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la scienza nuova

Biografia e pensiero: Galileo Galilei (1564-1642)

La figura di Galileo Galilei è saldamente connessa al mondo della scienza, ma parte della sua opera appartiene di diritto anche alla letteratura. L’educazione e l’interesse personale fanno, infatti, del filosofo un eminente scrittore, e ciò è denunciato dalla sua invenzione delle forme più idonee all’insegnamento dei fondamenti umani e scientifici (il trattato scientifico).
L’opera Il Saggiatore è una mirabile prova di destrezza, con la quale Galilei dimostra progressivamente e inesorabilmente l’inattendibilità delle tesi offerte dal padre gesuita Grassi. Il Dialogo sopra i due massimi sistemi del mondo è, invece, l’espressione notevole delle potenzialità drammatiche della forma dialogica. Vi sono introdotte le figure contrapposte di Salviati e Simplicio, e quel Sagredo “mediatore” che porta la disputa sul piano della quotidianità, vicina al lettore, e dà credito alla dimostrazione, comunque ineccepibile, della teoria eliocentrica.

Galileo Galilei nacque a Pisa nel 1564 da una famiglia di nobili origini. Ancora giovanissimo si interessò alla medicina, ma presto l’abbandonò per la matematica e la filosofia naturale. Quindi, fatto il suo esordio nel mondo scientifico, si trasferì a Padova per un sensibile aumento di stipendio. Nel vivace ambiente intellettuale della città veneta, Galilei strinse rapporti, diretti o epistolari, con grandi personalità del tempo, compì le prime rilevanti scoperte scientifiche ed intraprese con successo lo studio della caduta dei corpi (che condusse per anni). Proiettato com’era verso la conoscenza, Galilei scoprì, inoltre, le numerose possibilità di applicazione della fisica e della matematica alla tecnica sperimentale, e si dedicò, pertanto, all’invenzione di nuovi oggetti o al perfezionamento di attrezzi già in uso. Sulla base di precedenti studi olandesi, egli realizzò il cannocchiale, per mezzo del quale si avvicinò all’astronomia. Con l’innovativo strumento pervenne a scoperte (i satelliti “medicei” di Giove, le macchie lunari e le fasi di Venere) tanto sensazionali quanto pericolose, poiché avverse alla Chiesa che ne temeva le possibili conseguenze sull’interpretazione delle Sacre Scritture.
Trasferitosi a Firenze in veste di primario matematico e filosofo del Granduca di Toscana (suo protettore), Galilei poté farsi scudo della carica rivestita contro gli attacchi degli ecclesiastici. Dapprima ne cercò il sostegno, ma ugualmente contestato decise di chiamare in causa un pubblico più vasto attraverso la pubblicazione di scritti in lingua volgare. Attorno al 1613 egli chiese di effettuare una reinterpretazione della Scritture, basata sull’idea che gli antichi autori, in quanto uomini e benché ispirati da Dio, ne avessero di fatto realizzata una traduzione entro i limiti della loro conoscenza. Naturalmente la Chiesa della Controriforma non ammise una simile proposta, e perciò Galilei venne denunciato alla Santa Inquisizione. Per la ferma difesa di sé e delle proprie idee, il filosofo ricevette un monito che inizialmente osservò, ma alla prima occasione egli riaccese lo scontro. Con l’opera vivace e polemica Il Saggiatore ribaltò le stesse affermazioni dei suoi avversari. Quindi, all’elezione del più aperto pontefice Urbano VIII, pubblicò il Dialogo sopra i due massimi sistemi del mondo, un’opera accessibile nella quale illustrava le due tesi contrapposte con equidistanza e neutralità.

Ma l’appoggio del pontefice si spense non appena questi fu chiamato a mostrarsi fermo a nuove circostanze politiche. Galilei, anziano e afflitto dalla malattia, fu chiamato a comparire di fronte al tribunale dell’Inquisizione nel 1633. Inginocchiato, fu costretto a pronunciare l’abiura delle proprie tesi e fu condannato a continua sorveglianza. Nonostante ciò e l’amarezza della sconfitta, Galilei proseguì strenuamente i propri studi di meccanica, fino alla pubblicazione della rivoluzionaria opera Discorsi e dimostrazioni intorno a due nuove scienze. Il filosofo, isolato ad Arcetri, sempre più indebolito dall’età e colpito dalla prematura scomparsa della figlia naturale Virginia, morì con immutato acume nel 1642.

