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Estetica

L’estetica è quella disciplina filosofica che si occupa dei sensi, in particolare all’interno del corso ci si occuperà di immagine visiva, poiché la cultura occidentale è oculocentrista (n.b.: le immagini non sono solo visive; la cultura ebraica per esempio invece è più interessata all’udito)

Spesso si dice che la nostra è una cultura dell’immagine, in cui tutto diventa superficiale e più facile, ad esempio un bambino con la playstation (che ha sempre la possibilità di rincominciare il gioco) trova più difficile capire che il mondo vero non è reversibile. Questa cultura dell’immagine porta spesso a dare più importanza alla forma che al contenuto, ed a volte il contenuto viene del tutto accantonato in favore della forma.

Ma la forma (o immagine) con precisione cos’è? (cos’è?= ti estì, l’interrogativo filosofico per eccellenza)

Si può guardare tanto per iniziare un dizionario per scoprire che vuol dire immagine, ma un dizionario me ne darebbe solo una definizione parziale; la connotazione (=significato in senso stretto), ma non la denotazione (= l’evocazione che dà la parola, tutti i significati aggiunti).

Differenza connotazione/denotazione: prendo una parola di uso comune, incubo
Incubo = nightmare in inglese = Alpbruck in tedesco, ma “nightmare” letteralmente vuol dire anche “cavallo notturno” e Alpbruck indica un elfo della tradizione germanica che stava sulla pancia delle persone (e che quindi causava il malessere, l’incubo).
- la parola “incubo” è la connotazione, comune a tutti e tre i termini
- tutti i vari significati aggiunti sono la “denotazione” del termine.

Immagine: ha un significato ambiguo, può voler dire “massima realtà” ma anche “massima irrealtà”

Io quando vedo un oggetto (es: un foglio) lo percepisco in base al mio modo di vedere, al momento in cui lo vedo etc etc, un’altra persona potrebbe vederlo in modo diverso, insomma, io percepisco un oggetto non in quanto tale, ma in quanto “immagine di sé”.
n.b.: Questo vale per qualsiasi tipo di esperienza, per esempio quella auditiva:
Il prof mi parla, poi smette: io sento quel che lui dice e trattengo un senso da quel che lui mi sta dicendo (ritenzione) e, se reiniziasse a parlare, mi aspetterei che continui a parlare delle stesse cose (protenzione)

…tornando all’esperienza visiva, che è la “più facile” da discutere…

Quando si parla di immagine si deve dire immagine in base alla nostra percezione, difatti se ci fosse un incidente d’auto che coinvolge tre persone, ogni persona darà una versione differente dell’accaduto (non perché vogliono avere ragione, ma proprio perché uno si trovava a destra, l’altro a sinistra, ect.); si parla di nostra percezione, perché altre creature potrebbero avere una situazione diversa (metodo comparativo)
Dio (= superiore all’uomo, onnipresente), l’extraterreste (con facoltà sensoriali superiori all’uomo, ma non come Dio), l’animale (sub-uomo);

es: Dio vedrebbe tutto da una prospettiva “superiore”, una percezione globale (anche se percezione non è il termine adatto, poiché presuppone un punto di vista). Ed è l’unico che potrebbe dare una testimonianza del tutto imparziale.

Noi umani invece dobbiamo accontentarci dell’orizzonte ristretto del nostro corpo, a lungo svalutato dalla filosofia (“la prigione dell’anima”), ma questa svalutazione non ha senso, perché noi percepiamo il mondo attraverso il nostro corpo, ed è solo tramite esso che possiamo acquisire nuove esperienze e migliorare noi stessi.
es: se chiedo “quanto è colorato il mondo?” faccio una domanda priva di senso, perché devo specificare per chi, per me ha tutta la gamma dei colori dall’infrarosso all’ultravioletto, per un alieno in grado di vedere al buio anche l’infrarosso. Questa è la consapevolezza della limitatezza della nostra esperienza.

n.b.: quando si parla di uomo si intende il “mensch” tedesco, ossia l’essere umano senza distinzioni storiche o geografiche o di sesso.

Kant, alla fine del 1800, nella estetica trascendentale (= relativa alle condizioni si possibilità, non è trascendentale l’esperienza, ma il modo di viverla):
Gli empiristi dicevano che “nulla è conoscibile a priori”, Kant invece parla di un “qualcosa” già presente a priori… cosa?

