio attraverso il molteplice. La quiete, in questa concezione, è solo "l'intiero del movimento". La quiete senza movimento sarebbe la quiete della morte, non la vita. Il permanere non è la fissità, che è sempre inerzia, ma è la verità del dileguare.
Siamo ora in grado di capire che, per Hegel, tutto ciò che abbiamo detto vale per l'Assoluto e vale anche per ogni singolo momento della realtà (ossia vale per il reale nel suo intero così come nelle sue parti), perché l'Assoluto hegeliano ha una tale "compattezza" da esigere necessariamente la totalità delle parti, nessuna esclusa: ogni momento del reale è momento indispensabile dell'Assoluto, perché Esso si fa e si realizza in ciascuno e in tutti questi momenti, così che ciascun momento diviene assolutamente necessario. Facciamo un esempio, prendendo un bocciolo, il relativo fiore e il frutto che ne deriva:
- Il bocciolo, nello sviluppo della pianta, è una de-terminazione e quindi una negazione; ma questa determinazione è tolta (ossia superata) dalla fioritura, la quale però, mentre nega questa determinazione, la "invera", in quanto il fiore è la positività del bocciolo.
- A sua volta, però, il fiore è una de-terminazione, che pertanto implica una negatività, e che viene a sua volta tolta e superata dal frutto.
In questo processo, ogni momento è essenziale all'altro e la vita della pianta è questo stesso processo, che via via pone i vari contenuti, ossia i vari momenti, e via via li supera.
Il reale è, dunque, un processo che si autocrea mentre percorre i suoi momenti successivi, e in cui il positivo è appunto il movimento medesimo, che è un progressivo autoarricchimento (da pianta a boccio, da boccio a fiore, da fiore a frutto).
Hegel sottolinea che il movimento proprio dello Spirito è il "movimento del riflettersi in se stesso"; è questo il senso della "circolarità" di cui sopra abbiamo detto. E in questa "riflessione circolare" Hegel distingue tre momenti:
1) un primo momento che egli chiama dell'essere "in sé";
2) un secondo momento che costituisce l'"essere altro" o "fuori di sé";
3) e un terzo momento che costituisce il "ritorno a sé" o l'"essere in sé e per sé".

Il "movimento" o il "processo" autoproduttivo dell'Assoluto ha quindi un ritmo triadico, che si scandisce in un "in sé", in un "fuori di sé", in un "per sé" (o "in sé e per sé").
Facciamo un esempio particolare, addotto dallo stesso Hegel: "Se [...] l'embrione è in sé l'uomo, non lo è tuttavia per sé; per sé lo è soltanto come ragione dispiegata [...]"; e soltanto questa è la sua realtà effettuale. Il seme è in sé la pianta, ma esso deve morire come seme, e quindi uscire fuori di sé, al fine di poter diventare, dispiegandosi, la pianta per sé (o in sé e per sé). E gli esempi si potrebbero moltiplicare a piacere, in quanto questo processo si verifica in ogni momento del reale, come abbiamo detto.
Ma ciò si verifica, a livello più alto, anche per il reale visto come "intero". È quindi chiaro perché Hegel parla dell'Assoluto anche come di un circolo di circoli.
Visto come intero, il "circolo" dell'Assoluto si ritma esso pure nei tre momenti sopra specificati dell'in-sé, del fuori-di-sé e del ritorno-a-sé, e questi tre momenti sono rispettivamente denominati "Idea" , "Natura", "Spirito" (in senso forte). E come nel processo che porta dal germe all'uomo, attraverso il dispiegarsi del primo, è sempre la medesima realtà che si svolge attuandosi e quindi pervenendo a se medesima, così avviene anche per l'Assoluto: l'Idea (che è il Logos e la Razionalità pura e la Soggettività in senso idealistico, come con ampiezza vedremo più avanti) ha in sé il principio del proprio svolgimento e, in funzione di questo, prima si obiettiva e si fa natura "alienandosi", e poi, superando questa alienazione, perviene a se medesima. Perciò Hegel può ben dire che lo Spirito è l'Idea che si realizza e si contempla mediante il proprio sviluppo.
