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Galileo Galilei - Dialogo sopra i massimi sistemi del mondo
(1632)

Nel 1623, in seguito all’elezione al soglio pontificio di Maffeo Barberini, che si attribuì il nome di Urbano VIII, Galileo nutrì la speranza di poter redigere un “manifesto copernicano” senza animosità da parte della Chiesa, ma le sue speranze furono presto disattese. L’opera aveva originariamente il titolo di “Dialogo sopra il flusso e reflusso del mare” per dirigere l’attenzione del lettore sul moto delle maree ma, per aggirare la censura, Galileo lo modificò nella più neutrale dicitura “Dialogo sopra i due massimi sistemi del mondo. Il testo è in forma dialogica per una strategia comunicativa, e c’è la costante ricerca di una verità mediante la pluralità di voci. Il tutto è impostato su tre personaggi: Salviati (nobile fiorentino, un copernicano appartenente all’accademia dei Lincei), Simplicio (personaggio immaginario che ricorda un commentatore di Aristotele del VI secolo) e Sagredo (nobile veneziano, nel cui palazzo sul Canal Grande sono ambientate le quattro giornate in cui si svolge il Dialogo): Galileo utilizza i due scienziati come portavoce dei due massimi sistemi del mondo, cioè delle due teorie che in quel periodo andavano scontrandosi. Il terzo interlocutore rappresenta invece il discreto lettore, l'intendente di scienza, quello a cui è destinata l'opera: interviene infatti nelle discussioni chiedendo delucidazioni, partecipando con argomenti più colloquiali e comportandosi come un medio conoscitore delle materie scientifiche. La matematica accompagna il metodo scientifico di Galileo in tutte le sue regole a cominciare dalla misurazione quantitativa del fenomeno passando per l'ipotesi e l'esperimento sino alla elaborazione della legge, espressa in termini matematici, e nel dialogo sono fuse tutte le tematiche dell’attività scientifica dell’autore in modo apparentemente casuale. Con Galilei arriva a conclusione quel tema che aveva attraversato tutta la filosofia medioevale: il rapporto tra ragione e fede. Tra la natura e la Scrittura, sostiene Galilei, non ci può essere contraddizione poiché derivano ambedue da Dio; ma quando questo contrasto sembra esserci, si deve mettere in dubbio la Scrittura perché non si può pretendere di leggere alla lettera il linguaggio biblico.

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