Fichte - Idealismo Etico


Secondo il pensiero di Fichte, dal momento in cui l'io produce il non io, diventa "non assoluto", poiché da quel momento è legato a qualcos'altro. Diventa limitato, divisibile, empirico e arriva a far parte di II (ii) divisibili. Nonostante ciò, l'io non dimentica il suo antico stato di io assoluto e tende a raggiungerlo cercando sempre di superare il non io con lo 'Streben', la tensione al superamento del limite posto dagli ostacoli, conoscendolo e aspirando alla libertà. L'uomo, infatti, assume nella filosofia di Fichte un atteggiamento prometeico, costruttivo creatore, poiché tende a realizzare se stesso sia in senso conoscitivo che in senso morale, tramite l'autoperfezionamento. Fichte dice che tenderemo sempre all'assoluto ma non ci arriveremo mai in quanto non riusciremo mai a conoscere tutto e non saremo mai liberi (sotto questo punto di vista è stato criticato da Hegel).

Il non io, che da una parte è identificato con le cose materiali che ci ostacolano, e che dall'altra è identificato negli altri ii, le persone che non sono io ma che sono comunque ii, si contrappone al nostro voler arrivare all'io assoluto. La libertà dell'io finisce dove comincia la libertà di un altro io. Il terzo principio filosofico di Fichte ha dunque carattere etico-giuridico in quanto afferma che l' io tende all'essere il più libero possibile senza intralciare gli altri rispettando le leggi.
L'etica garantisce la massima libertà di tutti rispettando l'io morale con le leggi (strumento con il quale organizziamo la nostra libertà). Il ragionamento gnoseologico di Fichte ha dunque conseguenza etica.

La sintesi della filosofia di Fichte: l'io divisibile, nell'io assoluto, oppone a sé un non io divisibile, ostacolo al suo continuo tendere all'assoluto.

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