Così stando le cose, si può comprende la triplice distinzione della filosofia hegeliana in:
1) Logica, che studia l'"idea in sé".
2) Filosofia della natura, studia "alienarsi" della cosa in sé.
3) Filosofia dello Spirito, studia il momento del "ritorno a sé".
Nella concezione hegeliana dello Spirito il "negativo" gioca un ruolo molo importante: la vita dello Spirito non è quella che schiva la morte, ma quella che "sopporta la morte e in essa si mantiene".
Lo Spirito "guadagna la sua verità solo a patto di ritrovare sé nell'assoluta devastazione", dice Hegel; e soggiunge che esso è questa potenza e questa forza, appunto perché "sa guardare in faccia il negativo e soffermarsi presso di lui, volgendo il negativo nell'essere".
Ma, per capire questo punto assolutamente basilare, occorre procedere alla spiegazione della dialettica e del nuovo significato che essa assume.
Nella Filosofia del diritto, Hegel ha scritto: "tutto ciò che è reale è razionale e tutto ciò che è razionale è reale". Questo significa che l'idea non è separabile dall'essere reale e dall'effettuale, ma che il reale o l'effettuale è lo stesso svilupparsi dell'idea, e viceversa. Hegel, per attenuare il sapore di paradosso delle sue affermazioni ha spiegato che questo suo asserto dice in modo filosofico la stessa cosa che si dice in religione quando si afferma che esiste un governo divino del mondo, e quindi che ciò che accade è voluto da Dio, e che Dio è quanto di più reale esista. Ma il senso della importantissima affermazione si comprende perfettamente solo tenendo presente il fatto che, per Hegel, qualunque cosa esista o avvenga non è fuori dell'Assoluto, ma è un momento insopprimibile del medesimo.
Lo stesso significato ha l'asserto che "essere e dover essere coincidono": ciò che è, è ciò che doveva essere, perché tutto ciò che è appunto momento dell'Idea e del suo svilupparsi (ciò che accade è sempre ciò che meritava che accadesse).
Ormai è chiaro anche il senso del cosiddetto "panlogismo" hegeliano, ossia l'affermazione che "tutto è pensiero". Questo non significa che tutte le cose hanno un pensiero come il nostro (o una coscienza come la nostra), ma che tutto è razionale in quanto è determinazione di pensiero. Questo asserto, spiega Hegel, corrisponde a quello degli antichi che dicevano che il Nous (ossia l'Intelligenza) governa il mondo.
Si è molto discusso sui rapporti fra Hegel e il Romanticismo. La concezione hegeliana della realtà e dello Spirito nasce dalla visione romantica, ma la porta a compimento e quindi la supera. Lo Streben infinito (ossia il "tendere") romantico mediante il concetto hegeliano dello Spirito come "movimento-del-riflettersi-su-se-stesso" viene risolto e inverato in senso positivo, perché è riscattato dalla sua indeterminatezza, coincidendo con l'autorealizzarsi e l'autoconoscersi dello Spirito medesimo.
Ma il Romanticismo viene superato da Hegel soprattutto per quanto concerne l'aspetto metodologico.
Hegel polemizza vivacemente contro la pretesa romantica di cogliere immediatamente l'Assoluto.
Al contrario, per Hegel, il coglimento della verità è "assolutamente condizionato dalla mediazione" ed è "falso che ci sia un sapere immediato, un sapere privo di mediazione". I Romantici hanno ragione nell'affermare la necessità di spingersi oltre i limiti propri dell'attività dell'"intelletto" che non sa andare oltre il finito e quindi non può cogliere la realtà e il vero che sono l'infinito. Ma l'infinito non si coglie col sentimento, con l'intuizione o con la fede, che sono alcunché di non scientifico.
