Ominide 1350 punti

Kant:

partiamo dal presupposto della filosofia rinascimentale che era alla ricerca del SAPERE CERTO.
Proprio alla ricerca del sapere certo riscontriamo due correnti: quella razionalista di cartesio che afferma Kant si propone un giudizio (il giudizio è l’accostamento di un predicato ad un soggetto) analitico a priori e quindi afferma Kant che sfocia nel Dogmatismo, e l’altra corrente quella Empirista ,che fonda sull’esperienza(Locke o Hume) che si avvaleva di un giudizio Sintetico a posteriori e afferma Kant sfocerà nello scetticismo. Bene Nel Criticismo Kant al fine di raggiungere un Sapere Certo non raggiunto da queste due correnti filosofiche che l’hanno preceduto, afferma che per arrivare a ciò egli si deve avvalere del giudizio Sintetico(e quindi ricorrere all’esperienza) a Priori (preso quindi dai razionalisti).
Nel criticismo egli apre 3 critiche: la critica della ragion pura, la critica della ragion pratica e la critica del Giudizio.

La critica della ragion pura ha come soggetto della critica la Ragione Pura ossia l’insieme delle capacità conoscitive pure a priori. Quindi egli fa compiere alla ragione un indagine sulla ragione stessa per capire fino a che livello essa può arrivare a conoscere. Per fare ciò è necessario un nuovo punto di vista filosofico definito TRASCENDENTALE. Trascendentale è tutto ciò che non si occupa degli oggetti ma del nostro modo di conoscenza degli oggetti e questa conoscenza deve essere a priori. Quindi trascendentale è l’insieme delle conoscenze che rendono possibili la conoscenza oggettiva. Quindi col trascendentale ci spostiamo dall’indagine sulle cose all’indagine sul nostro modo di percepire certe cose. Con Kant parleremo anche di quella definita poi “rivoluzione copernicana” preannunciata dalla sua frase “non esiste prima un oggetto del quale poi si è fatto esperienza”.
Inoltre ricordiamo che la metafisica era definita fino a qualche secolo prima del rinascimento come la scienza per eccellenza, successivamente con la filosofia rinascimentale si è constatato il dogmatismo della scienza metafisica che può portare ad una sorta di scetticismo da parte di coloro che ne studiano dato che essa nega la possibilità di acquisire certezze non solo in campo metafisico.
Secondo Kant la metafisica è una scienza ed esiste ed è quella particolare disposizione naturale dell’uomo, quella sua tendenza della ragione a trovare risposte riguardanti problemi fondamentali come l’esistenza di Dio e l’immortalità dell’anima. Ma per affrontare ciò la ragione tende a liberarsi dai vincoli impostigli dall’esperienza, ma essa per definirsi scienza deve dimostrare la validità dei suoi giudizi sintetici a priori.
Ritornando alla critica della ragion pura, la prima domanda che essa si pone è: come noi conosciamo le cose?(oppure quali sono le condizioni possibili per la conoscenza obbiettiva??)
Per rispondere a questa domanda Kant ricorre all’estetica trascendentale e all’analitica trascendentale.
La prima è un indagine sulla conoscenza sensibile ed indaga i principi a priori che rendono possibile la conoscenza sensibile. Questa è possibile attraverso la SENSIBILITA’ ossia la capacità di un soggetto ad essere modificato dall’oggetto e da cui abbiamo la rappresentazione dell’oggetto. Questa rappresentazione dell’oggetto è detta INTUIZIONE ed è la forma di conoscenza propria della sensibilità. Inoltre L’OGGETTO dell’intuizione è detto FENOMENO in cui si distingue: il contenuto dell’intuizione (definito materia) e l’insieme dei collegamenti con altri dati sensibili secondo determinati ordini (definito Forma). Kant parla anche di INTUIZIONE PURA ossia le forme a priori dell’intuizione e sono le condizioni per far avvenire le sensazioni. Tra le intuizioni pure troviamo Il tempo e lo spazio. Lo spazio è la forma di tutti i fenomeni dei sensi esterni, mentre il tempo è la forma del senso interno. La nostra esperienza spazio-temporale fa si che la sintesi dei dati della sensibilità e le forme a priori danno vita a questi dati.

