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Fichte è considerato il vero e proprio padre dell'idealismo. egli stesso conia l'espressione "dottrina della scienza" per designare la propria filosofia, la quale, sulle orme di Kant, non indaga gli oggetti ma il nostro sapere degli oggetti; pertanto, anche la filosofia fichtiana è di tipo trascendentale. Anche Fichte, come Kant, si pone il problema di trovare un fondamento del sapere. Kant lo aveva trovato nella cosa in sè; Fichte, invece, nella prima fase del suo pensiero, identifica tale fondamento nella soggettività, principio primo di ogni realtà che il filosofo chiamerà Io Assoluto. In seguito però il filosofo ha un ripensamento riguardo sua dottrina. In questa seconda fase Fichte introduce come fondamento del sapere l'Essere o l'Assoluto, analizzandoli sempre da un punto di vista trascendentale, quindi dal punto di vista del soggetto, e non pretendendo di conoscerli in sè. La tesi della seconda fase, però, non suscitò interesse tra gli intellettuali contemporanei a Fichte. Questi ultimi infatti accolsero la dottrina dell'io assoluto in quanto in essa vi vedevano la soluzione ai problemi lasciati irrisolti da Kant e dunque il compimento della rivoluzione copernicana kantiana (oggetto assoggettato al soggetto). Il compimento della rivoluzione copernicana non è solo una questione filosofica, ma dischiude una nuova prospettiva in cui l'uomo recupera la sua libertà. Nell'ambito del dibattito sulla filosofia di Kant, si assiste allo sviluppo del cosiddetto criticismo kantiano che mette in dubbio la funzione attribuita da Kant alla cosa in sè.

 La prima questione sollevata dai critici è il problema dell'esistenza della cosa in sè: essi si chiedono come sia possibile affermare l'esistenza della cosa in sè se la conoscenza dell'uomo si limita ai fenomeni. Le cose in sè saranno anche pensabili, ma affermandone l'esistenza significa utilizzare quel procedimento (passaggio dal piano logico al piano ontologico) che Kant stesso ha rifiutato quando ha confutato la prova ontologica dell'esistenza di Dio.
 La seconda questione del criticismo e l'errata applicazione della categoria della causalità. Tale categoria doveva essere utilizzata per collegare i fenomeni; Invece Kant l'aveva utilizzata anche nell'ambito dei noumeni, poichè aveva affermato che la cosa in sè (un noumeno, che è al di fuori dell'esperienza) causa la sensazione (i fenomeni).

Da un punto di vista teoretico, queste due obiezioni conducono allo scetticismo, in quanto la negazione della cosa in sé non permetteva più di confrontare le rappresentazioni del soggetto con la realtà esterna. Il rapporto che Kant aveva instaurato tra fenomeni e noumeni è ancora più problematico sotto il profilo pratico. Il mondo fenomenico è retto dalla necessità il mondo noumenico è retto dalla legge morale. Tutto questo si traduce in una drammatica scissione per l'uomo perché egli appartiene al mondo fenomenico in virtù della sua sensibilità e al mondo noumenico in virtù della sua legge morale. Dunque è assoggettato al causalità necessaria della natura, ma è anche libero, poichè appartiene al mondo noumenico. I seguaci di Kant quindi avvertono l'esigenza di risolvere il dualismo fenomeno-noumeno e il dualismo necessità-libertà dell'uomo tramite un monismo, volendo individuare un unico fondamento da cui derivare tutto il sapere e le facoltà dello spirito umano. L'esigenza di un monismo trova ampio spazio nella dottrina filosofica trascendentale di Fichte. Egli, come già detto, individua il principio unitario da cui derivare tutto il sapere nell'attività dello spirito umano. Essa è anteriore alla distinzione tra ragion pratica e ragione teoretica, essendo contraddistinta da un'unità teoretico-pratica, ed è identificabile con la coscienza umana. Questo principio primo, ossia questa attività dello spirito umano, viene chiamato dal filosofo soggettività o egoità o Io. Tale tesi prende il nome di idealismo fichtiano, che va in netto contrasto con il dogmatismo kantiano. Infatti, idealismo e dogmatismo per Fichte sono due tendenze filosofiche inconciliabili: la prima riconduce le rappresentazioni del soggetto all'attività dell'Io; la seconda alla cosa in sè. Esse sono inconfutabili, ma secondo il filosofo ci sono due motivazioni a favore dell'idealismo.