Occorre, dunque, andare oltre la "ametodicità" del sentimento e dell'entusiasmo e trovare un "metodo" che renda possibile la conoscenza dell'Assoluto, appunto in modo "scientifico". Il compito che Hegel assegna a se stesso nei confronti dei Romantici o dei precedenti Idealisti è quindi quello di "operare l'innalzamento della filosofia a scienza" mediante un "nuovo metodo". Questo metodo, capace di portare al di là dei limiti dell'"intelletto" al punto da garantire la conoscenza "scientifica" dell'infinito (del reale nella sua totalità) Hegel lo trova nella dialettica. La dialettica diventa, dunque, lo strumento con il quale Hegel dà forma agli informi moti romantici e con cui ritiene di poter fornire il vero nella forma rigorosa che al vero compete, ossia il sistema della scientificità.
Per quanto concerne la dialettica, gli antichi, dice Hegel, hanno fatto un grande passo sulla via della scientificità, in quanto hanno saputo elevarsi dal particolare all'universale. Platone aveva mostrato i limiti della conoscenza sensibile come mera "opinione" e si era elevato al mondo delle Idee e Aristotele aveva additato la via per riportare ogni cosa particolare al concetto universale. Tuttavia, per Hegel, le Idee platoniche e i concetti aristotelici sono rimasti, per così dire, bloccati in una rigida quiete e quasi solidificati. Ma, poiché la realtà è divenire, è movimento e dinamicità, è evidente che la dialettica, per essere strumento adeguato, dovrà essere riformata in questo senso.
Bisogna, dunque, imprimere movimento alle essenze e al pensiero universale già scoperto dagli antichi. "Mediante siffatto movimento - scrive Hegel - i puri pensieri divengono concetti e soltanto allora sono ciò che essi veramente sono: automovimenti, circoli, [...] essenze spirituali. Questo movimento delle essenze pure costituisce in generale la natura della scientificità".
Il cuore della dialettica è il movimento, giacché esso è la natura stessa dello Spirito, e il movimento è il "permanere del dileguare", il cuore del reale. Questo movimento dialettico, stanti le ragioni illustrate fin'ora, non potrà essere che una sorta di movimento circolare o movimento a spirale con ritmo triadico.
La comprensione dei "tre lati" o momenti del moto dialettico ci permette di capire il punto più intimo, il vero fondamento del pensiero di Hegel. Questi tre momenti sono generalmente indicati coi termini tesi, antitesi e sintesi, ma in maniera semplificata, perché Hegel li usa poche volte e preferisce un linguaggio molto più complesso e più articolato:
1) il primo momento è detto da Hegel "il lato astratto o intellettivo" (tesi).
2) il secondo momento è detto invece "il lato dialettico [in senso stretto] o negativamente razionale"(antitesi).
3) il terzo momento è detto "il lato speculativo o positivamente razionale"(sintesi di tesi e antitesi).
L'intelletto è sostanzialmente la facoltà che astrae concetti determinati e che si ferma alla determinazione dei medesimi. Esso distingue, separa e definisce, irrigidendosi in queste separazioni e de-finizioni, che ritiene in qualche modo definitive.
Scrive Hegel nella Grande Enciclopedia: "L'attività dell'intelletto consiste in generale nel conferire al suo contenuto la forma dell'universalità e, precisamente, l'universale posto dall'intelletto è un universale astratto che, come tale, viene tenuto saldamente contrapposto al particolare, ma, in tal modo, viene al tempo stesso anche determinato a sua volta come particolare. In quanto l'intelletto opera nei confronti dei suoi oggetti separando e astraendo, è il contrario dell'intuizione immediata e della sensazione, che, come tale, ha interamente a che fare con il concreto e rimane ferma ad esso".
La potenza astrattiva dell'intelletto è mirabile e grande, ed Hegel non lesina elogi nei confronti dell'intelletto, in quanto è la potenza che scioglie e distacca dal particolare ed eleva all'universale. Quindi la filosofia non può fare a meno dell'intelletto e della sua opera, e deve, anzi, incominciare proprio dal lavoro dell'intelletto.