La seconda indagine invece (l’analitica trascendentale) riguarda i concetti pure dell’intelletto. [abbiamo detto che la prima riguarda le sensazioni e in conseguenza la seconda quindi tratterà della conoscenza intellettuale, non abbiamo più a che fare con le intuizioni ma con gli oggetti dell’intelletto ossia i concetti].

Senza la prima parte(l’intuizione) non è possibile creare dati da far esaminare all’intelletto: i CONCETTI. Concetti e Intuizioni sono le fonti della Conoscenza.
Nell’analitica trascendentale Kant cerca di formare una conoscenza oggettiva del mondo naturale( inteso come insieme di leggi che regolano dei fenomeni) e come abbiamo prima detto esso indaga le forme pure della conoscenza intellettuale , quindi i CONCETTI. I concetti puri dell’intelletto sono le CATEGORIE attraverso cui l’intelletto stabilisce tra gli oggetti dei nessi necessari alla formulazione del Giudizio.. Queste categorie sono 12 divise in 4 gruppi: Quantità,Qualità,Relazione,Modalità. Per dimostrare che questi nessi imposti dall’intelletto per mezzo delle categorie abbiano validità oggettiva bisogna introdurre il concetto di DEDUZIONE TRASCENDENTALE. Kant afferma che l’esperienza (intendiamo per esperienza il risultato dell’attività di sintesi tra intelletto e sensibilità) è possibile solo se l’unificazione(sintesi) è pensata come una rappresentazione prodotta dalla spontanea attività del soggetto. L’unificazione poi prosegue oltre ogni altra rappresentazione (la rappresentazione è tutto ciò che è presente nella mente). Il principio di unificazione sarà quindi il centro della costruzione del mondo sensibile, e a questo principio verrà dato il nome da Kant di “IO PENSO” L’io penso può essere definito anche come la 13esima categoria e consiste nell’essere coscienti di “stare” e percepire. E’ la forma che è in grado di riunire le conoscenze delle altri 12 categorie e quindi è importante in quanto da valore a tali conoscenze che altrimenti sarebbero divise ed inutile. Essa è una forma vuota ossia non ha conoscenze personali ma solo universali e scientifiche.
L’io penso è il principio di unificazione e sintesi dell’intelletto;punto di riferimento trascendentale dell’esperienza e permette la sintesi delle rappresentazioni in unità:è autocoscienza universale
SCHEMATISMO TRASCENDENTALE:
Lo schematismo trascendentale è i modo di comportarsi dell’intelletto con gli schemi, questi ultimi altro non sono che degli intermediari tra le categorie e il dato sensibile che serve ad eliminare l’eterogeneità dei due elementi della sintesi. Quindi lo schema altro non è che la condizione universale di applicabilità delle categorie(del’intelletto) alle intuizioni (sensibili). La condizione generale secondo cui una categoria può essere applicata ad un oggetto è il tempo, quindi lo schema è una determinazione a priori del tempo.[l’intelletto per unificare il molteplice usufruisce di schemi ossia rappresentazioni intermediarie tra intuizioni e concetti] Lo schema è un prodotto dell’immaginazione ma non è l’immagine dell’oggetto ma bensì è la regola necessaria alla costruzione dell’immagine di un oggetto.
NOUMENO:
il noumeno ossia la cosa in se si distingue dai fenomeni in quanto essi sono oggetti dati dall’intuizione spazio temporale mentre il noumeno in quanto cosa in se è pensata dall’intelletto ma mai conosciuto attraverso l’intuizione sensibile. Il concetto di Noumeno può avere due accezioni: una positiva e l’altra negativa: quella positiva è l’oggetto di un intuizione non sensibile ma intellettuale mentre nel senso negativo (l’unico accettabile secondo Kant) il noumeno rappresenta l’oggetto di cui non abbiamo intuizione sensibile. Concettualmente dobbiamo quindi assodare che il noumeno è un concetto limite che definisce i limiti della conoscenza stessa.