Es: c’è una porta chiusa, con dentro una stanza, io non ho mai visto la stanza, ma posso dire che
1- la stanza sarà misurabili in termini di altezza, larghezza, etc.
2- gli oggetti all’interno della stanza saranno a gli uni a destra degli altri, o sotto, o sopra.
3- Se accadrà qualcosa accadrà prima di qualcosa e dopo qualcos’altro.

Non so a priori cosa troverò, ma come lo troverò: la forma, non universale: siccome so che percepisco in un certo modo so per certo che percepirò gli oggetti della stanza in quel modo, e che quindi per me saranno sistemati in quel modo. (anche in termini temporali, come dice la (3)).

In sostanza il nostro corpo che ci fa conoscere il mondo, ed il mondo per poter essere da me percepito deve per forza “adattarsi” alle mie strutture (spazio e tempo, forme pure, a priori dell’esperienza sensibile, per Kant sufficienti a percepire il mondo, per molti suoi successori necessarie a non sufficienti).

Non è vero che abbiamo internamente le conoscenze a priori come dicevano i socratici, scoprire non è un “riscoprire” (i socratici, Socrapte, Paltone e Aristotele anelavano a strutture stabili e precise, indipendenti dall’uomo, specie da Platone che, sconvolto dall’omicidio/suicidio di Aristotele voleva una “legge” che non permettesse il ripetersi di fatti simili)

Da questo punto di vista erano “meglio” i sofisti, per cui non esiste una verità oggettiva, “l’uomo è misura di tutte le cose” (Protagora) ma cos’è un uomo?
1- uomo come appartenente al sesso maschile (visione ristretta di allora, oggi non più applicabile)
2- uomo come non-animale (il mensch universale)
3- uomo come non-barbaro (cioè l’uomo greco, l’uomo appartenente ad un gruppo sociale con cui condivide il modo di percepire le cose)
4- uomo come singolo (ovvero ognuno è prigioniero di sé stesso)

Fenomeno
: come ci appare il mondo secondo le leggi dello spazio e del tempo, noi possiamo conoscere il mondo solo in quanto fenomeno. (filtrato dai miei sensi, io non posso percepire il mondo in sé, ma posso unicamente intuirlo).

La struttura del corpo umano come trascendente del mondo  estetica trascendentale, perché è l’estetica a occuparsi del corpo e non l’anatomia o la biologia? Mentre le seconde si occupano del corpo in quanto “cadavere” (Korper), l’estetica si occupa del Leib, il corpo vivo come unione di anima e carne, che formano non due parti separate e poi unite ma un unico essere indivisibile.

L’immagine visiva

Fussli, pittore de “l’incubo” è un quadro in cui si vede una donna stesa, apparentemente in preda ad un sonno tormentato, con un mostriciattolo accovacciato sul suo stomaco ed un cavalo che spunta da dietro delle tende con espressione spiritata; in un quadro il pittore è riuscito a racchiudere il concetto di incubo, così come tutte le varie denotazioni dei tre termini (incubo, nightmare, alpbruck), l’immagine è più vantaggiosa, perché a differenza della lingua (condizionante, se traduco dall’inglese al tedesco perdo una cavalla notturna e guadagno un elfo) riesce a darmi un’idea più ampia, insomma, non necessita di traduzione.

Sulla base di questo si può dire che riusciamo a dare un senso a quello che vediamo sulla base del nostro corpo (notare come molte similitudini sono rapportate a noi stessi, ad esempio la “bocca” della caverna, la lingua” di terra, il “cuore” del complesso etc…) “il corpo insieme con i suoi organi è la condizione del senso” (Vico, padre dell’estetica).

Da notare che se traduco l’espressione “il fiore ride” (che può sembrare una inutile complicazione per indicare che fiorisce) con “il fiore fiorisce” ho un impoverimento del senso di quel che ho detto, quindi in realtà è nata prima la metafora di quel che si intendeva dire con essa.

