Ali Q di Ali Q
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Johann Fichte

Introduzione
Fichte studiò teologia.
La sua filosofia partì appoggiando le teorie kantiane, ma presto si staccò da queste concezioni.
Fichte vuole infatti superare il dualismo tra fenomeno e noumeno, o meglio vuole superare il limite della conoscenza rappresentato dal noumeno.
Ma come unificare i due aspetti? Con un principio di unificazione costituito dall’attività pensante e creatrice del pensiero.
Tale attività deve essere acquistata: non è un punto di partenza, ma d’arrivo, poiché idealisti non si nasce, ma si diventa.
Togliendo i limiti alla conoscenza, ci si libera, dunque. Questo è il compito della filosofia.
Fichte sostiene infatti che le uniche due filosofie possibili sono l’idealismo ed il dogmatismo. Ma come scegliere tra i due?
La filosofia è la riflessione necessaria per mettere in luce il fondamento dell’esperienza. In questo sono coinvolti soggetto ed oggetto.

L’idealismo punta sul soggetto per spiegare l’oggetto. Il dogmatismo punta invece sull’oggetto.
Scegliere tra i due è difficile. Occorre farlo in base in base alla inclinazione o interesse naturale.
Il dogmatismo è un realismo gnoseologico e un naturalismo metafisico. Rende perciò nulla la libertà, cioè nega la sua esistenza.
Il dogmatismo è dunque fatto per individui fatalisti e fiacchi. L’idealismo, invece, è per l’uomo attivo e pieno di conquiste.
Il punto di vista di Fichte è decisamente idealista.

Opere
1) “Saggio sulla critica di ogni rivelazione” (1791): in esso si tratta della religione razionale. L’opera venne pubblicata anonima, per paura che potesse venir condannata o censurata, e per molto tempo fu creduta un’opera di Kant;
2) “La dottrina della scienza”: fondamento dell’idealismo;
3) “Sistema della dottrina morale” (1798);
4) “Lo stato commerciale chiuso” (1800);
5) “Tratti fondamentali dell’epoca presente” (1806);
6) “Discorsi alla nazione tedesca” (1807): poiché le vicende napoleoniche mettono in crisi l’autonomia della Germania.

Da Kant a Fichte
Per Kant l’io penso è il principio formale del conoscere, limitato dalla cosa in sé.

Per Fichte, invece, l’io non è solo formale, ma ha anche valore materiale, da cui deriva il reale e la sua struttura. Esso è quindi infinito.
La conclusione è che se quella di Kant è una deduzione trascendentale, quella di Fichte è invece assoluta. Compito della filosofia è quindi dedurre il reale.

I tre principi
Fichte, come Kant, si chiede quale sia il principio di validità della scienza.

1) Tutto parte dal principio di identità (a = a), ma esso ha bisogno di qualcuno che lo ponga, cioè il soggetto.
2) Prima di porre qualsiasi identità, il soggetto deve comunque riconoscere la propria esistenza, che è la prima formulazione del principio d’identità (io = io). Noi non possiamo infatti percepire gli altri se non abbiamo conoscenza di noi stessi, cioè se non sappiamo di essere “distinti da ciò che ci circonda”. Quindi l’io pone anche il non-io (tutto ciò che è diverso da me). Il mondo deriva dunque dall’io. Io e non-io sono diversi, ma accomunati però dall’io che contiene io e non-io.
3) Principio di sintesi. L’io non può affermarsi e negarsi se non nell’ambito di una attività superiore che comprende il positivo e il negativo. Io e non-io si limitano infatti a vicenda. Il mondo è pieno di io (uomini) finiti e di non-io (cose) finiti, che sono quindi divisibili. Tuttavia essi sono solo momenti per arrivare all'io assoluto, l’attività pensante unificatrice del finito e dell'infinito.