Dialettica Trascendentale:
la dialettica trascendentale esamina i fondamenti della metafisica e il suo continuo proporsi come sapere scientifico. Soggetto di questa critica ora è la ragione intesa in senso specifico come facoltà di pensiero che si rivolge alla conoscenza di ciò che è al di là dell’esperienza. In precedenza abbiamo detto che l’intelletto opera mediante categorie e attraverso l’unificazione del molteplice e assumendo fenomeni mediante regole ben precise, adesso invece LA RAGIONE opera mediante IDEE( termine preso direttamente da Platone che indica il CONCETTO NECESSARIO DELLA RAGIONE AL QUALE NON PUO ESSERE DATO UN OGGETTO CONGRUENTE NEI SENSI). Tramite le idee non si può dare una conoscenza obbiettiva ma si può dimostrare che esse siano un prodotto necessario della ragione. Il problema che ci si pone da risolvere è la questione della TOTALITA’ ossia il fatto che ogni esperienza è soltanto una parte della totalità assoluta dell’esperienza possibile. L’intelletto umano, finito e limitato, ha una tendenza a voler cercare di comprendere la totalità. Sono 3 le idee con cui l’intelletto umano cerca di arrivare alla conoscenza della totalità: l’idea di anima, di mondo e di Dio.
L’idea di anima: innanzitutto la psicologia razionale ha identificato l’anima con la sostanza, a proposito di ciò Kant sostiene che questa dottrina è fallacea in quanto fonda sul paralogismi. La radice dell’errore sta nel fatto che il soggetto IO PENSO è trasformato in sostanza sussistente per sé( anima) e ciò è avvenuto applicando la categoria sostanza al soggetto io penso che non è l’oggetto ma anzi è l’unità della coscienza e condizione di applicabilità delle categorie.
Idea di Mondo: secondo la filosofia razionale il mondo è la totalità dell’insieme dei fenomeni. Kant dimostra che la conoscenza della totalità dei fenomeni porta ad antinomie ossia proposizioni avverse tra di loro. Egli ne distingue 4:
1 antinomia: il mondo è delimitato nello spazio e nel tempo- il mondo non ha limite spazio temporali
2 antinomia: tutta al realtà è formata da parti semplici- non esiste la semplicità nel mondo
3 antinomia:libertà spiega la causalità della natura- non esiste libertà in natura ma tutto è ordinato mediante leggi
4 antinomia:esiste un essere assolutamente necessario- da nessuna legge deriva un essere necessario che sia causa.
Kant nega che si possa dare risposta a queste domande senza averne esperienza ma nonostante ciò tenta di confutare queste antinomie per trovare una soluzione razionale.
Egli risolve le prime due antinomie (risolvere significa negare la contraddizione tra tesi e antitesi) col fatto che il mondo non è né infinito e né finito in quanto insieme di fenomeni considerati finiti attualmente e potenzialmente indefiniti. La 3 e 4 antinomia invece le risolve ipotizzando che tesi e antitesi siano entrambe veritiere ma riferendosi a ambiti diversi, nel primo caso al mondo naturale nel secondo a quello intellegibile.
Idea di Dio: Dio è l’ideale di essere supremo, perfetto onnisciente e onnipotente in cui sono racchiusi tutti i predicati possibili. L’errore della ragione sta nel fatto che trasforma quest’ideale in realtà supponendo che esso sia un essere onnipotente onnisciente eterno laddove la totalità assoluta non può e non potrà mai essere un oggetto dell’esperienza. Di dio non si può dare una conoscenza teoretica e soprattutto Kant si propone di confutare le prove fatte in precedenza da altri sull’esistenza di Dio. Egli le confuta in 3 gruppi: prova ontologica, prova cosmologica e prova fisico-teologica.
Nella prova ontologica l’errore sta nel passaggio tra pensiero e i sensi: la spiegazione dell’esistenza di Dio non è contraddittoria dato che il giudizio è analitico mentre se fosse stato sintetico lo sarebbe stata.
Nella prova cosmologica l’obiezione è sull’utilizzo della categoria di causalità al di fuori dell’ambito dei fenomeni.
Nell’ultima prova , afferma Kant, che l’esistenza di Dio spiegata secondo l’ordine armonia e bellezza presente in natura si regge sulle prove precedentemente confutate.
In maniera assoluta e finale possiamo dire quindi che le aspettative conoscitive di Kant sulla metafisica sono di esito negativo in quanto le 3 idee non possono trovare alcuna risposta approvata scientificamente . Quindi la metafisica potrà solo essere utilizzata come Critica dei limiti della conoscenza e come indagine sulle modalità di costituzione del mondo dell’esperienza.