La favola dei suoni (Galileo Galilei)

da Il Saggiatore

La novella di Galilei illustra, con la semplicità e la concretezza delle parabole evangeliche, l’esperienza della ricerca scientifica, la quale è mossa dall’ingegno, ma soprattutto dalla curiosità, mai del tutto soddisfatta, di scoprire i fenomeni del mondo e formulare ipotesi volte a spiegarli.
L’episodio narrato - di colui che scopre i molteplici modi per produrre un suono - si snoda sull’onda della meraviglia che ogni scoperta suscita, e suggerisce la concezione galileiana (e barocca) secondo cui la ricerca è un processo interminabile, la progressiva acquisizione di dati e l’interpretazione razionale dei dati stessi.
L’autore sembra identificarsi con il suo personaggio, e particolarmente con il rapporto emotivo che lega quest’ultimo alle sue scoperte: ciò che davvero conta, per lui, non è tanto il risultato della ricerca, ma la ricerca stessa. Per questo gli oggetti del racconto sono sottoposti ad un continuo straniamento, cioè ne emergono caratteri nuovi e sconosciuti che inducono il lettore a focalizzare l’attenzione sull’esperienza dell’apprendimento. In pratica, ciascun “incontro” narrato offre nuovi elementi di interpretazione della realtà, che sommandosi ai precedenti la modificano e la ampliano. Lo stesso processo insegna poi al protagonista la lezione dell’umiltà e dalla cautela, dimostrandogli che il dubbio è strumento efficace per sviluppare la conoscenza. Così emerge, infine, l’immagine del ricercatore secondo il pensiero galileiano: questi sa di vivere in un universo ancora inesplorato; ogni scoperta è motivo di nuove ricerche e la conoscenza non deve tradursi, strada facendo, nel peccato della superbia intellettuale.

Lettera a don Benedetto Castelli (Galileo Galilei)del 21 Dicembre 1613, è la prima delle quattro lettere copernicane

Indirizzata all’allievo e collaboratore Benedetto Castelli - frate benedettino - la prima delle quattro lettere copernicane affronta, come le successive, il problema della conciliazione tra la teoria eliocentrica e le Sacre Scritture. La forma epistolare consente a Galilei di esporre il tema in modo diretto ed esplicito, senza celare la sua maggior fiducia nei fatti, certi e costanti, della natura. Secondo Galilei, infatti, le Sacre Scritture sono soggette ad interpretazioni troppo diverse, che variano di individuo in individuo e di epoca in epoca. Bisognerebbe - afferma lo scienziato - ridurre il numero delle verità di fede fondamentali e accertate, perché la dimostrazione dell’inattendibilità di alcune non possa recar danno all’intero pensiero religioso.
Ma in ogni caso la Chiesa non può ammettere, in materia, criteri di lettura diversi da quelli tradizionali, che essa stessa propone e vuole interpretare. Se, da un lato, Galilei avanza idee con la scientifica consapevolezza della loro opinabilità, il mondo ecclesiastico è invece più rigoroso. Le opinioni di Galilei sono condannate, così come gli scritti di alcuni suoi allievi.

«Contro l’ipse dixit» e «La disperazione di Simplicio» (Galileo Galilei)dal Dialogo sopra i due massimi sistemi del mondo

Mentre La favola dei suoni narra l’esperienza conoscitiva di un solo personaggio, il Dialogo sopra i due massimi sistemi del mondo si sviluppa teatralmente attraverso il dibattito di più interlocutori.
Salviati e Simplicio avanzano opinioni opposte e inconciliabili sull’assetto dell’universo; Sagredo è, invece, il mediatore, colui che porta la disputa sul piano dell’esperienza e del buon senso pur senza esserne del tutto coinvolto. Tuttavia lo stesso buon senso di Sagredo lo spinge poi a deplorare il dogmatismo seccante di Simplicio, che sostiene, nella discussione, l’unicità e l’indiscutibilità del pensiero aristotelico. Il tono polemico di Salviati (Galilei) è appunto volto a screditare tale posizione, per dimostrare con argomenti validi la preminenza della Scienza Nuova sulle concezioni tradizionali. Si tratta di scegliere, secondo quest’ultimo, tra il restar fedeli al “mondo di carta” della vecchia cultura e il vivere con dignità nel vero “mondo sensibile”.
La figura di Simplicio, ostinata a credere e a difendere certe convinzioni, ne esce così ridicolizzata, perché testarda e perché ingenua e infantile nella sua incapacità di ammettere la ragione altrui. Egli è l’eroe disperato, che neppure cede alle tentazioni del proprio intelletto quando chiede: “Ma quando si lasci Aristotile, chi ne ha da essere scorta nella filosofia? Nominate voi qualche autore. ”. Ricorda il personaggio tragicomico per eccellenza del XII secolo, e cioè quel Don Chisciotte pericoloso per sé e per gli altri perché incapace di adattarsi alla realtà delle cose.

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