Chiarificazioni
Nella sua filosofia Fichte ha delineato:
1) un io infinito, che è l’attività libera e creatrice del pensiero;
2) un io finito, che è l’uomo.
3) il non-io (mondo), che è limitante dell'io finito e contenuto nell'io infinito.
Occorre sottolineare però la realtà logica e non cronologica dei tre principi. I tre principi non hanno infatti successione cronologica: sono tappe logiche. Nel momento in cui l’io si pone, contemporaneamente pone il non-io.
Fichte non ha voluto indicare solo che il mondo è fatto da molti individui che hanno davanti molti oggetti ed entrambi costituiscono la natura, ma anche che la natura non è una realtà autonoma, ma esiste solo per l’io e nell’io.
L’io infinito non è diverso dall’io finito in cui si realizza, come l’umanità con è diversa dai vari uomini che la compongono.
L’io infinito è la meta ideale di quello finito, è la sua “missione”. Infatti se l’io infinito è libertà, l’uomo è una lotta verso la libertà e contro il limite delle cose e delle passioni, per plasmare la natura come vuole.
Questa lotta è inesauribile: se cessasse non ci sarebbe vita. La vita è dinamica.
L’uomo appare quindi finito ed infinito. Finito perché limitato dall’io, ma anche infinito perché è l’io a porre il non-io. L’uomo diventa quindi uno sforzo continuo verso la libertà dal sensibile, dal non-io.
Ecco come Fichte interpreta la tensione verso l’infinito dei Romantici.
Tutto questo traduce le categorie kantiane:
1) qualità (affermazione, negazione e limitazione);

2) quantità (unità, pluralità e totalità);
3) relazione: sostanza (io), causa (io-infinito e io-finito) e azione reciproca (io e non-io si limitano).
Per Fichte l’io ha dunque una struttura dialettica e triadica. E’ dialettica perché si basa su tesi, antitesi e sintesi.
Da tutto questo emerge la grande creatività umana. Per raggiungere l’infinito l’io deve infatti:
1) creare l’ostacolo (natura);
2) superarlo e dichiarare la libertà nei suoi confronti.
Fichte riprende quindi il primato della critica della ragion pratica (che è quello di indicare come l’uomo può andare oltre i contenuti del fenomeno) dal punto di vista ontologico.
La conclusione è che l’essenza dell’io è morale, ecco perché l’idealismo di Fichte è detto “pratico”.
Resta solo un’ultima questione: che rapporto c’è tra l’io teoretico e l’io pratico? Il primo ha funzione contemplativa, l’altro attiva. Ed è lui che tende all’infinito, e quindi è a lui che spetta il primato.

"Sistema della dottrina morale" (1798).
In questo scritto si asserisce che il principio supremo della morale è l’attività dell’io puro. Egli deve realizzarsi, perciò pensare significa agire. L’io è l’azione, quindi.
Ma ciascun io, per realizzarsi, non può limitare le libertà degli altri io.
Una comunità che rispecchia questo principio è detta “etica”.
Questa comunità inizia col contratto sociale.
Al suo interno vi sono poi i dotti, che indirizzano il progresso dell’umanità. Il progresso è il perfezionamento morale, che si ha con la conoscenza razionale.

"Lo Stato commerciale chiuso" 1800.
In questo testo Fichte affronta questioni politiche.
Lo stato fa sì che siano rispettati i diritti dell’individuo, in modo che i diritti dell’uno non limitino quelli degli altri.
Essi sono:
1) libertà propria;
2) libertà di conservazione;
3) proprietà privata.
Essi sono garantiti da:
1) polizia;
2) potere giudiziario;
3) potere penale.
Lo stato ha anche una funzione economico-sociale: spartire in modo equo le ricchezze.
Lo stato deve infatti impedire la povertà, quindi deve concedere lavoro.
Per far questo lo stato deve aver già stabilito i propri confini e la propria unità. Lo stato deve essere quindi autarchico.
Il socialismo di Fichte è particolarissimo.
Vi sono tre classi sociali:
1) produttori;
2) trasformatori;
3) diffusori.
Lo stato deve deciderne il numero. Il cittadino si configura solo nello stato, che rispecchia la legge etica.

Ultimi anni
Nell’ultima parte della sua vita, Fichte sostiene che il sapere deve fondarsi su qualcos’altro che non la pura e semplice ragione e attività creatrice dell’io: Dio.
Prima del sapere c’è quindi la fede.

“Tratti fondamentali dell'epoca presente (1806).
In questo scritto si dice che la storia ci mostra il graduale conformarsi dell’uomo alla ragione.
Ci sono diversi stadi:
1) stadio inconsapevole (la ragione non sa di essere);
2) stadio consapevole.
Nella prima epoca abbiamo l’istinto, in cui la ragione è tiranna. Nel secondo momento la ragione, liberatasi dall’istinto, si afferma e segue la legge morale.

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