ETICA:
L’etica di Kant è riscontrata nella sua seconda critica: la critica della ragion pratica. Questa riflessione sull’etica contiene i principi non solo della conoscenza ma anche dell’agire pratico dell’uomo. Il compito della filosofia morale non è quello di compiere una ricerca per la fondazione di nuovi valori ma bensì compiere un indagine critica circa i fondamenti della moralità.
Ciò che si propone Kant di fare non è stabilire i singoli precetti delle leggi di morale ma di stabilire le condizioni formali ossia la forma della legge della moralità. La legge morale deve esprimere un obbligazione in modo universale e necessario che valga per tutti in tutti i casi.
L’uomo è dotato di VOLONTA’ intesa da Kant come quella facoltà di proporsi dei fini e compiere atti ad essi congruenti. La legge morale quindi riguarda la determinazione della Volontà, determinare cosa sia giusto e cosa si debba volere. Ciascun soggetto esprime la propria volontà agendo secondo delle MASSIME (una determinazione della volontà considerata dal soggetto per la sua volontà). La distinzione tra Massime e Legge Morale sta nel fatto che le massime sono date in modo soggettivo mentre la legge morale è oggettiva e quindi uguale per tutti.
Ma quindi da quale principio si può ricavare tale legge? di certo non dall’empirismo perché ci ha insegnato che dall’esperienza non si può ricavare mai la necessità di una legge. I fondamenti della moralità inoltre non possono nemmeno essere a priori ricavati dalla ragione. Quindi anche in campo della morale compie la “rivoluzione copernicana” che è l’essenza di tutto il criticismo, la moralità non è l’adeguamento della volontà dell’oggetto esterno qualificato come buono ma è un modo di essere della volontà stessa.
Molte delle nostre azioni sono condizionate dalle sovrastrutture che spesso ci condizionano nella nostra volontà. Noi possiamo decidere di “non rubare” in primo luogo perché potremmo essere arrestati, in secondo luogo perché staremmo violando un comandamento religioso e in 3 luogo invece perché eticamente sono consapevole che non rubare è una cosa immorale. Bene se riusciamo a discostarci da queste sovrastrutture e tutte queste determinazioni empiriche della volontà, non ci rimane che la forma pura della moralità che consiste nel fatto che un azione sia voluta unicamente e assolutamente per il volere. Come abbiamo visto le prime due leggi sono eteronome ossia condizionate dall’esterno, quindi non autonome, mentre la 3 è autonoma ossia scaturisce dai principi che vengono dal dovere.
Il dovere è definito da Kant come la necessità di compiere un azione unicamente rispetto alla legge morale. La volontà buona è quella che si determina razionalmente in base ai principi della legge morale razionale ma questi principi nell’uomo assumono una forma di imperativo di obbligazione: tu devi! L’uomo quindi deve obbedire all’imperativo morale. L’imperativo è la forma dell’obbligazione e si esprime con la parola Dovere. Esistono Imperativi Ipotetici e Imperativi Categorici.
I primi rappresentano la necessità di compiere un azione come mezzo per un fine(ed è un comando che si esprime all’interno di un condizionamento). Esso è regola di abilità quando riguarda i mezzi di un fine di un uomo e non di un altro ed è un consiglio alla prudenza quando riguarda i mezzi in rapporto ad un fine uguale a tutti gli uomini cioè la felicità.
A differenza dell’imperativo ipotetico quello categorico dichiara l’azione come oggettivamente necessaria per se stessa senza relazione con uno scopo qualunque (tu devi perché devi) se c’è una legge severa che condiziona la volontà degli uomini allora essi saranno liberi. L’imperativo categorico è un po’ il fulcro di tutta la critica della ragion pratica: essa non prescrive questa o quell’azione ma come determinare la propria volontà; essa fornisce un criterio per stabilire la moralità di un azione dal momento che la massima soggettiva possa essere pensata come una legge oggettiva della moralità e che possa essere perciò rispettata da tutti i soggetti razionali.