Ma il corpo non basta: bisogna rapportarsi al mondo anche tenendo presente il contesto, si parla qui di struttra e contesto.
Struttura altro non è che il corpo di cui si è parlato finora, contesto invece è la situazione particolare in cui proviamo l’esperienza,

Per esempio è diverso accendere una candela in una stanza buia che non in una dove sono già state accese mille candele; nel primo caso c’è un cambiamento radicale dell’ambiente, nel secondo non me ne accorgo nemmeno. (soglia percettiva)

Per fare un altro esempio si può prendere a prestito Zimmer con il suo studio sugli stili di vita metropolitani. Nel suo trattato parla dell’”uomo Blasè” ovvero l’uomo che ormai ha visto tutto della vita e che per restare impressionato da qualcosa, è necessario che quel qualcosa sia davvero particolare. A differenza di questo tipo di uomo, il campagnolo che non ha mai visto la città ha una soglia percettiva molto più bassa.

Riassumendo…
Se immagine è il mio modo di rapportarmi al mondo, allora tutto è immagine
- la nostra struttura ci permette inoltre di cogliere solo una parte dell’immagine alla volta
- parlare di infinito è quindi illegittimo, perché noi non possiamo percepirlo.

Oggetto estetico ed opera d’arte

Sono in una galleria d’arte, che cosa rende differente ai miei occhi l’estintore appeso al muro piuttosto che il quadro dipinto?
- Innanzitutto il modo di atteggiarsi, davanti al quadro se mi atteggio come un facchino che poi dovrà portarlo via lo vedo come un peso spezza schiena, se mi atteggio da compratore vedo un investimento, se mi atteggio da spettatore vedo un’opera d’arte etc etc…  molteplicità di atteggiamenti verso il medesimo oggetto.
- Ma anche molteplicità di oggetti verso il medesimo atteggiamento, anche come spettatore, cosa mi fa preferire il quadro all’estintore?
Heidegger provò a spiegarlo, e trovò due strade per deciderlo:
1) metafisica, deduttiva (dall’alto): prima di tutto parto da un assioma che mi dica “cos’è un’opera d’arte”, ed a seguito di questo assioma inizio a snocciolare una serie di deduzioni che mi portano a decidere per ogni singolo oggetto se è un’opera d’arte o no; peccato che NON ESISTE una definizione certa di arte, questa varia da tipo di arte a tipo di arte, in base al tempo e al luogo…
2) Induttiva, (dal basso): faccio il giro del mondo e raccolgo ovunque che cosa è considerato un “oggetto d’arte”, li stipo tutti in un magazzino e poi, osservandoli uno ad uno e cosa li accomuna trovo finalmente che cos’è la definizione di opera d’arte, ma…
- il metodo induttivo è rischioso, vedi storia del tacchino induttivista.
- Già raccogliendo in giro per il mondo un oggetto piuttosto che un altro devo scegliere cosa è arte e cosa no, basandomi su preconcetti miei che in teoria dovrei poter eliminare…

Entrambi questi metodi non funzionano un granché bene… come si fa allora?
Innanzitutto constato che sia quadro che estintore sono oggetti estetici (posso vedere, toccare, odorare entrambi), diciamo quindi che il quadro (e l’opera d’arte in genere) è un oggetto estetico artistico.

Chi produce l’oggetto estetico artistico? L’artista., che riversa il suo “genio” nell’opera d’arte, quindi l’opera d’arte è una specie di “contenitore” del genio dell’artista.

- l’arte moderna si basa su questa: una ruota di bicicletta staccata dalla bici e messa in modo da non poter girare è un’opera d’arte perché l’artista ha deciso così, di riflesso un artista moderno tempo fa produsse una litografia come se ne facevano in antichità, poi andò da un notaio per far presente che quella che aveva fatto NON era un’opera d’arte. Insomma, è l’artista che decide cosa è arte e cosa no.

L’arte è frutto della fantasia, quindi è una illusione, come un sogno.
Quando si racconta un sogno si perde sempre molto di quello che si è invece visto, poiché
- ci sono elementi illogici del sogno che non possono essere descritti da lucidi (ad esempio “nel sogno “mio padre era il mio amico” ( condensazione, secondo Freud))
- il sogno non è organizzato in modo da rispettare un filo logico, che invece noi dobbiamo conferire al nostro racconto per renderlo comprensibile
questo perché un sogno, come un’opera d’arte, si basa su un sistema logico differente dal nostro normale (basato su principio di identità, di non contraddizione e di terzo escluso), più simile al sistema logico, appunto, dei sogni.
Questo sistema è riscontrabile oltre che negli uomini che sognano anche nei pazzi, nei bambini e negli artisti e si basa sul “simbolo”

Simbolo (=tenere unito ciò che unito non può stare)
Per esempio:
- il mito dell’androgino, che crea un essere tenendo uniti maschio e femmina.
- il bambino che impugna il mestolo come se fosse una spada.
- La “|” che indica il principio maschile e la “_” che indica quello femminile.

