Mongo95 di Mongo95
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Galileo Galilei riunisce in sè competenze che sono oggi, in una maggiore o minore misura, distinte. La sua figura diventa il simbolo della scienza moderna. Voleva che la visione del mondo caratteristica della nuova scienza della natura diventasse patrimonio di molti. Per questo abbandonò il latino e scrisse n volgare, dando alle sue opere maggiori non la forma del trattato, ma quella di un dialogo fra sostenitori di punti di vista differenti. Al centro della sua filosofia stanno i problemi del rapporto fra scienza e religione, del rapporto tra le ipotesi e la verità, del rapporto tra qualità primarie e qualità secondarie, di una visione corpuscolare del mondo che si richiama all’atomismo, di una struttura matematica che costituisce l’essenza metafisica del mondo.
Iscritto nel 1581 a Pisa per studiare medicina, passa poi a matematica per ottenere nel 1589 la nomina a lettore di matematiche nello stesso Studio di Pisa. Nel 1592 si sposta a Padova, per poi arrivare a Firenze nel 1609. Nel 1612 il domenicano Lorini lo denuncia al tribunale del Santo Uffizio per eresia: sostenere il moto della Terra e l’immobilità del Sole era in contrasto con il passo biblico nel quale Giosuè ordina al Sole di fermarsi. Galileo si difende dalle accuse e formula le sue tesi sul rapporto tra sapere scientifico e convinzioni religiose. Nel 1616 la dottrina copernicana viene condannata dalla Chiesa e Galileo viene ammonito a non difenderla né insegnarla a voce o per iscritto. In un botta e risposta con il matematico gesuita Grassi riguardo lo studio di tre comete apparse nel 1618 si giunge alla stesura de Il Saggiatore, uno dei testi fondamentali della modernità.

L’opera principale (1632) è il Dialogo sui due massimi sistemi del mondo, tolemaico e copernicano, in cui nel proemio e nelle conclusioni Galileo è molto cauto. Non così nel corso del dialogo, nel quale la tesi copernicana non veniva presentata come ipotesi ma come la vera descrizione della struttura del mondo. L’accusa rivolta a Galileo è di aver estorto fraudolentemente l’imprimatura che gli vietava di insegnare e difendere la dottrina copernicana. Ma Galileo si difende sostenendo che il Dialogo aveva in realtà lo scopo di dimostrare la non validità delle ragioni di Copernico. Ai consultori dell’Inquisizione fu facile dimostrare che cercava di ingannare i giudici. Il 22 giugno 1633 Galileo pronuncia quindi pubblica abiura. La condanna dava un colpo mortale alle speranze di quanti, all’interno della Chiesa, avevano creduto non solo nella verità della nuova astronomia, ma anche nella possibilità che la stessa Chiesa esercitasse una funzione positiva nel mondo della cultura.

Nel 1609 punta verso il cielo il cannocchiale. Vede che la superficie della Luna non è affatto liscia, uniforme e perfettamente sferica, come si era sempre ritenuto, ma disuguale, scabra, piena di cavità e di sporgenze. I confini fra le tenebre e la luce si rivelano ineguali e sinuosi. Il paesaggio lunare è simile al paesaggio terrestre. La Terra ha dunque caratteristiche ce non sono uniche nell’universo. I corpi celesti non hanno una natura differente, non posseggono cioè quei caratteri di assoluta perfezione che una millenaria tradizione ha loro attribuito. La “certezza data dagli occhi” può porre termine alle dispute che per tanti secoli tormentarono i filosofi. Fra le stesse fisse e i pianeti si rivela infine una sostanziale differenza. Le grandi scoperte astronomiche di Galileo non solo mettevano in crisi una consolidata immagine del mondo, ma facevano anche cadere una serie di obiezioni contro il sistema copernicano. La Luna ha una natura terrestre e tuttavia si muove nei cieli. Quindi il moto della Terra non appare più un’assurdità. Giove, con i satelliti che gli ruotano attorno, sembra una sorta di modello, in scala ridotta, dell’universo copernicano. Le stelle fisse mostrano come esse siano a una distanza incomparabilmente più grande di quella dei pianeti. Galileo attribuisce poi importanza decisiva alla scoperta delle macchie solari, che confutano la dottrina tradizionale della perfezione e immutabilità della materia celeste. Il cielo e la Terra appartengono allo stesso sistema cosmico e esiste una sola fisica, una sola scienza del moto valida per il mondo celeste e per il mondo terrestre. La distruzione della cosmologia di Aristotele comporta necessariamente la distruzione della sua fisica.