Libertà e felicità:
Secondo Kant solo seguendo l’imperativo categorico vi può essere moralità in quanto l’imperativo ipotetico non assume un giudizio sintetico a priori ma bensì analitico in quanto le prescrizioni circa i mezzi da utilizzare è già contenuta nello scopo che si vuole ottenere. Invece nell’imperativo categorico il giudizio sarà sintetico e l’elemento di connessione tra volontà e legge morale è individuato da Kant nella LIBERTA’, intesa come “proprietà della volontà si essere a se stessa la propria legge” e quindi come autonomia .
L’unica condizione per avere vita morale è la Libertà. Di essa non possiamo avere una conoscenza teoretica dato che ad essa non corrisponde un oggetto nell’intuizione sensibile ma tuttavia essa è una realtà in quanto l’individuo quando diviene cosciente della legge morale allora conosce la libertà che senza legge morale gli sarebbe sconosciuta. “tu devi e quindi puoi” questa è la certezza derivante dall’imperativo morale.
Dopo ciò si apre una questione sul fatto che l’uomo essendo ente naturale possa essere soggetto della causalità naturale che quindi condizionerebbe la volontà libera. Riguardo ciò Kant farà una distinzione fra piano fenomenico e piano noumenico: l’uomo ,come essere fenomenico è determinato dalla causalità, esso in quanto “essere intelligente dotato di volontà” è capace di libertà e autonomia. La scelta che l’uomo fa a favore della legge morale lo sottrae dal condizionamento della causalità naturale ponendolo nell’ordine della libertà. Da qui possiamo pensare ad una moralità uguale per tutti come unanimità della volontà x la formazione di un nuovo mondo morale. Kant chiama questo mondo “regno dei fini”. Esso non è un mondo che può essere né conosciuto né realizzato in cui gli uomini non si conoscono altro che come fenomeni ossia intelligenze che si rapportano come fini in se e come cooperanti per un fine comune.
Kant imposta la sua indagine morale come anti-eudemonistica ossia contro quelle filosofie antiche che facevano coincidere Bene e Felicità. Egli afferma che la felicità è esterna alla legge morale e quindi da ciò ne risulta una scissione tra felicità e virtù. Inoltre come ricordiamo la ragione muove alla ricerca dell’incondizionato quindi in campo morale essa esprime questa esigenza attraverso l’idea del Sommo bene. Questo è rappresentato da Kant come unione di virtù e felicità è possibile tale unione che la virtù porti alla felicità pensando in relazione nell’ordine intelligibile e non del sensibile. Solo nell’ordine intellegibile possiamo trovare il somme bene.

MORALE E RELIGIONE
Nella critica della ragion pratica Kant giunge ad affermare che è moralmente necessario ammettere l’esistenza di Dio. Innanzitutto bisogna definire il rapporto tra morale e religione. La morale non ha bisogno dell’idea di un essere superiore per sussistere perché essa basta a se stessa, piuttosto è dalla morale che scaturisce la religione e questa ha il fine di rafforzarla per mezzo di un Dio scaturito dalla morale stessa. Quindi la riflessione religiosa di Kant prende avvio dalla morale. Inoltre Kant ammette che nell’uomo c’è una certa tendenza al bene (testimoniata dalla presenza della legge morale) ma non vi esclude una tendenza particolare al male definito “il male radicale”. Il male radicale è quella tendenza ad adottare una massima di comportamento contraria alla legge morale pur essendo consapevoli di essa e questo è dovuto alla fragilità dell’essere umano. Quindi la cattiveria è una scelta che dipende dalla libertà.
Come il male sia comparso nell’uomo è sconosciuto a tutti ed infatti nella bibbia è stato rappresentato come una tentazione diabolica che ha portato alla caduta originaria. Nella vita dell’uomo si svolge perennemente una lotta tra perfezione morale e inclinazione innata al male: cristo rappresenta il buon principio e perché questo si possa affermare bisogna costituire una comunità etica sotto le leggi della virtù! Questa comunità etica è definita “chiesa invisibile” retta da Dio e il suo popolo è il Popolo di Dio, dove l’espressione morale è rappresentata dai comandamenti divini. La religione di questa chiesa è la religione naturale ossia una fede religiosa pura. La chiesa invece visibile ha una religione statuaria(dotata di dogmi e regole) e non è altro che un veicolo per guidare l’uomo dato che solo attraverso questi mezzi a causa della sua debolezza possa essere guidato.

Hai bisogno di aiuto in Filosofia Moderna?
Trova il tuo insegnante su Skuola.net | Ripetizioni
Registrati via email