La capacità di cogliere i rapporti simbolici la si ha da bambini e la si tende a perdere con l’età, per questo si dice “il bambino è il padre dell’uomo”.

Ma è davvero possibile creare qualcosa di completamente nuovo (in senso artistico) dal nulla? No, tutto quello che si crea di apparentemente nuovo è in realtà un “ricombinare” pezzi di cose che abbiamo già visto.
Alexander Baun-Garden (1750) fonda l’estetica scrivendo un libro sull’argomento.
- secondo alcuni l’estetica dovrebbe ridursi a studiare gli oggetti estetici
- secondo altri solo gli oggetti estetici artistici

Ma gli oggetti estetici artistici sono prima di tutto oggetti estetici! Anche il quadro, indipendentemente da come mi atteggio, viene da me percepito innanzitutto come un “oggetto” dotato di peso e grandezza, ma non posso fermarmi a questo, se no non potrei cogliere tutte le funzioni che vengono attribuite al quadro (religiosa, spirituale, economica…)

L'estetica quindi studia ogni oggetto da due punti di vista:
- quantitativo: pesa tot, è alto tot…
- qualitativo: è bello, brutto, tragico, comico (categorie estetiche, dette anche “modificazioni del bello”)
di base se qualcosa ci piace diciamo che “è bello” ma lo facciamo impropriamente, si dice che è bello un fiore come è bello un film splatter (collicrazia, dominio del bello)
importante ricordare questo, che il bello è solo una delle categorie estetiche, non la sola, per indicare che ci è piaciuta per esempio una tragedia si può dire che è “sublime”.
Infatti:
1) Tutto il bello è estetico, ma non tutto l’estetico è bello.
2) Non tutto il bello è artistico, non tutto l’artistico è bello.
3) Non tutto l’estetico è artistico, tutto l’artistico è estetico ma non si esaurisce nel’estetica.
Queste possono essere, diciamo, le regole per evitare di confondere il bello con l’estetico.

L’effetto dell’immagine

Esempio: ho un campo di girasoli.
Ho fame  atteggiamento utilitaristico
Voglio venderlo  atteggiamento economico
[…]
Tutti questi atteggiamenti di cui sopra necessitano della presenza del campo stesso per attuarsi (atteggiamenti epochizzanti), mentre nell’atteggiamento estetico mi basta l’immagine del campo.

L’esperienza estetica può causarmi un effetto

1) Superficiale.
2) Profondo.
L’effetto non dipende dall’opera stessa quanto dalla mia concentrazione che può essere
1) interna: ho l’esperienza ma mentre la faccio penso agli affari miei (es: ascolto musica ma intanto penso ad altro)  effetto superficiale
2) esterna: ho l’esperienza e mi concentro sull’esperienza stessa (es: ascolto musica e mi concentro sulla musica)  effetto profondo

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Heidegger, scrive nel 1936 “l’origine dell’arte”  libro di estetica, analizza il Chirocentrismo.
Quando io mi muovo nel mondo vengo a contatto con un oggetto, ad esempio un sasso.
- il sasso è detto “mera presenza”, perché non è stato modificato dal lavoro dell’uomo
gli umani invece manipolano e modificano il mondo
questa è la mentalità occidentale: la terra è a mia disposizione per essere presa e manipolata, (secondo Hegel ogni oggetto prodotto dall’uomo era comunque più bello della più bella opera della natura)
se avessimo una mentalità di tipo animista per esempio se trivellassimo la terra per estrarre terreno staremmo trivellando un essere vivente.
Il chirocentrismo (= “domino della mano”) è tutto ciò, il dominio del manufatto sull’opera naturale
Il manufatto può essere uno strumento (atto a produrre altri manufatti) o un’opera d’arte (che non serve a niente)