Galileo affronta esplicitamente il problema dei rapporti fra la verità delle Scritture e la verità della scienza. I decreti della Scrittura sono di assoluta e inviolabile verità. Essa non può in nessun caso errare. Possono tuttavia errare i suoi interpreti. La Natura ha in sè una coerenza e un rigore che sono assenti nella Scrittura, i fenomeni che l’esperienza sensibile ci pone dinanzi non possono in alcun modo essere revocati in dubbio dal testo biblico. Dato che Natura e Scrittura non possono mai contraddirsi (essendo entrambe opera di Dio), compito dei teologi è quello di affrancarsi ai passi che siano in accordo con le conclusioni scientifiche accertate dal senso o dalla dimostrazioni. Dato che non siamo affatto sicuri che tutti gli interpreti siano ispirati da Dio, sarebbe prudente non permettere a nessuno di servirsene per sostenere come vere dottrine fisiche che potrebbero, in futuro, essere dimostrate false. La Scrittura intende persuadere gli uomini di quelle verità che sono necessarie alla loro salvezza. Ma non è necessario credere che la Scrittura fornisca le conoscenze che possiamo acquisire mediante i sensi e l’intelletto.

Nel momento in cui il linguaggio rigoroso della natura viene contrapposto al linguaggio metaforico della Bibbia, i filosofi non diventano di fatto autorevoli interpreti di quel linguaggio? Non finiscono allora con l’invadere necessariamente il campo riservato ai teologi? Il legame stretto tra teologia e filosofia natura, che da secoli garantiva alla Chiesa la sua funzione di guida delle coscienze e della cultura, apparve a molti irrimediabilmente spezzato. Galileo lottava per la separazione fra le verità della fede e quelle ricavate dallo studio della natura, ma si muoveva anche sul terreno della ricerca di una conferma nella Scrittura delle verità della nuova scienza. Nel momento stesso in cui fa uso di tutta la sua abilità dialettica per rintracciare nel testo sacro una conferma della nuova cosmologia, Galileo rischia di compromettere il valore della sua tesi generale di una rigorosa separazione fra il campo della scienza e quello della fede, fra l’indagine sul come “vadia il cielo” e l’indagine su come “si vadia in cielo”.

Gli astronomi, aveva affermato il cardinale Bellarmino, devono prudentemente accontentarsi di muoversi sul piano delle ipotesi. È lecito affermare che, supposto che la Terra si muova e il Sole stia fermo, si spieghino i fenomeni come appaiono all’osservatore meglio che con il sistema tradizionale. Ma affermare che realmente il Sola stia al centro del mondo e la Terra si muova è cosa pericolosa, capace di irritare tutti i filosofi e teologi scolastici: soprattutto nuoce alla fede, dato che rende false le Scritture. Galileo, alla pura astronomia (modello matematico per calcolare i moti dei pianeti) contrappone la filosofia, all’ipoteticismo la descrizione della realtà delle cose. La ricerca di Copernico gli appare come un discorso che concerne la costituzione delle parti dell’universo nella natura delle cose. Nelle pagine de Il Saggiatore sono presenti due delle sue principali dottrine filosofiche:
Il concetto di materia o sostanza corporea implica i concetti di figura, di relazione con altri corpi, di esistenza in un tempo e in un luogo, di staticità o di movimento, di contatto o no con un altro corpo. Ma il colore, il suono, l’odore, il sapore non sono nozioni che accompagnano necessariamente il concetto di corpo. Se non fossimo provvisti di sensi, la ragione e l’immaginazione umana non giungerebbero mai a sospettare l’esistenza di tali proprietà. Sono abitualmente pensati come inerenti ai corpi, come qualità oggettive: in realtà sono soltanto “nomi”. Galileo afferma che ciò che in noi produce la sensazione di calore sia una moltitudine di piccolissimi corpuscoli che possiedono una determinata figura e una determinata velocità. Il contatto di questi corpuscoli con il nostro corpo è ciò che noi chiamiamo calore. Il mondo reale è dunque una trama di dati quantitativi e misurabili, di spazio e di corpuscoli che si muovono nello spazio. Il sapere scientifico è in grado di distinguere ciò che nel mondo è oggettivo e reale (le qualità primarie) da ciò che è invece soggettivo e relativo alla percezione dei sensi (le qualità secondarie). La riduzione delle qualità sensibili al piano della soggettività conduce a un aperto conflitto con il dogma dell’eucarestia.