 Sotto il profilo pratico il dogmatismo è inaccettabile, in quanto partire dalla cosa in sè implica la negazione di ogni libertà. L'idealismo, invece, mettendo al primo posto l'Io, quindi il soggetto conoscente, non preclude all'uomo la sua libertà, siccome quest'ultimo non è assoggettato da nient'altro.
 Anche sotto il profilo teoretico il dogmatismo riscontra dei problemi. Esso, ponendo la cosa in sè come principio primo, non riesce a spiegarsi la realtà ideale, ossia le rappresentazioni delle cose, poiché le cose appartengono solamente alla dimensione del reale. L'Io di Fichte invece, è e pensa; è contraddistinto dall'unione indissolubile di essere e coscienza: riesce dunque a spiegarsi i pensieri e le cose, appartenendo allo stesso tempo alla dimensione ideale e reale.

Per questi motivi Fichte identifica l'idealismo come unica filosofia valida. Nella prima parte del "Fondamento dell'intera dottrina della scienza" il filosofo espone i tre principi fondamentali dell'Io, cioè le sue attività originarie: 1) La posizione; 2) L'opposizione; 3) La determinazione.

Il primo principio afferma che l'Io pone se stesso in maniera assoluta. L'Io, cioè, è causa assoluta del proprio essere (è causa sui). Esso si autopone come soggettività pura, cioè come pensiero dell'uomo. La soggettività pura è intesa dunque come un'attività assoluta, un incessante dinamismo, che è priva di oggetto, ed essendo sciolta da ogni limite, è infinita; essendo infinita contiene tutto il reale. Inoltre l'Io, autoponendosi, pensa sé stesso; quindi la posizione assoluta dell'Io è l'unica attività in cui produttore e prodotto si identificano completamente.
Dopo aver enunciato il primo principio, si possono quindi definire i caratteri dell'Io Assoluto:
• Infinitezza: L'Io è attività assoluta, sciolta da ogni limite;

• Totalità L'Io, essendo infinito, è capace di comprendere al suo interno tutto il reale;
• Identità: L'Io è attività in cui il soggetto pensante e l'oggetto pensato si identificano;
• Carattere precosciente: L'Io, in quanto assoluta identità di soggetto e oggetto, non si presenta alla coscienza empirica (o individuale o finita). Infatti, affinché ci sia la coscienza, soggetto e oggetto devono essere divisi, cosa che qui non accade. Per questo motivo l'Io è precosciente (ossia precede la coscienza).

Mentre l'Io penso kantiano è solo attività teoretica, l'io assoluto fichtiano è anche attività incondizionata della ragione, che è alla base dell'agire teoretico e dell'agire pratico dell'uomo. Tra Kant e Fichte c'è poi un'altra differenza: Kant parte del materiale dato nella sensibilità e presenta l'Io penso come unità a cui ricondurre tale materiale; l'Io di cui parla Fichte, invece, non ha alcun riferimento alla sensazione: proprio per questo esso è definito "Io assoluto".
Affinché ci sia l'esperienza e la coscienza finita deve esserci un dualismo tra soggetto e oggetto, in quanto l'Io devo incontrare un oggetto da cui differisce. Tale dualismo però è assente nel primo principio. Fichte introduce dunque il secondo principio fondamentale dell' Io, secondo il quale all'Io viene posto assolutamente un Non-Io, che è oggettività pura. Il Non-Io non deriva dall'Io, ma è originario quanto quest'ultimo: ciò significa che l'Io Assoluto non crea il Non-Io (cioè la realtà), tuttavia ne determina il contenuto. Ed è per questo motivo che la coscienza conosce le rappresentazioni degli oggetti e non gli oggetti stessi. Fichte dunque ribadisce, secondo il suo punto di vista trascendentale, che il fondamento del sapere è comunque l'Io (il soggetto). Pertanto possiamo dire che i due principi sono co-originari (o co-eterni), ma il secondo dipende dal primo. Ma i primi due principi non sono sufficienti per spiegare il dualismo soggetto e oggetto che caratterizza la coscienza finita, in quanto il primo enuncia un Io assoluto che annulla l'oggetto e il secondo enuncia un oggetto, altrettanto assoluto, che annulla l'Io, cioè il soggetto. Occorre dunque trovare un rapporto in cui Io e non-Io possono essere confrontati senza annullarsi reciprocamente. Bisogna quindi ammettere che si neghino solo in parte: questa negazione parziale, chiamata limitazione, presuppone che Io e Non-Io siano posti come "divisibili". Di qui il terzo principio: nell'Io la coscienza finita contrappone all'io divisibile un Non-Io divisibile. L'Io e il Non-Io divisibili sono uno gli infiniti soggetti conoscenti e l'altro gli infiniti oggetti conosciuti. Attraverso questa reciproca negazione parziale Io e Non-Io divisibili sono posti e limitati nell'Io Assoluto; il risultato è l'Io individuale. Il terzo principio enuncia dunque il passaggio dall'Io Assoluto alla coscienza finita.

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