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La nostra percezione del mondo non è passiva, ma attiva: non ci limitiamo a ricevere stimoli dal mondo, ma li elaboriamo (es se vedo una “E” senza la stanghetta superiore capisco comunque che si tratta di una E)
A differenza di quanto dicevano gli empiristi non siamo quindi delle “tabula rasa” --> percepiamo il mondo attraverso il nostro corpo -->
rivalutazione del corpo (filosofia della Ghestalt, o fenomenologia, Husserl: “andare alle cose stesse, così come appaiono”)
1- Fin dalla nascita siamo nel nostro corpo, e al momento della nascita (passaggio dal liquido amniotico all’aria aperta) ripercorriamo tutte le fasi dell’evoluzione.
2- Anche da anziani si torna soprattutto a essere corpo.
3- Tutte le verità universali (matematica, geometria, etc) hanno comunque come fondamento il nostro corpo (la geometria ad esempio è iniziata con l’agrimensura).
Husserl parlava addirittura di ribaltare il copernicanesimo, perché mentre è una verità matematica che è la terra che gira intorno al sole, questo stesso fatto non è anche una VERITA’ (corporea, estetica, primitiva).
Questa è una concezione non anti scientifica, ma anti scientista (--> scienza come UNICA dimostrazione della verità).
Allo stesso modo la fenomenologia NON è anti platonica, ma anti platonismo (--> visione distorta di Platone, non esatta).
- Innanzitutto quando si parla di Platone è opportuno differenziare i momenti della sua vita (giovane, maturo, tardo)
- Non esiste l’idea senza l’immagine (nel Menone per far funzionare la maietutica sullo schiavo gli fa disegnare un cerchio)
Per Nietszche inoltre l’idea platonica è una dimenticanza, perché spoglia l’immagine di tutte le sue acarttersitiche peculiari riducendo un oggetto all’idea di quell’oggetto (es: la mia matita HB di colore rosso, etc etc viene ridotta ad “una matita”)

Bourghes parla di un personaggio che non era in grado di dimenticare l’immanente --> non era capace di idee.

Aristotele, a differenza di Platone si occupava degli oggetti nella loro concretezza individuale (insomma: gli oggetti stessi, non le idee)
Per Platone invece importava tutte quelle caratteristiche che permettono di racchiudere degli oggetti in un insieme (un’idea, nell’esempio della matita, tutto ciò che fa della mia HB una matita), tutte le caratteristiche così scoperte sono dette necessarie, mentre le superflue (peso, colore, se è bella o no etc…) sono dette contingenti.

Queste “idee” non stanno nella mia testa ma in una dimensione altra, “l’iper Uranio” (uranio = cielo, iper = al di là: N.b.: al di là del cielo, non al di sopra), una dimensione trascendentale, separata dal mondo estetico, solo intelligibile e non sensibile. La riflessione sul mondo delle idee è detta ontologica (sull’essere) mentre quella sugli oggetti concreti è gnoseologica.

Ma dato che io percepisco il mondo con il mio corpo avrò sempre a che fare a basarmi sugli oggetti estetici.
Se faccio una rappresentazione (mimesis, imitazione) di un oggetto estetico, mi allontano ancora di più dalla idea (eidon) e creo una rappresentazione (eidolon) --> l’artista è malvagio perché ci allontana dalla verità vera. Questa divisione di idea e oggetto sensibile sarà ciò che spaccherà in due il nostro modo di pensare, di percepire corpo e anima come due cose separate.

Per Aristotele invece idee e oggetti reali non sono divisi così nettamente, collocando le idee nell’immanente
“eziologia”: procedimento per “capire” un oggetto:
1- causa materiale: la forma
2- causa formale: di cosa è fatto
3- causa efficiente: chi l’ha fatto
4- causa finale: perché l’ha fatto?

Aristotele (e Husserl, a seguire) invece parla di oggetti estetici con già una “trascendenza” in sé stessi, perché ogni oggetto descrive sé stesso ma anche le caratteristiche di ogni oggetto dello stesso tipo.
Platone spacca il mondo in due e divide nettamente le idee (trascendenti) dagli oggetti estetici
Se si leggono i suoi testi successivi (dialogo tardo platonico: il sofista), si vede che però Platone tenta di “ricucire” la spaccatura che aveva creato, rivalutando la figura dell’artista come produttore di Eikon (idoli)
- Eidon (mimesi fantastica): immagine, depotenzia ontologicamente la realtà,, ci allontana dalla verità pura.
- Eikon (mimesi eikastica): una copia dell’oggetto molto fedele all’originale, in cui forma esistenziale e forma effettuale coincidono.
N.B.: gli Eikon per essere tali dovevano essere copie perfette, anche se uno scultore costruiva una statua storta in modo che apparisse dritta a latone non andava bene --> l’uomo NON è misura di tutte le cose, il costruire storto per far apparire dritto è un “sopperire ala imperfezione dei nostri sensi”
Insomma, l’Eikon dovrebbe “rimandare” a qualcosa.