Tuttavia, l'intelletto come tale fornisce una conoscenza inadeguata, che resta rinchiusa nel finito (o, al massimo, si spinge al "falso infinito"), nell'astratto irrigidito, e di conseguenza rimane vittima delle opposizioni che esso stesso crea distinguendo e separando. Il pensiero filosofico deve dunque andare oltre i limiti dell'intelletto. L'andare oltre i limiti dell'intelletto è peculiarità della "Ragione", che ha un momento "negativo" e uno "positivo":
- Il momento negativo, che è quello che Hegel chiama "dialettico" in senso stretto (dato che dialettica in senso lato sono tutti e tre i momenti che stiamo descrivendo), consiste nello smuovere la rigidità dell'intelletto e dei suoi prodotti, ma il fluidificare i concetti dell'intelletto comporta il venire alla luce di una serie di contraddizioni e di opposizioni di vario genere, che erano soffocate nell'irrigidimento dell'intelletto. Ogni determinazione dell'intelletto viene in tal modo a rovesciarsi nella determinazione contraria (e viceversa).
Il concetto di "uno", non appena venga smosso dalla sua astratta rigidezza, richiama quello di "molti" e mostra uno stretto nesso con esso (non possiamo pensare in maniera rigorosa e adeguata l'uno senza il nesso che lo connette con i molti) e così dicasi per i concetti di "simile" e "dissimile", di "uguale" e "disuguale", di "particolare" e "universale", di "finito" e "infinito", e così via. Anzi, ciascuno di questi concetti dialetticamente considerati sembra addirittura "rovesciarsi" nel proprio opposto e quasi "dissolversi" in esso. (Il seme deve rovesciarsi nel suo opposto per diventare germoglio, ossia deve morire come seme; il bambino deve morire come tale e rovesciarsi nel suo opposto per diventare adulto, e così via). Il negativo che emerge nel momento dialettico consiste, in generale,nella "manchevolezza" che ciascuno degli opposti rivela quando si misura con l'altro. Ma proprio questa "manchevolezza" si rivela come la molla che spinge, oltre l'opposizione, ad una superiore sintesi, che è il momento speculativo, ossia il momento culminante del processo dialettico.
- Il momento "speculativo" o "positivamente razionale" è quello che coglie l'unità delle determinazioni contrapposte, ossia il positivo che emerge dalla risoluzione degli opposti (la sintesi degli opposti). "L'elemento speculativo nel suo vero senso" - scrive Hegel - "è ciò che contiene in sé come superate quelle opposizioni a cui si ferma l'intelletto (e quindi anche l'opposizione tra soggettivo e oggettivo) e proprio così mostra di essere come concreto e come totalità".
La dialettica, come la realtà in generale, e quindi il vero, è questo movimento circolare che abbiamo descritto, che non ha mai posa. Hegel giunge addirittura a paragonarlo ad una sorta di "trionfo bacchico", in un passo della Grande Enciclopedia afferma: "Per tal modo, il vero è il trionfo bacchico dove non c'è membro che non sia ebbro; e poiché ogni membro nel mentre si isola altrettanto immediatamente si risolve, il trionfo è altrettanto la quiete trasparente e semplice".
Il pensiero antico, come abbiamo già detto, aveva guadagnato il primo momento, vale a dire il livello dell'intelletto, e in larga misura anche il secondo momento, vale a dire il razionale-negativo o dialettico, per esempio nei celebri argomenti di Zenone di Elea, ma aveva ignorato il momento "speculativo", e gli stessi idealisti anteriori a Hegel non lo avevano ben individuato. Pertanto esso costituisce una scoperta tipicamente hegeliana.
Il momento dello "speculativo" è la riaffermazione del positivo che si realizza mediante la negazione del negativo proprio delle antitesi dialettiche e quindi è una elevazione del positivo delle tesi ad un più alto livello.
Se prendiamo ad esempio il puro stato di innocenza, questo rappresenta un momento (tesi) che l'intelletto irrigidisce in sé e a cui contrappone come antitesi la conoscenza e consapevolezza del male, che è negazione dello stato di innocenza (la sua antitesi); ora, la virtù è esattamente la negazione del negativo della antitesi (il male) e il recupero del positivo dell'innocenza ad un più alto livello, che è reso possibile solo passando attraverso la negazione della rigidità che le era propria, e quindi passando attraverso l'antitesi, che in tal modo acquista valore positivo nella misura in cui spinge a togliere quella rigidità.
Il momento speculativo è quindi un "superare" nel senso che è ad un tempo un "togliere-e-conservare".