La natura, pur essendo “sorda e inesorabile ai nostri vani desideri”, pur producendo i suoi effetti “in maniere inescogitabili a noi”, reca al suo interno un ordine e una struttura armonica, di tipo geometrico. I caratteri in cui è scritto il libro della natura sono diversi da quelli del nostro alfabeto, e non tutti sono in grado di leggere in quel libro. La scienza non si limita a formulare ipotesi, ma è in grado di dire qualcosa di vero sulla reale costituzione dell’universo, di rappresentare la struttura fisica del mondo.

Galileo vide nella sua spiegazione del moto delle maree una prova fisica decisiva della verità copernicana. Assume come causa del flusso e del reflusso delle maree il duplice movimento della Terra. La combinazione di questi due moti fa si che tutte le parti della Terra si muovano quindi “di moto notabilmente difforme” benché nessun movimento non regolare e non uniforme sia stato assegnato alla Terra. Galileo si muove sul piano del più intransigente meccanicismo. Ma, per la sua forte avversione alla dottrina degli influssi e delle qualità occulte, è indotto a respingere come priva di significato ogni teoria delle maree che faccia riferimento all’attrazione fra la massa acquosa degli oceani e la Luna. Viene semplicemente scartata come manifestazione di una mentalità magica. Oggi sappiamo che sbagliava, ma le maree verranno spiegate in un differente contesto teorico, in cui il concetto di “attrazione” assumerà un significato diverso da quello “magico” aborrito da Galileo.

L’immagine galileiana della scienza sembra rintracciabile solo all’interno dei discorsi di fisica o di cosmologia. Ma in più punti delle opere e delle lettere Galileo ritorna su un nesso fondamentale: sulla necessità che nel sapere scientifico coesistano le teorie e gli esperimenti, le certe dimostrazioni e le sensate esperienze. La scienza è fatta di teorie e di esperimenti, ed esclude in modo categorico il ricorso al principio di autorità. Si serve di ipotesi ma è anche fatta di controlli severi e ripetuti. Ciò che appare vero dal punto di vista teorico deve essere confermato mediante gli esperimenti, che devono essere artificialmente costruiti in vista di una conferma o di una falsificazione delle teorie.
Ci sono delle proposizioni, quelle delle matematiche pure, che l’intelletto umano intende perfettamente e con così assoluta certezza da eguagliare la stessa conoscenza divina. Ma la natura è difficile da decifrare. Nella scienza devono pertanto convivere due atteggiamenti in apparenza opposti: da un lato un’orgogliosa e ostinata certezza relativa alle verità raggiunte, dall’altro la convinzione di un compito infinito e di problemi forse irresolubili. Il sapere del quale Galileo si sente il campione è quello in cui ogni affermazione deve essere pubblica e controllabile, deve essere presentata e dimostrata da altri, discussa e soggetta a possibili confutazioni. È un conoscere il mondo che è anche un intervenire sul mondo. Per capire che cosa è la scienza e che cosa la scienza fa è necessario saldare questi due aspetti. Ha due attività fondamentali: la teoria e gli esperimenti. Le prime cercano di immaginare come il mondo è, i secondi controllano la validità delle teorie, e la tecnologia che ne consegue cambia il mondo. Tre fondamentali interessi umani: la speculazione, il calcolo, l’esperimento.
In Discorsi e dimostrazioni matematiche intorno a due nuove scienze si segna l’atto di nascita di un nuovo sapere: un corpus organico di teorie può essere per la prima volta applicato all’ingegneria civile e militare e alla scienza delle costruzioni. Il filosofare deve prendere in attenta considerazione il lavoro dei tecnici e la pratica degli artigiani. La via percorsa da Galileo per giungere alla formulazione della legge del moto uniformemente accelerato è stata ripercorsa più volta da filosofi e da storici della scienza. Questa formulazione si colloca al termine di un processo di sempre più rigorosa attrazione da ogni elemento sensibile e qualitativo. Non è solo la fine di un modo tradizionale di considerare il movimento, in queste pagine si pone in modo radicalmente diverso dal passato il problema dei rapporti fra il moto e la geometria.

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