Storia dell’immagine

Com’è che l’immagine rimanda a un senso?
1- segno arbitrario: come un segnale stradale: per convenzione si è stabilito che quel particolare segno vuol dire quella particolare cosa. Il semaforo rosso vuol dire “fermati” e se un domani si decidesse che il rosso vuol dire “vai” allora da quel momento in poi vorrebbe dire proprio quello (anche se in effetti ci sono delle immagine che meglio si adattano a certi segni, per esempio il rosso, il colore del sangue è buono per indicare un pericolo --> anche nel linguaggio convenzionale c’è una componente “naturale”).
2- segno allegorico: per esempio la statua della giustizia bendata con la spada in una mano e la bilancia nell’altra. Un buon esempio di icona: di per sé non vuol dire nulla, ma noi le abbiamo attribuito un senso fisso, difatti se la statua non avesse gli occhi bendati vorrebbe dire qualcos’altro, idem se al posto della spada avesse un mucchio di soldi…
3- simbolo (= tenere insieme): il simbolo è il tipo più “controverso” di immagine: non ha un unico significato arbitrario, dipende dalla cultura che lo usa e spesso ha significati ambivalenti (tali da poter significare sia una cosa che il suo opposto) anche nella stessa cultura. Ad esempio il serpente è il simbolo della medicina ma è anche un rettile velenoso, il significato stesso di medicina (= pharmacon) letteralmente è “veleno”.
Gruezer, studioso di simbologia: “il mito è l’esegesi (=interpretazione) del simbolo” --> i miti usano i simboli --> gli stessi simboli vogliono dire cose diverse in diversi miti --> ogni mito mi fornisce una diversa interpretazione di quello stesso simbolo.
Warburg (1880)
- come nasce il simbolo?
Warburg fa un viaggio in sud America: scopre che i nativi fanno la danza della pioggia con dei serpenti in bocca, e che i bambini disegnano i fulmini sotto forma di serpenti, partendo da questo fa uno studio sui significati del simbolo “serpente” nel mondo.
- giunge alla conclusione che il senso è inesistente nel simbolo: o meglio ha una gamma di significati talmente ampia da non voler dire nulla di preciso.
- Riscrive una storia dell’arte non in ordine cronologico ma seguendo i percorsi dei simboli attraverso le culture e i secoli (vedi per esempio come aveva organizzato la sua biblioteca “viva”)

15000 anni fa: pitture rupestre del bisonte sulla parete della grotta
- per il cavernicolo il bisonte non è un rimando a qualcosa: è “la forza” (non bisonte inteso come simbolo della forza, ma forza e basta)
l’idea estetica di “immagine” = “immagine di” per il cavernicolo non vale.
Ma non solo per il cavernicolo: se si pensa all’eucarestia, l’ostia consacrata non rimanda al corpo di Cristo, in quel momento E’ il corpo di Cristo.
Viscer (1898, saggio sul simbolo): “nelle culture arcaiche il rapporto tra immagine e il suo senso è oscuro (= non definito)” --> immagine che non rimanda a nulla se non a se stessa.
Ma anche al giorno d’oggi, quando un bambino cresciuto a pane e playstation non riconosce più la realtà dal gioco non è forse la stessa cosa?
Tema del ritorno alle origini (secondo Debray): nell’immagine del bisonte l’omino è stilizzato --> “asciugamento”, riduzione all’essenziale del concetto, un po’ come nell’arte moderna.

Chi ha il diritto di affermare di “capire” una immagine?

