Secondo Kant, l’intelletto, con le sue strutture non può mai conoscere il noumeno, cioè la verità, l’essenza, il cuore delle cose. Fichte vuole proprio fare in modo che la filosofia diventi da una semplice “ricerca”, un sapere perfetto, che spieghi tramite un principio fondalmentale la realtà, cioè tutte le cose. Questo principio è l’io. Ma l’io di Fichte è un qualcosa di completamente diverso dall’io di Kant. L’io di Kant (io penso) aveva la funzione di “sintesi”, cioè di riorganizzazione della conoscenza (valore gnoseologico), l’io di Fichte (io puro), non riorganizza le cose, ma le crea (valore ontologico). E’ un’attività creatrice e può creare all’infinito. E’ un’attività che prima di tutto crea se stessa, e poi pone e crea tutte le altre cose al di fuori di essa. Quindi l’io è la condizione prima della realtà. In contraddizione a Tommaso, e a tutti i precedenti che avevano considerato che l’agire, l’attività, è una successione dell’essere (operari sequitur esse) lui è il primo a stravolgere questa teoria sostenendo che non è l’essere che viene per primo, e dal quale discende l’attività, l’agire; la condizione che sta prima di tutto invece è l’attività, l’io creatore, che è il punto di partenza dal quale discende l’essere delle cose che viene in un secondo momento (esse sequitur operari).

La dottrina della scienza
Come già detto in precedenza, Fichte vuole creare un sistema attraverso il quale spiegare tutti gli aspetti della realtà. La dottrina della scienza fichtiana si basa sostanzialmente su tre principi:
- L’io pone se stesso: lui si rifà a tutti i filosofi precedenti, addirittura ai classici, e parte dal principio di non contraddizione di Aristotele che diceva che A=A, cioè A non può essere non A. Secondo Aristotele questo era il principio base dal quale poi potevano discendere tutti gli altri principi. Fichte dice che questo non è il principio originario di tutte le cose, ma alla base di questo principio vi era un qualcosa di più originario, un quid, che è l’attività dell’Io puro che crea tutte le cose.
- L’io oppone difronte a sé un non io: Se Fichte immagina l’Io puro come un’attività che può creare, quest’attività ha la capacità di porre qualcosa (la prima cosa è se stessa come abbiamo appena visto) e quindi dopo che ha posto sé stessa pone qualcos’altro di diverso da essa: cioè un non io. L’io dopo che crea sé stesso crea tutte le altre cose, tutta la realtà, che è diversa logicamente da esso. Le altre cose che crea l’Io non sono esterne all’Io, ma sono interne però distinte. Sono diverse dall’Io, ma stanno sempre dentro l’attività creatrice.
- L’io e il non Io continuano ad esistere insieme senza che l’uno prevalga sull’altro, in modo tale che l’uno delimiti l’altro. Questa coesistenza tra l’Io puro e il non-Io costituisce un limite che le fa essere distinte ma sempre racchiuse in quell’attività infinita che è l’Io puro.
Fichte fa corrispondere al primo principio al cosiddetto momento della “tesi”, un momento “positivo” cioè di posizione, si posiziona qualcosa (L’io puro).
Il secondo principio equivale al momento della ”antitesi”, quando qualcosa si contrappone a qualcos’altro, e quindi quando l’io puro contrappone a esso tutto ciò che è diverso da lui e quindi il non-Io.
Il terzo principio è il momento della “sintesi”, dove l’io puro e il non-Io coesistono delimitandosi a vicenda.

La dottrina della conoscenza
L’attività conoscitiva si fonda sull’aspetto per il quale l’Io viene determinato dal non io. Cioè nel momento della conoscenza, quando ogni essere umano si trova a conoscere gli oggetti che incontra nel mondo assume una coscienza di sé grazie al fatto che incontra oggetti diversi da lui. Quindi è il non-io che determina l’io. Nell’attività pratica invece come vedremo è il contrario. Come in un primo momento gli oggetti ci urtano e ci determinano, durante l’attività etica o pratica, con le nostre azioni, con i nostri comportamenti siamo noi con la nostra coscienza che rispondiamo all’urto di questi oggetti con un contro-urto. Fichte ci dice che noi siamo convinti che ogni volta che incontriamo oggetti diversi da noi essi a nostro parere hanno una propria sostanza, una propria consistenza, una esistenza autonoma, ed è essenzialmente per questo che noi cerchiamo di conoscerli, e cioè perché di essi non sappiamo nulla. L’idealismo Fichtiano smonta questa convinzione. Dice che tutto ciò che è al di fuori di noi è della stessa sostanza della nostra coscienza. Perché? Perché il non-io è stato posto dall’io puro (la nostra coscienza). Tutti gli oggetti sono fatti della stessa materia della nostra coscienza. Ma allora perché noi non ci rendiamo conto che questi oggetti sono fatti della nostra stessa sostanza e pensiamo sempre che siano cose diverse e per questo vogliamo conoscerle? Fichte dice che l’attività creatrice, l’Io puro, di fatti non è un’attività conscia, ma un’attività che avviene a livello inconscio. Quest’attività lui la chiama immaginazione produttiva. Fichte dice che il fatto che noi uomini non ci accorgiamo di questa cosa è un qualcosa di normalissimo, ma dice però che esiste una piccola categoria di uomini che siano in grado di risalire a questa verità: i filosofi, o meglio quelli idealisti. Uomini che da soli possono essere in grado di riuscire quasi a capire che il non-Io sia posto dall’Io. Nessuno, neanche un filosofo idealista però può raggiungere il livello estremo di autocoscienza assoluta, poiché questa è una visione romantica, di tensione all’infinito, di avvicinarsi alla meta ma di non raggiungerla mai. Il classico concetto di Streben (tensione) romantico.