Hegel, per esprimere il momento "speculativo", usa i termini diventati molto famosi e addirittura tecnici come:
- aufheben (superare)
- Aufhebung (superamento) .
Egli, nella Grande Enciclopedia, scrive che: "È qui il luogo opportuno per ricordare il doppio significato della nostra espressione tedesca aufheben (superare). Aufheben da un lato vuol dire togliere, negare, e in tal senso diciamo ad esempio che una legge, un'istituzione ecc. sono soppresse, superate (aufgehoben). D'altra parte però aufheben significa anche conservare, e in questo senso diciamo che qualcosa è ben conservato mediante l'espressione: wohl aufgehoben. Quest'ambivalenza dell'uso linguistico del termine, per cui la stessa parola ha un senso negativo ed uno positivo, non deve essere considerata casuale, né addirittura se ne deve trarre motivo di accusa contro il linguaggio, come se fosse causa di confusione; al contrario, in quest'ambivalenza va riconosciuto lo spirito speculativo della nostra lingua che va al di là della semplice alternativa "o-o" propria dell'intelletto".
Lo speculativo costituisce il vertice cui perviene la ragione, la dimensione dell'Assoluto. Nella Grande Enciclopedia Hegel si spinge addirittura a paragonare lo "speculativo" (che è il "razionale" al più alto livello) a quello che in passato veniva chiamato il "mistico", vale a dire ciò che coglie l'Assoluto andando oltre i limiti dell'intelletto raziocinante.
Dopo quanto si è detto, sarà facile comprendere anche le affermazioni di Hegel secondo cui le proposizioni filosofiche debbono essere "proposizioni speculative" e non giudizi formati da un soggetto cui viene attribuito un predicato nel senso della logica tradizionale. La proposizione che esprime il giudizio in senso tradizionale, infatti, esprime un tipo di giudizio operato dall'intelletto, e quindi presuppone un soggetto esistente cui vengono attribuiti ab extrinseco dei predicati come sue proprietà o accidenti, che sono anch'essi già esistentii nella nostra rappresentazione (sulla base degli schemi con cui l'intelletto procede). Questa operazione del congiungere un predicato ad un soggetto è dunque "esteriore".
Al contrario, la "proposizione speculativa" dovrà essere tale da non presupporre la rigida distinzione di soggetto e di predicato. L'"è" della copula, allora, esprimerà il movimento dialettico con cui il soggetto trapassa nel predicato (in un certo senso nella proposizione speculativa si toglie e si supera la differenza fra soggetto e predicato). "Questo movimento [...] è il movimento dialettico della proposizione stessa" dice Hegel. E ancora: "solo l'enunciazione del movimento medesimo è la rappresentazione speculativa".
Facciamo un esempio. Quando pronunciamo la proposizione: "il reale è razionale" in senso hegeliano (speculativo), intendiamo non (come nella vecchia logica) che il reale è il soggetto stabile consolidato (sostanza) e il razionale è il predicato (ossia l'accidente di quella sostanza), ma, al contrario, che "l'universale esprime il senso del reale". Pertanto il soggetto passa nel predicato stesso (e viceversa). La proposizione in senso speculativo verrebbe quindi a dire che il reale si risolve nel razionale e il predicato viene ad essere, così, elemento altrettanto essenziale della proposizione quanto lo è il soggetto.
Anzi, nella proposizione speculativa soggetto e predicato si scambiano reciprocamente le parti in modo da costituire appunto una identità dinamica. E infatti Hegel formula in modo completo la proposizione sopra menzionata come segue: "ciò che è reale è razionale; ciò che è razionale è reale", dove ciò che prima era soggetto diviene predicato e viceversa (la proposizione si reduplica dialetticamente).
In breve, la proposizione della vecchia logica resta rinchiusa nei limiti della rigidità e della finitudine dell'intelletto. La "proposizione speculativa", invece, è propria della ragione che supera quella rigidità, è una proposizione che deve esprimere il movimento dialettico, e quindi è strutturalmente dinamica, così come dinamici sono la realtà che essa esprime e il pensiero che la formula.

Registrati via email