- Chi l’ha creata (artefice)?
- Chi ne usufruisce (spettatore)?
Per lo spettatore è un discorso difficile: nopi percepiamo il bisonte sul muro come un “oggetto estetico” mentre per il cavernicolo era tutt’altro… eppure grosso modo riuscamo a percepire il concetto che sta dietro… come mai?
Si identificano due categorie di figure che ritornano attraverso i secoli:
1) l’estasi (menadi): figure con posizione del piede sollevato da terra o in procinto di sollevarsi, quasi a spiaccre il volo, capelli e abiti che si agitano in maniera scomposta, espressione estatica (utilizzata per indicare l’orgasmo, e “tramutata” dal cattolicesimo in “estasi per la vicinanza con Dio”) indica la passione più sfrenata e il totale interesse in sé stessi, che arriva nella sua forma più estrema nell’omicidio degli altri (come facevano le menadi durante i riti di Bacco).
2) la malinconia (dèi fluviali): al contrario dell’estasi queste sono figure tristi, con espressioni appunto malinconiche, che guardano senza vedere impegnate in profonde e oscure riflessioni sul mondo e sull’inutilità dell’esistenza e di ogni atto. Mentre nell’estasi l’interesse era totalmente riversato “in sé stessi” nella malinconia avviene l’opposto: pensando troppo agli altri, alle conseguenze che rendono inutile ogni atto, per arrivare al suicidio come estrema forma di malinconia.
Si tratta di figure presenti già nella grecia classica (ma anche prima, probabilmente) che si ripresentano continuamente fino ai giorni nostri. Non è in sostanza l’uomo che fa arte, ma l’arte che muta (pur restando uguale nella sostanza per adattarsi all’uomo e per continuare a esistere)

Wilhelm Worringer (studioso di arte primitiva e gotica) scrive il libro “Astrazione ed empatia” in cui spiega che il primitivo, essere principalmente fobico ha preferito disegnare figure “morte” perché di figure vive (e quindi pericolose) ce ne erano fin troppe.
Le prime forme d’arte vera e propria sono quindi degli ornamenti (n.b.: non innaturali, perché la natura morta è pur sempre natura)
Benjamin diceva che “nell’ornamento resta il segno della cultura che l’ha creato”.
L’uomo primitivo però non resta primitivo per sempre: man mano che inizia a “dominare il mondo” e ad avere sempre meno paura passa dalle nature morte alle nature vive (dall’astrazione all’empatia)

Empatia: stagione d’oro dell’empatia, tra ‘800 e ‘900, ritornata in voga tutt’oggi (scienze neurologiche). Cos’è l’empatia?
È la capacità di “capire” il prossimo, di immedesimarsi in lui e di capire ciò che sta provando in un dato momento, l’empatia può essere di due tipi (classificati da heodor Lipps, psicologo amico di Worringer):
1) positiva, detta simpatia.
2) negativa, detta antipatia.
In realtà un oggetto non è di per sé né antipatico né simpatico: sono io che come l’acqua in una brocca ci riverso il “senso” che me lo rende tale. È quindi questa una teoria soggetivista e relativista, detta “soggettivismo relativista”, “irrispettoso nei confronti dell’oggetto (poiché lo spoglia di ogni senso intrinseco).
Lipps sosteneva anche che qualunque nostra esperienza estetica può essere classificata secondo i modi dell’empatia (es: una statua armoniosa mi fa stare bene, delle forme disarmoniche causano invece l’effetto opposto.)

L’icona

Il potere delle immagini come si è visto finora è grande, per questo nella legge mosaica era vietata la produzione di idoli, per evitare che i fedeli andassero ad adorare il simbolo in quanto tale e non in quanto “rimando” al Dio.
Idolatria: adorazione di immagini in quanto tali
Iconoclasta: distruttore di immagini
Iconodule: costruttore di immagini
787 d.C.: 2° concilio di Nicea viene stabilito che è possibile creare una immagine, ma che questa non deve essere un idolo bensì un’icona, cioè che rimandi a Dio e non lo sostiutisca. Il concilio non rappresenta una solzuione del problema (che va avanti tutt’oggi) ma almeno fissa dei punti.
L’icona deve essere caratterizzata da stilizzazione e codificazione, ovvero non si deve vedere la mano dell’artista in nessun modo.
Uno dei simboli più potenti della religione cristiana, la sacra sindone, è difatti detta “acheropita” cioè non prodotta da mano d’uomo ma da mano divina, Cristo stesso (che dopotutto è una immagine di Dio) è prodotto di mano divina.

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