La dottrina morale
Nell’agire pratico, gli oggetti si presentano a noi come una specie di ostacolo da superare, quindi il non-io diventa il mezzo attraverso il quale l’Io riesce a realizzarsi moralmente. Il non-io quindi diventa un momento necessario per la realizzazione della nostra libertà. Quindi attraverso questo agire morale con il quale noi possiamo affrontare situazioni, risolvere questioni ecc. noi possiamo esprimere la nostra libertà. Attraverso l’attività pratica possiamo capire anche il perché l’Io puro oltre se stesso crea anche il non-io: per potersi esprimere e realizzare come libertà. Cioè l’Io puro si realizza come libertà morale attraverso il continuo superamento del non-io che ha opposto a se stesso. Anche qui c’è un continuo Streben (sforzo) per raggiungere la perfezione vista come un continuo superare i limiti. Fichte attribuisce il primato all’attività etica rispetto a quella conoscitiva. Di fatti con l’attività etica noi possiamo realizzarci moralmente e quindi realizzare la nostra libertà. In questa visione delle cose Dio secondo Fichte non è una sostanza, ma coincide con l’ordine morale del mondo, cioè Dio è il dover essere morale (un’idea secondo Fichte), un’idea assoluta che si realizza all’infinito. La legge morale secondo Fichte rappresenta il nostro essere nel mondo intellegibile (dimensione metafisica), mentre le azioni reali costituiscono il nostro essere nel mondo sensibile, fenomenico. Tra queste due dimensioni l’aggancio è la libertà. Se il destino dell’uomo è quello di esprimersi continuamente come azione, come la libertà morale, secondo Fichte quando l’uomo è inerte, non prende una posizione riduce la propria natura al rango di non-io.
Il pensiero politico
Secondo Fichte, l’uomo realizza il suo compito morale proprio quando si esprime in modo dinamico manifestando la propria idea. Ma poiché gli uomini sono tanti, tra varie idee e ideali può nascere un conflitto. Da questo conflitto secondo Fichte, l’ordine morale che ne uscirà vincitore è Dio, cioè dal confronto delle diverse idee prevarrà sempre un’ideale migliore perché Dio che incarna e segue le vicende del mondo, lo ha scelto (vi è il concetto di destino). Essendo l’uomo in comunità deve limitare la propria libertà per rispettare e riconoscere quella degli altri: nasce il concetto di diritto. Il diritto fondamentale di ogni uomo è la propria libertà, il secondo è il diritto è la proprietà privata. Lo Stato nasce da un consenso delle volontà degli individui per garantire il lavoro a tutti cercando di impedire che vi siano nella società anche dei poveri. Ma perseguendo questo obiettivo di benessere per tutti, ha altri compiti importantissimi, per cui se è il caso deve impedire la povertà. Lo Stato quindi è uno stato guardiano: deve intervenire come un padre per risollevare la situazione. Secondo Fichte lo Stato potrebbe realizzare un commercio interno alla nazione chiuso, senza contatti con l’esterno. Questi ideali vagamente socialisti erano stati ispirati dalla Rivoluzione Francese, alla quale Fichte ha assistito perché siamo nei primi dell’800. Fichte era talmente influenzato da questi ideali che fa sue queste idee. In un secondo momento penserà che Napoleone e la Francia hanno portato al suo popolo, il popolo tedesco, soltanto miseria. Difenderà l’idea di un riscatto del popolo tedesco che sarà quello in grado di promuovere il progresso non solo per sé stesso ma anche per tutto il resto dell’Europa (ne parla nei Discorsi alla nazione tedesca). Negli ultimi 10 anni della sua vita, Fichte e il suo pensiero risentono di alcuni cambiamenti per cui il suo idealismo subisce una radicalizzazione in senso metafisico sviluppando il concetto di Dio e di assoluto in senso molto religioso. La costante del pensiero di Fichte è sempre stata una costante etica, perché la legge morale e la libertà dell’io sono la chiave che spiega la scelta che fa ogni singolo uomo delle cose ma anche della stessa filosofia. Di fatti, secondo Fichte, il filosofo che sceglie l’idealismo è veramente libero, ma il filosofo che sceglie il dogmatismo oggettivistico non è spiritualmente libero.

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