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La seconda parte del "Fondamento dell'intera dottrina della scienza" è dedicata all' indagine sui fondamenti del sapere teoretico mentre la terza parte è dedicata l'indagine della scienza del pratico. Questa bipartizione tra teoretico e pratico deriva proprio dalla limitazione reciproca tra Io e Non-Io divisibili enunciata nel terzo principio. Fichte non intende l'attività pratica dell'Io come agire morale; secondo il filosofo, infatti, essa coincide con il tendere (Streben) dell'Io Assoluto all'identità con sé, cioè alla coscienza e quindi alla conoscenza. Fichte, dunque, pone l'attività pratica dell'Io a fondamento della conoscenza, nel senso che il contenuto della conoscenza deriva da questa attività pratica dell'Io. Quest'ultima è pertanto il fondamento e il contenuto della nostra attività rappresentativa. Vediamo a questo punto perché il filosofo chiama questa attività pratica "Streben", cioè sforzo. La soggettività assoluta, cioè l'Io Assoluto, è attività infinita. Essa può pensare, e dunque conoscere, solo se viene autolimitata dall'urto del non-Io, il quale respinge indietro l'attività del soggetto in modo tale che questa attività prenda coscienza di sé. Ma una volta fatto ciò, la soggettività assoluta, essendo infinita, non può accettare di essere arrestata da una limitazione. L'attività infinita, allora, riparte e sorpassa l'ostacolo, incontrandone però un altro più avanti. Proprio per questo l'attività dell'Io si manifesta come sforzo (cioè Streben) della ragione a sorpassare questo limite e ad adattare a sé tutto ciò con cui entra in contatto (più avanti parleremo addirittura di razionalizzazione della realtà da parte dell'Io). Questo tendere o Streben esprime al tempo stesso la finitezza della coscienza e l'infinitezza dell'Io Assoluto. Esso è infinito in quanto sorpassa all'infinito l'ostacolo che urta; è finito in quanto il tendere all'infinito è un'aspirazione che non potrà mai realizzarsi perché il limite non può mai essere eliminato ed è ineliminabile perché è la condizione necessaria affinché ci sia la coscienza finita. L'attività pratica dell'Io, come già detto, non è intesa come agire morale. Vediamo allora cosa intende Fichte per etica. Per Kant agire moralmente significa adeguare la propria volontà alla legge universale. Per Fichte la legge morale kantiana ha un difetto: è vuota e informale, cioè non dice all'individuo quali doveri seguire, ma indica solo il modo in cui compierli. A questo scopo Fichte riformula l'imperativo categorico kantiano, affermando: "adempi ogni volta la tua destinazione che scopri diversa nelle varie situazioni e a contatto con gli altri uomini, che non puoi considerare un oggetto". Con questa frase Fichte afferma che la destinazione, cioè la missione, di ogni individuo varia in base alla sua costituzione naturale, alla sua collocazione sociale e alle diverse situazioni che si presentano. Inoltre, egli ritiene che il soggetto può acquisire coscienza del suo dovere solo a contatto con altri individui, cioè soggetti liberi e razionali. Di conseguenza ogni individuo deve contribuire ad adempiere lo scopo morale comune, cioè la massima razionalizzazione della natura e dell'umanità (adattare a sé tutto ciò con cui si entra in contatto). Questa è la dottrina etica dell'intersoggettività, cioè una teoria dei doveri fondata sull'organizzazione sociale che dipende dalla divisione del lavoro (divisione delle fasi produttive nelle industrie) nella società. Quest'ultima è divisa in ceti, in modo tale che ogni individuo, entro le sue possibilità, può apportare benefici all'intera società. Analizzando questo quadro, si può evincere la complessità del Romanticismo, movimento culturale, artistico e filosofico che fa da sfondo in questi anni. Alcuni aspetti sono comuni alla letteratura e alla filosofia, come ad esempio l'aspirazione all' infinito e l'esaltazione del soggetto; si può notare però che mentre i letterati fanno prevalere i sentimenti, i filosofi tendono invece alla razionalità.

Sul piano politico vi è in Fichte un contrasto tra due posizioni:
1) Individualismo liberale: esso corrisponde all'adesione di Fichte alla causa della Rivoluzione Francese, ossia la libertà dell'individuo;
2) Organicismo comunitario: questa teoria politica afferma che lo Stato è un organismo, in funzione del quale gli individui devono esistere. Fichte dunque non mette più al primo posto la libertà dell'individuo, bensì la salvaguardia dell'ordine collettivo. Inizia a sostenere tale dottrina a partire dal 1800 dopo le sconfitte prussiane a opera dell'esercito napoleonico. Egli dunque s'impegna per la "causa nazionale" tedesca, affermando che anche se è stata sconfitta, la Germania, per non indebolirsi, deve restare unita in un unico organismo.
Pertanto, il nesso problematico tra libertà individuale e ordine collettivo è il nodo centrale di tutte le fasi del pensiero politico fichtiano.
 Nella prima fase (Individualismo estremo) Fichte è a favore dell'individualismo giusnaturalistico (ogni individuo è titolare di diritti naturali), riducendo al massimo il ruolo dello Stato, inteso come semplice aggregazione di individui e garante dei diritti naturali dell'uomo di libertà e uguaglianza che possiede sin dalla nascita. Il filosofo infatti afferma che lo Stato è soltanto una forma di contratto che l'individuo stipula arbitrariamente; quando lo Stato non adempie più ai suoi compiti, cioè garantire i diritti naturali dell'uomo, l'individuo non ha alcun vincolo a continuare a far parte di esso.
 Nella seconda fase (fase intermedia tra individualismo e organicismo), la posizione di Fichte cambia: inizia a esserci una compresenza di individualismo e organicismo, anche perchè è diversa l'opinione del filosofo riguardo lo Stato. Ora esso è considerato un intero organico in cui gli individui hanno diritti non per il semplice fatto di esistere, ma proprio perché fanno parte di questo stato, il quale li garantisce.
 Nella terza e ultima fase (Organicismo estremo) del pensiero politico, Fichte amplia le prerogative dello Stato, insistendo sui compiti sociali di "dare a ciascuno il suo, immettendolo nella sua proprietà e poi di proteggerlo". Per Fichte questo compito dello Stato può essere adempiuto solo attraverso una totale pianificazione dell'economia nazionale, che comporta in secondo luogo anche una forte limitazione della libertà individuale.

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